Emozioni e pensieri dal mio viaggio in Marocco in solitaria

Appunti, emozioni e pensieri durante il mio viaggio in solitaria in Marocco. 10 giorni low cost, con i mezzi pubblici, a contatto con le persone locali, lasciandomi andare ad esperienze, incontri, cibo e odori di un Paese sorprendente

  • di SaraCiolini
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Un po’ intimorita e ansiosa come sempre parto per questo viaggio in solitaria di 10 giorni in Marocco consapevole che appena arrivata a Marrakech mi sarei persa nel tentativo di trovare l’ostello. Grande sorpresa nell’averlo invece subito trovato e non essermi fatta “spaventare” dai racconti degli altri che volevano Marrakech come una città molto tentacolare i cui commercianti e passanti sanno come imbambolarti facilmente.

Parliamoci chiaro, Marrakech è una città stancante da questo punto di vista. Almeno nelle prime ore mi sono mossa prudente. Cerchi di distogliere lo sguardo non appena quello di qualcuno incrocia il tuo, sei diffidente. Gli occhi dei marocchini scrutano a fondo, ti aprono, indagano e in un attimo capiscono chi sei: “Italiana? Di dove?”, è la frase che come un ritornello mi sentivo ripetere in continuazione.

Restare indifferenti, accennare un sorriso e tirare dritto. Si impara in fretta.

E in fretta ho imparato che non c’era niente da temere. Anche nelle stradine più isolate e vuote non mi sono mai sentita in pericolo. In poche ore ti abitui, e quell’enorme piazza e quelle strette viuzze che al primo contatto ti sembrano impossibili perfino di giorno impari presto a farle tue anche di sera.

Impari che la bellezza di Marrakech sta proprio in questo. Non si viene a Marrakech perché la sua famosa piazza Jamaa El Fna è bella, non si viene per i suoi palazzi, né per quel museo né per quel monumento.

Si viene a Marrakech per la sua atmosfera: calda, pungente, frastornante, sporca e maleodorante.

Si viene per perdersi letteralmente nelle anguste e fatiscenti vie della Medina e dei suoi souk, per farsi travolgere dai pressanti marocchini, per gettarsi in mezzo al traffico impazzito e senza regole tra auto, motorini, biciclette, calessi e muli, per gli anziani in abiti tradizionali assopiti di fronte alle loro case e botteghe, per le montagnole di spezie colorate, per il potente richiamo del muezzin che si leva sopra il brusio della città, per l’enorme piazza altrimenti insignificante che di sera è tutta un brulicare di persone, veli, serpenti, fumi, mosche e odori…e dalla quale non riesci più a stare lontana.

Marrakech non è una città da visitare. Marrakech è un’esperienza da vivere.

Al sud impari invece la calma e la gioia dei berberi. Sembra impossibile che qualcuno viva davvero nella spoglia e semplice Ait Ben Haddou e invece è così. Riconosci i negozianti berberi dalla loro educazione e dal loro sorriso: “Non devi comprare. Condividere la mia cultura con te è la mia felicità”.

E che effetto trovarsi nella grande piazza di Ouarzazate: nessuno che ti urla e che ti tira da una parte all’altra per convincerti a mangiare da lui.

Percorrere in auto la zona circostante Ouarzazate e la strada che poi conduce al deserto di Merzouga mi ha ricordato i paesaggi dell’Arizona. Una zona arida, polverosa, gialla, lunare.

Un lungo viaggio in autobus di giorno passando per grandi paesi la cui vita si snoda lungo la strada principale. Noncuranti della pioggia, in ciabatte, sono tutti lì per strada. E non solo a New York i negozi sono sempre aperti, anche qui alle 22 è ancora tutto aperto: il meccanico, il barbiere, la bottega che straripa di merce. Ragazzini ci sfrecciano accanto con la bici sul ciglio della strada poco illuminato. Calcinacci e mattoni in bella vista, un cantiere aperto, case da finire. Sembra tutto un lungo lavoro da concludere, in realtà credo che quegli edifici siano un po’ abbandonati a se stessi da sempre e che quei mattoni lungo la strada rimarranno lì ancora per un bel po’. Uomini appisolati su una sedia fuori dalla porta di casa e bambini che giocano scalzi. Decine di bar mi sfilano di fianco e nessuna donna seduta ai loro tavoli. E poi frutta stesa su teli per terra

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