Namib, Himba e San

Quattromila chilometri alla ricerca di animali, natura e popoli. Brevi tappe nel cuore della Namibia concentrate all'Etosha e nei deserti del Namib e Kalahari

  • di a.a.
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro
 

Namib, Himba e San

Caledoscopici scenari che la natura non smette mai di cambiare, in panorami mozzafiato che la mente e lo spirito fotografano come una sorta di purificazione. L'Africa fa riscoprire le proprie radici e la natura stessa dell'uomo ancora non del tutto condizionata dagli stereotipi del Vecchio Continente.

1° Giorno

Dopo 24 ore di viaggio con scali a Il Cairo e Johannesburg siamo arrivati all'aeroporto della capitale Windhoek. Con sommo dispiacere ci siamo imbattuti in una città "morta" con negozi e ogni tipo di attività serrati dato che era già passata l'ora di chiusura: le 17. Dopo aver cenato e riposato, all'alba ci siamo incamminati verso il Parco Nazionale dell'Etosha. Approfittando di una delle poche strade asfaltate del Paese abbiamo raggiunto l'Anderson Gate nel primo pomeriggio, unica sosta un breve spuntino e rifornimento a Outjo, avendo il tempo per effettuare il primo safari. Orici, Springbok, Kudu e Impala, già intravisti per strada, nel parco si sono fatti sempre più numerosi, quindi Zebbre, Giraffe e Struzzi, poi l'incontro con una coppia di Honey Badger e al calar del sole, nell'ultima pozza visitata quella di Gemsbokvlakte il Re della Foresta che si rifocilla. Ci accorgiamo che le stelle qui sono più numerose e le vedi all'orizzonte.

2° Giorno

Dopo una succulenta cena, sveglia prima dell'alba per rientrare nel Parco all'aurora. Primo incontro una coppia di Iene Maculate che ci attraversano la strada, le pozze di Olifantbad e Aus sono piene di animali in queste prime ore del giorno un African Wildcat e dei Coyote fanno capolino tra i sassi, anche se la temperatura è ancora bassa sotto i 10°. Dobbiamo fare una frenata a secco sulla strada sterrata, perché dopo una curva ci sono sulla strada un gruppo di Giraffe, possiamo quasi toccarle per quanto sono vicine, così come una mandria di Zebbre Burchell's, mentre gli Gnu e l'Eland si tengono ben lontani dal traffico, preferendo la savana. Sulla strada tra Sueda e Salvadora ci imbattiamo con l'Elefante, imponente, non incurante del traffico dei curiosi, raggiunge la pozza per immergersi e abbeverasi. Arriviamo a Halali per pranzare in compagnia degli uccelli e un Fork Tailed Drongo ci accompagna fino alla nostra auto. A Rietfontein scorgiamo altri due Elefanti che si stanno bagnando, la temperatura è salita sui 28°. Quando ormai la giornata sembra essere finita, all'orizzonte tra la vegetazione si scorge un Rinoceronte Nero, cerchiamo di seguirlo con gli occhi, data la distanza, e non ci accorgiamo che il tempo passa e si avvicina sempre più l'ora della chiusura del Parco. Una corsa verso l'uscita completa i 380 Km passati all'interno in poco più di una giornata. Volati, che non lasciano segni di fatica ma solo una pienezza mentale e una quiete spirituale.

3° Giorno

Lasciamo il bungalow 51 non prima di ammirare l'aurora e l'alba sulla savana, quindi ci incamminiamo in direzione di Kamanjab dove speriamo d'incontrare il popolo Himba. A darci il benvenuto al nostro nuovo Lodge è una coppia di struzzi che sentendo la musica all'interno del Bar, improvvisano un "buffo e goffo" balletto. Non perdiamo tempo e già in mattinata andiamo a visitare il primo villaggio Himba al confine con l'Etosha nell'estremo sud-ovest. La bellezza del popolo Himba si manifesta immediatamente con la camminata di una giovane verso di noi. Sguardo fiero, passo deciso e sguardo penetrante ci metto subito in una condizione di agio. Donne e bambini continuano, incuranti della nostra presenza, a compiere i riti abituali, come la preparazione del pasto. Le donne si mettono in posa per le foto di rito, volendo poi guardarle per rivedersi soddisfatte. Due adolescenti e con loro un bimbetto di forse tre anni, tornano con la legna sulla testa dalla savana. I più piccoli cercano di attirare la nostra attenzione prendendoci per mano. L’armonia del gruppo è palpabile nel piccolo villaggio allestito per i turisti. Nel pomeriggio raggiungiamo un altro villaggio Himba sulla strada che porta a Outjo. Storie diverse, in questo la gestione è interna, le guide sono due ragazzi della tribù che hanno studiato e parlano inglese potendo tradurre. All’ingresso una capanna che fa da scuola, con davanti uno spiazzo dove gli adolescenti pascolano le capre. Dentro il recito due villaggi adiacenti, il secondo con il classico steccato per gli animali al centro, il fuoco sempre acceso davanti alla capanna del capo villaggio. La visita è intensa, le domande si alternano alle spiegazioni ma sono gli occhi a nutrirsi maggiormente. Anche questo villaggio è privo degli uomini che sono al nord della Namibia in questo periodo di secca per far pascolare le mandrie nelle terre al confine con l’Angola. Ci sono le donne e i bambini, una comunità di almeno una quarantina di persone. Sono sei, tra adolescenti e donne le prime che incontriamo, la più grande è intenta a rifinire la capigliatura di una giovane, a curare le treccine impastate con il burro e la polvere di ocra e fissare le extension, che derivano da peli di mucca ma che ora si comprano al supermercato. D’obbligo il saluto convenzionale: moro, perivi, nawa. Si entra all’interno e le donne ci tengono a farsi fotografare in posa. Nei volti traspare la fierezza del popolo alternata ai sorrisi che mettono subito a tuo aggio. In un attimo ti scrolli di dosso la paura di guardare tipica del turista e ti concentri sul loro modo di porsi

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