Marsala: Sapore di sale sapore di mare...

<em>Dal numero di aprile di <strong>Weekend&Viaggi </strong>ancora in edicola pubblichiamo in esclusiva per il nostro sito la versione integrale del reportage di Martino dedicato a Marsala. A questo link puoi scaricare direttamente in <a href='/imgTpc/novita/2009/04/09Marsala.pdf' target='_blank'>.pdf le pagine della rivista</a>.</em> ...

 

Dal numero di aprile di Weekend&Viaggi ancora in edicola pubblichiamo in esclusiva per il nostro sito la versione integrale del reportage di Martino dedicato a Marsala.

Lo so. Non è frequente sentire la frase: “Il prossimo week end andrò a Marsala”. Un po’ mi dispiace che questa perla della Sicilia venga considerata solo il luogo di produzione di un celeberrimo vino e il capolinea dei garibaldini. Ma devo anche confessare la grande soddisfazione di ritrovarla a ogni nuova visita sempre come l’ho lasciata l’ultima volta, a misura di visitatore fuori dai circuiti del turismo incontrollato. Vi consiglio di scoprirla arrivandoci dalla strada provinciale Trapani–Marsala il cui ultimo tratto litoraneo vi immergerà nel paesaggio surreale delle saline, gigantesche tessere di un mosaico policromo e lucente. Non so con quali colori decideranno di accogliervi, dipenderà dall’ora, dalle condizioni del tempo, dalla stagione. Le vedrete con la sfumatura cromatica decisa dal caso, ma sempre sullo sfondo delle Egadi azzurre e sempre vegliate dai grandi mulini a vento, con le cupole dello stesso rosso dei coralli di Marettimo. Chi si è rammaricato del loro stato di abbandono prolungato per troppi anni, ora può esaltarsi nel vederli finalmente restaurati e restituiti alla loro antica funzione di spostare l’acqua da una vasca all’altra e macinare il sale. Nelle saline dovrete tornarci al tramonto, per ammirarla infuocate d’arancio e di rosso e per osservare le numerose specie di aironi e altri uccelli acquatici che qui hanno trovato il loro habitat ideale. A questo proposito, va riconosciuto all’industria marsalese del sale, condotta con metodi tradizionali, il merito di aiutare la natura anziché minacciarla.

Nelle saline dovrete tornarci anche in pieno giorno, da aprile a settembre, per spiare il lavoro dei salinai. Seminudi, sotto il sole che tenta inutilmente di sfinirli, riempiono di sale le carriole e corrono a svuotarle una cinquantina di metri più in là sull’ariùni, la piattaforma dove sorgerà il prossimo cumulo. Sono veloci ai limiti delle umane possibilità, ma se vogliono fare giornata devono correre perché sono pagati “a carriola”. Tanta energia contrasta con tutta quell’immobilità di sole e di sale e con l’impassibilità del signatùri, l’uomo di fiducia della proprietà incaricato di contare le scarriolate di ciascun operaio. Il paesaggio delle saline si confonde con quello dello Stagnone, una grande laguna di acque basse, molto salmastre e floride di vita. E’ qui che i fenici pescavano i murici dai quali estraevano la porpora usata per tingere i tessuti, ed è qui che oggi i marsalesi pescano i pesci (spigole, orate, saraghi e sogliole) che finiscono nelle tavole delle loro case e dei ristoranti.

Il misterioso giovinetto di Mozia

Tra le isole lagunari di Schola, Isola Longa e Santa Maria emerge il disco quasi perfetto di Mozia. Ci arriverete dopo una breve traversata a bordo di un piccolo battello, il Thanit, unico ad essere autorizzato ad approdare nell’isola proprietà privata della fondazione Whitaker.

All’interno di un piccolo museo nel cuore di Mozia incontrerete “Il Giovinetto”, magnifica statua testimone dello splendore raggiunto dalla città punico–fenicia nel V secolo avanti Cristo. Il ragazzo è raffigurato con una tunica maschile a pieghe sottilissime e molto aderente, posta più ad evidenziare che a coprire le forme perfette del corpo atletico. Forse si tratta di un auriga o di un altro atleta vittorioso, oppure di un magistrato punico (Sufeta). Probabilmente il capolavoro è stato realizzato in una città della Magna Grecia siciliana, Selinunte o Agrigento, ed è anche difficile stabilire se l'opera sia stata a portata a Mozia dai Cartaginesi come bottino di Guerra o se sia stata commissionata da un ricco cittadino dell’isola. Sicura, tra tante incertezze, la datazione intorno al 440 – 450 a.C. E ancora più certa l’emozione che questa statua è riesce a donare a chi l’ammira. Sorprendenti anche le grandi dimensioni, ben superiori a quelle reali. Proprio questa circostanza fa propendere per l’ipotesi che il Giovinetto rappresenti una divinità, probabilmente il dio punico Melqart, corrispondente all'Eracle dei Greci

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