Marrakech si rinnova, mostrando un volto inedito...
A chi ci arriva per la prima volta, Jemaa el-Fna, la piazza principale e centro della medina, il simbolo e l’essenza di Marrakech, offre esattamente lo spettacolo che uno si aspetta. Anche perché il cuore pulsante della città rossa, che fino al XIX secolo è stata teatro di sanguinarie esecuzioni capitali e si estendeva sino alla moschea di Ben Youssef, con la sua corte dei miracoli dai riti e i gesti che si perpetuano, uguali, da secoli a beneficio di un turismo oggi sempre più chiassoso, è stata raccontata innumerevoli volte al cinema, in letteratura: «Al principio ti sorprende, poi ti penetra in profondità» ne scriveva Fernando Pessoa nei suoi quaderni di viaggio. Questo grande palcoscenico, dove il tempo sembra essersi fermato e dove ogni giorno va in scena gran parte di tutta la vita sociale della città moresca, è proprio così: stordisce e incatena al suo fascino eterno, così caotico, disordinato, misterioso. Gli incantatori di serpenti, che fanno gruppo con gli addestratori di scimmie, oggi come ieri attirano i turisti con prevedibili show. Ma attenzione a non ricompensare adeguatamente l’affabulatore con qualche dirham dopo che si è sottoposto all’inevitabile foto di rito: si vendicherà istigando il suo minaccioso feticcio contro il malcapitato. Concerti di musicisti-dottori, gli Gnaoua, in lungo abito bianco danzano incessantemente al ritmo ipnotico delle garagab, le tipiche nacchere fatte di ferro, e offrono la propria arte divinatoria.
Quando scende la sera, le voci dei venditori delle montagne di arance, esposte su carri, di kefta, polpette di carne insaporite con coriandolo, di fumanti merguez, salsicce di agnello, e di cous cous che si possono gustare seduti a uno delle decine di banchetti e tavoli che allestiscono la piazza in una gigantesca sagra senza fine. Sono le voci che, dal 18 maggio 2001, l’Unesco ha dichiarato Patrimonio orale dell’umanità, le stesse, dalla melodia incomprensibile eppure così nota, che hanno ispirato Le Voci di Marrakech, il capolavoro di Elias Canetti composto dopo averci soggiornato, nel 1954: «Gli altri, la gente che ha sempre vissuto là e che non capivo, erano per me come me stesso», scriveva. Sono le stesse che si alzano anche nel suk, tra i più affascinanti del Maghreb, a nord della piazza: un labirinto di stretti vicoli polverosi, dai muri decorati, rigurgitanti odori e mercanzie di ogni tipo e che l’incessante passaggio di carretti, motorini, auto rendono impenetrabili a ogni ora del giorno. Eppure, queste voci eterne, che hanno incantato l’Unesco e che ancora seducono intellettuali, viaggiatori e celeb, non sono più quelle dentro cui si perse, romanticamente, Chatwin. La leggendaria piazza, che è stata ripulita e pavimentata, perdendo così il suo sapore autentico, oggi è solo un’appendice per turisti nel grande salotto del lusso in cui si sta trasformando la capitale marocchina. La città, infatti, eterno rendez-vous del bel mondo, degli expat, cioè i residenti stranieri fra cui tanti europei e italiani, che fu l’amor fou di Yves Saint-Laurent, è sempre più vicina alla visione del re Mohammed VI e al suo ambizioso Plan Azur di fare di Marrakech una Saint-Tropez del deserto.
Fuori le mura della città antica, Guéliz, a nordovest, è la seconda anima di Marrakech. Il quartiere residenziale (o Ville Nouvelle), che fu fondato dai francesi nel 1913, è un fiorire di ville Art Deco, roseti, ampi viali, rondò e palazzi d’epoca coloniale, come il Gidel, all’angolo di avenue Mohammed V e rue de la Liberté. Ospita uno dei locali storici, fra i ritrovi irrinunciabili della città: il Café Renaissance, in stile originale parigino degli anni ’50. Se fino a una decina d’anni fa, Guéliz era oscurata dal fascino incantatore della medina, oggi il quartiere sta vivendo il suo Rinascimento con l’apertura di nuovi locali, negozi alla moda, boutique e design hotel. Fra questi, uno dei simboli della sua recente trasformazione in vetrina internazionale è il Bab Hotel (babhotelmarrakech.com). Inaugurato da un anno, tra boulevard Mansour Eddahbi e rue Mohammed el Beqal, è un piccolo omaggio al design di Philippe Starck