Il nostro Myanmar

Eccoci in Myanmar! Come al solito la vacanza arriva dopo lunghi preparativi che a casa ci portano a pianificare itinerario e viaggio. Deciso che cosa vedere e fare, contattiamo via internet un’agenzia che ci permetta di spostarci in Myanmar senza ...

  • di andreaerafaella
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    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
 

Eccoci in Myanmar! Come al solito la vacanza arriva dopo lunghi preparativi che a casa ci portano a pianificare itinerario e viaggio. Deciso che cosa vedere e fare, contattiamo via internet un’agenzia che ci permetta di spostarci in Myanmar senza dover ricorrere ai mezzi pubblici, visto che si tratta di un paese in cui non si può guidare l’auto personalmente. Sentitene alcune, la nostra scelta cade su Adventure Myanmar, che si dimostra ineccepibile ed estremamente affidabile. Con loro concordiamo gli spostamenti in auto e prenotiamo i due voli interni e gli alberghi, constatando infatti che tramite loro si risparmia rispetto a quanto avremmo speso prenotando direttamente via internet. Un’unica avvertenza: abbiamo richiesto di avere autisti che parlassero inglese, e così è stato. La cosa non è da sottovalutare, può davvero assumere aspetti non trascurabili. Prima della partenza non riponevamo molte speranze nella stagione, essendo agosto la stagione delle piogge, e invece devo dire che siamo stati proprio fortunati, avendo trovato solo due veri giorni di pioggia e qualche acquazzone non troppo fastidioso a Yangon. Anche il clima, che ci immaginavamo molto umido, si è invece dimostrato molto più gradevole del previsto.

5 agosto 2005 Finalmente il giorno della partenza è arrivato, ci muoviamo all’alba, arriviamo a Venezia prendendo il treno delle ore 06,55. L’aereo Thai per Bangkok via Francoforte è previsto alle ore 10,55. Il viaggio è comodo, all’arrivo la Thai ci regala delle orchidee. Quasi subito prendiamo l’aereo per Yangon, sempre della Thai, e in poco meno di un’ora arriviamo nella capitale del Myanmar. L’aeroporto è modesto, si respira fin da subito un’aria diversa di quella della occidentale Thailandia. Vengo colpita dalla gran quantità di uomini in loungyi, ancora poco e non ci farò più caso. Ci viene a prendere una signora dell’agenzia (fiore non così aristocratico come un’orchidea, ma comunque ci regala una rosa). Le formalità sono molto semplici, ci preoccupavamo che il visto andasse bene, che ci permettessero di far passare il telefono cellulare, e invece non succede nulla, un paio di timbri nella più assoluta tranquillità ed ecco, siamo ufficialmente entrati in Myanmar. Il nostro autista sarà disponibile solo da domani, per cui l’agenzia ci manda a prendere in taxi, comunque il tassista, Sole U, parla inglese. Riceviamo in regalo delle borsette Shan che si dimostreranno utilissime e andiamo subito in albergo, il Nikko Royal Lake Hotel, dove paghiamo quanto concordato alla signora dell’agenzia che insieme all’autista ci ha accompagnato fin lì. Ci scontriamo subito con una realtà che si ripeterà ovunque. Parte dei dollari che abbiamo portato con noi ha dei timbri (dovrebbe trattarsi di quelli antifurto impressi dalla banca), e la signora non li vuole, dice che in banca non glieli cambierebbero più. Non male scoprirlo lì, sapendo di poter contare solo sui soldi in contanti che abbiamo portato con noi. Quindi lezione importante, niente scritte, di nessun tipo, sul denaro. Conclusa l’operazione di pagamento, la signora ci lascia il suo recapito telefonico per qualsiasi esigenza dovessimo avere. Dopo un paio d’ore di riposo, a mezzogiorno abbiamo appuntamento con Sole U e gli chiediamo subito di accompagnarci alla meraviglia di Yangon, la Shwedagon Pagoda. Le scarpe le lasciamo in auto e cominciamo l’avventura di camminare scalzi. La cosa un po’ mi preoccupava, devo dire, e invece tutto sommato si cammina nel pulito, anche se ho le salviette umide a portata di mano e in albergo la sera userò l’Amuchina. Per i turisti l’ingresso alla Pagoda costa 5 USD a persona (altra costante la singolarità del pagamento in dollari dei biglietti di ingresso). I turisti non sono molti e veniamo subito avvicinati da una guida, Nino, che si propone per farci visitare la Pagoda alla tariffa di 5 USD. Sono cinque dollari ben investiti, senza di lui ci saremmo limitati a guardare la Pagoda solo con occhi occidentali. Grazie a Nino scopriamo che nel buddismo c’è una particolare venerazione del giorno di nascita e dell’animale che lo rappresenta. I nostri sono il porcellino d’India e la tigre, rispettivamente venerdì e lunedì, per cui ci divertiamo a fare la nostra offerta di acqua purificatrice ai nostri animali tutelari. Durante la giornata a momenti di sole si alternano improvvisi scrosci d’acqua che durano pochi minuti e da cui comunque riusciamo a ripararci nei vari tempietti. Meno male che abbiamo visto la pagoda con il sole, che ne esalta lo stupa dorato. Il pavimento invece è reso scivoloso dalla pioggia ed è seriamente pericoloso, anche se sicuramente fonte di divertimento, camminarci sopra scalzi. Abbiamo la necessità di cambiare i dollari con il denaro locale, i kiat, e chiediamo aiuto all’autista. Sta cominciando a piovere seriamente e riparati nel taxi ci rendiamo conto ben presto che siamo in una zona della città in cui l’acqua ha invaso la strada. Sembra che non ci siano sfoghi all’acqua e il livello è già piuttosto alto. Procediamo come in un guado e arriviamo finalmente al negozio dove cambiare il denaro. Veniamo fatti accomodare, le porte del negozio vengono chiuse e al riparo da occhi indiscreti cambiamo ben trecento dollari. Il cambio è di 1000 kiat per ogni dollaro, molto probabilmente lo stesso che avremmo ottenuto in albergo. Ma non contrattiamo, dato l’importo la differenza non sarebbe così fondamentale. Nel frattempo ha completamente smesso di piovere. Chiediamo a Sole U di portarci a mangiare, sceglie forse il ristorante più kitsch di Yangon, il Karaweik Palace, una specie di pagoda sul lago Kandawgyi. Il ristorante sinceramente non è granché, ma il posto è incantevole. Visto l’ora tarda a mangiare non c’è nessuno, vado in bagno a lavarmi le mani e dopo che mi sono insaponata scopro che non c’è acqua corrente. Una signora si offre di farmi utilizzare quella che è raccolta in una vasca di plastica. L’idea sinceramente non mi attira - sono in Myanmar da troppo poco tempo - il colore non è certo invitante e quindi torno sul tavolo a prendere l’acqua che ho ordinato per bere. Prendiamo un’insalata di pollo, che invece di dimostra essere un’insalata di cipolla con qualche pezzettino di pollo. Inutile dirlo, non mi piace la cipolla, per cui... buonissimi i crackers che ho in auto. Riprendiamo a gironzolare per la città e Sole U ci porta a vedere Chaukhtatgyi (Budda reclinato), Kaba Aye Paya, Sule Paya, tutto con un cielo grigio e a tratti una pioggerellina. Francamente troppe pagode, potevamo limitarci alla Shwedagon e a Chaukhtatgyi. La sera con Sole U facciamo un veloce giretto a China Town e l’impatto, soprattutto olfattivo è piuttosto forte, molte bancarelle vendono un frutto che si chiama durian e che è decisamente maleodorante. Andiamo poi a cena tutti insieme al Royal Garden Restaurant, ristorante cinese vicino all’albergo, dove in tre spendiamo 14000 kiat. E’ giunta l’ora di salutare Sole U, gli diamo 4000 Kiat di mancia e lo ringraziamo della disponibilità e della cortesia che ci ha dimostrato. 7 agosto Oggi facciamo conoscenza con l’autista che ci accompagnerà nei prossimi giorni. E’ un giovane e dolcissimo studente di filosofia, si chiama Win, ma non è solo, nella macchina con lui c’è un altro signore. Lungo la strada scopriremo che è un autista destinato a un altro gruppo di Adventure Myanmar, dopo Bago Win ci dice che faremo cinque minuti di sosta per permettere all’autista di unirsi al gruppo a cui è destinato. I cinque minuti diventano un’ora, il gruppo di italiani in attesa di autista è proprio scontento dell’organizzazione che hanno avuto dalla Adventure Myanmar, il pulmino che utilizzano è vecchio e con l’aria condizionata rotta, anche se il problema principale è rappresentato dall’autista che parla solo birmano, per cui la gestione della vacanza sta diventando difficile. Ci chiedono di invertire il loro autista con il nostro e ci spiace, ma neghiamo loro il favore, altrimenti il loro problema sarebbe diventato il nostro. Troviamo un compromesso, Win va con una signora del gruppo a cercare un telefono e a telefonare all’agenzia. Ricevuta l’assicurazione di un nuovo cambio di autista il giorno successivo finalmente siamo liberi di riprendere il nostro viaggio. Siamo diretti a Kyaiktiyo, la roccia d’oro. Speriamo di essere più fortunati del gruppo che abbiamo incontrato per strada, loro sono arrivati fino all’albergo, ma poi non sono riusciti a salire alla roccia, sono stati fermati dalla pioggia. Arriviamo alla stazione dove partono i camion e subito la nostra auto è circondata (assaltata) da piccole bambine che ci regalano dei fiori e che hanno delle banane. Non ci lasciano andare finché non promettiamo loro che il giorno successivo le avremmo comprate. E’ ora di pranzo, ci fermiamo a mangiare in un ristorantino molto semplice, ma pulito e constatiamo quanto facile è ordinare quando Win è con noi. Per ogni evenienza comunque mi faccio scrivere in birmano le istruzioni che saranno un tormentone per tutta la durata della nostra vacanza: no garlic, no onion, no spicy. Nel ristorantino troviamo qualche persona con cui condividere il viaggio in camion per salire a Kyaiktiyo. Il costo del viaggio è di 25 USD, più si è e meno si spende. Io chiedo di salire nella cabina del camion e non nel cassone, ovviamente pagando il doppio degli altri (6000 kiat). Ma è una buona idea, appena partiti comincia a piovere, due ragazzi italiani che sono sul cassone approfittano di una sosta per darci i loro zaini per evitare che si inzuppino. Con preoccupazione stiamo iniziando a comprendere il significato della definizione “stagione delle piogge”. Dopo circa una mezz’ora di viaggio il camion si ferma al piazzale di arrivo dove ci sono altri camion e delle costruzioni di legno dove c’è la possibilità di bere qualcosa o di acquistare qualche souvenir. Da lì ci si incammina verso l’albergo, noi abbiamo scelto il Golden Rock, alla base della montagna, pochi minuti a piedi dal piazzale. Non volevamo alloggiare al Kyaikto Hotel, dalle nostre informazioni è una struttura governativa. Viaggiamo leggeri, con noi solo uno zaino per il cambio, le valigie le abbiamo lasciate in deposito in albergo a Yangon. E comunque non sarebbe stato difficile trovare un portatore, per un bel po’ camminiamo attorniati da bambini che ci indicano la strada e adulti che vorrebbero farci salire sulle portantine o portare il nostro bagaglio. Arriviamo al Golden Rock Hotel e la pioggerellina si trasforma in un acquazzone torrenziale. Proviamo ad aspettare che spiova, ma dopo un’ora decidiamo di avviarci comunque. L’acqua che finora ci siamo risparmiati la prenderemo tutta. Incredibilmente impavidi, vestiti solo di poco, tre bambini sono rimasti fuori ad attenderci per accompagnarci nella salita e nei bivi indicarci la strada. Quasi nei pressi del Golden Rock troviamo il check point dove entriamo a fare i biglietti (6 dollari l’uno, validità un mese), ma vista la giornataccia siamo inaspettati, e il forte odore di marijuana è inequivocabile. Arriviamo al Golden Rock, siamo soli, scalzi, e in mezzo alla nebbia. Per il vento e la pioggia fare foto risulta impossibile. Ma il luogo è suggestivo. Ci avviamo per ritornare in albergo dove scopriremo essere gli unici ospiti. Ceneremo soli, con un sacco di zelanti camerieri intorno e uno in particolare che sta imparando. Spenderemo ben 17000 kiat, la più costosa cena di tutte le vacanze. Ci dotano di pila per la notte, alle 23,00 staccheranno la corrente elettrica. C’è molta umidità, si dorme bene con la coperta. 8 agosto Tutti i nostri vestiti e le scarpe sono bagnati. Ci alziamo presto, verso le 6,30, e incredibilmente i bimbi sono già lì ad aspettarci per scendere con noi. Arriviamo verso le 8 alla stazione dei camion, ma di altri passeggeri non c’è ombra. Aspettiamo mezz’ora, nel frattempo è ricominciato a piovere, non si vede nessuno e decidiamo di scendere da soli. Paghiamo il passaggio 20 USD, ma il camion su cui saliamo non riesce a partire. Sotto la pioggia si susseguono i tentativi di metterlo in moto, addirittura cercando di spingerlo con un altro camion, ma è tutto inutile. Dopo mezz’ora ci spostano su un altro, unitamente alle persone locali che nel frattempo erano salite sul cassone e che ovviamente si sono materializzate solo dopo che noi avevamo contrattato e pagato il passaggio. Prima di partire l’autista prega e tra uno sputo di betel e l’altro finalmente riusciamo a scendere

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