Il bue di Matera

Da luoghi abbandonati a Patrimonio dell’Umanità: le radici della cultura lucana

IL TRENO

Matera oggi appunto corre come un treno, dimostra di non aver perso il treno dello sviluppo, eppure… il treno non ce lo ha mai avuto! Se ci arrivi dalla costa tirrenica il treno da Napoli si ferma a Ferrandina, che dista 37 chilometri e 200 metri da Matera. Se arrivi dall’Adriatica e da Bari c’è un trenino a scartamento ridotto, pittoresco ma scomodo, sospeso la domenica. Restano le corriere. Quindi, ancora una volta, ha ragione Paola che nel suo incipit si lamenta che arrivare a Matera oggi è ancora un lungo viaggio. Se Carlo Levi tornasse al mondo scriverebbe certo “Un povero Cristo si deve fermare a Ferrandina”. Da un certo punto di vista, bisogna ammettere che l’isolamento di Matera e il fatto che non sia mai stato un posto ricco l’ha preservata da un turismo di massa e dalle attenzioni della malavita organizzata che imperversa nelle regioni limitrofe, facendone il paradiso che è ora, ma il prezzo da pagare è stato alto. E c’è voluta molta passione e molto orgoglio identitario per risalire la china. Ma adesso viene il bello: ora i Sassi sono recuperati, ma cosa diventeranno? Solo alberghi e negozietti per turisti? Diventerà un borgo magnifico, ma finto, come ce ne sono tanti purtroppo in Italia? Luca e Nicola mi dicono che per fortuna almeno 5.000 materani son tornati ad abitare nei Sassi. A proposito di ospitalità, a Matera mi faccio due amici: Nicola (promotore culturale) e Luca (imprenditore, e adesso anche assessore), che mi portano a casa di Mario, un signore che adesso si definisce pensionato, ma che ha fatto parte di una generazione che ha curato, restaurato e mantenuto le tradizioni e l’identità urbanistica della città. Se ho capito bene, è stato fra gli amministratori che a suo tempo hanno dettato le regole del recupero dei Sassi. La sua casa-torre (Torretta ai Sassi), che domina la valle della Gravina su cui sorge la città, è un esem­pio di recupero filologico. Tutto è stato ripristinato secondo il profilo e le dimensioni storiche e sono stati usati i materiali locali, che danno ai Sassi il loro colore splendido e tradizionale: il tufo locale, che poi è calcarenite (sabbia pressata dai secoli e dagli strati geologici).

IL VILLAGGIO NEOLITICO E IL PRIMITIVO

A proposito di calcarenite, Nicola mi porta poco fuori città e mi costringe a scendere in una profonda fessura del terreno scavata dal fiume, e poi ad arrampicarmi lungo la parete, fino ad arrivare a delle grotte che, attorno a 7.000 anni prima di Cristo, furono abitate dall’uomo. Avevo visto fenomeni del genere in Cappadocia, oppure anche in Sicilia, ma questo Villaggio Neolotico, con abitazioni scavate nella roccia friabile con camere, porte e passaggi sono impressionanti, soprattutto in funzione del paesaggio che si apre (anzi, che sprofonda) davanti. Siamo nel Parco regionale della Murgia Materana. Qui abitavano i primi allevatori-cacciatori-raccoglitori. Non è azzardato dire che qui, in un certo senso, è nata l’agricoltura! Poco più in là, l’agricoltura continua: in Contrada Pietrapenta, lungo la vecchia Appia, Nicola e Luca mi portano a conoscere i Dragone, una famiglia di produttori di vino. La loro azienda è di circa 30 ettari di vigne adagiate su un piano mosso da rilievi morbidi. Michele, uno dei fratelli mi racconta la storia di un altro riscatto: quello del vitigno detto “primitivo”. Fino a qualche anno fa, qui (e nella vicina Puglia) facevano un vino forte, con molto tannino e alta gradazione alcoolica, ma piuttosto rude: il Primitivo, appunto. Era un vino prodotto in grandi quantità e poi esportato, che serviva a tagliare altri vini più pregiati, e regalava loro corpo e alcool. Ovviamente era pagato pochissimo

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