La prima farm. Tutte - e dico proprio tutte - le guide della Namibia si dilungano per pagine e pagine sulla fattoria dei Gariganus. Sul suo terreno si trova la cosiddetta foresta di aloe dicotoma, una delle maggiori attrazioni turistiche ...
La prima farm.
Tutte - e dico proprio tutte - le guide della Namibia si dilungano per pagine e pagine sulla fattoria dei Gariganus.
Sul suo terreno si trova la cosiddetta foresta di aloe dicotoma, una delle maggiori attrazioni turistiche del paese.
Questa pianta, che si presenta come un albero che può raggiungere svariati metri d’altezza, in realtà è una liliacea, endemica in tutto il sud della Namibia. E’ una specie di tronchetto della felicità affetto da manie di grandezza e le sue foglie, callose come quelle di una pianta grassa, sono sufficientemente grandi e resistenti da essere utilizzate dai boscimani come contenitori per le frecce. Da questo uso deriva il nome in inglese di quiver tree, albero faretra.
In Namibia, la si trova un po’ ovunque a sud del tropico del Capricorno. E’ però una pianta che, per lo più, cresce solitaria. Al massimo la si vede in compagnia di altre due o tre piante, mai in gruppi di una certa consistenza. E’ così ovunque tranne che qui, all’interno della fattoria dei Gariganus, dove si trovano quattro o cinquecento piante, per lo più molto vecchie, concentrate in un area abbastanza ristretta, cui è stato dato l’appellativo altisonante di foresta.
Silvia ed io siamo arrivati alla fattoria direttamente da Windhoek, la capitale, dopo sei, sette ore di strada asfaltata, con la Corolla ormai coperta da un sottile strato della polvere color ocra degli ultimi dieci chilometri di sterrato.
Mentre superiamo l’ultimo cartello, che da il benvenuto alla proprietà, è come se passassi in rassegna con la mente tutte le mie aspettative su quanto ci attende al di là del cancello sgangherato, che si apre sul terreno sassoso della farm.
Le guide che descrivono l’Africa australe, però, sono tutte troppo impregnate di retorica stile “African sunset”; le descrizioni di questa zona del paese, quindi, sono concentrate sulla foresta – che poi si è rivelata un posto surreale, a cavallo fra la superficie di Marte ed un panorama da Inferno dantesco – dimenticando, così, di dare almeno una piccola, breve descrizione della fattoria in quanto tale, per quello che è.
Ed è una dimenticanza che, alla fine, si rivela essere vantaggiosa. Leggere troppe guide, vedere documentari, sfogliare riviste fa sì che, in qualche modo, ci si sia già fatta una idea abbastanza precisa del paese che si sta per visitare. Non c’è più molto spazio per le sorprese.
Ma noi, arrivati solo il pomeriggio precedente in Namibia dopo un viaggio aereo estenuante, mentre sappiamo più o meno già cosa aspettarci dalla foresta, siamo del tutto impreparati al primo contatto con una “tipica” fattoria namibiana.
Il cancello - l’ho già scritto - è decisamente sgangherato ed immette su un ampio slargo polveroso, già parzialmente in ombra, vista l’ora tarda del nostro arrivo. Il nostro programma di viaggio, infatti, ha un ritmo decisamente troppo serrato e ci ha subito imposto un lungo spostamento, costringendoci ad arrivare alla fattoria solo nel tardo pomeriggio. Cosa, peraltro, assolutamente consigliata da tutte le guide in commercio.
“La foresta va vista al tramonto, è più suggestiva”.
Parcheggiamo la macchina accanto alla staccionata bassa che separa dal beige polveroso, che regna ovunque, il verde stentato del piccolo giardino che circonda la bassa casetta di legno. Ci dirigiamo verso quest’ultima, seguendo l’indicazione scritta a mano - “office” - per pagare la modesta cifra d’ingresso alla proprietà (cito sempre le guide); cifra che, considerato tutto, proprio modestissima non è