Acciacchi in Marocco

Giovedì, 18 agosto 2005 Eccoci qua, in questo pomeriggio non troppo assolato di un’estate non troppo calda, non troppo bella, ancora una volta in stazione ad aspettare treni. Finalmente si parte, anche se questa volta sembrava proprio di non poterci ...

  • di simo b
    pubblicato il
 

Giovedì, 18 agosto 2005

Eccoci qua, in questo pomeriggio non troppo assolato di un’estate non troppo calda, non troppo bella, ancora una volta in stazione ad aspettare treni. Finalmente si parte, anche se questa volta sembrava proprio di non poterci riuscire, vista l’estenuante trattativa che io e la Romi abbiamo intavolato prima di decidere la destinazione! Trattativa che ci ha stancate talmente da rendere la vacanza necessaria, se non altro per riprenderci dallo stress del decidere se andare in vacanza. Paradossi dell’occidente del ventunesimo secolo! Alla fine ci salva un compromesso, per cui la Romi accetta la mia proposta mentre io mi accollo la responsabilità di dover garantire un successo assicurato! Sta di fatto che, alla fine, trascorreremo la settimana in un giro delle città imperiali marocchine... speriamo bene! Il treno arriva in orario, ma evitiamo subito di gasarci troppo, perché siamo costrette a farci in piedi le prime ore di viaggio nelle solite carrozze sgangherate, affollate e infernali. Arriviamo a Milano, mai vista così deserta: una città dalle strade vuote e le imposte serrate. La tranquillità dura poco, infatti in aeroporto ci ritroviamo in mezzo al caos perché scopriamo che il nostro volo è partito da Marrakech con circa tre ore di ritardo, a causa di una tempesta di sabbia... ma ci stanno prendendo in giro? Quale che sia il motivo, l’aereo è davvero in ritardo, e anche se non c’entra niente, ovviamente questo aumenta la mia solita ansia. Tanto più che questo agosto sembra anomalo, oltre che per il tempo atmosferico, anche per il succedersi forsennato di disastri aerei... Ma non mi sembra il momento per pensare a queste cose! Ci dicono che partiremo a mezzanotte, così ci accampiamo nel terminal di Malpensa, che con il passare delle ore si fa sempre più deserto e sempre più freddo. Poi, com’era intuibile, alla fine partiamo. Il volo si rivela quasi perfetto, con il pilota che pennella soavemente decollo e atterraggio. Tanto per cambiare, l’unico problema sono io che non sono affatto in condizioni perfette: dolori articolari ad una spalla, mal di stomaco e altre amenità varie. L’altro problema è che atterriamo alle 4.30 di mattino e quando arriviamo in albergo io sono a dir poco stravolta, stanchissima, e con un mal di stomaco da paura. C’è da dire invece che la Romi, almeno lei, non fa una piega!

Venerdì, 19 agosto 2005

L’albergo è bello, anzi di più, e si sarebbe dormito proprio bene, se non fosse che la sveglia arrivi dopo neanche tre ore! Questa non è una vacanza, questa è una gara di sopravvivenza! Il suono del telefono che ci tira giù dal letto è troppo brutto per essere vero. Io e la Romi rimaniamo semi-incoscienti per un paio di minuti, dicendo cose che dato lo stordimento non capiamo, continuando a ripeterci: “eh? Come?! Cosa?!!” Alla fine, bene o male riusciamo a reagire, e come automi lasciamo la stanza. Evidentemente gli esseri umani hanno risorse nascoste, perché riusciamo a partire alla volta di Casablanca piuttosto puntuali. Inchallah, come dicono da queste parti. Scopriamo un cielo lattiginoso e coperto, e una temperatura non elevatissima. Scopriamo anche Marrakech all’inizio del giorno, con il suo colore arancio e i quartieri in costruzione. C’è poco traffico per strada: è troppo presto, sono le sette. Le montagne della catena dell’Atlante sullo sfondo sono opache per via del tempo: peccato. Oltrepassiamo la corona di monti che cinge Marrakech incontrando dapprima il grande palmeto, ma subito dopo perdendoci in una distesa brulla di terreni e piccole colline dai colori caldi, completamente spoglie eppure ricoperte di ulivi e altri alberi egualmente poco esigenti. Soprattutto, non c’è erba, assolutamente zero, tanto che mi chiedo proprio cosa mangino le capre che vediamo pascolare in piccoli greggi. Un’altra cosa che notiamo è l’improvviso materializzarsi di persone dal nulla, nel bel mezzo di distese deserte e spoglie. Vediamo un uomo con un annaffiatoio, solo, nel terreno desolato, e mi domando cosa potrà nascere da quel piccolo rivolo d’acqua. Non solo, ma continuano ad emergere dal nulla carretti trainati da asini e banchetti di frutta sul ciglio della strada. In molti di essi non c’è neppure l’omino, e chissà dove si è andato a nascondere, che qua intorno non c‘è niente! Frequentemente spuntano coltivazioni di fichi d’india e vecchie kasbah isolate, antichi forti o cittadelle fortificate. Oltrepassiamo tre o quattro villaggi. Oramai mi rendo conto che questi piccoli villaggi sono simili a molti altri villaggi del sud, di tutti i sud. Una strada principale e due file di edifici ai lati, con tutte le botteghe e i negozietti al piano terra, le porte aperte, la gente che lavora e quella che si ferma. Tutto intorno, niente. Tuttavia qua, più che altrove forse, le immagini che percepisco rinviano scene cristallizzate, ferme. Molti uomini stanno seduti sui marciapiedi, sugli scalini d’ingresso delle abitazioni oppure sono addirittura sdraiati sotto agli alberi. Ai lati della via principale occhieggiano altre stradine polverose, spesso sterrate, le case basse sempre dalle tinte calde e magari qualche bambino che gioca a pallone. Non mancano numerose antenne paraboliche. L’altra cosa è la spazzatura. Sportine di nylon bianche e soprattutto nere (una caratteristica dei negozi in questo paese) gettate nei campi. Oltrepassiamo i colli del Medio Atlante, dopo di che si apre davanti ai nostri occhi una bella valle, un’oasi vera, con un piccolo corso d’acqua, vegetazione rigogliosa e terra rossa. Si susseguono sul ciglio della strada i banchetti che vendono frutta, diversa a seconda della zona: giuggiole in bottiglia, meloni, melograni, collane con chicchi di cactus.

Arriviamo a Casablanca ed è vero, i colori cambiano. Pare che non sia stato affatto il colore delle abitazioni a dare il nome alla città, ma è vero che il colore predominate non è il pastello ma il bianco. Entrando in città si vede, abbarbicata sul colle, la zona più povera: abitazioni una sopra all’altra, disposte a scala, con l’onnipresente antenna parabolica. Ci fermiamo nella Piazza Mohammed V, la più importate della città, caratterizzata dalla grande fontana funzionante solo nel fine settimana. C’è tanta gente, diverse famiglie, e molti si scattano fotografie. La piazza è pittoresca, è vero, ma non ci trovo niente di speciale. Ce ne andiamo quindi alla grande moschea di Hassan II, la cui imponenza mi appare la sua stessa ragione d’essere. E’ la terza moschea più grande del mondo, è molto recente infatti è stata costruita nel 1993, e sorge su una zona che ospitava una numerosa baraccopoli i cui abitanti sono stati trasferiti senza alcun risarcimento. Può ospitare al suo interno 25.000 fedeli, e fino a 80.000 possono trovare posto sulla spianata circostante. Il minareto, che misura 210 m., è il più alto del mondo. Un’intera zona della città è stata rasa al suono per costruirla, e c’è in progetto di continuare il risanamento dei quartieri circostanti per far posto a nuove abitazioni e a una nuova zona turistica con viali, negozi e passeggio. Sarebbe una delle prime città marocchine veramente moderne: del resto uno dei principali obiettivi del governo è quello di abbattere i quartieri più vecchi e fatiscenti per costruirne di nuovi. A quanto pare, a Casablanca si stanno dando da fare! La moschea, progettata da un architetto francese, si estende su alcuni ettari di terreno rubati al mare. Il colpo d’occhio è suggestivo, inoltre oggi è venerdì e verso l’una e mezzo si radunano migliaia di persone, uomini, donne e bambini. Noi non possiamo entrare: le moschee in Marocco non sono accessibili ai non-musulmani. Sharif, la guida, cerca di spiegarci un po’ di cose ma sembra impossibile. Ci troviamo in prossimità dell’ingresso e diamo fastidio: la gente che vuole entrare ci scansa spazientita, ma spostandoci non vediamo più niente. Nel frattempo è iniziata la preghiera, che si diffonde dagli altoparlanti sommergendo ogni altro suono. A questo punto lasciamo perdere le spiegazioni e prendiamo ad aggirarci per l’immenso cortile interno, scrutando la gran folla di gente che arriva per celebrare la preghiera del venerdì, e scattando un po’ di foto all’altissimo minareto quadrato dalle verdi piastrelle. Ci dirigiamo poi verso il cortile più esterno, al di là degli archi e dei colonnati, per ammirare dalla balaustra le onde spettacolari che si infrangono sul lungomare. Sembra il Malecon! Salgo su un basso muretto per scattare una foto, e immediatamente risuona un acutissimo fischio di monito: credo che la guardia microscopica che intravedo in lontananza mi voglia avvisare di scendere dal muretto... per Allah! Non volevo certo mancare di rispetto! Si fa ora di pranzo e ci dirigiamo verso il ristorante costeggiando il litorale, guardando le grosse onde dell’oceano e i pochi temerari che tentano di affrontarle con la tavola da surf. Già dal primo pranzo capisco che purtroppo la speziata cucina marocchina non fa molto per me, però facciamo conoscenza con alcune simpatiche tipe con le quali ci scambiamo le primissime impressioni. Dopo pranzo si riparte alla volta di Rabat, la capitale. Il panorama è sempre bello. La terra è molto più ricca in questa zona, e non ha più l’aspetto di una grigia pietraia. Alberi e coltivazioni punteggiano il percorso insieme a villaggi incorniciati da palme e, se non fosse per lo stile più moresco che coloniale, ricorderebbero a volte i Caraibi. Eucalipti, agavi, pecore al pascolo, afa in aumento e un cielo finalmente più aperto ci accompagnano lungo il tragitto che si colora di toni più caldi, abbandonando il bianco delle case e della schiuma marina di Casablanca.

Arriviamo a Rabat accolti dalle sue famose mura merlate color ocra. E’ quello che ti aspetti, ma bello. Le tappe si susseguono veloci. Dapprima visitiamo la Reggia del Re, situata nel grande quartiere residenziale-governativo. L’aspetto è piuttosto deserto, sembrerebbe domenica. Oggi è venerdì, ed anche se in Marocco il riposo settimanale è domenicale, pare che il venerdì sia caratterizzato da una prolungata sosta pomeridiana. In un giardinetto si esibisce una piccola banda folkloristica (a uso turistico?), al cui spettacolo assistono anche famiglie e bambini. E’ l’occasione nella quale facciamo conoscenza con i bambini marocchini che, devo dire, mi sembrano di una specie particolarmente vivace. Scorrazzano scatenati in lungo e in largo, divertendosi un mondo a fendere la folla a tutta velocità con biciclette e monopattini. La tappa successiva ci porta a visitare la Torre di Hassan e il Mausoleo di Mohammed V, dove riposano il padre e il nonno dell‘attuale sovrano. Mentre camminiamo verso il monumento assistiamo per caso al corteo per una cerimonia della circoncisione. Anche nella tradizione mussulmana i ragazzini ad una certa età vengono circoncisi, e ci capita di assistere proprio a questa processione con il ragazzino in groppa ad un cavallo, accompagnato da canti e musiche. Il monumento definito come Torre di Hassan fa parte dei resti di quella che avrebbe dovuto essere una imponente moschea, la quale però non fu mai costruita perché, a metà dei lavori, venne distrutta dal famoso e devastante Terremoto di Lisbona, nel 1755. Il minareto, ossia la Torre, è ancora in piedi, mentre rimangono solo alcuni resti di colonne di quella che avrebbe dovuto essere la moschea attigua. Il complesso si trova su un‘altura, quindi ci regala un bel panorama. Anche qui ci sono un sacco di marocchini, ed è meglio così perché si evita quella sensazione tipo “turista nell‘acquario.” E’ già pomeriggio inoltrato ma ci attende ancora una tappa fondamentale: la visita alla Kasbah di Rabat. Le Kasbah erano cittadelle militari fortificate che rappresentavano punti di sicurezza delle rotte commerciali. In seguito si sono gradualmente sviluppate fino a diventare vere e proprie cittadelle. Anche la Kasbah des Oudaias sorge in una zona strategica, sul promontorio che si affaccia sull‘oceano atlantico, da dove si poteva osservare tutta la zona circostante. Appena entrati, oltrepassando la grande porta color ocra, ci troviamo in un bel giardino andaluso da cui si dirama il fitto intreccio di stradine. Ci sono alcuni venditori e soprattutto delle petulanti ragazze che insistono per fare tatuaggi all’henné sulle mani. Facciamo una breve sosta con dolcetto caratteristico e the alla menta, scoprendo che questa bevanda tipica non ci dispiace affatto. Poi parte la perlustrazione e mi diverto un sacco! Mi sento proprio a mio agio cercando begli angoli da fotografare mentre girovaghiamo per la labirintica kasbah con le case imbiancate a calce, spolverate da tocchi di azzurro. Le fioriere con i gerani, i terrazzi sui tetti, le persiane e le scalinate, i gatti, i negozietti e le misteriose porte chiuse, colorate, creano ad ogni angolo scorci pittoreschi e sorprendenti. Usciamo dalla Bab Oudaia, la porta della cittadella, poi giunge il momento di sistemarci in albergo. Per fortuna! Anche se Rabat, questo pomeriggio, ci è piaciuta molto, dopo il viaggio di ieri e le due ore dormite stanotte io e la Romi cominciamo ad accusare. Giunte in camera abbiamo timore di stenderci sui letti perché rischiamo di non riuscire più ad alzarci, invece dobbiamo mantenerci lucide e reattive perché la serata ci propone un’elettrizzante passeggiata per la medina di Rabat in pieno mercato notturno! E qui spendiamo due parole su queste importanti città, Casablanca e Rabat, che più delle altre reclamano uno stampo “moderno”. Non so bene il perché, ma la sensazione principale è una gran tristezza. Sono città vive: ci sono luci, persone, musiche, locali, ma il brulicare di uomini vestiti di grigio o con sgargianti abiti supergriffati e supertaroccati ci risulta vagamente inquietante. Ci sono anche parecchie donne in giro, molte vestite all’occidentale; e poi moltissime famiglie e bimbi piccoli. Spesso i bambini sono accompagnati solo dalle madri, mentre passeggiano con una bibita o un gelato. Sembrerebbe tutto normale: grandi viali, molta vita, neon, luminarie, eppure c’è qualcosa che non torna. E’ che la contraddizione è evidente: questa grandeur e questi “divertimenti” sembrano talmente importati da risultare stridenti. Naturalmente la nostra è solo una percezione, ed è assolutamente superficiale, tuttavia quello che avvertiamo è un rapporto tra i generi irrisolto, nonché un confronto con l’occidente incerto e indefinito, permanentemente in bilico tra il desiderio e il rifiuto, tra la convivenza e il rigetto, tra il rispetto e lo sfruttamento. Lo sperimentiamo subito, inoltrandoci nel mercato della medina, la città vecchia. Un altro mondo, altri tempi. Facciamo il nostro primo incontro con i centri storici delle città imperiali marocchine. Tantissima gente, il quartiere traboccante di persone, merci e odori, venditori che stendono il loro tappeto di mercanzia nel mezzo della via e cartelli che avvisano che non si tratta, perché è il periodo dei saldi. Siamo nel pieno di questo turbinio, e la sensazione che avverto non è affatto neutra. Sembriamo dare fastidio ai loro affari, i venditori ci guardano storto e la gente ci scansa infastidita. Qualcuno non trova niente di meglio da fare che sputare addosso ad un ragazzo del nostro gruppo, il quale non ha fatto assolutamente nulla di biasimevole se non portare i capelli lunghi e, forse, tifare per l’Inter! Mah. Ci dicono che i marocchini non amano vedere i turisti in gruppo, li considerano come pecore in gregge, e non ne hanno rispetto. E per i marocchini il senso del rispetto è tutto. Io posso anche capirlo, ma allora accetterei un atteggiamento ironico, non certo ostile. Solo perché non condividono il nostro modo di essere cosa li autorizza ad essere aggressivi? Tuttavia questo della medina è il loro mondo, lontanissimo da noi, qui di contraddizioni non ne vedo, e proprio per questo mi sarei aspettata un’accoglienza meno gelida. A questo punto lasciamo la zona caotica del suk e prendiamo ad aggirarci per le stradine, cercando bei riad da visitare. I riad sono case tradizionali di città, con giardino e cortile interno, appartenenti a famiglie facoltose o personaggi stranieri. Alcune sono adibite a centri culturali. In questi vicoli più tranquilli riusciamo ad osservare con calma l’architettura della città vecchia. La caratteristica principale è che il lato dei palazzi che dà sulla strada è identico per tutti. Tutte le case da fuori sembrano uguali, è solo all’interno che ognuna si rivela più o meno bella, più o meno ricca. Dall’esterno si vedono solo piccole porte e facciate cieche, per lo più senza finestre. E quelle poche che si affacciano sulla strada sono state aperte di recente. Le mura cieche rispecchiano la sensibilità islamica per cui non è bene ostentare la ricchezza. E’ solo dietro alle mura che si possono scoprire splendidi mosaici o veri tuguri, harem, erbacce incolte o incantevoli corti interne, arieggiate anche in piena afa estiva. Il giro notturno si rivela piuttosto interessante. Comunque quando ripercorriamo a ritroso il dedalo di vicoli, risulta evidente che abbiamo ancora qualche difficoltà di ambientamento, infatti perdiamo per strada due ragazze. Seguono immancabili momenti di sconforto poi, inchallah, ma soprattutto grazie a quella incredibile invenzione che è il cellulare, le ritroviamo dopo poco. Mentre continuiamo il percorso fra i vicoli che si vanno svuotando, comprendiamo che passare inosservati non è quello che ci riesce meglio. Veniamo presi di mira da un gruppetto di bambini scalmanati in bici da cross, che si divertono un mondo a scapicollarsi per i vicoli senza freni fendendo la folla, sghignazzando e gridando a squarciagola “Attention!! Atteentioon!!Aaatteeeentioon!! Grido di guerra che diverrà la parola d‘ordine di ogni nostra capatina tra i suk, soprattutto quando ci ritroveremo inseguiti da asinelli o biciclette. Tuttavia, per oggi, l’unica strada che vogliamo ancora percorrere è quella che ci porta ai nostri letti!

Sabato, 20 agosto 2005

Questa mattina io e la Romi siamo le ultime, pur non essendoci affatto alzate tardi! Si vede che la nostra capacità di reazione ha risentito della stanchezza. Facciamo il nostro bel figurone salendo sull’autobus per ultime, mute e pentite, quindi partiamo. Percorriamo le colline fertili del Medio Atlante verso Meknès, una zona che ai tempi del dominio romano era definita il “granaio di Roma”. Infatti la terra qui è fertilissima, punteggiata da ulivi e tantissime agave. E’ questa l’occasione in cui la nostra guida Sharif ci racconta una rielaborazione autoctona del mito di Agave. Figlia di Cadmo, fondatore di Tebe, ebbe un figlio di nome Sisal. Una sera Agave, ubriaca, scambia il figlio per uno sconosciuto e, offesa perché l’uomo non ricambia la sua corte, lo uccide. Da allora la pianta di nome agave fiorisce una sola volta nella vita, il fiore dal lunghissimo stelo che produce è il sisal. Una volta fiorita, la pianta muore, ed è questa la vendetta del figlio. La prima sosta ci vede fermarci nella spianata di Volubilis, il sito archeologico più grande e meglio conservato del Marocco, uno degli avamposti più remoti dell’impero romano. Qui ci accompagna una guida del sito che, per carità, vorrà pure fare il simpatico ma non ci riesce mica tanto. Inoltre, pare che tutte queste bizzarre guide marocchine abbiano il pallino di parlare italiano il più velocemente possibile, togliendo a chiunque la possibilità di intervenire; nonché la tendenza a sparire non appena esaurito il raccontino. Mah!

La nostra prossima tappa è la medina di Moulay Idriss, la città santa più santa del Marocco che prende il nome dal santo più venerato del paese. Accantonando il fatto che la venerazione di santi sarebbe proibita dall’islam ufficiale, la tradizione marocchina accoglie comunque diversi culti e festività dedicate ai santi. Proprio questo è il periodo del Moussem annuale, il pellegrinaggio più importane del Marocco. Solo da pochi decenni la città è aperta anche ai non musulmani, che però non possono visitare né le moschee né i santuari, e non possono trascorrervi la notte. Gironzoliamo per i dedali e i vicoletti, ma in prossimità del monastero arriviamo ad uno sbarramento che i non-mussulmani non possono oltrepassare. La bianca cittadina di Moulay Idriss è situata su un colle molto ripido, è suggestiva e ne rimango affascinata nonostante l’impatto destabilizzante con l’enorme caos e gli odori intensi, a cui non siamo abituati. I vicoli bianchi, labirintici, si snodano incomprensibili, delineando i quartieri dei mestieri. Attraversiamo quello dei sarti, osservando gli uomini cucire alacremente a mano nelle loro minuscole botteghe. Ma la novità più simpatica sono gli asinelli, l’unico mezzo di trasporto veramente utile nei suk, a cui i conducenti fanno strada tra la folla al grido di “bullé bullé!!” Anche questa visita è piuttosto breve, tanto che l’intera giornata si svolge come una successione di fotogrammi.

Il prossimo è quello su Meknès. La prima scena è la porta Bab el-Mansour, che un tempo era l’entrata principale della città imperiale. E’ molto ben conservata, riccamente decorata con eleganti zelij (le piastrelle di ceramica) dai colori pastello e verde. Soprattutto mi diverte vedere di fronte alla porta la lunghissima fila di carrozzelle a cavallo, sgargianti e decorate in maniera kitchissima, con i conducenti per la maggior parte distesi lungo i sedili posteriori, intenti alla siesta. Il quadro successivo ci consegna al bacino di Agdal, un enorme specchio d’acqua alimentato da un complesso sistema di canali di irrigazione, ma devo dire che non ci ho trovato nulla di eccezionale. Poi andiamo ai granai di Moulay Isma’il, famosi per essere stati progettati in maniera da creare interessanti effetti ottici, e per essere stati utilizzati come set cinematografici per parecchi film. Interessante è il fatto che nei giganteschi granai non veniva conservato grano per uomini, bensì per i 12.000 cavalli dell’imperatore. A parte questo, nemmeno i granai mi hanno particolarmente impressionato. A Meknès faccio anche i primi acquisti: ci portano in un bel laboratorio dove diamo sfogo alla smania del souvenir ed io acquisto un braccialetto che mi assicurano essere decorato con filigrana d’argento. No so se crederci: i commercianti marocchini fanno troppi complimenti e la sanno troppo lunga per me, comunque decido di provare!

L’ultima tappa odierna ci conduce a Fès, la più antica delle città imperiali. Dalla guida apprendo che la medina di Fès Al-Bali, la vecchia Fès, è una delle più grandi città medievali esistenti al mondo. Tuttavia la numerosa popolazione ha un impatto estremamente logorante sulle antiche strutture, anche se recentemente stanno aumentando iniziative per la conservazione del suo patrimonio artistico e culturale. Fès ha mille facce: ha una forte identità islamica, è il barometro dei sentimenti popolari, è una città chiusa e non certo facile. La medina può avere un effetto spiazzante a causa dell‘insistenza dei procacciatori d‘affari, dei ragazzini e dei negozianti del suk. Giungiamo al nostro bell’albergo. La notizia buona è che c’è la piscina, quella cattiva è che saliamo quattro piani di scale a piedi con le valigie. La sera usciamo all’esplorazione della medina in modo da familiarizzare con l’ambiente che visiteremo domani, durante le ore più animate del suk. Ci addentriamo tra i vicoli intricati ed entriamo in alcuni misteriosi riad. Nel primo ci accoglie un simpatico bimbetto di cinque anni, sorridente e timido. Ci fanno accomodare nel cortile interno, attorno alla fontana e a un bell’albero, offrendoci il classico the alla menta accompagnato da dolcetti al cocco e zucchero. Qualcuno si accomoda nella sala dei ricevimenti, una grande stanza riccamente addobbata con divani e tendaggi che si affaccia sul cortile, da cui la divide una grata di legno. Continuiamo la passeggiata serale entrando in un altro riad. Il portone è aperto così ci infiliamo in un largo corridoio completamente buio. Diamo una voce e appare il custode che ci fa un po’ di luce con una candela, dopodichè ci troviamo in un cortile interno davvero magico. Oscuro, illuminato da lievi fiammelle, piastrellato con ceramiche bianche e blu, e con piante che sembrano ombre nell‘oscurità. I vicoli, strettissimi e solitari, ci conducono verso un terzo riad. Qui ci accolgono musica e chiasso, e ci spiegano che in una sala prenotata una famiglia sta festeggiando un qualche avvenimento con canti e balli. Noi ci facciamo un paio di foto sui preziosi divani e spiamo dalle grate la festa. Poi ripercorriamo la medina di Fès sempre più silenziosa, scura e suggestiva, fino all’albergo.

Domenica, 21 agosto 2005

Il sonno ha tardato a causa di una festa in piscina con danze e musica. Non ho niente contro la musica marocchina, per carità, però dopo un po’ le nenie locali mi procurano un certo tedio. Non sono molto nelle mie corde, e anche se so che sono in gran parte musiche tribali, manca quell’elemento viscerale che potrebbe farmele apprezzare un po’ di più. Comunque l’occasione è propizia per farsi una vera cultura perché smettono di suonare che è notte fonda. Poi, proprio quando tento di prendere sonno, suona il telefono. Cercavano Patrizia, Patrizia non c’è, ed io e la Romi ci svegliamo. Va beh, due chiacchiere e si riprova a dormire. Ed ecco che dopo poco risuona nella stanza il segnale del cellulare inopinatamente rimasto acceso. Ci svegliamo, leggiamo il messaggio, ci riaddormentiamo. E’ mattina quando, dalla ferrovia che scorre vicino all’albergo, sentiamo passare un treno che sembra un bastimento carico di foche impazzite, e a questo punto tanto vale alzarci. Stamattina ci aspetta una gran sfacchinata per la medina, durante la quale ci farà strada un ameno cicerone di nome Idriss. Baffuto, con caffettano di stoffa leggera e pancia tradizionali, ma con occhialini da sole veramente “avanti”. Visitiamo la Mellah, che in arabo indica il quartiere ebraico come in Europa lo indica la parola ghetto. Il principale elemento che differenzia il quartiere ebraico da quelli islamici è la presenza di finestre e balconi, che erano avvertiti un tempo come simboli di ostentazione e frivolezza, a differenza delle facciate cieche degli edifici islamici. Entriamo nella sinagoga del quartiere: non conosciamo tutti gli elementi presenti nel tempio, ma vediamo la Torah, il rotolo sacro, e il piccolo pozzo sotterraneo sopra il quale i fedeli scuotono i vestiti, per far cadere lontano da sé i propri peccati. Presto capiamo che il cavallo di battaglia di Idriss è lodare lo spirito di convivenza di Fès, che è la città marocchina della cultura, gemellata con Firenze, ma soprattutto è la città della coesistenza pacifica fra islamici ed ebrei. Se qui è possibile, ciò significa che con uno sforzo di buona volontà potrebbe essere possibile ovunque. Le parole di Idriss sulla convivenza sono confermate alla nostra uscita dalla sinagoga, quando un tipo lo ferma e lo saluta con calore, nel modo enfatico in cui si salutano nel Maghreb. Il tipo è un ebreo anzi, è proprio il custode della sinagoga, ed è un grande amico del nostro accompagnatore. Così Idriss, orgoglioso, ci racconta di quando in TV, parlando del conflitto palestinese, qualcuno espresse la speranza che prima o poi, a Gerusalemme, ebrei e musulmani possano vivere in pace “come a Fès”. Realisticamente, è probabile che anche a Fès ci siano problemi di coabitazione, ma certamente la situazione è lontana anni luce dall’ostilità assurda imperante di questi tempi. Oltrepassiamo la Porta Blu ed entriamo nella medina che, essendo abbastanza presto, si gira ancora senza grande affanno. Andiamo in una bottega dove lavorano ottone e altre leghe, mentre i venditori continuano a offrirci di tutto, correndoci dietro o, curiosamente, proprio quando pensiamo che abbiano desistito, piombandoci davanti sbucando da vicoli e scorciatoie nascosti. Usciti dalla bottega ci accorgiamo immediatamente che l’ora è più tarda perché il suk è gremito al massimo. Persi nel groviglio di stradine e nella calca di persone, non perdiamo d’occhio il flemmatico Idriss, che ci conduce alla Medersa Bou Inania e al curioso Orologio ad Acqua di cui, con tutta la mia buona volontà, non ho capito il funzionamento. Ci lanciamo quindi alla scoperta dell‘università Karaouine, uno dei centri culturali più antichi del mondo musulmano, seconda solo all‘università de Il Cairo. Peccato solo che l’accesso sia vietato ai non musulmani e che, essendo molto stretta fra le costruzioni circostanti, dall’esterno si riesca a vedere ben poco. Arriviamo poi alla piazza Nejjarine, che ha una delle più belle fontane della città. Le fontane, spesso delle vere opere d’arte, sono molto importanti in Marocco. Come in tutti i paesi desertici, l‘acqua ha sempre avuto un ruolo importantissimo, tanto che ancora oggi la vita delle città ruota intorno alla fontana o al pozzo del villaggio. Spesso le fontane, come gli hammam, si trovano vicino alle moschee del quartiere. Infatti questi tre elementi, insieme alla medersa e al forno, in cui ogni famiglia porta a cuocere il proprio pane, formano gli elementi necessari di ogni quartiere o villaggio. Visitiamo anche il perdibilissimo museo dell’artigianato ligneo, che vale la pena solo perché dalla terrazza sul tetto si gode una bellissima vista della città, così come del vasto groviglio di antenne paraboliche che sovrastano i tetti delle case. E’ poi la volta della medersa Attarine, nel cortile della quale Idriss si attarda a raccontare un po’ di aneddoti sulla sua vita di scolaro della scuola coranica, poco incline ad imparare a memoria i difficili versetti del corano in arabo classico. Usciamo dal quartiere delle spezie e ci dirigiamo verso “il quartiere che allontana”, quello delle concerie. Il caos nel suk adesso è pazzesco, ed è dura attraversare le strettissime stradine stritolati dalla calca, con il caldo e gli odori crescenti. Però è proprio da questo momento che mi sembra finalmente di comprendere com’è la vita nelle città del Maghreb. Assurda, caotica, calda, frenetica. Ci facciamo strada con pazienza cercando di prestare attenzione a dove mettiamo i piedi, tentando di non perderci e contemporaneamente di ammirare le scene regalateci da ciascuna delle botteghe artigianali: dagli speziali ai ceramisti, dai tintori ai calzolai ai macellai. Improvvisamente varchiamo la soglia di un piccolo portone sulla strada e, salendo una scaletta claustrofobica, entriamo in uno dei tanti laboratori che costeggiano la via, ciascuno dotato di una terrazza che si affaccia sulle vasche di tintura. Appena entrati veniamo sopraffatti dal tanto descritto, e temuto, odore delle concerie. Immancabilmente ci viene offerto il classico rametto di menta da tenere vicino al naso per tentare di resistere al fetore. L’impatto con l’odore, davvero nauseabondo, è spiacevole; non è difficile comprenderlo se pensiamo che ai bagni per la concia sono aggiunti escrementi di piccione, urina di mucca, oli di pesce, grassi animali, cervella, sali di cromo e acido solforico. Tuttavia, incredibilmente dopo alcuni minuti il nostro naso riesce ad abituarsi all’odore, almeno quel tanto da consentirci di non star male. Ci affacciamo sulle terrazze che danno sulle grandi vasche tonde che contengono la tintura per le pelli, dove i conciatori sono ancora immersi fino alla cintura per passare, ripassare, e strizzare le pelli da trattare. Vediamo le varie fasi della procedura dal terrazzo, o meglio, le intuiamo, perché nessuno ce le spiega. Ma davvero il colpo d’occhio è impressionante. Ci sentiamo improvvisamente catapultati in un‘altra epoca. La cosa più incredibile è che questa non è affatto una ricostruzione pittoresca, ma è la vera, reale, quotidiana fatica dei conciatori di Fès. Infatti, nel corso dei secoli nelle concerie non è cambiato quasi nulla. Anche le procedure di sicurezza e le condizioni igienico-sanitarie sono decisamente antiquate. Dopo aver scattato le foto ci ritiriamo nella bottega annessa per adempiere ai nostri doveri turistici guardando, valutando e acquistando; e dove la Romi non si lascia sfuggire delle splendide babbucce di vera pelle di Fès color rosa convinto. Il problema è che, se all’aria aperta delle terrazze si riesce a resistere abbastanza facilmente, negli stretti, soffocanti meandri del negozio, il pungente odore animale della pelle è davvero rivoltante. Infatti un paio di ragazze stanno proprio male, colpite da nausea unita a un senso di claustrofobia che causa loro un principio di attacco di panico. Ancora non lo sappiamo, ma è solo l’inizio dei malanni che colpiranno da ora in poi gran parte del gruppo. Comunque, quando riemergiamo in strada siamo più che altro sollevati per esserci liberati dall‘odore della bottega, e tiriamo un lungo respiro liberatorio, aspirando puro ossigeno a pieni polmoni...Inchallah! Ma ci rendiamo conto immediatamente che le fatiche, per oggi, non sono ancora terminate, perché qui nel quartiere dei conciatori è l’ora di punta. Sarò ripetitiva, ma anche se sembra impossibile c’è ancora più folla di prima: c’è una ressa mai vista, e un incredibile via vai di asinelli che trasportano le pelli per la lavorazione. Le stradine sono microscopiche, e proprio in quel momento due asinelli si ritrovano a fronteggiarsi nello stesso vicolo. Sono a pieno carico, non riusciranno mai a passare contemporaneamente per la strettissima stradina! Uno deve tornare indietro! Ma chi ha mai provato a far fare marcia indietro ad un asino? Io no di certo, ed ho scoperto in questa occasione che non è per niente facile! Noi siamo intrappolati in mezzo ai due asinelli, mentre la gente che continua a sopraggiungere si accalca dietro a loro, spazientita per la sosta forzata. Aiuto! Hai voglia a gridare “attentiooon!!“, qui di sicuro verremo schiacciati o trascinati lontano dalla folla inferocita e dagli asini imbizzarriti! Ed ecco che improvvisamente si apre la porta a ridosso della quale stiamo spiaccicati. Un provvidenziale giovanotto si materializza lasciandoci entrare nella sua casa, consentendoci di toglierci dal mezzo per lasciare più spazio alle manovre degli asinelli. A quel punto siamo decisamente più rilassati e ci godiamo lo spettacolo. In qualche modo un asinello viene fatto arretrare fino ad un piccolo slargo, consentendo il passaggio, e a quel punto la corrente umana ricomincia a fluire così anche noi possiamo abbandonare il nostro rifugio e riprendere la strada. Non prima di aver calorosamente ringraziato il provvidenziale amico con un riconoscente “Shukran!!” che lui sembra molto apprezzare, sorridendoci divertito.

A questo punto siamo talmente stanchi, sudati, accaldati e frastornati, che una sosta forzata presso una bottega artigianale di tappeti non è esattamente quello che ci vuole. A parte che tutte queste soste tipo “consigli per gli acquisti” stanno cominciando ad essere eccessive, anche volendo siamo talmente stravolti che ci limitiamo ad accasciarci sui divani assistendo apatici all’esposizione dei tappeti, aspettando solo il momento di poter andare a mettere qualcosa sotto i denti. Neanche le più belle sete a doppio nodo potrebbero distoglierci dalla primaria necessità di un momento di calma, riposo e cibo!! Il ristorante è un locale tipico della medina, non mancano belle cameriere e siparietto con cerimonia del the alla menta. The che, tra l’altro, la bella cameriera mi rovescia addosso per metà... Va beh, si asciugherà. Però lei non è che si spertichi dalle scuse... La giornata-lager continua con la visita ad un laboratorio di ceramica. Ci viene spiegato il processo di lavorazione, e questo è già qualcosa. Ci sono i decoratori che creano abilmente i classici disegni e le forme geometriche sui vari oggetti ma, soprattutto, ci sono coloro che spaccano le piastrelle. Tutto il giorno, con precisione e costanza, stanno accovacciati per terra o su bassi sgabelli a forgiare le mattonelle secondo le forme richieste, respirando fumi e calce. Lavoraccio, non c‘è che dire. In seguito si passa ovviamente dallo spaccio per gli immancabili consigli per gli acquisti. C’è bella roba e tutto quanto, però sono decisamente stufa di passare la metà del tempo imprigionata dentro negozi, spacci e botteghe in balìa dell’abile parlantina dei venditori. Mi sento decisamente un pollo da spennare. Sembra proprio che a loro non importi farsi conoscere, far conoscere il loro paese o conoscere gli altri, sembrano interessati solamente a vendere. Li capisco, e ci può stare, ma non sono obbligata a dire che questo mi piaccia! Va beh, consoliamoci pensando che dopo lo strabiliante tour de force nella caotica medina di Fès ci aspettano alcune ore di relax nella piscina dell’albergo, condite con chiacchiericcio a tutto spiano. Dopo cena ci attende l’immancabile “spettacolo tipico” di danze folkloristiche. Si parla di cerimonia del fuoco, cerimonia della circoncisione, del matrimonio, di danza del ventre e cosi via. Prima di assistere allo spettacolo non ero molto fiduciosa e posso dire che non avevo tutti i torti. A parte che gli “artisti” avevano ben poco a che fare con il nostro comune senso estetico, e pazienza; a parte che le musiche tradizionali marocchine a lungo andare possono avere effetti collaterali quali intorpidimento e sonnolenza; a parte la platea composta esclusivamente da turisti; a parte tutto questo, forse lo spettacolo sarebbe stato anche interessante se qualcuno, chiunque, ci avesse spiegato qualcosa, qualunque cosa! Infatti vedere persone agitarsi e dimenarsi in danze evidentemente rituali, senza capire nulla dei loro significati, è come tentare di leggere un libro in cinese! C’è di buono che a quel punto l’abbiamo presa in riso e alla fine, non solo eravamo praticamente piegati in due dalle risate, ma si può dire che il nostro gruppetto sia stata la vera attrazione della serata! Soprattutto quando riescono a coinvolgerci nei loro numeri diamo il meglio. La Romi viene tirata in mezzo (beh, noi l’abbiamo un po’ spinta...), e fa la sua onesta figura esibendosi da par suo in una spettacolare danza di cui, ovviamente, nessuno ha capito il significato. Ad un certo punto cercano di coinvolgere pure me, ma il mio rifiuto è così categorico che il tipo ci rimane anche un po’ male. Forse ho esagerato! Ma tanto non avrei mai potuto competere con l’esibizione del Mago che cercava il gatto, domandando con occhi spiritati e voce mellifua “dove è il gato?”. Grande Mago. Insuperabile. Infatti giuro che io non ho MAI visto un individuo così brutto: capelloni, baffoni, secco spinto, dinoccolato, effeminato, con un vestito giallo ocra e nero inconcepibile a qualsiasi mente razionale, e degli stivaloni tipo cow-boy assolutamente inverosimili...Una roba indimenticabile, credetemi sulla parola!

Lunedì, 22 agosto 2005

Si riparte alla volta di Marrakech. Ci attendono otto ore di viaggio, mentre qualcuno inizia ad accusare malesseri, malanni e attacchi vari. Noi cominciamo ad essere particolarmente guardinghe; soprattutto la Romi, visti alcuni precedenti, è terrorizzata all’idea di prendesi qualche virus. Il panorama è molto bello. Attraversiamo colli e tornanti, e ad ogni svolta cambiano paesaggi e colori. Vediamo Khenifra, la città rossa incastonata sul monte, e Imilchil, la città nella quale si celebra ogni anno la festa berbera dei fidanzati. In quell’occasione si radunano tutti i berberi della regione con i loro variopinti abiti per festeggiare l’incontro dei fidanzati, importantissimo momento di ritrovo per le famiglie che si imparentano. Quindi passiamo attraverso un anonimo paesino tra i monti nel giorno di mercato, e decidiamo di fermaci. Dopo il caos dei suk cittadini vogliamo vedere da vicino anche questa dimensione della realtà marocchina, così prendiamo a gironzolare per l’ampia spianata che si estende dal ciglio della strada. Il campo è ricoperto di tendoni, da una parte ci sono gli animali, asinelli, capre, pollame. La gente è riunita in capannelli, sotto e fuori dalle tende. Dentro alle tende ci sono soprattutto le donne, fuori soprattutto gli uomini, che parlano e contrattano. Si vendono meloni, frutta, stoffe, animali, si cuoce la carne sulla brace. A me pare che guardino gli improbabili visitatori più che altro con indifferenza, ma le donne sembrano un po’ più amichevoli. Mi aggiro per cercare di fare le foto e confesso di sentirmi un po’ a disagio, qua nascosta dalle tende, da sola, ma in realtà nessuno mi fila più di tanto. E ciò che mi porto via è l‘incanto, momentaneo, per la loro vita lenta. La sosta per il pranzo mi riporta alla realtà in quanto ci vede unici avventori di un tristissimo mega-complesso alberghiero sperso nel nulla. Il tocco di classe è dato da una piccola cascatella d’acqua all’entrata, che si mette in funzione solo al nostro arrivo e che, presumibilmente, cesserà alla nostra partenza. Che chiccheria! Io comincio ad essere disgustata dal cibo: purtroppo mal tollero i tipici odori e sapori speziati, e il peperone ripieno che ci servono a pranzo diventa la classica goccia che fa traboccare il vaso. Così, su consiglio di una giovane dottoressa nostra compagna di viaggio, comincio la mia dieta ammazza-microbi a base di pane e coca-cola. Non so se funziona, ma per me è sempre meglio dei piatti tipici. Non così per la Romi, che non perde l‘appetito e si fa fuori anche la mia porzione!

Durante il resto del viaggio il nostro ambiguo accompagnatore Sharif ci racconta un po’ di cose sulla condizione della donna in Marocco. La situazione è molto complessa: il retaggio storico, la tradizione e la religione hanno prodotto una società talmente differente dalla nostra che è molto difficile non solo dare giudizi, ma anche farsi un’opinione che possa avvicinarsi alla realtà. Tuttavia è pur sempre interessante avvicinarci ad aspetti per noi totalmente sconosciuti. Innanzi tutto apprendiamo che la poligamia nasce con una giustificazione demografica. Le guerre e le epidemie facevano sì che il numero delle femmine risultasse superiore a quello dei maschi, così molte donne sarebbero state costrette al nubilato, e in una società tradizionale in cui la donna ha come unico ruolo quello di moglie e madre, questo avrebbe impedito a molte di loro un qualsiasi tipo di vita dignitosa. In questo senso la poligamia ha permesso a tutte le donne di trovare un marito e una sistemazione. Un altro argomento a favore della poligamia è il fatto che, dato che anche in occidente gli uomini hanno da sempre avuto altre relazioni più o meno clandestine, il sistema islamico appare loro più ordinato e morale. Secondo la Shari’ah (la legge islamica), il marito può avere fino a quattro mogli, ma poiché è lui a provvedere al sostentamento della moglie e dei suoi figli, solo persone ricche possono permettersi più mogli. Sharif ci parla poi del matrimonio. Nell'Islam non esistono sacramenti, dunque il matrimonio non è un fatto religioso, ma un contratto fra gli sposi. E’ richiesto il loro consenso, ma la sposa deve avere anche il consenso del parente maschio più vicino (ordinariamente il padre). Infatti nel mondo islamico tradizionale non c’era il concetto del così detto “amore romantico”. Anche se oggi in gran parte del mondo mussulmano le cose sono cambiate, in passato spesso i giovani non si conoscevano e non potevano liberamente scegliersi. Inoltre, in generale non è permesso che donne e uomini si frequentino, quindi il consenso degli sposi è quasi una formalità perché, in caso contrario, non avrebbero alternative. Anche la questione della dote comporta un forte condizionamento sociale. La tradizione occidentale della dote consisteva nei beni che la famiglia assegnava alla sposa, la cui amministrazione era demandata al marito. Nel mondo mussulmano invece la dote viene tutt’ora versata dal marito alla moglie, e rimane di sua proprietà anche in caso di divorzio. Conseguenza di ciò è che spesso la donna riceve poco o niente come eredità paterna. Inoltre, se il marito si sobbarca tutte le spese per il mantenimento della moglie, è vero altresì che quest’ultima risulta totalmente dipendente dal marito. Ho ascoltato tutto questo, l’ho trovato interessante, illuminante, a volte logico. Ma non posso fare a meno di considerare questo atteggiamento, nel migliore dei casi, paternalistico. Del tipo: la poligamia per non lasciare le donne in mezzo alla strada, il matrimonio senza amore per garantire gli interessi delle famiglie, la dote e il mantenimento da parte del marito, per non dar loro pensieri, né responsabilità, né ambizioni, né incarichi, né importanza, né potere... Mi riesce davvero difficile comprendere questi schemi mentali. Brutalmente, e forse superficialmente, fatico ad accettare una visione della donna solo in quanto donna, e non in quanto persona. So benissimo che l’emancipazione delle donne, anche in occidente, è questione estremamente recente nonché tutt‘ora parziale. Proprio per questo mi piacerebbe che, il prima possibile, le donne mussulmane riuscissero ad elaborare un processo di autocoscienza che non rinneghi le loro tradizioni. La questione davvero difficile è che simili cambiamenti non toccherebbero solo la sfera religiosa e le tradizioni, ma le stesse fondamenta della società, fondata su istituti quali, appunto, la dote o il matrimonio combinato per assicurare l’integrità dei patrimoni. Solo un radicale cambiamento sociale, solo la necessità di un ruolo nuovo delle donne nella società potrebbe forse dare avvio ad un ripensamento del loro ruolo, della loro condizione sociale, del loro valore come persone.

Arriviamo a Marrakech stanche della lunga trasferta, così io e la Romi siamo ancora più contente di astenerci dal vivace giretto in carrozzella per la città, pietra miliare del tour turistico. Facciamo un po’ di chiacchiere, la Romi fa un po’ a botte col suo cellulare che non vuole saperne di ricevere certi messaggi, io faccio un po’ a botte con la manopola del rubinetto della vasca da bagno, che trovo delicatamente appoggiata sul bordo, poi ce ne andiamo a letto

  • 677 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Parole chiave
Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social