Tutte le emozioni di un viaggio in Mongolia
I was nourished by the waters of the rivers and streams of Mongolia. I was formed by the songs and sounds of the horsemen. I grew up on the dusty trails and paths of our travels. I listened to countless tails and heard of many heroic deeds. When I am reborn, I want only to come back to earth in this country. When I die again, I want only to leave this life in this country. The peak of the Altai Mountains piercing the clouds will accompany my song. The steppes in the East at daybreak are waiting for my love. I will set up my yurt to the melodic tones of the morin khuur. And I will love and protect my homeland till the end of my joyful life. My Mongolia is where I am at home in this world. A home like horse galloping towards you from afar Poem by O. Dashbalbar
I versi di questo poeta descrivono sinteticamente le emozioni provate durante il nostro tour in questo pacifico paese.
Dopo una sfacchinata di 3000 km percorsi su piste polverose e a volte scivolose in pessime condizioni a bordo di un datato Van russo, dopo una scorpacciata di paesaggi, di incontri e d’aria pura ci dirigiamo al nord verso il confine siberiano sul lago Khovsgol con l’intenzione di rilassarci tre giorni prima di riprendere il cammino verso l’estasi del monastero di Amarbayasgalant e poi rientrare a Ulan Bator. Potrei fare a meno di condividere questa esperienza ma motivata dal fatto che sarà per me una liberazione, sento che la devo raccontare e quanto segue non descrive tutto il tragitto compiuto, non descrive tutta la Mongolia ma è solo un momento che è stato parte della nostra vita lì.
Tra le mani rigiro una cartolina mai spedita, è un ricordo e la uso come segnalibro. Vedo le bianche iurte spiccare in mezzo alla nebbia, l’orizzonte della steppa è profilato dalle mandrie al pascolo e nella giallognola foschia maestosamente planano due aquile. La scena prende vita ora e ricomincia il canto: Il canto del lago.
Sotto alla pioggia sottile ci fermiamo alla guest gher dove siamo accolti da una giovanissima donna incinta che timidamente ci dice: “Sen bein uu?” (ciao come va). Il cielo non promette nulla di buono. Le tonalità monocromatiche delle nuvole addensatesi sopra al bacino si specchiano sull’acqua ferma rendendo l’atmosfera cupa. Il rumore della pioggia che batte sul telone di feltro è sovrastato dal crepitio della stufa accesa all’interno della iurta, nell’aria densa di fumo serpeggia il malumore di chi si trova a modificare il programma di viaggio se le condizioni atmosferiche non cambieranno.
Nonostante ciò dagli occhi a mandorla del nostro driver (da noi soprannominato Schumi) traspare un senso di energia positiva, sembra uno sciamano. Bastano pochi gesti ed uno sguardo sereno per metterci tutti d’accordo, aspetteremo fino a domani! Quando le nuvole vanno via il sole riaccende i colori della foresta. Soffia la frizzante brezza, muove piccole onde che s’infrangono sulla ghiaia e il lago amplifica il suo canto in tutta la vallata. Sembra il mare. Restiamo.
Il canto del lago è un nitrito nel vento, è rumore di zoccoli al galoppo attutito dai soffici prati.
Mi sento felice, mangiamo il Khorkghog (stufato di capra cucinato con l’aggiunta di sassi raccolti nel lago) Schumi sempre a gesti ci fa capire che dobbiamo prendere una pietra ciascuno e sfregarla bollente sulle mani prima di cominciare il pasto, la storia racconta che con questo rito le pietre sprigionano proprietà benefiche accumulate durante la cottura