Il bue di Matera

Da luoghi abbandonati a Patrimonio dell’Umanità: le radici della cultura lucana

 

Ho letto il bell’itinerario di viaggio a Matera dei nostri Turistipercaso, raccontato da Paola e pubblicato sulla rivista. È interessante e completo, eppure mi sento di aggiungere qualche cosa. E non per sopperire a eventuali carenze dei nostri amici, ma proprio perché ogni posto appare in ogni viaggio e agli occhi di ogni turista-viaggiatore diverso. Ogni località la puoi vedere da tante angolazioni, che assieme formano l’immagine sfaccettata di un posto. E più occhi vedono, più persone raccontano, più si definiscono i vari aspetti. Per questo, il nostro sito (www.turistipercaso.it), che riporta tanti diversi itinerari per ogni destinazione, rappresenta uno spaccato unico del panorama turistico. Uno degli elementi fondamentali riguarda poi le persone che si incontrano in un determinato luogo. Io a Matera ho avuto il privilegio e la fortuna di incontrarne tante di persone… E una delle osservazioni in cui mi riconosco di più di Paola è l’accenno all’ospitalità dei Lucani: semplicemente travolgente, affettuosa, ricca di sfumature e di attenzioni, sempre stimolante.

CRISTO È ANCORA FERMO A EBOLI?

Nello stemma di Matera c’è raffigurato un bue con una spiga in bocca. Io a Matera ci sono andato poco tempo fa per partecipare a una manifestazione dedicata appunto all’allevamento, una delle tradizioni più sentite della Basilicata: Alleva Expo Sud, organizzato da Augusto e dagli altri dell’Associazione Regionale Allevatori che hanno – letteralmente – portato in piazza, col benestare del sindaco e vincendo qualche resistenza dei cittadini, vacche podoliche, pecore, asini, capre, cavalli e maiali. E assieme a loro c’era una vasta gamma di prodotti tipici provenienti anche da Campania, Puglia, Molise e Calabria, con relative dimostrazioni di antichi, ma preziosi e rari mestieri, come ad esempio il fabbro che ancora fa i campanacci per le mandrie o il maniscalco. È stata una festa collettiva e anche una performance significativa, di carattere squisitamente e modernamente culturale. In Basilicata, l’alle­vamento ha determinato e determina ancora innanzitutto il paesaggio, ma anche l’economia e le relazioni socio-economiche (come si dice). Io personalmente, durante questa manifestazione, ho appunto incontrato un sacco di bella gente e forse ho capito meglio la Basilicata. Infatti, Matera è stata nominata Capitale Europea della Cultura 2019, ma le radici della cultura lucana sono decisamente agricole: è sulla base della sua cultura contadina che Matera è quello che è adesso. I Sassi di cui ci parla Paola erano case di contadini e stalle per il bestiame. Se volete saperne di più andatevi a leggere (o rileggere) il libro Cristo di è fermato a Eboli di Carlo Levi, o andate a vedere i suoi quadri. Levi era un medico, ar­tista e intellettuale antifascista, che è stato mandato in Lucania al confino nel 1935, e ha descritto in modo appassionato la civiltà contadina locale, raccontando la miseria dei braccianti. Nel 1979, dal libro, è uscito anche il film di Pontecorvo e Rosi, con Volontè.

DALLA VERGOGNA ALL’ORGOGLIO

Nel 1948 è scoppiato lo scandalo dei Sassi di Matera, in cui la gente viveva in condizioni insostenibili, sollevato da Togliatti e poi da De Gasperi: lo slogan era “Matera vergogna d’Italia”. Nel 1952 una legge ha deciso che i 15.000 abitanti dei Sassi andavano evacuati e collocati in quartieri nuovi. Per fortuna, almeno in quegli anni, i migliori architetti si prodigarono per costruire nuove case che in qualche modo rispettassero lo stile di vita dei materani-contadini, per cui Matera è bella anche nei suoi quartieri periferici, almeno quelli costruiti negli anni 50 (gli anni 70-80 non hanno avuto pietà, né a Matera né altrove). E i Sassi sono stati abbandonati fino al 1986, quando un’altra legge ha deciso il loro recupero, che in un certo senso non è ancora del tutto concluso. Poi nel 1993 è arrivato il riconoscimento dell’UNESCO, Matera è diventata Patrimonio dell’Umanità. E grazie alla bellezza del paesaggio, al coraggio dei suoi abitanti e al recupero della sua identità (urbanistica e culturale), Matera è diventata oggi appunto simbolo di un Sud che non si arrende. In effetti, a ben guardare la sua storia, tutto questo non è una novità: nel 1514 i Materani fecero una rivoluzione e ammazzarono il dispotico Conte Tramontano. E durante la Seconda Guerra Mondiale Matera fu la prima città del Sud a ribellarsi ai tedeschi, che il 21 settembre del 1943 fecero strage di 15 ostaggi innocenti: in mezzo alle case nuove c’è un cippo che ricorda il luogo in cui i nazisti fecero saltare un edificio dove erano rinchiusi, e non a caso lo stadio della città mi pare che si chiami “Ventun settembre”. E questo spirito è quello che si coglie di Matera, oggi che la città sta vivendo un momento magico, in funzione della nomina a Capitale Europea della Cultura, con un fermento palpabile. Questo è quello che viene fuori parlando con la gente, passeggiando per Piazza Vittorio Veneto o visitando i tanti monumenti a cui fa cenno Paola nel suo itinerario, dal Palombaro a Sant’Agostino, ma anche solo entrando in un negozio o visitando un’azienda agricola

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