Partenza il 7/4/2018 · Ritorno il 17/4/2018
Viaggiatori: 2 · Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Marocco: quattro stagioni in un giorno

di Libra - pubblicato il

Probabilmente tutta la sabbia incastrata nelle scarpe non andrà mai del tutto via. Continuiamo a sbatterle e pulirle ma ne rimane sempre lo strascico, eppure forse ci piace che sia lì. Ci ricorda il deserto. Ci ricorda il nostro viaggio in Marocco. È stata un’esperienza inaspettata. No di quei tour che acquisti spinto dal prezzo e dal desiderio altrui, che ti fanno credere di essere solo la parentesi di stacco dopo un periodo colmo di preparativi e impegni. Ma non è andata così. Il Marocco non è stato una parentesi, è stato prologo e contenuto ed epilogo di un qualcosa di assolutamente da ricordare.

Il Marocco è un ponte tra Europa e Africa nel quale le culture si mischiano, si fondono e non riesci a stabilire dove finisce l’una e dove comincia l’altra. E’ un luogo ancorato alle tradizioni ma con un occhio perenne verso il cambiamento. Nuovo e vecchio si intrecciano in un rapporto altalenante: abbracci e pugni e baci e schiaffi. Le abitudini secolari convivono con gli smartphone di ultima generazione, le bancarelle dividono lo spazio con i fast food più noti. E’ stato un viaggio che ci ha lasciato tanto, rivoltandoci come calzini per farci capire che non è mai come te lo aspetti, che può essere tanto o poco, fuoco o ghiaccio e donarti tutto o niente. Non è detto che ogni esperienza riesca a toccare le tue corde. Il Marocco ci ha lasciato tutto, ci ha mostrato lati che abbiamo accolto e altri che non abbiamo potuto fare a meno di respingere. Inutile negarlo: ci sono alcuni luoghi che portano sulle spalle il fardello di innumerevoli stereotipi e preconcetti e, volente o nolente, a volte ci entrano in testa senza bussare, senza permetterci di ragionarci un po’ su, senza darci la possibilità di volerci realmente ragionare un po’ su. Poi arrivi lì e ti si apre un mondo. Un mondo fatto di accoglienza e sorrisi, di persone che si sono fermate ogni qualvolta abbiamo dato l’impressione di non riuscire a trovare la strada. Un universo di parole masticate a caso. Di “Ciao”, “Bella Italia” e “Come stai” pronunciati tra i denti non necessariamente da chi mira a venderti qualcosa, ma da chi vede in te un ospite. Perché in Marocco l’ospitalità è sacra, intoccabile. E “Benvenuti” è senza dubbio il termine che è più spesso arrivato alle nostre orecchie in quei dodici giorni. Poi c’è anche l’altro lato, quello fatto di bimbi minuscoli costretti a chiedere l’elemosina, di trappole per turisti (sapeste quante ne abbiamo scansate e prese in pieno) e di doppi fini. Di scontrini con il prezzo elevato, di finta gentilezza o effimero interesse. La medaglia ha sempre due volti, sta al turista scegliere a quale dare più peso. Abbiamo scelto di partire ad aprile, periodo che in Marocco è considerato alta stagione. Nonostante ciò, spulciando in qua e là tra siti internet e agenzie di viaggi, siamo riusciti a trovare un buon tour di quasi 2 settimane, che comprendesse tutto ciò che volevamo vedere del Marocco. Sia la parte culturale, per cui il giro delle classiche città imperiali, sia la parte naturalistica, scendendo verso sud, e spingendosi quindi verso sud-est e il deserto. Non siamo riusciti purtroppo a fare l’estensione mare, mi sarebbe piaciuto andare ad Essaouira, dicono sia un gioiellino, ma abbiamo preferito optare per la deviazione deserto. Abbiamo scovato un tour quindi quasi completo, ad un prezzo ottimo (parlando con altre persone che hanno fatto parte del nostro gruppo per alcune tappe, abbiamo sentito che i loro prezzi erano molto ma molto più alti dei nostri!).

Partiamo di sabato 7 aprile, l’aeroporto Marconi di Bologna (sarà che è fine settimana) è stracolmo! Mi tiro dietro il mio bel valigione (l’ho caricato per bene, ma son stato bravo stavolta). Valigia che è bella carica, mi son portato un po’ di tutto a livello di vestiario, e ho fatto bene, dato che le brutte previsioni viste i giorni prima si rileveranno poi veritiere. Purtroppo, anche troppo…! Dopo un po’ scopriamo che il nostro volo è in ritardo di un’ora e mezza, ci dicono che c’è una perturbazione verso la Spagna e il Portogallo, per cui tutti i voli diretti da e per la zona, o che transitano da lì (come per il Marocco) subiranno dei forti ritardi. Vabbè, ci armiamo di pazienza e attendiamo. Vedo arrivare il nostro volo da Casablanca della Royal Air Maroc. Atterra in pista, vengono svolte le solite operazioni di uscita passeggeri, controlli e pulizia cabina, e poi via, pronto a ripartire con noi dentro. Il volo è praticamente pieno, italiani pochissimi, quasi tutti marocchini o comunque africani che dovranno fare scalo a Casablanca. Il volo sarà tranquillo, un po’ chiassoso (ci son tanti bambini)… Arriviamo a Casablanca che è ormai sera. È buio. Perderemo tantissimo tempo per il controllo passaporti e per i controlli vari di dogana e polizia. Davvero tantissimo controllo devo dire... L’aeroporto di Casablanca mi sembra grande, ma un po’ senza personalità, se così si può dire, un po’ “anonimo”.. Altra attesa per vedere arrivare la mia valigia sul nastro, sarà una delle ultime che usciranno. Mi stavo già preoccupando… L‘aeroporto internazionale di Casablanca Mohammed V (CMN), intitolato al sultano Matar Muhammad al-Khamis ad-Dowaly, è situato a Nouasseur, a 30 chilometri a sudest di Casablanca ed è l’aeroporto più trafficato in Marocco con oltre 7 milioni di passeggeri in transito ogni anno. Per arrivare al centro potete prendere un treno dall’aeroporto alla stazione di Casa Voyageurs, alla periferia della città, e poi proseguire a piedi o in taxi verso il centro città. I treni partono ogni ora. Dall’aeroporto partono regolarmente autobus pubblici per il centro. Potete noleggiare un’auto in uno degli sportelli delle agenzie dell’aeroporto di Casablanca e raggiungere la città imboccando l’autostrada Casa-Berchid via Bouskoura. Numerosi taxi si trovano all’esterno della zona arrivi. C’è l’imbarazzo della scelta. Avendo noi il servizio anche di transfer essendo un pacchetto organizzato, ci siamo preoccupati poco. Con la valigia in mano siamo pronti ad uscire e incontrare il personale di benvenuto. Peccato che usciamo e non vediamo nessuno… Dobbiamo un po’ girare tra la folla per scovare il cartellino con i nostri nomi. Purtroppo la persona che ci accoglie mi sembra un tantino inadeguata a fare il servizio di benvenuto, non parla per niente l’italiano, mi chiede di tradurre i documenti, poi ci dice di aspettare, poi ci dice di andare, insomma, fa un gran bel casino! Dopo 25 minuti di tira e molla, mi inizio anche ad innervosire. Cerco di stare tranquillo, sono in vacanza cavolo! Tra l’altro io son a maniche corte e con solo un giacchettino non molto pesante, e cavolo, fa davvero freddo fuori! Non credevo… Finalmente ci sbattono su un’auto, senza attendere nessun altro, e ci accompagnano nell’hotel designato in pieno centro città. Diciamo che inizio un po’ la vacanza con il muso, mi aspettavo forse un’organizzazione un po’ migliore, come benvenuto almeno… La strada che dall’aeroporto porta al centro è ben tenuta, ordinata, ci son le palme, ma mi pare di stare davvero tipo in Europa, tanti edifici moderni, centri commerciali, magazzini, industrie. Quasi non ho l’impressione di stare in Marocco, o almeno mi ero fatto un’idea totalmente sbagliata! Quando arriviamo vicini al centro inizia ad aumentare il traffico. Il nostro hotel è situato in pieno centro, vicino la medina, il porto e la stazione Casa Port, a due passi da una delle piazze principali della città, la Piazza delle Nazioni Unite, una delle piazze di snodo del centro. L’albergo è il Novotel City Centre, da fuori appare davvero bello, ben illuminato. Anche quando entriamo mi fa un bell’effetto. La camera nonostante è bella grande ha un po’ qualche pecca però. Ma devo dire che avendo letto delle recensioni pessime prima della partenza sui vari hotel in Marocco, mi aspettavo molto peggio. Va benissimo così. E’ molto tardi, non ci va di scendere al ristorante per cui chiediamo se ci possono portare la cena direttamente in stanza. C’è un po’ di confusione tra il personale di reception e gli addetti ristorazione e consegna, quindi la cena ci arriverà dopo circa un’ora, dopo qualche nostra lamentela. Cena che in fin dei conti, vedendo il piatto, potevamo anche evitare. Va bene così. Uno sguardo dalla finestra con vista sulla città e sulla grande Moschea Hassan II, ben illuminata e che funge anche da faro. E poi via, a letto… Domani inizia ufficialmente il tour.

Ci alziamo l’indomani di buon’ora, molto di buon’ora, dato che ci puntano la sveglia alle 4 30 del mattino; non capiremo mai il motivo, ma è una cosa che succederà praticamente quasi in ogni albergo. Impareremo infatti a staccare il telefono. Purtroppo le previsioni ci hanno preso, il tempo è minaccioso, ci son dei gran nuvoloni e piove. C’è anche tantissimo vento. Un po’ annoiato già dalle previsioni, anche se preannunciate, ci dirigiamo verso la colazione. Non rimarrò molto entusiasta di questa prima colazione… Dopo attenderemo un’ora all’ingresso la nostra guida per l’inizio del tour. Siamo lì in attesa inutilmente per un’ora, anche stavolta un po’ di mal organizzazione. Alla fine ci trova il nostro autista che ci accompagnerà per tutto il tour. Scopriamo così che in realtà non avremo una guida ufficiale che ci accompagna dall’inizio alla fine del tour (cosa che avrei preferito credo), ma essendo in pochissimi avremo delle singole guide ad ogni posto che visitiamo, e come servizio trasporto non un bus, ma un van 7 posti. In effetti per la prima parte vacanza saremo solo in 4, per la seconda in 6 persone. Si presenta poi la nostra guida che ci accompagnerà per questa visita mattiniera di Casablanca, un signore maturo, molto poco simpatico a mio parere. La prima cosa che spiega non è qualcosa sul Marocco o su Casablanca, ma bensì che le mance in Marocco sono aspettate e molto ben volute. Discorso che me lo rende antipatico fin dal primo momento. Iniziamo bene. Ovviamente in mezza mattinata non si può andare alla scoperta di una città molto grande come Casablanca, ma un’idea ce la si può fare. Non ci si innamora a prima vista di Casablanca, una città caotica e apparentemente priva di un centro unico. Casablanca, va detto, non ha un centro particolarmente attraente. La bellezza della città più importante del Marocco, resa immortale da un film, neppure poi girato in loco, è da ricercare nella sua dimensione cosmopolita e nelle architetture coloniali, da scoprire a piedi, in mezza giornata, insieme alla vecchia medina. Gli ulteriori punti di interesse sono il quartiere Habous o Anfa e la moschea di Hassan II, a cui dedicare del tempo. E’ la città più popolosa del Marocco e in continua crescita. E’ al primo posto in campo economico, commerciale, finanziario nel Paese. La chiave di svolta fu la scelta francese, nel 1912, di farne il maggior porto e il cuore del cosiddetto “Maroc Utile”, la regione più ricca del Paese, incentivando e governando lo sviluppo, in un riuscito mix tra architetture coloniali e pianificazione urbanistica d’ispirazione europea. Da allora c’è stato un costante sviluppo, anche demografico, senza controllo, e un’incontrollata migrazione interna. Non stupisce che Casablanca concentri un po’ i contrasti del Marocco. A iniziare da quelli urbanistici, che spaziano dall’architettura tradizionale della medina alla Ville Nouvelle pianificata con edifici che mescolano art deco, linee moresche e influssi coloniali francesi, dalle architetture ultramoderne di Anfa e Marif alle bidonville della periferia. I contrasti sono anche culturali e sociali, tra i centri commerciali e le botteghe dei suq, tra i nuovi borghesi e i vecchi abitanti della medina e i contadini inurbati alle prese con la nuova povertà, tra le ragazze in gonna e bikini ai bordi delle piscine della zona Corniche e le coetanee con il capo coperto. Una città forse in continuo divenire. Visitiamo per prima cosa il Mercato Centrale. Posizionato nel cuore della città, costruita su iniziativa del Marechal Lyautey con uno stile architettonico liberty. Non mi stupirà, non lo trovo così interessante, ma ok. Il mercato centrale è stato sempre quello dei coloni francesi ed europei, anche se i commercianti sono marocchini, musulmani ed ebrei. Vi si possono trovare prodotti di alimentazione biologica e frasca di ottima qualità con prezzo poco superiori alla media negli altri mercati della città. Si va al mercato, si sceglie il pesce, si compra e lo si porta nei ristoranti attorno al mercato dove te lo cucinano "live". Esperienza da fare!

Alle spalle del porto sorge la medina, la città vecchia, piccola e bisognosa di restauri. Fuori dalle mura cinquecentesche, che ancora la cingono in parte, si diramano i boulevard. Non bisogna aspettarsi la medina di Fes o Marrakech. La medina di Casablanca è piccola e meno interessante di quella di altre città. Da vedere sul limite nord, l’ottocentesco santuario di Sidi el Kairouani, dedicato al santo originario di Kairouan e primo patrono della città, dove si affaccia su una piccola piazza con fortificazioni del XVIII secolo. Poco lontano, la sqala è il resto delle fortificazioni settecentesche, con vista panoramica e il famoso Rick’s Cafè, ispirato al film Casablanca. Tra l’antica medina e i quartieri moderni c’è il fulcro cittadino, la Piazza delle Nazioni Unite, un centro molto animato da cui partono a raggiera le principali arterie urbane. A est si dirama il boulevard Mohammed V, dove si concentrano i negozi, gli alberghi, i ristoranti e caffè più animati della città. L’Avenue de l’Armee Royale, o Avenue Des FAR, fiancheggiata da palazzi moderni, attraversa il quartiere delle grandi banche, delle agenzie turistiche e delle compagnie aeree. Al centro della piazza c’è un’ariosa cupola che segnala il sottopassaggio che l’attraversa. Poco lontano sorge la torre dell’orologio, costruita nel 1910, poi demolita e poi ricostruita nel 1940. Qui, di fronte la medina, si affacciano due hotel con una struttura davvero affascinante, l’Hotel Excelsior e il moderno Hyatt Regency. L’adiacente Boulevard Mohammed V era la grande via commerciale della città, collega la Piazza delle Nazioni Unite con la stazione Casa Voyageurs. Un tempo era anche il viale più elegante della città, ora che il centro elegante si è spostato più a sud della città, rimangono gli edifici costruiti negli anni trenta, riuscito mix di arte orientale e art deco.

A sud della Piazza delle Nazioni Unite c’è poco dopo la Piazza Mohammed V, progettata intorno al 1920, una piazza scenografica, con le palme e una bella fontana, circondata dai palazzi pubblici e di stile neomoresco, simboli del protettorato. C’è il Palazzo delle Poste, che richiama fortemente l’architettura tradizionale, il Palazzo di Giustizia, il Circolo Ufficiali, la Prefettura. Sul lato opposto della piazza il palazzo della Banca del Marocco. Adiacente alla piazza sorge anche il Museo Abderrahman Slaoui (12, rue du Parc, da martedì a sabato dalle 10 alle 18), con una collezione ospitata in una ex residenza in due piani, con una collezione eclettica che comprende vecchi manifesti di viaggio, gioielli e oggetti raccolti in tutto il mondo. Non lontano, sulla Rue d’Algere, si apre lo spazio che accoglie la Cattedrale del Sacro Cuore, con le due torri gemelle e uno stile che unisce il gotico all’art deco. Costruita nel 1930, fu sconsacrata dopo l’indipendenza e trasformata in uno spazio per mostre ed eventi. L’interno spoglio è illuminato dalle vetrate colorate che donano un’atmosfera rarefatta. Sorge ai margini del Parco della Lega Araba. A sud del Parco della Lega Araba c’è la Villa Des Arts, una bianca villa art deco degli anni ’30, perfettamente restaurata, ospita il rimo museo marocchino di arte contemporanea. Da qui, andando in direzione ovest, inziia il quartiere Maarif. Un tempo era il quartiere spagnolo di Casablanca, ma negli ultimi anni è diventato il cuore della Casablanca contemporanea, con negozi di lusso, ristoranti, pasticcerie. Il simbolo del quartiere sono i due grattacieli del Twin Center, gli edifici più alti del Marocco e del Maghreb, con 28 piani e un’altezza di 115 metri. Andiamo in visita poi alla periferia sudorientale della città, dove i francesi costruirono una nuova medina che ricalcasse la pianta e la forma delle altre medine del Marocco, reinterpretando in chiave europea l’architettura classica marocchina, per ospitare i primi immigrati della campagna. Questo è il quartiere Habous, che nel tempo ha acquistato un certo fascino. La medina nuova fu quindi costruita a partire dal 1923 ai margini della città europea, allora in pieno sviluppo, aveva l’intenzione di risolvere in qualche modo il problema dei degradati quartieri di periferia. Per questo si è ricreato l’ambiente di un vecchio nucleo arabo, con la sua tipica architettura, le strade ad angolo, i suq, le botteghe artigiane. Il risultato non è affatto sgradevole, con le botteghe che si aprono sui cortili porticati a cui si accede da piccoli passaggi. Ai margini nord del quartiere sorge il Palazzo Reale (chiuso al pubblico). Consiglio però di vistare qui in zona il palazzo Mahakma del Pascià, bellissimo! Costruita nel 1952, l’ex residenza ufficiale del pascià di Casablanca è la sede della corte giuridica islamica. Per questo motivo, essendo in uso, non sempre è aperto alle visite. Spettacolari i cortili interni con una ricca decorazione in gesso scolpito ispirata all’arte maghrebina tradizionale. I soffitti, in legno di cedro intagliato, si armonizzano con i mosaici zellij, con gli stucchi policromi e le colonne di marmo. Ad ovest del centro ci sono i quartieri forse più eleganti della città: Maarif, che abbiamo citato prima, e il quartiere Anfa. Visitiamo forse l’edificio simbolo della città e orgoglio nazionale, la Moschea Hassan II. La moschea di Hassan II, la terza più grande del mondo islamico, un edificio che può ospitare fino a 25.000 persone all’interno e 80.000 all’esterno. Quando arrivi e la vedi di fronte a te rapisce all’istante il tuo sguardo. Affacciata sull’Oceano Atlantico, è come un faro che si erge tra le onde. La sua visione abbaglia, non solo per la sua imponenza. Emana già dall’esterno una grande aura di pace con i suoi colori simbolici, il bianco e il verde. Siamo rimaste a lungo ad ammirare la sua splendida architettura arabo-musulmana, l’eleganza dell’altissimo minareto (il più alto del mondo per adesso, ma che sarà, pare, superato dal minareto della nuova moschea in costruzione ad Algeri), la raffinatezza delle porte decorate. Se l’esterno è affascinante l’interno è davvero stupefacente, frutto del lavoro di 10.000 artigiani tra ebanisti, marmisti e ceramisti che in sei anni hanno realizzato il capolavoro progettato dall’architetto francese Michel Pinseau. Nelle sale della preghiera si possono ammirare le lavorazioni di mosciarabi dalla finezza straordinaria, una profusione di zellij (tasselli di ceramica colorati tipici del Marocco) lungo le pareti laterali e tutto lo splendore dell’artigianato marocchino (anche se c’è lo zampino italiano con i lampadari in vetro di Murano e i marmi di Carrara). La cosa stupefacente di questa moschea è il connubio incredibilmente equilibrato tra elementi antichi ed equipaggiamenti moderni come l’ascensore (ben nascosto tra le pareti in legno) che conduce in cima, il tetto apribile e il pavimento riscaldato. Scendendo al piano di sotto ammiriamo la sala delle abluzioni interamente decorata, dove spiccano, come in un campo fiorito, 41 fontane dove i musulmani si purificano prima di dedicarsi alla preghiera. Saranno le scritte incise sulle colonne che invocano il potere divino, le luci soffuse, l’immenso silenzio che circonda la sala, ma tra queste pareti si respira davvero un’atmosfera spirituale. E’ una delle poche moschee aperte al pubblico, a pagamento. Il prezzo è di 12 euro. A mio parere un po’ caro. Qui infatti è nata poi una lunga discussione con la guida, sulla questione dei divieti di entrata per i turisti nelle mosche, e al fatto che qui, invece pagando (e pagando anche bei soldini) si potesse entrare… Un po’ di polemiche! Ci allontaniamo dalla moschea, ancora zuppi d’acqua! Una forte acquazzone ci ha sorpreso proprio mentre eravamo nello spazio fuori la moschea, e ci siamo davvero tutti bagnati! Il tempo è stato brutto tutta la mattina, ma una pioggia così non ce l’aspettavamo… Ci dirigiamo poi in auto verso Anfa, un quartiere di ville lussuose e larghi viali. Al centro del quartiere vi sono l’Ippodromo e un campo da golf a 9 buche. Lungo il mare, la Corniche è la zona forse più glamour della città, con locali, ristoranti e terrazze con piscina. Di giorno è animata dai frequentatori dei lidi o da chi si tiene in forma facendo jogging. Di notte diventa la zona della movida e posto alla moda. Oltre la Corniche inizia la lunga spiaggia di Ayn Diab, 5 km di arenile amato da chi pratica surf per le belle onde. A poca distanza dalla battigia sorge un isolotto raggiungibile a piedi con la bassa marea, con il santuario di Sidi Abderrahmane, santo molto venerato in Marocco, a cui le credenze popolari attribuiscono poteri miracolosi. Al limite occidentale della spiaggia sorge il Morocco Mall, il più grande centro commerciale di tutta l’Africa, con 200 negozi di marchi di lusso, ristoranti, un cinema IMAX, un parco divertimenti e un Aquadream, un enorme acquario che ospita più di 40 specie diverse di pesci. Pranzeremo qui, vicino al mare, ma al chiuso. In un ristorante ospitato praticamente dentro un bellissimo albergo vicino al mare. Mangeremo una buona frittura di pesce. Peccato la porzione era un po’ striminzita e il personale di sala sembrava un po’ stufo nel servirci… Dopo abbiamo riposato quasi un’oretta sulla spiaggia. Spiaggia piena di gente, soprattutto ragazzi, chi giocava al pallone, chi addirittura si tuffava in acqua… Finalmente il brutto tempo è passato, splende il sole e c’è un cielo azzurrissimo!

Salutiamo Casablanca e puntiamo verso nord, verso la capitale, Rabat. Prendiamo l’autostrada A1, che circa in un’oretta e dieci ci porta, dopo 90 km, in città. Capitale politica e centro amministrativo del Marocco dall’epoca del protettorato francese, Rabat è la seconda più popolosa città del Paese (insieme alla dirimpettaia Sala fa circa 1 milione e mezzo di abitanti). Elegante e moderna, ma con una parte storica perfettamente conservata, sorge sulla costa atlantica lungo la foce dello uadi Bou Regreg e forma un unico agglomerato urbano con Sala, sull’altra riva, cui è collegata da un ponte. Inserita dall’Unesco nel patrimonio dell’Umanità, ha un centro storico compatto, ancora cinto dalle mura fatte erigere dal grande sovrano almohade Yacoub el Mansour (1184-1199), d cui Rabat fu ambiziosa capitale. La parte moderna con eleganti boulevard, sedi politiche e amministrative, edifici di rappresentanza, nuovi quartieri, ampi spazi verdi riflette il ruolo svolto dalla città a partire dal 1912 e confermato dopo l’Indipendenza nazionale. Continuamente ampliata e abbellita, Rabat ha l’aspetto arioso della città-capitale, con i larghi spazi e la monumentalità, specialmente intorno al Palazzo Reale e all’Università Mohammed V, la maggiore del Marocco. Non è mai stato ufficializzato l’anno della sua nascita ma si può associare alla costruzione del primo insediamento, la Kasbah des Oudaia, edificata nel 1150 dal califfo ‘Abd al-Mù’min. L’origine del nome, Ribāt al-Fath (ribāt della Vittoria), si compone dalla parola “ribat”, che identifica un monastero-fortezza in cui si radunavano i soldati in partenza per la Spagna musulmana, all’epoca sotto minaccia cristiana, mentre il complemento “della Vittoria” (al-fath) era semplicemente benaugurante. La città divenne due volte capitale, prima nel 1912 sotto insediamento francese, dove venne dichiarata capitale del protettorato del Marocco e successivamente nel 1956, a seguito dell’indipendenza del paese di cui ne diventerà la capitale ufficiale. Rabat Ville, la capitale ordinata che i francesi decisero di risparmiare a uno scempio edilizio costruendo eleganti palazzi bianchi, in stile 1912. I grandi viali di palme, i giardini, gli slarghi e le piazze alberate sono la Città Nuova. Le bettole dove dormire a poco sono invece dentro la Medina, il solito intrico di viuzze, questa volta più ampie e regolari, dove osservare mille e più sfumature di umano, dal venditore di torrone allo spazzino. I mezzi muri sono a volte rossi a volte blu, le casette storte e vecchie hanno qualcosa di incredibilmente mediterraneo: che sia un’eco portoghese, andaluso, siciliano o greco? Iniziamo la nostra visita dalla Ville Nouvelle, sotto un cielo limpido e blu. La Ville Nouvelle è ancora in parte chiusa dalle mura Almohadi che collegano la kasba al Palazzo Reale. Il cuore è la bella Avenue Mohammed V, centro amministrativo, commerciale e mondano, mentre ad est sorge la parte monumentale legata all’attuale dinastia. Sulla Avenue Mohammed V, tutta alberata, vi sono imponenti edifici, come quello delle Poste e della Banca Nazionale del Marocco. Verso sud est c’è anche il piazzale della stazione. Poco lontano il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni e di fonte dovrebbe aprire il Museo di Arte Contemporanea. Si vede dominare il grande minareto della Moschea es Sounna, la Grande Moschea, innalzata nel XVIII secolo. Qui vicino si apre la porta Bab Er Rouah, la Porta dei Venti, una delle cinque porte della cinta almohade. Aperta tra due massicci bastioni, è ornata da intrecci, festoni, arabeschi fioriti e grandi conchiglie. Un’iscrizione in caratteri cufici riproduce un versetto del Corano. In fondo a un immenso mechouar recintato, il Palazzo Reale sorge sul logo della residenza eretta alla fine del XVIII secolo dal sultano Sidi Mohammed ben Abdallah, rifatta nel 1864. L’attuale complesso include costruzioni moderne, una grande moschea e diversi edifici governativi. Quando il sovrano risiede a Rabat, si può assistere (il venerdì alle 12 30) alla sfilata del corteo reale diretto alla vicina moschea el Faeh per la preghiera solenne. Davanti al portale si può assistere al cambio della guardia (ogni 2 ore a partire dalle 9). La zona è davvero bella, curatissima, silenziosa, verdissima. Rimango molto colpito! Dopo la visita al Palazzo Reale (non all’interno) ci dirigiamo in auto verso Chellah, prendendo dalla Grande Moschea la strada che va verso sud, l’Avenue Yacoub el Mnsour. Davanti a noi si apre la Bab Zaer, la porta meridionale delle mura almohadi. L’ingresso è protetto da due torri quadrangolari, mentre l’interno mostra una sequenza zigzagante di locali con volte a botte. Chiusa da possenti e bellissime mura, la necropoli di Chellah occupa il sito della romana Sala in un luogo solitario e pieno di fascino, su una bassa collina coperta di vegetazione selvatica, dove le cicogne costruiscono i loro nidi (non ho mai visto tante cicogne come in Marocco!). La porta d’accesso riccamente decorata e aperta ad arco lanceolato è serrata da due torri merlate; nell’interno sono gli antichi post i guardia e le rovine di una foresteria; una scala sale alle terrazze. L’iscrizione in caratteri cufici che sovrasta la porta informa che la sua costruzione fu intrapresa, assieme a quella del bastione, al tempo del sultano Abou Said (1310-1331) e portata al termine sotto il regno di Abou el Hassan nel 1339; ma già nel secolo precedente l’area era stata adibita a cimitero dei sovrani merinidi e il sultano Abou Youssef Yacoub vi aveva fatto erigere una piccola moschea. Il complesso fu danneggiato dal sisma del 1755, il grande terremoto di Lisbona che portò ingenti danni anche al Marocco (raggiunse un'intensità stimata tra gli 8,5 e i 8,7 della scala Richter). Un sentiero gradinato scende nel vallone dove sorgono alcune piccole tombe di marabout. Presso una sorgente, trasformata in fontana per abluzioni in epoca merinide, si trova la necropoli reale, cinta da mura. Un luogo confuso, pieno di tombe, ma di una bellezza struggente. Dietro la moschea di Abou Youssef Yacoub (XIII sec.), con minareto in rovina, si vede la tomba di Abou el Hassan, il “Sultano Nero” vissuto nel XIV secolo, con una bella tettoia a stalattiti. Poco lontano si vede la pietra tombale di Chams ed Douha, “sole del mattino”, europea convertita e sua sposa. La vicina zaouia, assai rovinata, è ornata nel cortile da una lunga vasca circondata in origine da un portico con colonnine e capitelli in marmo. A sud sorgeva un piccolo oratorio in cui la tradizione dice abbia pregato Maometto. Il minareto ha in parte conservato l’originale decorazione di maioliche policrome. Sulla terrazza ai piedi del complesso si estende un grazioso giardino alimentato dalle acque della sorgente Ayn Mdafa, popolata da anguille cui la devozione popolare attribuisce poteri taumaturgici. Dall’ingresso, un sentiero tra ulivi, fichi e aranci porta alle rovine dell’antica Sala, fondata dai fenici ma sviluppatasi solo con l’arrivo dei romani nel 40 d.C. Sono state individuate tracce dell’insediamento romano cui si sono sovrapposte architetture islamiche, in particolare di epoca merinide. Dopo i resti di una fontana monumentale, o ninfeo, per una rampa si raggiunge il foro, presso il quale si vedono le rovine della Curia, risalente con ogni probabilità all’età di Traiano (98-117), mentre a sinistra si riconoscono le fondamenta di un arco di trionfo. Nove profondi ambienti a volta sono quanto rimane della terrazza su cui sorgeva il Campidoglio, del quale restano poche tracce. Presso al cella del tempio si trovava un piccolo santuario di epoca successiva, riconoscibile dai tre gradini di marmo rosso e dai frammenti delle colonne del peristilio che lo cingevano su tre lati. In corrispondenza dell’abside del Campidoglio è stato individuato il decumanus maximus, che prosegue oltre le mura verso l’antico porto. L’ingresso costa 10 dirham, cioè 1 euro. Vale decisamente la pena, davvero un bellissimo posto. Resti di una tipica città romana fusa con una necropoli con architettura marocchina, condita da giardini stupendi, gatti e cicogne ovunque...davvero speciale!

Lasciamo Chellah e ci dirigiamo verso una delle zone più belle di Rabat, la Kasba degli Oudaia. Costruita su un ribat del X secolo e di una cittadella almoravide di cui non restano tracce, la kasba deve il nome alla tribù araba degli oudaia, giunta in Africa del Nord all’inizio del XIII secolo. Con le basse case a un piano, non ha ancora perso la sua anima popolare, con le famiglie che la abitano da sempre, nonostante siano aumentati gli stranieri e i facoltosi marocchini che hanno ristrutturato molte case. La circondano le mura rosso ocra di epoca almohade (XII secolo), parzialmente rinforzate nel corso del XVII e XVIII secolo. Spesse 2,5 m e alte da 8 a 10 m, sono munite di cammino di ronda. Il fronte meridionale, addossato a un bastione ettagonale ancora munito di vecchi cannoni, fu eretto da Moulay er Rachid nel 1666 per potenziare le difese della cittadella. L’ingresso avviene attraverso Bab el Oudaia, la porta degli Oudaia, uno dei più notevoli esempi dell’arte almohade. Con funzioni più decorative che difensive, fungeva presumibilmente anche da sala di accoglienza e tribunale. Ha dimensioni imponenti ma proporzioni armoniose, ed è ingentilita da una sobria decorazione ripetuta all’interno. Le pietre angolari, ravvivate da motivi floreali, incorniciano un’iscrizione in caratteri cufici. Gli archi festonati rivelano motivi serpentiformi, raro esempio di rappresentazione zoomorfa nell’arte decorativa marocchina. Al di là della porta inizia rue Jemaa, la strada principale che attraversa la kasba, un misto di semplici negozi di quartiere, gallerie d’arte e boutique di souvenir. Circa a metà del cammino, sulla sinistra, Jaime el Atiq è la moschea più antica di Rabat, fondata da Ab del Moumen intorno al 1150, più volte rimaneggiata e ricostruita durante il regno di Sidi Mohammed ben Abdellah (1757-97). Il minareto, ornato da arcatelle cieche è forse opera di uno dei primi sovrani alaouiti. Sulla destra, la gradinata rue Laalami scende a una terrazza posta sul tetto della torre dei Pirati a picco sul mare. Aggiunta alla cinta almohade nel XVII secolo, offre un’ampia vista sull’estuario dello uadi Bou Regreg, su Sala e la kasba. Ai piedi del bastione si vede la Mdoura, ottocentesco edificio a pianta circolare.

Proseguendo per rue Jami, superata una porta, si raggiunge la panoramica Plateforme du Semaphore dell’antico posto di vedetta, a picco sull’Atlantico; ai suoi piedi, a difesa dell’estuario, una torre circolare settecentesca e la sqala, fortino adattato. Forse una delle vie più affascinanti della kasba è rue Bazou, che scende sinuosa tra i palazzi ristrutturati. Qui si scorge tra le case un’alta parete a cremagliera di epoca almohade. Sulla cinta almohade, che cinge la piccola insenatura verso il mare, una porta dà accesso ai Giardini Andalusi, costruiti dai francesi fra il 1915 e il 1918, con viali perpendicolari, aiuole terrazzate, lussureggiante vegetazione e la tradizionale noria per sollevare l’acqua dal pozzo. Il palazzo affacciato sui giardini ospita il Museo degli Oudaia, dedicato alla gioielleria. All’esterno di Bab el Oudaia, verso nord ovest, si estende il grande cimitero di el Alou, una distesa di tombe bianche che dalla collina digradano verso l’oceano. La medina è chiusa tutta da mura, le mura al lato nord e ovest sono le mura degli Almohadi, lunghe oltre 5 chilometri, color rosso ocra. Costruite intorno al 1197, sono scandite da 5 porte che accedono ai diversi quartieri. Le mura a sud della medina sono invece le mura degli Andalusi. A erigerle furono gli andalusi o moriscos, musulmani cacciati dalla Spagna da Filippo III tra il 1609 e il 1610. Bab el Had, la porta del mercato, di epoca almohade ma rimaneggiata nel 1814, si apre fra i due possenti torrioni pentagonali su cui fino al XIX secolo erano esposte le teste dei ribelli giustiziati. Al limite orientale c’è il seicentesco borj Sidi Makhlouf, un bastione che deve il suo nome al piccolo santo di origine ebraica, convertito all’islam, cui la leggenda attribuisce miracoli come quello d’aver aperto le acque dello uadi Bou Regreg per far passare un discepolo. Accanto, ai margini dell’antico mellah (quartiere ebraico), sorge il mausoleo di Sidi Makhlouf. Facciamo un giro davvero rapido per la medina, forse di giorno molto più tranquilla di altre viste in diverse città del Marocco. E’ piccola e raccolta, in alcuni tratti con delle coperture moderne. E’ abbastanza facile da girare. La zona commerciale con i suq dei tappeti, dei gioiellieri, di articoli in pelle, saponi, lampade, scarpe e spezie, cellulari e dvd, si concentra in due vie perpendicolari: Rue des Consuls, che corre parallela al fiume, e rue Souika, che corre parallela alle mura andaluse. Passando dalla kasba alla medina si attraversa Place Souk el Ghezel, la piazza del mercato della lana, in cui nei secoli XVI e XVII si teneva il mercato degli schiavi. La rue des Consuls deve il nome ai rappresentanti delle potenze occidentali che vi risiedettero fino al 1912. Coperta da un elegante struttura in ferro, è la via dei negozi più chic della medina. Rue Souika forse è più commerciale, tanti negozi di abbigliamento e souvenirs ma di quelli “made in china”. Ci dirigiamo infine verso la Moschea e la Torre di Hassan, lungo questa passeggiata lungo il fiume che divide Rabat e Sala. Arriviamo, il luogo lo trovo incantevole. Peccato per le miriadi di persone che lo affollano..! La Torre di Hassan svetta contro il cielo azzurro di Rabat circondata dai resti di ben 200 colonne bianchissime. Secondo il progetto di costruzione iniziale, nel luogo in cui ora svetta la Torre di Hassan avrebbe dovuto sorgere la moschea più grande del mondo, affiancata dal minareto più alto mai costruito, a celebrazione della vittoria degli Almohadi sui cristiani spagnoli nella battaglia di Alarcos. I lavori, però, avviati nel 1195, si fermarono quattro anni dopo, quando il sultano Yaqoub al-Mansour morì e nessuno dei suoi successori si incaricò di portare a termine la costruzione. Il progetto dell’immenso complesso, infatti, era stato commissionato proprio da Yaqub al-Mansur, un membro della dinastia almohade, che aveva affidato i lavori di costruzione ad un architetto di nome Jabir, il quale prese spunto dalla Giralda di Siviglia, considerata la sorella della Torre di Hassan; entrambe le torri sono state modellate sul minareto della moschea Koutoubia di Marrakech, un altro progetto dello stesso architetto. In seguito al grande terremoto di Lisbona del 1755, parte della struttura che ancora esisteva venne completamente distrutta, rendendo inutilizzabile anche la sala che fino ad allora aveva accolto i fedeli in preghiera. La splendida Torre di Hassan misura oggi 44 metri d’altezza ma, secondo il progetto originario, una volta finita di costruire avrebbe dovuto misurarne ben 86. Nonostante le sue dimensioni risultino oggi notevolmente ridotte rispetto a quello che avrebbe voluto il sultano almoradivo Yaqoub al-Mansour, però, il minareto spicca comunque in mezzo alla grande piazza bianca su cui sorge per il suo meraviglioso colore rossastro, donatogli dall’arenaria rossa con cui è stato edificato.

Tutto intorno alla Torre di Hassan spuntano i resti delle 200 colonne in costruzione (lasciate incomplete, così come le altre parti della moschea), che permettono al visitatore di intuire quella che avrebbe dovuto essere la struttura della moschea. La sala della moschea che veniva utilizzata fino al grande terremoto del 1755 (occasione nella quale le colonne portanti cedettero facendo crollare al suolo la struttura), invece, era ricoperta in legno di cedro, ma oggi di quello splendore non restano che alcune colonne parzialmente restaurate. A differenza della moschea, l’imponente Torre di Hassan è rimasta in piedi e, con la sua altezza, domina l’intera città di Rabat. Il minareto, che nelle moschee si trova solitamente posizionato sull’angolo settentrionale della parte posteriore della moschea, nel caso della moschea di Yaqoub al-Mansour avrebbe invece occupato una posizione centrale. Nonostante la sua apparente semplicità strutturale, la Torre di Hassan è probabilmente una delle strutture più complesse ed ambiziose progettate ed edificate durante la dinastia degli Almohadi e, insieme ai resti della moschea e a quelli del Mausoleo di Mohammed V, costituisce un complesso storico e culturale di grandissima importanza per la città di Rabat. All’interno, la Torre di Hassan si sviluppa su sei livelli, ognuno dei quali è occupato da un’unica stanza collegata agli altri piani attraverso delle rampe. La scelta di costruire delle rampe che permettessero di salire ai vari piani della torre, invece di optare per delle più classiche scale, fu fatta con l’idea di consentire al muezzin (che aveva il compito di recarsi sulla cima del minareto per richiamare i fedeli alla preghiera) di salirci in sella al suo cavallo. Di fronte alla Torre di Hassan c’è il mausoleo di Mohammed V, il simbolo del Marocco moderno e del suo legame con la grandezza passata. Costruito tra il 1961 e 1971, non è solo da considerare da un punto di vista artistico, come un esempio perfettamente conservato dello stile architettonico della dinastia alawita, ma ha anche un forte valore storico: si tratta, infatti, dell’ultima dimora di tre importanti membri della famiglia reale. Per gli abitanti di Rabat e, perché no, anche per i suoi visitatori, l’ingresso all’interno del Mausoleo di Mohammed V rappresenta innanzitutto un omaggio, una forma di dimostrazione del loro rispetto verso questi grandi leader, oltre che un modo per poterne ammirare la splendida struttura, ben progettata e meravigliosamente dettagliata. Ma chi era Mohammed V? Si tratta del sultano che governò il Marocco nell’arco di due mandati, con una ‘pausa’ di circa 4 anni; il primo di essi, cominciò nel 1927 e terminò nel 1953; il secondo, cominciò nel 1957 per terminare nel 1961, anno della sua morte. Il personaggio di Mohammed V, oltre ad essere un sovrano parecchio amato dal suo popolo, viene ricordato e ancora oggi celebrato per il suo instancabile impegno nella lotta per l’indipendenza del Marocco, che avvenne nel 1956, quando il Marocco si distaccò prima dalla Francia e poi, due mesi dopo, dalla Spagna. Entrambi i suoi figli, ovvero lo stesso re Hassan II e il principe Abdallah, sono stati sepolti insieme a lui all’interno del mausoleo. Il Mausoleo di Mohammed V all’esterno ha pareti bianche e il caratteristico tetto composto da luminose piastrelle verdi. L’interno del mausoleo, invece, è stato rifinito in marmo e granito bianco (nei pavimenti come nelle pareti), e da un grande blocco di granito, con una lapide su cui viene ricordata l’ultima dimora del grande re marocchino. Le porte e il soffitto sono stati scolpiti con meravigliosi disegni, oltre che con dei motivi molto tradizionali, tipici dello stile novecentesco marocchino, ma che presenta anche diversi richiami alla meravigliosa arte magrebina dei secoli precedenti. Degli spettacolari lampadari illuminano la stanza, che si completa con suggestivi tappeti rossi sulle scale e con delle bandiere indicanti i simboli della dinastia e del Marocco. Si possono quindi ammirare le tecniche artistiche tradizionali combinate con un tocco di design moderno; proprio come fu immaginato dall’architetto vietnamita che lo progettò e ne curò praticamente la realizzazione, dirigendone i lavori. Forse è un giusto omaggio ad un grande sovrano. Chiunque visiti il Mausoleo di Mohammed V non rimarrà deluso: si tratta senza dubbio un luogo del riposo eterno degno di un importantissimo re, come ha dimostrato di essere Mohammed V, il padre spirituale del giovane Stato marocchino. Arriviamo in hotel esausti, abbiamo visitato tantissimo oggi… Facciamo una lauta cena e una bella doccia rigenerante. Vorremmo fare due passi fuori, avvicinarci alla medina… Vediamo lo scorrere della vita marocchina, gente nelle botteghe costipata per vedere un po’ di tv… venditori ambulanti di sigarette, bambini che corrono con un pallone in mano… c’è vita, la vita oltre quella degli occhi da turista… Mi vengono in mente tante cose, tanti pensieri e riflessioni, tra la mia vita e la loro vita. Che il tempo in questi luoghi trascorra ancora lento e indolente, lo testimonia la dormitina che vedo concedersi dal negoziante, tranquillo che nulla della sua merce potrà essere toccato, evidente simbolo di una fiducia nel prossimo che noi ormai neanche ci sogniamo. Ma sono troppo esausto, ho bisogno di fermare un poco il cervello. Si rivà in hotel e si riposa.

L’indomani ci svegliamo nuovamente con una pioggia battente, la stessa che ci ha sorpreso il primo giorno e che poi per fortuna è sparita. Ma ora ricompare, e purtroppo sarà una fedele amica per i prossimi giorni, guastandoci non poco il soggiorno. C’è tantissimo vento. Lasciamo Rabat e prendiamo l’autostrada A2 che ci porta verso Meknes e Fes. Entriamo quindi verso l’interno del Marocco. I panorami sono bellissimi, mi sorprende il tanto verde. Colline con una ricca vegetazione, piene di pascoli… A tratti sembra di stare sulle colline toscane, incredibile. Peccato solo questo tempaccio che ci segue… C’è tutta la storia del Marocco in questa terra tra le regioni montane del Rif all’estremo nord del Paese e quelle della Catena Montuosa del Medio Atlante. A partire dai tempi più antichi, con le rovine della romana Volubilis che evoca Giuba, re di Mauritania, al Marocco del futuro, con la nuova classe dirigente che si forma tra i boschi di Ifrane, nella Al Akhawayn University voluta da Hassan II e votata alla tolleranza. In mezzo ci sono Moulay Idriss, invasa ad agosto da un mare di pellegrini che rendono omaggio all’autentico e pio fondatore dello stato marocchino, e Sefrou, ancora chiusa nella medina, più antica di quella di Fes. Una terra molto fertile, cuore agricolo del regno, con uliveti, frutteti e campi di grano che circondano le città. Percorriamo circa 160 km in quasi 2 ore e siamo alle porte di Meknes, ma non visiteremo subito la città, percorriamo i suoi confini e possiamo già ammirarne le porte, ma ci dirigiamo verso nord, a circa 30 km, a Moulay Idriss Zerhoun. Ci arriviamo con una strada statale, e la differenza con l’autostrada si vede. Dopo circa 45 minuti, tra un acquazzone e un altro, arriviamo ai piedi della cittadina. La vista della cittadina dal basso è molto suggestiva. Sembra una città costruita su un pendio, a scendere. Moulay Idriss è una pittoresca cittadina ai piedi del monte Zerhoun. La leggenda narra che la cittadina sia stata fondata da un discendente di Maometto (Idriss); per questo è per i mussulmani la seconda città santa per importanza dopo La Mecca, tanto che si dice 5 pellegrinaggi a Moulay Idriss durante il Moussem (qualcosa di simile alle nostre feste del Santo Patrono) valgono come un pellegrinaggio a La Mecca. A rendere ancora più suggestiva la visita alla città è il fatto che fino al 2005 l’accesso alla cittadina era interdetto ai non musulmani e ancor più recentemente è stato permesso loro di soggiornarvi. Purtroppo l’accesso al grande mausoleo di Idriss attorno al quale ruota la vita della città santa è tutt’ora interdetto agli “infedeli”, ma chi ha visitato altri paesi islamici sa che l’interdizione alla visita di luoghi sacri è la norma, tranne rare eccezioni; La cittadina è accogliente con i suoi muri imbiancati a calce, i suoi vicoli tortuosi che si inerpicano su per la collina, la gentilezza e la bellezza dei suoi abitanti che, abituati ai numerosi pellegrini, sono socievoli e per niente infastiditi dagli sparuti turisti occidentali che affascinati dall’armonia del luogo vagano tra le sue viuzze. Arriviamo fuori al mausoleo. Si vede poco dall’ingresso, praticamente solo il piazzale antistante l’edificio sacro, il colore verde smeraldo che caratterizza il complesso è molto bello e ci dispiace parecchio non poter entrare. A malincuore saliamo verso la parte alta del paese dove si trovano un paio di terrazze panoramiche dalle quali si può almeno ammirare dall’alto il complesso del mausoleo. Fortunatamente la frustrazione passa subito, i vicoli e le viuzze sono meravigliosi: imbiancati a calce grezza e dipinti con colori pastello, prevalentemente azzurro, verde e rosso mattone, giardini nascosti con piante in fiore, bambini che scorrazzano e gli immancabili animali vaganti. Nonostante la pioggia battente… A pochi chilometri da Moulay Idriss sorge il più importante sito archeologico del Marocco: Volubilis. Inserito nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, già abitata nel neolitico, fu sotto controllo cartaginese e poi regno berbero indipendente. Augusto la romanizzò, instaurando un regno compiacente ponendo sul trono Giuba II, figlio di Giuba I e nipote di Massinissa sovrani di Numidia, e la moglie di costui, Cleopatra Selenius. La giovanissima figlia di Cleopatra VII la Grande e di Antonio era stata educata a Roma con insegnamenti di cultura latina e greca. I due regnarono insieme avendo due capitali, Iol (Cesarea) e Volubilis, ed ebbero un figlio, Tolomeo, che regnò dopo di loro fino al 42 d.C., anno in cui fu assassinato da uomini agli ordini dell’imperatore Caligola. Il regno di Mauritania (Marocco del nord e costa dell’Algeria) fu soppresso e posto sotto il controllo romano, suddividendolo nelle province di Mauretania Tingitana (nord Marocco, da Tingis oggi Tangeri) e di Mauretania Cesariensis. La regione era connessa alla rete stradale imperiale, che fungendo da dorsale dalla Spagna, arrivava alle Colonne d’Ercole. Divenne residenza dei procuratori che governavano la regione rispondendone direttamente all’imperatore. Volubilis visse il suo apogeo nel II e III secolo d. C. grazie al commercio dell’olio (una casa su quattro era dotata di un frantoio), del grano e degli animali selvaggi (leoni, pantere, elefanti). La data di fondazione di Volubilis è incerta, anche se è ormai provata la presenza di un insediamento berbero preesistente all'occupazione romana grazie al ritrovamento, sul fronte nord-orientale della cinta muraria, di uno strato di epoca anteriore. Ai piedi del massiccio dello Zerhoun, Volubilis fu abitata in epoca neolitica ed occupata anche dai Cartaginesi. Sembra ugualmente accertato che sia stata una delle capitali di Giuba II (25 a. C.-23 o 24 d. C.), re della Mauretania, con il nome di Oulili, deformazione di Oaulili, che significa "oleandri rosa". A seguito della conquista romana (40-45 d.C.) divenne una delle principali città della provincia mauretana tingitana, residenza dei procuratori che governavano la regione rispondendone direttamente all'imperatore. Volubilis visse il suo apogeo nel II e III secolo d. C. grazie al commercio dell'olio (una casa su quattro era dotata di un frantoio), del grano e degli animali selvaggi (leoni, pantere, elefanti). Con gli Antonini e i Severi fu, infatti, munita di un giro di mura successivamente ampliato; sotto Commodo venne abbellita di monumenti; con Macrino vide la costruzione del Campidoglio e sotto Caracalla quella di un Arco di Trionfo. Il declino, iniziato sul finire del III secolo, per la pressione delle tribù berbere, non comportò l'abbandono della città che fu abitata fino al tardo VIII secolo da Berberi cristiani, forse discendenti dei Baquati. A quell'epoca, una cinta muraria divideva la città in una parte occidentale, dove viveva ancora la popolazione, e in una zona orientale adibita a necropoli e a cava. Nel 799 Moulay Idriss vi fu accolto e proclamato imam. La città, che intanto aveva mutato il nome in Oulili o Oualila, venne abbandonata solo dopo la fondazione di Fès. L'inglese J. Windus fu il primo a darne qualche descrizione nel 1721, poco tempo prima che gli edifici rimasti in piedi fossero ulteriormente danneggiati dal terremoto del 1755; solo più tardi, nel 1874, il sito venne identificato dal diplomatico e archeologo francese Charles-Joseph Tissot. I primi scavi furono eseguiti nel 1887-92; riprese le campagne nel 1915-41 sono continuate fino ai giorni nostri. Buona parte del materiale è stato trasferito al Museo archeologico di Rabat. Passato il ponte sull'uadi Fertassa si sale per un sentiero dal quale si ha una bella vista su Moulay Idriss e il massiccio dello Zerhoun; sulla sinistra, sussistono le rovine di un oleificio. In prossimità dell'oleificio ha inizio a destra una strada lastricata, lungo la quale si trova, sul lato sinistro, la casa di Orfeo, che prende il nome dal motivo del mosaico pavimentale principale, come la maggior parte delle case di Volubilis. Le mura, risalenti agli anni 168-169, sono state in gran parte riportate alla luce; avevano uno spessore di 1,60 m, una lunghezza di 2350 m e vi si aprivano otto porte. Il fronte est, ricostruito, delimita la zona archeologica. All'ingresso degli scavi è stato allestito un lapidarium; sul muro del padiglione di entrata si vedono due mosaici che raffigurano una testa di Medusa e un'allegoria del vento. In prossimità dell'oleificio ha inizio a destra una strada lastricata, lungo la quale si trova, sul lato sinistro, la casa di Orfeo, che prende il nome dal motivo del mosaico pavimentale principale, come la maggior parte delle case di Volubilis. È l'edificio più raffinato del quartiere meridionale, il quale è preesistente all'età romana e relativamente modesto rispetto a quello più aristocratico del settore nord-orientale. La casa è il risultato di successivi ampliamenti, come testimoniano la presenza di tre differenti livelli di occupazione, gli spessi muri interni, la vicinanza delle porte d'ingresso. Appartenne forse a una famiglia berbera romanizzata arricchitasi con il commercio dell'olio, che ristrutturò l'abitazione adattando le antiche ed eterogenee strutture al tipico impianto romano. Da una porta si accede agli appartamenti privati, nel vano a sinistra dell'ingresso è rimasto un mosaico raffigurante nove delfini che guizzano tra le onde; a destra si trovano le terme, con la consueta successione di stanze riscaldate su ipocausto. Una seconda porta introduce ai locali di rappresentanza: nel peristilio si noti il mosaico con pesci, crostacei e un cavalluccio marino; a sud si apre il tablinio, al centro del quale spicca il mosaico pavimentale raffigurante il mito di Orfeo. Nella parte occidentale vi è un oleificio con due frantoi a forma di doccia circolare. Accanto alla casa di Orfeo si possono vedere le fondamenta delle terme di Gallieno così chiamate per una dedica a questo imperatore trovata nell'edificio, che si stendevano su circa 1000 mq; si riconoscono la sala delle caldaie, con due focolai un tempo sormontati da caldaie in bronzo, e i differenti ambienti destinati alle varie funzioni termali. Alle spalle si apre il foro, risistemato al tempo dei Severi (inizi del III secolo), che conserva resti della pavimentazione. Alle spalle delle terme di Gallieno si apre il foro, risistemato al tempo dei Severi (inizi del III secolo), che conserva resti della pavimentazione. Gli scavi hanno portato alla luce due precedenti livelli di occupazione, il più recente dei quali risale ai primi anni della conquista romana. Si trattava di un foro porticato, al centro del quale sorgeva un edificio di notevoli dimensioni, probabilmente un tempio. Il complesso, parzialmente distrutto durante i disordini scoppiati alla fine del Il secolo, fu edificato sul luogo ove sorgevano due piccoli templi dell'età di Giuba II. La spianata era allora pavimentata con grossi ciottoli e parzialmente occupata da abitazioni protette da una cinta, che fungeva da sostegno a locali industriali. I quattro ambienti a ovest del foro appartenevano al «macellum» (piccolo mercato). Sul lato destro sorgevano il campidoglio e la basilica. Il Campidoglio, identificato grazie a una dedica dell'imperatore Macrino datata 217, fu edificato sul luogo occupato in precedenza da un foro. Il cortile lastricato era circondato da un portico le cui colonne sono state in parte rialzate; al centro si trovava un piccolo altare da cui uno scalone conduceva al tempio capitolino propriamente detto. Il tempio non è orientato a est, forse a causa della configurazione del terreno. Le vicine terme, di epoca anteriore, sono state più volte rimaneggiate. La basilica è a tre navate di cui quella centrale, più ampia, terminava alle due estremità con un'abside; l'edificio fungeva da sede di amministrazione della giustizia. Prossimo al Campidoglio, l'edificio della basilica è a tre navate di cui quella centrale, più ampia, terminava alle due estremità con un'abside; l'edificio fungeva da sede di amministrazione della giustizia. Edificio a quattro colonne fungeva anche da luogo da passeggio, Borsa del commercio oltre che luogo di giustizia. Alle spalle del foro sorge, a sinistra, la casa del Desultor. Il mosaico pavimentale raffigura un «desultor» (atleta che nei giochi circensi saltava in corsa da un cavallo all'altro) che monta all'indietro un asino e sorregge un cantaro, premio per la vittoria, simbolizzata anche dalla fascia di stoffa con i due nastri. Superata la casa del Desultor, si riconoscono a sinistra le rovine della cosiddetta casa del Cane, dove è stata rinvenuta la famosa statua in bronzo (ora al Museo Archeologico di Rabat). Nella vicina piazza sussiste una fontana un tempo alimentata dall'acquedotto. L'arco di Trionfo, sul «decumanus maximus», fu eretto nel 217 in onore di Caracalla e di sua madre Iulia Domna. È stato rialzato nel 1933. Il decumanus maximus è l'asse che attraversa la città fra la cosiddetta porta di Tangeri, a nord-est, e la porta occidentale (il tratto messo in luce dagli scavi è compreso fra l'arco di trionfo e la porta di Tangeri). Lungo la strada si allineavano il palazzo del Procuratore (detto di Gordiano) e le più belle dimore della città. Sul lato sinistro s'incontra per prima la casa dell'Efebo, che prende nome dalla statua dell'efebo coronato di edera, conservata al Museo Archeologico di Rabat, ivi ritrovata. Come la maggior parte delle abitazioni del quartiere, anche questa manifesta influenze dell'Oriente ellenistico: la precisa separazione degli appartamenti privati dagli ambienti di rappresentanza, l'ampliamento dell'atrio in un peristilio di vaste dimensioni con un lato soprelevato (in modo da ricevere più luce), l'impluvio più simile a una vasca orna mentale che a una cisterna per la raccolta delle acque. Intorno al peristilio si aprivano le sale di rappresentanza; gli ambienti a est (uno dei quali conserva un mosaico raffigurante Bacco su un carro trainato da pantere) dovevano servire per le feste. Su questo lato si apre una dispensa, ricavata in una struttura più antica, probabilmente un mausoleo preromano. Il triclinio, che si affaccia sul peristilio, ha conservato un mosaico raffigurante temi bacchici: il medaglione centrale rappresenta una Nereide a cavallo di un animale marino. La parte occidentale dell'abitazione era occupata dalle dipendenze e dalle officine, tra cui un oleificio. La Casa dei mosaici di Bacco e delle Quattro Stagioni è ricca di splendide decorazioni. I mosaici delle terme e nelle case portati alla luce nei siti archeologici della Mauritania Tingitana testimoniano l'influenza esercitata da Roma sulle città africane. Le decorazioni figurative policrome venivano eseguite in Italia riproducendo dei modelli. Venivano poi trasportati su pannelli e sistemate in quadri le cui tessere formavano sfumature e giochi di luce. La casa delle Colonne, della prima metà del III secolo, è segnalata da due colonne tortili con capitelli corinzi; presenta un impluvio di inusuali dimensioni a pianta circolare. La casa del Cavaliere racchiude in un ambiente in fondo al vestibolo un mosaico raffigurante Bacco e Arianna. La facciata della casa delle Fatiche d'Ercole, in una via laterale, è decorata con colonne scanalate e rudentate. Oltre il peristilio, con mosaico a motivi geometrici ben conservato, il triclinio racchiude un altro bel mosaico a medaglioni (due dei quali cancellati) raffiguranti le fatiche d'Ercole. Gli ambienti a nord erano adibiti a terme, riscaldate su ipocausto. Altri mosaici sono visibili nelle abitazioni vicine: si segnalano quelli della Casa di Bacco e le Quattro Stagioni e della Casa del Bagno delle Ninfe. In questo tratto del «decumanus maximus» il portico è stato in parte rialzato; sulle arcate si notano due busti scultorei: quello a destra rappresenterebbe la Mauretania o l'Africa, l'altro la dea Roma. Nell'area si trova il palazzo di Gordiano, probabilmente residenza dei procuratori, fu ricostruito durante l'impero di Gordiano III (238-244), il cui nome compare in un'iscrizione. Sul lato opposto del «decumanus maximus» s'incontra la casa della Moneta d'Oro, una delle più vaste di Volubilis, di cui rimangono poche vestigia scarsamente leggibili, analogamente agli altri edifici di questo lato. La casa delle Nereidi trae nome dal mosaico che orna la vasca del peristilio. Il palazzo di Gordiano, probabilmente residenza dei procuratori, fu ricostruito durante l'impero di Gordiano III (238-244), il cui nome compare in un'iscrizione. Vi si accede attraverso un vestibolo pavimentato oltre il quale si apre un ampio peristilio con dodici colonne, ornato al centro da una vasca a ferro di cavallo. Nel lato est rimangono frammenti del pavimento in marmo a disegno geometrico di un'ampia sala di ricevimento, in fondo alla quale una scala conduceva all'appartamento invernale, riscaldato su ipocausto. Sulla strada parallela al «decumanus maximus» all'altezza del Palazzo di Gordiano, sorge la casa del Corteo di Venere, la più ricca di Volubilis. Sono stati riportati alla luce i mosaici pavimentali che ricoprivano almeno otto sale e sette corridoi, e i busti in bronzo di Catone l'Uticense e di Giuba II (oggi al Museo Archeologico di Rabat). Nelle sale adiacenti al triclinio (un tempo decorato con il mosaico della Navigazione di Venere, conservato al Museo Archeologico di Tangeri), sono visibili i mosaici di Bacco e le Quattro Stagioni, di cui si riconoscono l'autunno (coronato di grappoli d'uva) e l'estate; quello di Ila rapito dalle Ninfe; infine quello di Diana al bagno sorpresa da Atteone, di cui si distingue solo una parte del corpo. Tutti i mosaici sono databili tra la fine del II e l'inizio del III secolo. Lungo la riva dell'uadi Fertassa si scorgono le rovine del Tempio B, detto di Saturno; in origine consacrato a una divinità preromana, sarebbe stato successivamente dedicato al culto latino. Vi sono state rinvenute oltre seicento stele e frammenti di sculture e pitture. Il sito mi è molto piaciuto, ma non sono poi rimasto così a bocca aperta, forse perché il mio occhio è talmente tanto abituato a vedere siti archeologici in Italia, che non mi sorprende poi più di tanto. La pioggia forte e il vento ci finiscono di rovinare la sorpresa. Ma un anziano ci fa da guida, un piccoletto uomo spettacolare, simpaticissimo e molto bravo a parlare in italiano! Addirittura ci fa vedere sotto la pioggia come il ceto elevato si metteva disteso sui marmi per riposare e prendere il sole. Nonostante sia tutto zuppo, lui continua a parlare, continua a ridere e continua a dirmi come devo fare le foto. Troppo simpatico. Non posso esimermi da dargli una bella mancia.

Ritorniamo poi indietro, verso Meknes… Per fortuna smette di piovere, anche se il cielo rimane costantemente grigio e molto nuvoloso. E’ anche freddino aggiungerei… Meknes è circondata da una campagna verdissima. Credo sia la meno appariscente delle città imperiali, divisa in due dall’audi Boufekrane. Da una parte la medina ancora raccolta entro 25 km di mura (a mio parere le più belle mura viste tra le città del Marocco), delimitata a sud dai resti della città imperiale, dall’altra la città nuova sorte negli anni ’20 del Novecento su un vicino pianoro. Moulay Ismail (1672-1727) la scelse come capitale imperiale e la coinvolse in un’impresa urbanistica colossale, radendo al suolo la città vecchia e ricostruendola con materiali architettonici provenienti da Volubilis e Marrakech. Le sue architetture, palazzi e padiglioni, immensi giardini, magazzini ciclopici e grandi scuderie, chiusi all’interno dell’infinita distesa di mura color ocra, tanto da giustificarne l’inclusione nella lista Unesco dei siti mondiali da salvaguardare. La medina è piccola e raccolta, si gira facilmente a piedi, attraversando i suq e toccando alcuni dei più significativi edifici civili e religiosi di Meknes. E’ interessante anche per la sua genuinità. Non esistono, o sono rarissime, le botteghe per i turisti. Tutto è legato al mercato locale e si possono vedere anche gli artigiani al lavoro. Piazza principale è la piazza el Hedim, animata a ogni ora del giorno, una lunga piazza voluta da Moulay Ismail per gli editti reali e le pubbliche esecuzioni. Si snoda tra la medina e la città imperiale ed è dominata a sud est da Bab el Mansour, la più maestosa porta cittadina, considerata la porta più grande del Marocco e di tutto il Nord Africa. La facciata verso la piazza ha una preziosa decorazione con intrecci in rilievo sul fondo in ceramica e mosaici, in prevalenza verde. Armoniosa, anche se di proporzioni più modeste, è la contigua Bab Jami en Nouar, eretta agli inizi del XVIII secolo. Sul lato occidentale della piazza si affacciano numerosi ristoranti che preparano insalate e kebab, mentre sul lato corto si affaccia il Dar Jamai. Il museo Dar Jamai nasce in questa residenza alto borghese del tardo ‘800, con un’articolata e fantasiosa successione di stanze e appartamenti intorno a un giardino in stile andaluso. Fu costruito per il visir Jamai, ministro di Moulay el Hassan. All’interno è ospitato il Museo di arte marocchina, che raccoglie le migliori espressioni dell’artigianato locale. Dal palazzo parte rue Sekkakin, una via molto affollata su cui si aprono negozi di abbigliamento o di articoli per la casa. Al termine si allarga nella piazza dove sorgono la Bab Berrima e la moschea Bab Berrima, entrambe settecentesche. Tra le numerose stradine che si diramano c’è avenue du Mellah, che costeggia il quartiere Berrima e il vecchio mellah, divisi fra loro da un muro. Tre porte immettono nel quartiere ebraico sviluppatosi nel XVII secolo su un terreno donato da Moulay Ismail a un medico ebreo in riconoscenza per la guarigione di una favorita. Il mellah, come ormai in tutto il Marocco, è abitato da musulmani: la comunità israelitica è emigrata dal Marocco, c’è solo qualche presenza a Casablanca. Oltre il mellah si arriva a Bab el Khemis, una delle più belle porte della cinta di Moulay Ismail, riccamente decorata con pietre angolari nere ravvivate da zellij verdi, accesso principale al vecchio e al nuovo mellah. Rue du Suq Bezarin costeggia all’esterno le mura della medina fino a una piazza al di là della quale si apre Bab Jdid, una delle più antiche porte di Meknes, di probabile epoca almohade. Circondano la piazza botteghe di fabbri e vecchi fondouk. A ridosso delle mura si estende il cimitero islamico con il settecentesco mausoleo di Sidi Mohammed ben Aissa, patrono dell’importante confraternita religiosa degli aissaoua e che il culto vuole contemporaneo di Moulay Ismail, sebbene sia morto nel 1523. Superata la Bab Jdid, svoltando a sinistra in rue el Hanaya, si arriva alla moschea el Baradayn. Nei pressi si trova la monumentale Bab el Baradayn, porta dei Sellai del XVII secolo. Prende nome dal mercato delle bestie da soma che si teneva nei pressi. Se da Bab Jdid si svolta a destra, si percorre rue des Serairia, un tempo strada degli armaioli, che corre parallela a Rue Bezarin ma all’interno delle mura. Sulla via si affaccia l’antico fondouk es Soltan, con una facciata settecentesca decorata in cotto e grazioso cortile interno. Poco prima di un passaggio coperto si dirama a sinistra rue du Suq en Nejjarin, che attraversa il suq dei falegnami e dei fabbricanti di utensili in rame e sulla quale si affaccia la moschea en Nejjarin. Di epoca almohade, fu restaurata e dotata dell’attuale minareto nel 1756. Nei pressi è la kaysaria el Dlala, in cui tutti i pomeriggi, tranne il martedì, si tengono aste di tappeti e coperte berberi. Rue du Suq es Sebbat, ombreggiata da un elegante e moderno tetto in legno, era la via dei calzolai, come recita il nome, ma oggi vi si trovano negozi di stoffe, vestiti, babbucce e souvenir. In fondo alla Rue du Suq es Sebbat, c’è la medersa Bou Inania, un’opera merinide della metà del XIV secolo, con classica pianta a cortile centrale e galleria, si distingue per la cupola che scavalca la strada e gli enormi battenti in bronzo cesellato e traforato. La splendida decorazione è in stile ispano-moresco, con mosaici di maiolica smaltata e sculture in gesso e legno. Sul lato opposto della via è la Grande Moschea, eretta probabilmente nel XII secolo dagli almoravidi e rimaneggiata all’epoca della costruzione della Bou Inania. La strada del suq le corre intorno su tre lati e si ha così modo di gettare lo sguardo all’interno e di ammirare le porte decorate, con belle tettoie scolpite. Se dalla Grande Moschea si procede verso nord, inoltrandosi nei vicoli della medina, si raggiunge la koubba di Moulay Ahmed, santo assai venerato a Meknes, dove è sepolto. La koubba risale al 1917, quando era ancora in vita. Nei pressi sorgeva il quartiere degli schiavi cristiani (XVII-XVIII secolo), mai più di qualche centinaio, tranne per breve periodo dopo la presa di Larache nel 1689. Vicino alla Grande Moschea si estende anche l’antico mercato delle stoffe e dei tappeti, con la bottega del mohtasseb, il capo dei mercanti, rivestita di legno intarsiato e porte dipinte a motivi floreali stilizzati. E’ possibile ammirare gli artigiani intenti a tessere il damasco. Alla fine della kysseria, voltando a destra, si raggiunge rue Dar Semen, che riconduce in place el Hedim. L’itinerario della città imperiale, lungo oltre 6 km, si svolge nell’area delle grandiose rovine della città makhzen di Moulay Ismail, tra i resti di edifici di rappresentanza e strutture funzionali, tutti ugualmente grandiosi. Sulla grande piazza dal nome Lalla Aouda Moulay Ismail passava in ispezione il corpo scelto delle Guardie Nere, costituito da 16000 schiavi arrivati dall’Africa sub-sahariana e il cui servizio si tramandava di padre in figlio. La piazza si apre tra le mura e il quartiere Dar Kebira, così chiamato dal nome del Palazzo Reale costruito intorno al 1697 da Moulay Ismail. Del complesso, ricco in origine di decine di padiglioni e tre cinte di mura, sono sopravvissute solo una delle due moschee annesse al palazzo, quella di Lalla Aouda, affacciata sulla piazza, e una porta monumentale. Bab Bou Amar, in un cortile nei pressi di Bab Sidi Amar el Hassani. Da place Lalla Aouda si passa nell’attigua piazzetta a pianta irregolare, dove durante la settimana si tiene un mercato della lana. Nella parte sud occidentale della piazza c’è il Koubba el Khiyatin, con un padiglione dal tetto in tegole verdi in cui i sultani ricevevano gli ambasciatori stranieri, poi occupato da sartorie militari. A destra del padiglione, una scala scende negli antichi, grandi silos sotterranei, dove si conservavano le derrate alimentari, anche se una tradizione popolare immagina fossero prigioni per gli schiavi cristiani impiegati nella costruzione della nuova Meknes. Sull’altro lato si erge Bab Moulay Ismail, presso la quale un varco nei bastioni lascia intravedere il campo da golf, al centro di un immenso patio in stile andaluso, all’interno dell’antico giardino dei sultani, con porte moresche, fontane di mosaici, palme e cicogne. Vicino sorge il mausoleo di Moulay Ismail, costruito quando era ancora in vita, è l’unico luogo di culto aperto ai non musulmani, che però si devono fermare fuori dal santuario in cui è sepolto il sultano. Da un cotile decorato con mosaici in maiolica smaltata si passa a un secondo cortile circondato da una galleria ornata di sculture in gesso, e infine alla sala che custodisce il sepolcro. Gli orologi esposti sarebbero doni di Luigi XIV. Attraverso Bab er Rih, la porta del Vento, lungo corridoio a volta chiuso da archi che poggiano su massicce colonne, si passa in una strada lunga 1,5 km, incassata fra due alte mura. Sulla destra si riconosce il Dar el Makhzen, ultimo palazzo di Ismail e tuttora residenza reale minore, seicentesco nelle parti più antiche. Dopo Borj el Ma, la fortezza dell’acqua, si attraversa un mechouar, su cui si apre una delle porte del palazzo, costeggiando poi il lungo muro di cinta della scuola di agraria. Il Palazzo dell’Acqua (Dar el Ma) è una poderosa costruzione comprendente l’Heri es Souani, gli immensi granai costruiti durante il regno di Moulay Ismail a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. La struttura si compone di numerosi vasti silos, a volta interrati, e di altrettanti magazzini coperti da terrazze sostenute da enormi pilastri, illuminati da rare apertura nella volta. Lo spessore dei muri manteneva la temperatura costante. L’acqua, cui allude il nome, veniva estratta da pozzi profondi una quarantina di metri grazie a un sistema di norie azionate da animali. Alle spalle dell’Heri es Souani sorgeva una costruzione di dimensioni gigantesche, formata da 23 navate alte 12 m, di cui rimangono alcune arcate su possenti pilastri ora a cielo aperto. Da Dar el Ma si ha un suggestivo colpo d’occhio sulla Città Imperiale e sul bacino dell’Agdal. Con una superficie di 4 ettari, fu proprio scavato all’epoca di Moulsy Ismail per l’irrigazione dei giardini reali e come riserva d’acqua in caso d’assedio. Non lontano da qui sorge anche Dar el Beida. Questo palazzo simile a una fortezza fu eretto alla fine del XVIII secolo come residenza del sultano Sidi Mohammed ben Abdallah. Nel vasto spiazzo erboso adiacente all’edificio si accampavano le truppe di Moulay Ismail. Il figlio vi aveva insediato un allevamento di struzzi, attivo fino al 1944. Circa 500 m a sud ovest del palazzo, la moschea di er Roua, risalente al 1790, come l’attigua medersa. Proprio mentre stiamo andando via, appena fuori dalla Medina, troviamo una processione di ragazzi in abiti tradizionali che suonano tamburi all’impazzata, mentre tutto il quartiere si affaccia alle finestre e le donne agghindatissime portano doni, cibo e delle strane portantine bianche brillantinate. Bussano alla porta della sposa, che scoppia in lacrime di gioia e inizia ad abbracciare tutti uno per uno accogliendoli in casa…Ora è più che evidente: benvenuti al Sud del mondo. A Meknes avrò anche modo di assaggiare uno dei piatti che più mi incuriosiva della cucina marocchina: la pastilla! E’ un piatto tradizionale della cucina marocchina le cui origini sono risalenti alla Spagna islamica, dopo la caduta di Granada, ultima città islamica di Spagna, i musulmani che si rifugiarono in Maghreb portarono con loro le proprie tradizioni culinarie, tra cui la pastilla, il termine deriva dallo spagnolo "pasta". Si tratta di un elaborato sformato realizzato con carne di piccione. Dato che la carne di piccione è spesso difficile da trovare, viene normalmente usata la carne di pollo tagliata a pezzetti. Per la preparazione può essere usato anche pesce o frattaglie di animali vari. La pastilla è generalmente servita come antipasto all'inizio di pasti speciali. Si tratta di una preparazione che combina il sapore del dolce e del salato; una serie di strati di pasta sfoglia, di carni salate, cotte lentamente in brodo e spezie e poi triturate, e uno strato croccante di mandorle tostate e tritate, cannella e zucchero. Io ovviamente mangiata con pollo….!

Lasciamo Meknes, direzione Fes. I chilometri tra le due città sono circa 65, in un’oretta saremo a Fes. Fes è grande, è estesa, si nota. Passiamo per la periferia, poi man mano ci avviciniamo al centro, ma siamo ancora distanti. Tutto intorno a me palazzi, sembra una delle tante periferie delle grandi città italiane. Arriviamo che è ormai tardo pomeriggio. Inoltre il brutto tempo non ci ha ancora lasciato. Anzi, sta continuando ancora a piovere. Il nostro hotel inoltre è molto distante dal centro di Fes, sia il centro storico che al centro della città nuova (si può dire che esistono diverse Fes!). Siamo a circa 3-5 km, in una zona residenziale, l’unica cosa che c’è vicino sono altri due hotel per gruppi di turisti, palazzi residenziali e un centro commerciale. Stanchi dai tanti giri, sfiduciati dalla pioggia e dai tanti chilometri da fare eventualmente a piedi, decidiamo semplicemente di uscire e fare due passi al centro commerciale. Devo dire che è stata una delle cose meno turistiche fatte, sembravamo davvero fuori dal mondo in quel centro commerciale. Però è stato comunque interessante, vedere la gente anche nelle azioni quotidiane, fare dei confronti… Rimango stupito ancora dai prezzi, non sono così bassi, sembra di stare comunque in una nostra città, pensavo ci fosse una netta differenza di costi e invece… Rimango tanto tempo a fissare il reparto delle spezie, vendute lì, in grossi bacini, a peso. Così come anche la pasta! Torniamo in hotel esausti, ma tanto piove, piove e piove. Cena in hotel, doccia e dormita rigenerante.

Il giorno dopo ci svegliamo e scopriamo che fa un freddo allucinante! Il tempo non è migliorato e alle 7 30 del mattino ci sono 4° gradi! Rimango davvero allucinato e senza parole, mai avrei creduto di prendere così brutto tempo e freddo. Il cielo è ancora capriccioso, molto nuvoloso e gran vento. Inoltre purtroppo inizierò a non stare bene, un po’ di febbre e dissenteria! Ed io che credevo di essermela scansata fino a quel momento…! Una cosa bruttissima… Nonostante non sono al top né d’umore né fisicamente, usciamo, si va alla scoperta di Fes. Fes viene considerata ancora oggi la capitale culturale del Marocco, assomiglia a un gioco di scatole cinesi, tre città in una: Fes el Bali, la città moresca cresciuta nel IX secolo, Fes el Jedid, la città imperiale e militare fondata nel XIII secolo e la città nuova fondata dai francesi nel 1920. Per quasi tutti però Fes si identifica con Fes el Bali, l’antica, chiusa ancora da una cinta muraria millenaria che all’interno protegge palazzi e moschee, mercati e laboratori artigianali. Intorno alla grande moschea si distende il labirinto di vicoli e scalinate apparentemente immutato da quando la città era il terminale dei commerci che arrivavano dall’Africa Nera. A tratti mi è parso che solo i cellulari e i jeans venduti nei suq ricordano gli anni 2000. Per il resto è come fare un viaggio indietro nel tempo, ma in una città molto viva, piena di suoni, di odori, di vita. Dentro le mura la rivoluzione industriale non è mai giunta. A mano vengono ancora forgiate le grandi pentole di rame con un martellio ritmico e ipnotico, e si modellano le tegole verdi di ceramica che ornano i tetti delle moschee e del palazzo reale. A mano sono piallati i mobili, ricamati gli scialli, costruite le babbucce. Nel 19814 Fes è stata dichiarata sito Unesco per arrestare il declino in cui era caduta. Dopo l’indipendenza, infatti, le ricche famiglie avevano abbandonato i loro palazzi alla volta di Casablanca e Rabat, sostituiti dai berberi arrivati dal Rif o dal Medio Atlante. Il sovraffollamento, la mancanza di fondi per restaurare case e strade, l’inquinamento avevano portato la medina quasi a un punto di non ritorno. Si è avviato da anni però un progetto di recupero. Iniziamo la visita da Fes El Jedid. Il nome alla lettera “la nuova Fes” può trarre in inganno. Fes el Jedid infatti fu costruita nel XIII secolo dal sultano merinide Abu Yusuf Yacoub in posizione elevata rispetto alla medina accanto al Palazzo Reale, per ospitare le truppe scelte e gli alti funzionari di corte. Il quartiere si attraversa facilmente a piedi, da place des Alaouites a Bab es Seba seguendo le due principali arterie che intersecano Fes el Jedid, la Grande Rue des Merinides e la Grande Rue de Fes el Jedid, che arriva al mechouar. La visita pedonale comprende anche i bei giardini di Jnan sibil e il Museo di Dar el Batha, dedicato alle arti tradizionali molto vive in Marocco. Place des Alaouites è una vasta spianata sulla quale si apre l’accesso principale al Palazzo Reale. Bei giardini, delimitati da alte mura, la fiancheggiano sul lato occidentale. Il Palazzo Reale spicca nella piazza con le sue grandi e bellissime porte dorate, realizzate tra il 1969 e il 1971. Tra i complessi più sontuosi del Marocco, ha la struttura di un’antica casa di Fes, con balcone ad arco sopra il cortile e l’apposita sala alta per le preghiere. Il palazzo comprende anche svariati mechouar, una medersa merinide e vasti giardini. Di fianco sorge il quartiere ebraico, il Mellah, il più antico del Marocco e ospitava gli ebrei che fuggivano dalla Spagna. Molte delle abitazioni che si affacciano su rue des Merinides, la via principale del ghetto, sembrano cadenti e hanno un aspetto fatiscente, ma alcune mostrano ancora alcuni segni degli antichi fasti e delle passate ricchezze. Qui ebrei e islamici hanno vissuto senza conflitti per lungo tempo, collaborando nelle manifatture e nel commercio. Ormai gli ebrei hanno lasciato il mellah, trasferendosi in Israele, e i pochi rimasti vivono o a Casablanca o in alti quartieri. La loro vita è rievocata nella sinagoga Habanim, in cui è allestito un museo che raccoglie fotografie e oggetti sacri. Si trova in un angolo del cimitero israelita. La sinagoga Danan è una delle più antiche del Marocco, costruita nel XVII dalla stirpe dei rabbini Danan, che giocarono un ruolo importante nella comunità ebraica di Fes. Rappresenta uno dei capolavori del patrimonio ebraico-marocchino. Bab Smarine rappresenta la porta d’accesso al quartiere e alla Grande Rue de Fes el Jedid, una successione ininterrotta di suq animati. Sulla destra la moschea el Jamie l Hamra, dallo slanciato minareto. Soprannominata anche la “moschea rossa” perché secondo la leggenda fu edificata da una donna con i capelli rossi. Più avanti, sempre a destra, la el Jami el Beida, la “moschea bianca”, si riconosce per il candido minareto e la porta scolpita. Nel tratto iniziale della via alcuni vicoli conducono verso sinistra alla moschea el Azhar, eretta nel 1375, dal bel portale scolpito. La porta Bab Dekaken era l’antica entrata monumentale merinide al Palzzzo Reale e risale al XIII secolo. A tre archi, immette in un piccolo mechouar, una piccola piazza chiusa da alte mura, un tempo fulcro della vita cittadina, popolata di incantatori di serpenti, cantastorie e saltimbanchi. Tuti allontanati intorno alla metà degli anni ’70 e mai più riammessi. Per la piccola porta al centro del lato ovest della piazza si accede al popoloso quartiere di Moulay Abdallah; una noria appoggiata al muro tra il vicolo e l’uadi Fes rievoca per l’enorme ruota per il sollevamento dell’acqua costruita dagli andalusi nel 1278 per l’irrigazione dei giardini circostanti. Nel quartiere si trova la Grande Moschea di Fes el Jadid, edificata nel 1276. Un’annessa costruzione racchiude il sepolcro del sovrano merinide Abou Inan (1348-58). Oltre i suq appare la moschea di Moulauy Abdellah, dal nome del sovrano (1729-57) che l’innalzò; una koubba accoglie le sue spoglie, quelle di Moulay Youssef e di altri membri della dinastia alaouita. Più avanti, di fronte, Bab es Seba, la porta dei leoni, un tempo una delle difese dell’ingresso al Palazzo Reale, teatro di eventi storici, come quello macabro del 1443, quando il cadavere impagliato di Ferdinando, infante di Portogallo, fu lasciato esposto per i successivi 30 anni, come monito per tutti i traditori. La porta dà accesso al Vecchio mechouar, su cui si affaccia la Makina, fabbrica d’armi impiantata da italiani nella seconda metà dell’800. In fondo al vecchio mechouar c’è Bab Segma, che conserva solo la torre meridionale; al di là di apre l’antica kasba dei Cherarda, un forte costruito nel 1670 dal sultano Moulay Rachid per ospitare e tenere sotto controllo le tribù berbere della sua guarnigione. Oggi è sede di un ospedale e di un distaccamento dell’Università Karaouin. Prima di Bab es Seba, girando a destra, si accede alla Avenue Moulay Hassan, dove si estendono i giardini Jnan Sbil. Chiamati anche Boujeloud dal nome della fortezza del XII secolo, sotto Moulay Abdellah, sono diventati giardini pubblici durante il regno di Moulay Hassan, nel XIX secolo. Molto popolari tra gli abitanti della medina, sono un luogo rilassante, con panchine e passerelle sui canali. La vegetazione è ricca di alberi di limoni, aranci, mirti e melograni, oltre a uno spettacolare viale di washingtonie, bambù giganti e pini di grandi dimensioni. Oltre ai giardini Jnan Sbil, ai margini di Fes el Bali, si segue l’Avenue Moulay Hassan svoltando a destra in rue de l’Unesco, fino alla rotonda dove svoltare a sinistra in rue du Batha che porta al Museo di Dar el Batha. Un bel palazzo d’ispirazione ispano-moresca (1894-1909) custodisce collezioni dedicate alle arti e alle tradizioni artigianali. I due corpi dell’edificio, collegati da due gallerie coperte, racchiudono un giardino andaluso popolato da cipressi dell’Atlante, palme, mirti, alberi di avocado, noci, tigli argentati, edera e diversi tipi di rose. Molto bello il giardino, belle anche le pareti interne decorate. Dalla pelletteria ai tappeti berberi, dai gioielli a oggetti in legno intagliato, sono molti gli oggetti che potrete ammirare nelle 12 sale dell’esposizione che pone un particolare focus sulle ceramiche, attrazione principale del museo, con pezzi risalenti al 1500. Bellissimi anche i libri rilegati in pelle dell’XI secolo, i manoscritti andalusi risalenti all’VIII secolo e i ricami in filigrana d’oro. Passiamo alla visita di Fes el Bali, “la vecchia”. E finalmente esce anche uno spicchio di sole, o almeno ci prova…! La più estesa medina del Marocco è cambiata poco da quando, pochi anni dopo la fondazione nel 789 per volere di Idriss I, fu popolata da profughi arabi provenienti da Kairouan e dal regno di el Andalous. L’apparenza è labirintica, un dedalo di stradine, anche se poi tutte partono dalle antiche porte e convergono verso la moschea el Karaouin e lo uadi Fes. Per orientarsi è utile prendere come riferimento due vie, Tala el Kbira e Tala Sghira, che da Bab Boujeloud attraversano la medina scendendo pressoché parallele fino a ricongiungersi a un centinaio di metri dalla moschea Karaouin. E’ a questo punto che orientarsi diventa più difficile, in un labirinto di suq e percorsi obbligati intorno alla zaouia Moulay Idriss e alla moschea el Karaouin. Inutile cercare di seguire troppo le mappe. Conviene forse più cercare di seguire la folla dei fedeli o dei compratori che si aggirano nel suq, scoprendo nuovi mondi. Si entra nella medina da Bab Boujeloud, smaltata all’esterno in ceramica blu (il blu di Fes) e all’interno di verde (il colore dell’Islam). Costruita nel 1913 in stile ispano-moresco, unisce nella ricca decorazione simboli islamici ed ebraici. L’arco inquadra i minareti della madrasa Bou Inania, a sinistra, e della moschea Sidi Lazzaz, a destra, una delle più antiche della città. Da Bab Boujeloud, il primo vicolo a sinistra porta a Tala el Kbira, la Grande Salita, una delle principali via del quartiere, coperta a tratti da stuoie di bambù. Il primo tratto è occupato da un mercato alimentari con macellerie, ortolani, venditori di spezie. Sulla destra si incontra per prima la piccola moschea di Sidi Lezzaz, del 1913. Dopo pochi metri, sulla destra, si aprono le porte delle medersa Bou Inania, fronteggiata sulla sinistra da un orologio ad acqua e da un arco che scavalca la strada. La medersa Bou Inania è la più importante medersa, costruita dai merinidi risale agli anni 1350-57, costruita da Abu Inan Faris, che fondò anche la Madrasa Bou Inania di Meknes. Oltre al valore religioso ed architettonico, può vantare due primati; essere l'unica madrasa di Fez con un minareto, quindi è praticamente impossibile non trovarla, ed essere uno dei pochi luoghi religiosi della città dove possono entrare anche i non islamici. Il nome "Bou Inania" è la francesizzazione dell'arabo Abū ʿInāniyya e prende il suo nome dal sultano merinide "Abū ʿInān". La madrasa ebbe funzione sia di istituto educazionale sia di moschea congregazionale. Di fronte all'entrata principale della madrasa è posta l'entrata alla dār al-wuḍūʾ, la sala delle abluzioni. Sia a destra che a sinistra della corte centrale sono presenti le aule. I giardini sono bordati d’onice e coperti con maioliche mentre le pareti sono coperte da una raffinata decorazione calligrafica e floreale, modellata nel gesso, e la cupola a stalattiti in legno dipinto stupisce per ricchezza della decorazione. Sulla sinistra, una porta più modesta, detta “degli scalzi”, conduceva i fedeli a un condotto d’acqua corrente, per non rischiare di sporcare il luogo santo. Gli edifici del complesso sono disposti intorno a un cortile centrale rettangolare: marmo e onice, gesso e legno scolpiti ornano a profusione il pavimento, i muri, le porte, le finestre e le coperture delle mensole. Di estrema raffinatezza la porta scolpita della sala di studio che si apre sulla destra. Di fronte all’ingresso si apre la sala di preghiera, di cui, all’esterno, si scorgono il mihrab finemente decorato, le antiche vetrate, i capitelli, le nervature geometriche della travatura. Lungo i lati maggiori del cortile si trovano le aule, ai piani superiori gli alloggi che un tempo ospitavano gli studenti. Su tuto domina il minareto, con alla sommità sfere di bronzo. Secondo gli storici, i responsabili religiosi della Moschea al-Qarawiyyīn consigliarono ad Abū ʿInān Fāris di costruire questa madrasa. È stata l'ultima madrasa ad essere costruita dai Merinidi. La madrasa diventò una delle più importanti istituzioni religiose di Fez e del Marocco, e le venne riconosciuto lo status di Jāmiʿ. La madrasa venne ristrutturata nel XVIII secolo. Durante il regno del Sultano Mulay Sulayman, ampie sezioni vennero completamente ricostruite. Nel XX secolo, la maggior parte dei lavori di ristrutturazione vennero eseguiti sulle strutture portanti, sui gessi e sulle decorazioni.Comunque un edificio spettacolare! Di fronte alla Madrasa Bou Inania si trova la Dar al-Magana (la casa dell'orologio), un muro con un orologio idraulico, costruito in concomitanza alla madrasa. Fu realizzato nel 1357 per ospitare una clessidra ad acqua che indicava le ore delle preghiere rituali islamiche, dal sultano merinide Abu 'Inan Faris. Il palazzo è caratterizzato per la sua clessidra ad acqua costruita da Ali Ahmed Tlemsani (oppure Ali ibn Tlilimsaní), astronomo e muwaqqit (funzionario incaricato di regolare e manutenere gli orologi del sultano e di comunicare al muezzin l'orario esatto per le preghiere) della corte di re Abu l-Hasan 'Ali ibn 'Uthman. Il muwaqqit era già noto per aver costruito nel 1308 (insieme a Ibn al Fahham) l'orologio ad acqua di Tlemcen con automata ed indicazioni astronomiche. L'orologio ad acqua di Fès venne inaugurato nel giorno 14 della Jumada I dell'anno 758 dell'Egira (corrispondente al 13 maggio 1357 del calendario gregoriano cristiano). L'orologio cadde in disuso alla fine del regno dei Merinidi avvenuta nel 1456, e da allora è rimasto in silenzio. Gli elementi architettonici ancora visibili non consentono di comprendere appieno il meccanismo esatto del funzionamento della clessidra ad acqua, tenuto conto che l'orologio funzionava secondo il sistema delle ore disuguali. In base a tale sistema misurazione del tempo, di origine greca, ogni ora era intesa come la dodicesima parte dell’arco diurno percorso dal sole nella giornata. Tuttavia, come è noto, il periodo di luce solare è variabile durante tutto l'anno. Ad ogni modo, l'orologio è composto da 12 finestre ad arco, davanti ad ognuna delle quali vi era una piccola piattaforma in legno di cedro (sorretta da due mensole lignee, tuttora visibili, in corrispondenza delle 13 colonne degli archi) che sorreggeva una ciotola di bronzo. Il movimento dell'orologio presumibilmente funzionava grazie ad una sorta di piccolo carrello che correva da sinistra a destra dietro le dodici finestrelle. Il carretto era attaccato ad una estremità con una corda legata ad un contrappeso, mentre all'altra estremità della corda vi era un altro peso che galleggiava sulla superficie di un serbatoio d'acqua che si svuotava pian piano ad intervalli regolari. Ad ogni ora, in sequenza da sinistra verso destra, il carrello si muoveva facendo aprire una delle dodici porte delle finestrelle, probabilmente decorate con automi che facevano rotolare una palla metallica dorata nella rispettiva ciotola, in tal modo scandendo l'ora esatta. Al termine della giornata, l'orologiaio-muwaqqit rimetteva a posto le sfere di metallo a posto e regolava l'orologio per il giorno successivo. Si ritiene che la parte più importante dell'orologio, chiamata al-Fara (ovvero "la spilla"), fosse d'oro massiccio e per tale motivo non è mai stata ritrovata. Le travi sporgenti dell'edificio sopra le porte (identiche a quelle della madrasa Bou Inania) sorreggono una piccola tettoia a protezione delle porte e delle ciotole. Davvero particolarissimo e da vedere! Se si prosegue per la Tala el Kbira la strada continua in un passaggio coperto sotto la piccola moschea di Sidi Ahmed Tijani, dedicata a uno dei più grandi santi della città, che arrivò dall’Algeria fondando qui la sua confraternita. Opulenta la faccia di stucchi e baldacchini decorati. Si supera un fondouk con volte rette da enormi pilastri, antica prigione merinide. Dei circa 200 fondouk che esistevano un tempo a Fes el Bali solo alcuni hanno conservato strutture e decorazioni originari: la maggior parte è stata trasformata in magazzini per pelli. Nel punto in cui la Tal el Kbira si allarga in corrispondenza di una fontana, una lapide indica sulla destra la casa di Ibn Khaldoun, celebre storico arabo del 1300, cui si devono originali riflessioni sull’evoluzione della società e degli imperi. Sulla destra in una rientranza del muro di un piccolo minareto, protetta da una grata in ferro battuto, è la Guelsa di Moulay Idriss, o mzara, nel luogo in cui, secondo la tradizione, il sovrano avrebbe deciso la fondazione della città. Per avverare i desideri, si usa legare i fili di lana alle grate. Più avanti si erge il minareto della moschea ech Cherabliyyn, fondata dal sultano Abou el Hassan (1331-51), bell’esempio di arte merinide per eleganza di proporzioni e finezza di maioliche. Proseguendo, si incontrano in successione il suq dei fabbricanti di scarpe e quello degli artigiani in pelle. Nel punto in cui rue Souikat ben Safi s’immette in Tala el Kbira ha inizio il suq el Attarin. Il suq dei venditori di spezie si annuncia con il profumo di chiodi di garofano, cannella, essenze aromatiche. Era il cuore della città, il più prezioso dei suq, per questo dislocato proprio vicino ai luoghi sacri. Brevi vicoli sulla destra portano a una graziosa piazzetta alberata, il suq dell’henné, il più vecchio suq della medina, risalente alla fine del XIII secolo. Nella sede di un’antica scuola di medicina, si trova ancora qui lo storico istituto psichiatrico, primo al mondo ad utilizzare la musicoterapia. Sulle bancarelle si vendono henné e altri cosmetici tradizionali, oltre agli ingredienti per fitoterapia ed erboristeria. A sinistra di suq el Attarin, verso nord, il fondouk Sagha risale al XVIII secolo e presenta gallerie rivestite di gesso finemente scolpito e ornate di musharabiya. Più avanti, suq el Ghezel, antico mercato degli schiavi e oggi mercato della lana. Altro capolavoro merinide è la Medersa el Attarin, forse la più elegante ed armoniosa. Prende il nome dal quartiere dove si trova, Attarine, nel souk delle spezie ed è rimasta in uso fino al primo Novecento. La medersa si estende attorno ad un cortile aperto al centro della quale sorge un'imponente fontana in marmo. Alla fine del patio, una cupola di legno di cedro con abbondante ornamento copre la sala per la preghiera in cui è possibile contemplare il mihrab che punta la direzione della Mecca. Le pareti del patio, nella parte inferiore, sono decorate con bellissimi mosaici su cui sono inscritte alcune frasi del Corano e, nella parte superiore, con un dettagliato lavoro in stucco rappresentante motivi floreali. Infine l'ultima fascia è di legno di cedro intagliato. Il grande matematico e astronomo Ibn al-Banna al-Marrakushi del XIII secolo che tradusse in arabo la geometria di Euclide, insegnò in questa medersa sotto la dinastia dei Merinidi. Oltre il suq dell’henné si apre una delle piazze più belle della medina, con una fontana interamente rivestita di piastrelle di maiolica smaltata e protetta da una tettoia di cedro a tegole verdi. Sulla piazza prospetta la bella facciata del fondouk en Nejjarin, forse del XVIII secolo, che ospita oggi il Museo dell’arte e dell’artigianato del legno. Poco a sud di place el Nejjarin si trovano le concerie di Guerniz, le più antiche di Fes. Inoltre, sempre a sud della piazza, in un tradizionale riad del XVII secolo, si apre il bel museo Riad Belghazi, di proprietà della famiglia Belghazi, con sette sale dedicate alla storia e al folklore marocchino del XIX secolo. Subito dopo place el Nejjarin s’incontra una grande arcata in gesso scolpito, attraversata da una trave in legno, che delimita il perimetro dell’horm, il sacro recinto anticamente interdetto ai non musulmani in cui sorge la zaouia di Moulay Idriss. Dedicata alla tomba di Idris II, che governò il Marocco tra il 807-828 e fondò la città di Fes per la seconda volta nell'810. Nel 1308, quasi cinque secoli dopo la morte di Moulay Idris II, sul posto fu ritrovato un corpo, ancora intatto. La popolazione credette che si trattasse del corpo di Idris II e fondò la zaouia. Originariamente fu costruita dai Merinidi nel 1440 circa; nel corso dei secoli l'edificio fu modificata significativamente e quasi completamente sostituita nel XVIII secolo da Mulay Isma'il nello stile tipico degli Alawiti, che governavano il Marocco al tempo. Moulay Idris II è il santo patrono della città di Fes, si ritiene che visitare la sua zawiya porti benefici agli stranieri che visitano la città, ai ragazzi prima di essere circoncisi e alle donne che vogliono facilitare il parto. Costeggiando l’edificio sulla destra, attraverso una delle porte dalle ricche tettoie scolpite e dipinte si possono scorgere il cortile della moschea e la sala che racchiude la tomba del sovrano, rivestita da un drappo sontuoso e ornata di stendardi, lampadari, ceri e numerosi orologi, per lo più di provenienza europea. Vicino alla porta d’ingresso riservata alle donne si trova una placca di rame a forma di stella, con una fessura in cui i fedeli possono introdurre la mano per toccare la tomba di Moulay Idriss, posta dietro al muro. Fra la zaouia e la moschea Karaouin si stende, a ridosso del lato sud del suq el Attarin, il mercato coperto, dedalo di viuzze ricostruito in parte dopo l’incendio del 1960. Su di esso si aprono molti cortili con fondouk che vendono jellaba, caftani e hendiras, gli scialli ricamati usati per le nozze. Ed eccoci alla grande moschea di Fes, la moschea el Karaouin, il più importante edificio di culto dell’islam maghebino e la più antica del Marocco. La moschea spicca per la bellezza delle sue mura che parlano della storia politica, culturale e religiosa del Marocco arabo e della civiltà islamica in generale. La moschea è considerata un’università islamica al pari dell’università al-Azhar al-Sharif in Egitto ed è la più importante dello stato almoravide in Marocco. La sua costruzione cominciò nel terzo secolo dell’Egira corrispondente al nono secolo d.C. Fatima Qarawita, detta “Umm al-Banin” e figlia di Muhammad, figlio di Abdullah Fihri finanziò la sua costruzione. La moschea ha attraversato tre fasi di costruzione: l’ultima fu nel periodo almoravide nel 520 dell’Egira corrispondente al 1135 d.C. All’interno del cortile della moschea c’è la piazza della fontana che è sormontata dall’alto con tetti a spiovente. Questa fontana è decorata con ricchi ornamenti in gesso e marmo in stile muqarnas. Sono stati apportati restauri moderni alla moschea mantenendo intatte, però, l’originalità ed il patrimonio storico dell’edificio. La mihrab della moschea si trova al centro della parete qibla ed il muro della stessa è a forma di ferro di cavallo. Inoltre la moschea è ornata di grandi decorazioni floreali intervallate da altre decorazioni in stile andaluso e un podio intarsiato di avorio ed ebano, formato da nove grandi scalini. L’ala del podio è intarsiata di motivi rettangolari e con quadrati incrociati, all’interno invece troviamo ricche decorazioni floreali. All’interno della moschea, inoltre, ci sono un cortile esposto e quattro portici. I soffitti che ricoprono la moschea di Fes sono come la maggior parte di quelli che possiamo trovare in Marocco, cioè con tetti a spiovente, e sono formati da cinque cupole di varie dimensioni. All’interno della moschea c’è l’attuale minareto che si trova al centro del portico che si affaccia sul lato occidentale; è stato costruito su base quadrata con un’altezza di venti metri. La moschea al-Qarawiyyin di Fes è l’elemento più conosciuto della civiltà islamica, oltre che la più antica università al mondo. Facendo il giro della moschea si incontra sul lato nord la medersa Misbahiya (vietata ai non musulmani) costruita nel 1346 e chiamata anche er Rokham, la scuola di Marmo, dalla vasca di marmo bianco che un tempo ne ornava il cortile. Il fondouk Tsetaouin, che si apre ad est, sorse nel ‘300 per ospitare i mercanti di Tetouan. Ha il vestibolo coperto da un bel soffitto di epoca merinide. Di fianco a uno dei lati della moschea el Karaouin, si apre una delle piazzette che più mi è piaciuta di Fes, Place es Seffarin, la piazza del rame. Molto bella e caratteristica con tutto il pentolame in rame e operai intenti al lavoro di stagnatura. Un altro viaggio nel tempo. Il rumore dei battitori è assordante ma già in lontananza si sente come quasi una musica di richiamo l'avvicinarsi a questo luogo particolare. Consigliatissima! E’ delimitata dalla Biblioteca Karaouin, fondata dai rifugiati di Kairouan nel IX secolo, era all’epoca, dopo quella di Baghdad, la più ricca biblioteca di libri islamici, scolastici e scientifici. Di fronte alla biblioteca sorge la Medersa es Seffarin, la prima scuola fondata dai merinidi nel 1280, nota anche come medersa Halfaouin. Da piazza es Seffarin, seguendo rue Mechatin, si raggiunge a nord est il quartiere Chouara, il quartiere dei conciatori, uno dei più interessanti di Fes. Con il loro odore pungente, le enormi vasche di pietra piene di pigmento e le pelli stese ad asciugare una dietro l’altra, sono famose in tutto il mondo. Il quartiere delle concerie medievali di Fez è un luogo da non perdere. Qui sono impiegati tutt’oggi i processi utilizzati nel XVI secolo, quando Fez si è imposta come leader nella loro produzione per trattare le pelli di mucca, cammello, pecora e capra. Le concerie sono accessibili ai turisti con una minima quota di ammissione ma potete ammirare lo straordinario spettacolo delle cisterne ad alveolo dai tetti a terrazzo dei numerosi negozi di pelletteria della Medina di Fez. Vi verrà dato all’ingresso un mazzettino di menta, per colmare il pungente odore non proprio di freschezza… I frenetici lavoratori, con le gambe nude colorate dai pigmenti multicolori, come il giallo curcuma, il blu indaco, il verde menta, puliscono le pelli, le ammorbidiscono, le colorano e infine le stendono ad asciugare. Ovviamente dopo aver visto un po’ la loro attività dall’altro, dalle terrazze dei magazzini, dopo parte la solita “tiritera” per cercare a tutti i costi di venderti qualcosa… Neanche questa volta abbocco. A sud di place es Sffarin e delle concerie, lungo l’uadi Fes, c’è la Rue des Teinturiers, la stretta via dei tintori. Su di essa si affacciano le piccole botteghe dove viene tinta la lana. Le matasse, tese ad asciugare sulle corde, offrono un variopinto spettacolo. Al termine del vicolo, il ponte Tarrafin attraversa il fiume e porta a Bab Sidi el Aouad e al quartiere degli andalusi. Il quartiere degli andalusi viene considerato uno dei più poveri della città e uno dei meno visitati dai turisti. Deve il suo nome ai primi abitanti di questa zona: i musulmani andalusi che, fuggiti dalla Spagna nel IX secolo, trovarono rifugio qui. Da vedere in questo quartiere è la moschea degli Andalusi (capolavoro di arte moresca, fondata nell' 861 e con un bellissimo portale) e la medersa Sahrij, una scuola coranica del 1321 (non visitabile). Si è fatta una certa, ed è ora di pranzare. Ci fermiamo subito a sud del quartiere degli andalusi, in una zona chiamata El Mokhfia. Mangeremo in un ristorante molto bello, dal nome Palais Medina. Dal di fuori non dice nulla, ma si entra e si ha una bellissima sorpresa. Davvero tipico e incantevole nell’architettura. Sembra quasi di stare in una moschea-riad…. Pochissima gente e aria tranquilla, mangeremo molto bene. Anche se purtroppo io dovrò, con la mia dissenteria, contenermi e mangiare molto poco e con attenzione. Dopo pranzo ritorniamo a fare un giro per la medina, questa volta sarà un giro più corto. Non mi sento per nulla bene, mi sa mi sta risalendo la febbre e ho un gran mal di pancia. Che rottura… Non mollo e proseguo il mio giro, anche se il tempo si fa di nuovo bruttissimo e un cielo molto cupo e nuvoloso, con gran vento, sta sulla nostra testa. Rientriamo nel cuore più profondo e antico della Medina di Fes. Un bimbo corre in un tunnel di scale piccolissimo, mi chiama e lo inseguo giù nel nero. Sbuco, è sparito. Donne avvolte in lunghi drappi colorati escono da porticine minuscole spingendo avanti bambine con capelli neri lunghissimi, barbieri danzano intorno alla schiuma sul viso dei clienti nelle vetrine di piccole botteghe, ragazzini spingono carretti carichi di mandarini dolcissimi. Asini, asini ovunque… “Balek Balek”, ci urlano in continuazione con i loro carretti stracarichi… Ricordandoci di fare attenzione, lì c’è una vita, delle cose da fare, c’è la fretta… quasi mi fanno sentire di troppo! Il sole cala rapido. Non hai nemmeno tempo di accorgertene. Sbatti le ciglia ed è sparito, lasciandosi dietro una scia di violetto palpabile, materiale, che rimane appeso all’aria tra te e le cose. Con le ombre gli occhi brillano di più dietro le tende nere, dove suonano tamburi gravi e costanti, caldi, le darbuke si aggiungono ai cembali sordi e aromi di spezie invadono le stradine, mentre piccole lucine lanciano ombre sottili lungo i muri color terra. Se fossimo stati da soli forse ci saremo sicuramente persi. Ragazzi magri si schiacciano lungo questi muri altissimi dove non si vede il cielo, dove il tempo, il nord, il sud, non sono più nulla, suoni gutturali ti sfumano i ricordi, e non sai più chi sei… Forse sarà un po' il delirio da febbre, ma ogni strada curva pare avvolgersi su sé stessa, finisce in un portale decorato, in una scala imbiancata dove piange una bambina, in un tetto di assi crollate, nei patii all’ombra di alte palme, in fontane fredde di ceramica che sgocciolano acqua densa. Sembra quasi tu non possa più uscire. Ora in giro ci sono pochissimi turisti. Attorno a me tanti chioschetti inutili che vendono schifezze colorate e la terra beige che ricopre i tetti, i piatti e le fessure, gli angoli, i vicoli coperti così uniformemente da sembrare quasi surreali, scrostature a parte. Quelle ci sono sempre, ovunque, e insieme a ogni sfumatura di puzzo ti ricordano che sei ancora sulla terra dove tutto nasce, invecchia e muore. L’Africa ha la capacità di esaltare ogni aspetto della vita. Avevo già provato questa sensazione in terra africana in viaggi passati. Prima di concludere il giro di Fes c’è da fare il giro delle mura. L’itinerario lo facciamo in gran parte in auto, è lungo circa 15 km, segue l’intero perimetro delle mura di Fes el Bali, erette al tempo degli almohadi in sostituzione delle precedenti fortificazioni e più volte ricostruite nel corso dei secoli. Si ammirano, oltre alle porte d’accesso, magnifici panorami sulla città. In particolare consiglio la vista dal Borj Sud e dal Borj Nord, dove vi sono le fortezze. Per il Borj Sud si arriva attraverso il grande boulevard Allal el Fassi, dove salendo si arriva alla fortezza costruita al tempo di Ahmed el Mansour (1578-1603), grande sultano sadiano, più per controllare la popolazione che per difenderla. Dal bastione si apre un bel panorama su Fes el Bali. Borj Nord ovviamente si trova al lato opposto, all’altezza di Bab Mahrouq, si attraversa un cimitero e si sale alla fortezza, costruito, come il suo gemello Borj Sud, dal sultano el Mansour Eddahbi, tra il 1554 e il 1580. Anche qui si ha un panorama su Fes el Bali. All’interno c’è il Museo delle Armi. Proseguendo a destra lungo avenue des Merinides si arriva alla collina di el Kolla, con la necropoli dei sultani merinidi. La maggior parte delle tombe reali risale al XIV secolo ma è attualmente in rovina. Ritorniamo in hotel, sono stremato, con febbre e dolorante all’intestino. Decido di non cenare, tranne che con un po’ di pane asciutto (il pane in Marocco è molto buono!) e del semplice riso. Anche perché purtroppo questa cucina per me è devastante, troppo, troppo speziata. E le spezie evidentemente mi fanno molto male… Avremo anche modo di notare, che seppur buona, la cucina marocchina è molto, ma molto ripetitiva, tutto sommato ci offrono sempre le stesse cose: tajine di pollo o agnello, cous cous con verdure o pollo, antipasti di insalate (con milioni di spezie, però senza olio e sale!), la zuppa harira (con legumi e a volte carne, ma ovviamente speziatissima!). Buono, per carità, ma dopo giorni inizio ad averne…! Per fortuna dormo bene e anche la febbre tende a sparire, ma purtroppo rimango ancora con i problemini di intestino, son ormai 3 giorni, e non passa… Inizio a preoccuparmi un po’.

Per colazione non mangio praticamente nulla e ci mettiamo in viaggio. Direzione sud, verso Marrakech. In totale faremo oggi circa 400 e più km, ma ci metteremo delle ore. Non è autostrada e la strada è quella che è… Fa freddissimo, piove, c’è un gran vento, ci sono 5 gradi, ma sappiamo benissimo che per strada scenderanno ancora le temperature, dato che dobbiamo passare praticamente la catena del Medio Atlante. Prendiamo la strada nazionale n°8. L’itinerario verso sud attraverso i rilievi del Medio Atlante ripercorre in gran parte il tracciato dell’antica Triq es Soltan, la strada imperiale che da Fes raggiungeva Midelt. Da qui proseguiva ancora verso sud per dividersi e raggiungere verso sud ovest Ouarzazate e verso sud est Erfoud. A parte alcuni centri, come Sefrou, Azrou e Midelt, si tratta di un itinerario tutto paesaggistico, legato alla natura, come laghi, cascate, alle foreste centenarie di cedri e querce che ammantano i rilievi del Medio Atlante, insieme agli altipiani brulli che paiono infiniti e che hanno sullo sfondo le cime dell’Alto Atlante. Questa è una regione di transizione tra area mediterranea e fascia presahariana. Uno dei primi paesi che transitiamo è Imouzzer du Kandar. Su un altopiano roccioso che domina la pianura del Sais a 1.345 m di quota, è una località termale e di villeggiatura, frequentata in estate quando a Fes le temperature sono troppo alte. L’abitato nuovo si estende attorno allo stabilimento termale; accanto è l’antico insediamento berbero, con la kasba degli Ait Segrouchen in cui si vedono alcune singolari abitazioni scavate nel sottosuolo. Siamo rapidissimi, piove a dirotto. Step successivo è Ifrane, una famosa località in Marocco. È soprannominata la "Piccola Svizzera" ed è considerata la città più pulita del mondo secondo la NBC News. Il paese, immerso nel verde, ha una piazza centrale circondata da caffè e ristoranti. Intorno, chalet di legno, giardini e anche un piccolo lago. È un centro turistico invernale, per la presenza di piste da sci. Ad Ifrane si è registrata la temperatura più bassa mai avuta in Africa: ben -23.9 °C. Quest'evento risale all'11 gennaio 1935. Ifrane è stata fondata durante il protettorato francese nel 1929 proprio in ragione del suo clima alpino, con nevicate e freddo durante l'inverno e temperature fresche d'estate. La città era una sorta di colonia estiva, per le famiglie francesi, e inizialmente fu progettata, secondo il gusto dell'epoca, seguendo lo stile dei paesi alpini. Fu costruito anche un palazzo reale per il sultano Muhammad ibn Yûsuf. I primi edifici pubblici costruiti in città furono una chiesa, un ufficio postale e in seguito, un penitenziario, utilizzato come campo di prigionia per i soldati nemici durante la seconda guerra mondiale. Accanto alle abitazioni occupate dagli europei, presto furono costruite abitazioni destinate ai marocchini che lavoravano presso le abitazioni degli occupanti. Questa zona, chiamata Timdiqîn, era separata dall'altra parte della città da una profonda gola. Dopo l'indipendenza le proprietà francesi vennero man mano acquistate da proprietari marocchini. La città si sviluppò e fu arricchita con la costruzione di una moschea, un mercato comunale e abitazioni di proprietà statale. Allo stesso tempo la zona di Timdiqîn venne ristrutturata. Nel 1979 Ifrane divenne il capoluogo amministrativo dell'omonima provincia. Qui, nel 1995 ha aperto la Al Akhawayn University, un'università in lingua inglese, rilanciando la località come meta del turismo intero, non solo per il periodo invernale, ma anche per quello estivo. L’Università è frequentata dai rampolli delle elite economiche e culturali del Marocco e di molti stati arabi, ha corsi universitari e postlaurea sul modello americano. Dedicata alla tolleranza tra le fedi, ospita nel campus una moschea, una chiesa e una sinagoga. I dintorni di Ifrane offrono tra gli scenari più affascinanti del Marocco; boschi di cedri abitati dalle bertucce, gli altipiani battuti dal vento con lo sfondo le montagne… Peccato davvero il bruttissimo tempo che influisce su tutto ciò che ci circonda… Dopo mezz’ora, circa 20 km a sud di Ifrane, c’è Azrou. È un tranquillo villaggio a 1.250 m, che in berbero significa roccia, in una conca cinta da boschi di cedri. Il paese si estende ad anfiteatro sul fianco della montagna rocciosa ai piedi del vulcano da cui prende il nome. Un villaggio tranquillo, con le bianche case basse dai tetti in tegola verde e i comignoli coi nidi delle cicogne. Il centro della vita è place Mohammed V, su cui si aprono dei bar e ristoranti. A est c’è il piccolo suq e alle spalle, sul pendio della montagna, l’antico villaggio berbero. Da qui si può fare una deviazione di 14 km, lungo la P21 in direzione Meknes, che porta al balcone di Ito, a 1.451 m di altezza, che regala una vista spettrale su un paesaggio quasi nudo e desolato fatto di crateri erosi e vulcani spenti. Data la brutta giornata, evitiamo. Dopo circa 2 ore e mezza di strada siamo a Beni Mellal. Situata al centro del Paese, capoluogo dell'omonima provincia e della regione del Béni Mellal-Khenifra. Sorge a 625 m s.l.m. in un'oasi ai piedi del Jbel Tassemit (2247 m), fra i rilievi del Medio Atlante e la pianura. La città fu fondata nel 1688 da Mulay Isma'il con la costruzione di una kasba, che oggi appare più volte restaurata. Gran parte dello sviluppo moderno è invece dovuto alla costruzione della diga che ha formato il lago di Bin el Ouidane, riserva d'acqua importante per lo sviluppo agricolo della città nonché preziosa risorsa turistica. La città ha un impianto moderno, caratterizzato da una piazza centrale sede del mercato settimanale e circondata da suk, hotel e ristoranti. Interessanti per un visitatore sono la fortezza, la Kasbah Ait Asserdoune, in posizione panoramica a sovrastare la città; a fertile oasi, che lambisce la sorgente di Ain Asserdoun, intorno alla quale si estendono numerosi giardini; la piccola kasbah di Ras el-Ain, oggi in rovina, aperta su ariosi panorami. La città è rinomata per le arance, reputate fra le migliori del Marocco, e per le hanbel, grandi coperte di lana a tinte vivaci. Nei dintorni si trovano le cascate di Ouzoud, il lago artificiale di Bin el-Ouidane, lo specchio d'acqua artificiale più vasto del Marocco formato con una diga alta circa 150 m, e le montagne del Medio Atlante che durante la primavera offrono un paesaggio unico con una variegata flora locale. Ci fermeremo a pranzo a sud di Beni Mellal, in un posto chiamato Afourer, circa 20 km a sud di Beni Mellal. Ci portano in questa struttura dal nome “Chems Le Tazarkount”. Apparentemente sembra anche una bella struttura, ma un po’ lasciata andare, un po’ “vuota” … Ci accolgono per il pranzo, che era un pranzo concordato. Ci presentano a buffet 4 5 specie di insalate di verdure o di riso. Sinceramente non ci vanno per niente, e non ci va neanche di mangiare roba fredda, dato che la temperatura è già fredda di suo. Chiediamo più volte di avere un menù alla carta per poter ordinare altro, ma loro continuano a dirci che abbiamo il menù fisso già concordato. Preso anche dall’isteria del mio stato di salute, inizio ad essere sgarbato con il tipo della sala e insisto dicendo che voglio il menù e che pago tutto extra, ma voglio scegliere io cosa mangiare, anche perché non ne posso più di cous cous, tajine e insalate. Farò una cosa che non faccio mai all’estero: mi ordino una pizza! Era l’unica cosa che mi andava di mangiare, una pizza e una coca cola. Ci portano dopo più di mezz’ora una minuscola pizza, che chiamarla pizza è un’offesa… Minuscola, salatissima… Ma sempre meglio di quelle insalate su quel tavolo… Dopo ci rimettiamo in strada in direzione Marrakech. Partiamo che rinizia a piovere di nuovo molto forte. La distanza tra Beni Mellal e Marrakech è di circa 200 km. Ci sono da percorrere altre 3 ore di strada in auto. Sono esausto… Nei dintorni della città di El Kelâat Es-Sraghna ci ferma la polizia locale (c’è tantissimo controllo in giro, verremo fermati più volte nel nostro viaggio in Marocco). Dal finestrino vedo la cittadina, sembra anche abbastanza carina per quelli che sono gli standard marocchini. L’autista ci dice che è considerata la città dell’olio di oliva. Abbiamo visto tantissimi uliveti in effetti. Anche più a nord. Ma non sembra che poi lo usino poi spesso l’olio di oliva. Ho visto più il consumo di oliva proprio, che di olio. Siamo a 75 km da Marrakech ci dice l’autista. A sapere che ci siamo quasi all’arrivo, mi sento meglio, e finalmente anche il clima inizia a migliorare. Temperature si alzano, il cielo tende ad aprirsi. Eccoci finalmente avvicinarsi a Marrakech, cambia il territorio, cambia la vegetazione, tantissime palme ovunque! Altra capitale del passato, città imperiale come Fes, Rabat e Meknes che il succedersi di dinastie ha arricchito e trasformato di continuo. È oggi la moderna capitale del sud del Paese, ancora capace di estendere la sua influenza oltre le genti berbere dell’Atlante fino alle valli presahariane e ai margini del deserto. Una città che è forse la capitale turistica del Marocco, che sembra essere in competizione con la colta Fes dall’allure arabo-andaluso.

L’impressione che ho di Marrakech all’arrivo è… una città esotica. Si respira un’aria diversa dalle altre grandi città del Marocco visitate finora.

La prima impressione della “città rossa” è buona. Arriviamo nel nostro hotel che è situato in una zona nuova ad ovest della città, quartiere Hivernage. Il Quartiere Hivernage è insieme al Gueliz ed alle Palmeraie uno dei quartieri moderni di Marrakech. Secondo molti è il quartiere preferito degli stranieri che vivono a Marrakech, qui si trovano i ristoranti e locali più trendy della città ocra. Il quartiere nasce nel 1914 ad opera dell’architetto urbanista francese Henri Prost , che fu incaricato di continuare lo sviluppo del primo quartiere francese Gueliz, collegandolo alla Medina di Marrakech. Il quartiere fu concepito come una città giardino, per i turisti francesi, che desideravano svernare nel protettorato francese del Marocco. Va dato merito all’architetto francese, di aver rispettato l’eccezionale panorama sulle montagne dell’Atlas, non costruendo edifici sul lato meridionale del quartiere, permettendo così una vista mozzafiato sulla Koutoubia e sulle innevate montagne dell’alto Atlante. Marrakech non è come molti pensano solo una città antica, ricca di un grande patrimonio artistico e tradizionale. E’ anche una città moderna, ideale per i tanti che vogliono godersi il sole del Marocco e non dover però rinunciare ai comfort e alle modernità delle grandi città europee. Il quartiere Hivernage odierno nasce nel 2000 sotto la guida illuminata del Re Mohammed VI, sulle cosiddette ceneri del vecchio quartiere francese che qui vi si trovava. Ad esempio il viale Mohammed VI, arteria principale del quartiere Hivernage, e forse di tutta la città, nasce sull’ex viale di Francia nel 2004. Qui oltre a trovare i più prestigiosi Hotel di Marrakech, i locali più famosi e frequentati, si trovano le ville più belle, abitate molto spesso dagli stranieri residenti a Marrakech. L’Hivernage, soprattutto sul viale Mohammed VI, offre un panorama sulle montagne dell’Atlas a dir poco stupefacente, che ben si abbina alla cura dei giardini, delle palme e degli ulivi che circondano e riempiono le vie del quartiere. Il nostro hotel è situato proprio qui, su questa lunga strada ben 8 km. Proprio di fronte al nostro hotel (Hotel Atlas Asni), dopo l’incrocio con la Avenue Hassan, il boulevard diventa un giardino di rose, che si estende in lunghezza tra le due corsie delle auto, con panchine, fontane e gazebo. Davvero bello! All’Hivernage si trova anche l’imponente Teatro Reale (una struttura davvero bella!), il centro congressi e la nuova stazione centrale (anche questa con una struttura interessante!). Ceniamo in maniera molto frettolosa e decidiamo di uscire subito, non abbiamo di certo intenzione di visitare Marrakech giusto stasera, ma abbiamo voglia di vedere il suo posto più famoso di sera, la piazza Jemaa el Fna. Dal nostro hotel alla piazza sono 2,5 km, non proprio dietro angolo… ma decidiamo comunque di farli. Prima però decido di fermarmi a una farmacia proprio vicino l’hotel. Sto troppo male ancora con l’intestino, mi danno un antibiotico. Sarà miracoloso davvero. Già dalla prima pillola inizio a stare molto ma molto meglio. Sarà la mia salvezza. Attraversiamo tutto il bel viale avenue Moulay el Hassan e in fondo, alla rotonda, prendiamo la avenue Mohammed V, oltrepassando il Municipio e il Cyber Parc. Siamo alla Koutobia, che illuminata a sera è davvero bella! C’è un casino infernale in giro, miriadi di persone! Eccoci attraversare e arrivare a Jemaa el Fna! Molte cose del Marocco e della città si capiscono in questa grande piazza. Ci immergiamo in questa atmosfera magica, lasciandoci trasportare dai suoni, dai colori, dagli odori. Il grande spettacolo che ogni sera la piazza inscena è un riuscito, incantevole mix di influenze maghrebine, sahariane e dell’Africa nera. La piazza è protetta dall’Unesco ed ha una forma irregolare, con una parte molto vasta che di sera ospita gli spettacoli improvvisati e i chioschi dello street food. L’impatto è forte, addirittura violento se non si è abituati alla baraonda. Il rumore è forte, confuso, diffuso, caotico, così come il traffico di taxi e motorini che, imprevedibili, sfrecciano attraversando la piazza incuranti dei pedoni. E poi ci sono i ristoranti all’aperto che prendono posto sulla piazza all’ora di cena, ognuno ha il suo numero, ognuno ha il suo posto stabilito, ognuno ha il suo “tiradentro”. E ogni tiradentro ha il suo stile: dal simpatico e brillante che fa battute in tutte le lingue, a quello più pacato che ti elenca i piatti con estrema precisione, fino a quello che gioca sporco e ti dice che gli altri non sono buoni, che carne e pesce non sono freschi come da lui… E pensare che all’origine la piazza era una piazza d’armi e il suo nome, letteralmente “assemblea dei morti”, si riferisce probabilmente al fatto che qui erano esposte le teste dei criminali giustiziati. Quando i nuovi sovrani costituirono a sud l’odierna kasba, la piazza divenne pubblica. Facciamo un bel giro tutto intorno alla piazza, osserviamo tutto, ci lasciamo un po’ rapire dall’atmosfera.

L’indomani andremo alla scoperta di Marrakech. Non visiteremo tutta la città dato che prima della fine del tour rifaremo nuovamente ritorno da Marrakech e avremo ancora del tempo. Oggi ci concentreremo specialmente su una parte della medina e poi sulla zona kasba e mellah (quartiere ebraico). Iniziamo però la visita dai Giardini Menara, non lontanissimi dal centro, andando verso l’aeroporto (che è vicinissimo al centro città). La costruzione del complesso è iniziata durante il regno del califfo almohade 'Abd al-Mu'min, nel XII secolo. Nel centro del complesso vi è una grande piscina, ai piedi di un padiglione costruito nel XVI secolo dalla dinastia Sa'diana. Si tratta di un luogo molto tranquillo, amato dai turisti ma anche dagli abitanti, lontano dal trambusto della città. Insieme alla medina (città vecchia) di Marrakech e ai giardini Agdal, i giardini Menara sono stati dichiarati dall'UNESCO come patrimonio mondiale dell'umanità nel 1985. Il padiglione e il bacino (un lago artificiale) sono circondati da frutteti e oliveti. Lo scopo primario del bacino era quello di irrigare i giardini circostanti e i frutteti con un sofisticato sistema di canali sotterranei chiamati qanat, che portano l'acqua direttamente dalle montagne dell'Atlante, situate a circa 30 km da Marrakech. Marrakech è la grande città, il caos, la polvere, i tubi di scarico delle macchine, il rumore dei clacson, le strade sovraffollate. Ma poi, una volta dentro la Medina, il rumore diventa musica, vociare concitato dei commercianti, il richiamo alla preghiera del Muezzin. Gli odori di cibo provengono da banchetti sparsi un po’ ovunque nel souk, dove si può trovare letteralmente qualunque cosa e da dove le donne, ma non solo, trovano gli ingredienti per ciò che serviranno poi a tavola per cena. Il primo impatto è quello di essere catapultati completamente in un altro mondo, diverso. Non si può fare a meno di continuare ad osservare tutto ciò che si ha intorno con occhi sgranati, come se si fosse tornati bambini. Marrakech un po’ ipnotizza, affascina. Ci sono edifici che sono capolavori, rifiniti e curati nei minimi dettagli; luoghi nascosti che sono piccole oasi di pace nel caos; colori accesi e vivaci che non ci si può immaginare neanche nelle migliori delle favole. Ma anche luoghi completamente abbandonati a sé stessi. Marrakech è anche contraddizione, silenzio all’interno del caos, ospitalità nascosta tra sguardi curiosi e un po’ invadenti, genuinità e bontà di un cibo comprato tra la polvere. Il primo giorno è stato una centrifuga sensoriale. Colori, rumori, profumi che ti assalgono… il senso dell’orientamento, completamente spiazzato, usa tutte le sue energie per riprendere un minimo di controllo, giusto ciò che serve per fissare dei punti fermi: ok, la piazza Jemaa el Fna, e la posizione del nostro hotel! E’ nella medina che si concentrano alcuni dei luoghi più interessanti di Marrakech. La topografia è un po’ intricata… Partiamo proprio con la visita della piazza Jemaa el Fna, che avevamo visto già ieri sera. Non c’è il fumo degli spiedini che vengono cotti in continuazione, come avevamo visto la sera precedente, ma vedo però gli incantatori di serpenti, che non avevo visto ancora. Io ho la fobia dei serpenti, rimango a debita distanza e un po’ terrorizzato che qualcuno possa scappare…! Quindi osservo un po’ e passo avanti. Il problema principale è che come ti fermi ad osservare qualcosa o a fotografare qualcosa subito ti fermano (obiettivo: racimolare soldi ovviamente…). All’improvviso mi ritrovo sulla spalla anche una simpatica scimmietta dell’Atlante, che tenerezza mi fa, legata a una catenella portata in giro dal suo padrone. Durante il giorno, la piazza è soprattutto luogo di mercato di generi alimentari, medicinali, vimini e chincaglierie, dagli oggetti più disparati ai souvenir per turisti. Al calar della sera si trasforma in un ammaliante palcoscenico animato da cantastorie, indovini, giocolieri, danzatori… C’è sempre il gerrab, il venditore d’acqua con i suoi abiti colorati, un largo cappello e una campanella. Ci sono le donne che ricamano le mani con l’henné e i musicisti gnaoua. Gli spettatori, soprattutto marocchini, fanno cerchio e per ogni spettacolo, grande o piccolo, lasciano in genere qualche dirham. Ci rechiamo nella vicina piazza Ab del Moumen. La piazza occupa il sito della prima kasba fondata nel 1070 circa da Abou Bekr, sulle cui rovine Ali ben Youssef (1106-43) fece erigere un palazzo del quale si sono rinvenute le vestigia. Nella sua area sono stati rinvenuti elementi dei basamenti dei pilastri e del muro della qibla della prima Koutobia. Due pozzi protetti da vetri permettono di ammirare i resti della fortezza almorabide. La moschea della Koutobia è il principale edificio religioso della città di Marrakesh e rappresenta uno degli esempi più compiuti dell'architettura islamica almohade. Il suo nome deriva dalla parola "kutub", dei Librai, e sembra indicasse il fatto che in questo luogo, o nei dintorni, fosse presente un suq di venditori di libri sacri o che vi erano scrivani che prestavano servizio agli analfabeti. La costruzione della Koutobia fu iniziata sotto il sultano Ali ibn Yusuf, della dinastia berbera degli Almoravidi intorno al 1120, e in seguito fortemente rimaneggiata a partire dal 1158 da diversi califfi. La moschea si presenta, secondo la planimetria tradizionale derivante dalla Grande moschea di Qayrawan, che costruita a partire dal 670 è la più antica dell'Islam e divenne modello per tutti gli edifici religiosi seguenti. Si compone di un grande cortile porticato aperto davanti alla sala di preghiera e disposti secondo l'asse di direzione della qibla. La Sala di preghiera, è una delle più vaste dell'occidente musulmano, misura 90 metri di larghezza per 60 m di lunghezza, atta ad accogliere fino a venti mila fedeli. La sala è divisa da numerosi pilastri bianchi in 17 navate perpendicolari al muro del miḥrab. La navata centrale e quella trasversale (lungo il muro del miḥrab) sono di dimensioni maggiori e danno all'insieme l'effetto della tipica pianta a "T". Gli Almohadi, di madhhab zahirita, prediligevano un'architettura assai austera e, con la sua sobrietà, la Koutobia ne rifletteva l'ideologia. Infatti, anche se gli archi, retti dai pilastri, si presentano rialzati o polilobati, restano comunque spogli di decorazioni. Eccezione fa il ricco minbar del 1137, disegnato dal maestro al-Ḥajj Yaʿish di Malaga. Alto 3,90 metri e lungo 3,5 m venne realizzato a Cordova per un'altra moschea, in legno di Sandalo, ebano, avorio e incisioni in argento. La sua fattura e decorazione ad intarsio richiese un minuzioso lavoro di sette anni, è considerato uno dei capolavori dell'arte andalusa secondo lo Stile moresco. Come la maggior parte di quelli dell'occidente islamico, anche il minbar della Koutobia è mobile (su ruote). Accompagna la moschea il celebre minareto, simbolo stesso dell'edificio, e uno dei più belli e antichi del mondo islamico. Il celebre minareto è più antico della moschea, ma venne completato più tardi, solo nel 1196; dunque si presenta più decorato. Costruito in arenaria di Gueliz secondo la caratteristica pianta quadrata, tipica dell'occidente islamico; con i suoi 69 metri d'altezza e 12,80 metri per lato, si presenta estremamente proporzionato, tanto da servire come modello per erigere la Giralda di Siviglia e la Tour Hassan di Rabat. All'interno ospita sei sale sovrapposte contornate da una leggera rampa atta alla salita degli asini caricati dei materiali di costruzione. In cima una piattaforma con balaustra merlata fa da base al lanternone di 16 metri d'altezza, sormontato da quattro grandi sfere decrescenti (la più grande dal diametro di 6 metri) in rame dorato simboleggiando la Koutobia con le altre moschee più importanti dell'Islam: il Masjid al-Haram di Mecca, la Moschea del Profeta di Medina e la Moschea della Roccia di Gerusalemme. La fine decorazione, diversa in ogni lato del minareto, è costituita dai tipici archi intrecciati (sebka), da rilievi, stucchi, pitture, maioliche verdi e azzurre. Girelliamo un po’ per i bellissimi giardini e parchi che ci sono tutto intorno alla zona. Arriviamo al famoso hotel La Mamounia. Come l’hotel Raffles di Singapore, oppure il Ritz Londra, La Mamounia è uno dei più famosi hotel in tutto il mondo e non si può descrivere letteralmente questo spazio senza fine solo come un albergo. Esso infatti evoca il periodo d’oro della città. Aperto nel 1923, questo albergo in stile art déco con influenze moresche è circondato da imponenti giardini di oltre 300 anni ed ospita anche un casinò. Ma se pensate di trovare soltanto un bellissimo albergo con annesso un casinò, vi sbagliate completamente. La Mamounia sarà per sempre associato a Sir Winston Churchill, che vi soggiornò durante una visita in città. Infatti, sia una suite che il piano bar devono a lui il proprio nome. In una lettera al presidente Franklin D. Roosevelt, Churchill definì l’hotel il posto più incantevole del mondo. A sud di piazza Jemaa el Fna si concentrava il potere economico e politico di Marakech, con il Palazzo Reale, la kasba e il mellah, il ghetto degli ebrei, che controllavano il ricco mercato dello zucchero e possedevano tutte le banche della città. Quest’area della medina è più tranquilla rispetto l’area dei suq, nonostante la presenza di punti turistici e di interesse notevoli. Iniziamo dalla porta Bab Agnaou, maestosa, semplice nelle linee ma riccamente ornata, fu costruita nel XII secolo come porta d’accesso alla kasba di Yacoub el Mansour, l’unica porta rimasta della dinastia almohade. Lo scopo era puramente decorativo, visto che per la difesa c’era la vicina Bab er Rob. Il tempo ha conferito una tonalità ocra al calcare blu di Gueliz. Al centro, l’arco a ferro di cavallo ha decorazioni su più livelli e un fregio con versetti del Corano in caratteri kufici con una benedizione alle persone che entrano nella kasba. Poco lontano verso est c’è la moschea della Kasba. Eretta per volere di Yacoub el Mansour tra il 1185 e il 1190, è l’unico monumento della dinastia almohade sopravvissuto a Marrakech, insieme alla porta Bab Agnou. Mentre la moschea fu ricostruita dopo un’esplosione nel 1569 in un deposito di polvere da sparo, il minareto è originale: nel tradizionale colore rosso ocra della città. È coronato nella parte alta da un fregio di terracotta e piastrelle turchesi che formano un elaborato disegno a losanga. La moschea, a pianta rettangolare, ha una facciata merlara lunga 80 metri e coperture assai alte che poggiano su archi polilobati o a sesto acuto sostenuti da possenti pilastri. Dall’esterno si scorgono solo il cortile centrale e i quattro laterali più piccoli, con le fontane per le abluzioni. La navata mediana, delle 11 perpendicolari al muro della qibla, è sormontata da tre cupole a stalattiti. La nicchia del mihrab e il minbar duecentesco sono preziosi, ma preclusi allo sguardo. Sul fianco della moschea faremo visita a uno dei luoghi più visitati dai turisti, le Tombe saadiane. Furono aperte al pubblico nel 1917, l’anno in cui furono scoperte. Quasi infatti a cancellare la memoria dei sadiani, il sultano alawita Moulay Ismail (1672-1727) fece murare l’ingresso ai sepolcri conservando solo l’accesso alla Moschea della Kasba. Queste tombe sono della fine del XVI secolo e si trovano all’interno di un giardino chiuso a cui si accede per mezzo di un piccolo corridoio. In questo stesso giardino si possono vedere più di 100 tombe decorate con mosaici. Lì si trovano sepolti i corpi dei servitori e guerrieri della dinastia Saadiana. L’edificio più importante delle Tombe Saadiane è il mausoleo principale. Qui è sepolto il sultano Ahmad al-Mansur (il committente) e la sua famiglia. Il mausoleo ha tre stanze, di cui la più famosa è quella con 12 colonne, dove sono sepolti i suoi figli. Tutti i monumenti sono di marmo di Carrara, la decorazione è splendida, con una profusione di ornamenti in stucco e legno dipinto e dorato, stalattiti che pendono dalla chiave di volta degli archi polibolati e da soffitti, pareti coperte da arabeschi e motivi a intreccio geometrico in gesso. Nel giardino fuori dalla costruzione sono situate le tombe dei soldati e dei servi. Peccato che però c’è davvero tantissima tantissima gente. Per evitarci tutto questo casino faremo davvero una visita fugace. C’è comunque una sorta di aurea di rispetto nell’aria, nonostante i visitatori siano numerosi, tutte le guide parlano in silenzio e si intuisce quanto questi spazi siano magici dal punto di vista religioso ed etico. Gli scorci sono un via vai di ombre e luci che tagliano geometricamente i raggi del sole creando spazi di vuoti e pieni tra gli esterni e gli interni delle tombe. Non lontano dalla Moschea della Kasba e dalle tombe saadiane, si alza la Bab Berrima. Famosa per le cicogne che nidificano sulle torri, la porta fu aperta forse da Moulay Ismail e si affaccia sulla bella place des Ferblantiers, il cui nome deriva dal materiale di cui sono fatte le lampade nei laboratori della zona, la latta. Chiamata anche place Qdaria, era la piazza principale della Mellah. Sulla piazza, pedonale, si affacciano bar e ristoranti con terrazze. Dietro la porta le rovine del Palazzo el Badi. Fu costruito verso la fine del XVI secolo per volere del sultano Ahmed al-Mansour, per commemorare la sconfitta dei portoghesi nella battaglia di Alcazarquivir, detta anche "Battaglia dei Tre Re". Poiché attualmente è completamente in rovina, dobbiamo fidarci dell’enorme dimensione del cortile e delle informazioni delle fonti dell’epoca, per farci un’idea di ciò che fu in passato. Si dice che "l’Incomparabile" (così veniva chiamato il palazzo) aveva più di 300 stanze decorate con i migliori materiali dell’epoca: oro, turchese e cristallo. Il sultano scelse di edificarlo nell’angolo nordorientale della Kasbah, vicino ai suoi appartamenti privati, e volle un ampio cortile con al centro una fontana monumentale con due vasche sovrapposte e sormontata da un getto d’acqua. Su entrambi lati, inoltre, si trovavano due padiglioni coperti da cupole sorrette da dodici colonne mentre due padiglioni di dimensioni maggiori occupano lato il settentrionale e quello meridionale. Il declino del palazzo arrivò alla fine del XVII secolo, quando il sultano Moulay Ismail decise di trasferire la capitale di Marrakech a Meknes, saccheggiando completamente il Palazzo el Badi. Vale la pena visitare le prigioni sotterranee e la terrazza da dove godere di una magnifica vista sui tetti di Marrakech. Dietro il Palazzo el Badi c’è il Palazzo Reale. Nonostante l’accesso al palazzo sia vietato ai turisti, visto che continua a essere la residenza reale, vale la pena osservare il congiunto da fuori. Dietro le mura si trova un’autentica città, con numerosi giardini e cortili. Dentro il recinto ci sono due moschee. Il palazzo possiede una sinagoga, un cimitero e un mercato. A sud del Palazzo Reale ci sono i Giardini Agdal. Sono giardini di circa 400 ettari di superficie; Il loro nome deriva dal berbero "agdal" che significa "prato chiuso". I giardini hanno al loro interno boschetti di aranci, limoni, fichi, albicocchi, melograni e ulivi. Sono stati creati come frutteti del palazzo del califfo 'Abd al-Mu'min, fondatore della dinastia almohade nel XII secolo. Vennero rinnovati dalla dinastia Sa'diana e infine ampliati durante il regno del sultano alawide Mulay 'Abd al-Rahman nel XIX secolo, quando furono circondati con mura di pisé. Sono irrigati da una rete di canali sotterranei e fossati, noti come khettera, che portano l'acqua dalle montagne dell'Alto Atlante.

La Dar el-Hana, un piccolo padiglione, si trova accanto alla grande piscina, il Sahraj el-Hana, che venne utilizzato in passato dai sultani per addestrare le truppe reali a nuotare. Il sultano Muhammad IV morì nella piscina nel 1873 quando la sua barca a vapore si capovolse facendolo annegare. Salendo di nuovo verso nord, ritorniamo verso Palazzo el Badi. A est di Place des Ferblantiers si stende il vecchio quartiere ebraico, il mellah, conosciuto oggi come Hay Essalam. Il quartiere, cinto da mura con due porte, rimase fino alla metà degli anni ’30 del ‘900 il più grande quartiere ebraico del Marocco, con più di 16000 abitanti. Dopo il 1956 le famiglie ebree hanno progressivamente lasciato il Marocco e le case del Mellah sono state occupate dai musulmani. Anche gli artigiani dell’interessante suq dei gioiellieri, tra il mellah e il palazzo della Bahia, non sono più ebrei. Il fondo al Mellah il Cimitero ebraico, degli inizi del XVII secolo, un luogo di pace con mausolei di marabutti ebrei e tante tombe bianche. Di fianco, il Palazzo della Bahia: un vero capolavoro! Tra il 1866 e 1867 la parte settentrionale di questo vasto palazzo di 8000 m² venne costruita a sud-est della medina (città vecchia) di Marrakesh, sul lato nord del mellah (il ghetto ebraico), vicino al palazzo reale, dall'architetto Muḥammad al-Makkī, su commissione di Si Musa, un ex schiavo diventato vizir del sultano alawita Ḥasan I. Aḥmad b. Mūsā (1841-1900, figlio di Sī Mūsā, a cui succedette alla carica di vizir) regnò di fatto sul Marocco come reggente del giovane sultano Mulay ʿAbd al-ʿAzīz.

Durante il suo regno, Aḥmad b. Mūsā allargò la parte meridionale del palazzo, acquistando i palazzi vicini e unendoli al suo. Vi risiedette con le sue quattro mogli ufficiali e il suo harem di 24 concubine. Il nome del palazzo prende il nome da Bāhiya, la moglie preferita di Aḥmad b. Mūsā. Poco dopo la morte di Aḥmad b. Mūsā il Marocco divenne un protettorato francese e il palazzo divenne la residenza ufficiale del residente generale di Francia in Marocco, Louis Hubert Gonzalve Lyautey, e degli ufficiali francesi. Esteso su un'area di otto ettari, il palazzo è composto da circa 150 stanze riccamente decorate con marmo, legno di faggio e di cedro e stucco di zellige. Il palazzo è suddiviso in edifici costruiti secondo uno schema che pare quasi disordinato, senza un ordine costituito, organizzati intorno a diversi cortili o giardini lussureggianti dove vi sono alberi di arancio, banano, cipresso, ibisco e gelsomini irrigati da qanāt. Questi giardini dividono l'insieme di stanze, scuderie, moschee e ḥammām che costituiscono il complesso. Se si può criticare qualcosa a questo palazzo è che tutte le sue stanze sono quasi vuote. Quando morì il visir, molta gente, incluse le sue spose, svaligiarono completamente tutte le stanze. Per fortuna, l’impressionante decorazione del tetto si può ancora vedere. A nord del Palazzo della Bahia, sulla rue de la Bahia, c’è la Maison Tiskiwin. Questo piccolo riad di inizio ‘900 espone la collezione dell’antropologo olandese Bert Flint, appassionato studioso e ricercatore di artigianto tribale. Fate un viaggio a Timbuktu e ritorno, visitando la collezione privata d'arte. Ogni sala rappresenta una regione del Marocco con artigianato locale, dalle vissute selle per i cammelli in cuoio dei tuareg ai raffinati tappeti del Medio Atlante - ideali come pietra di paragone per quelli in vendita nei souq. Osservando attentamente, potrete distinguere i motivi decorativi ricorrenti, come la khamsa (la mano di Fatima) e la croce del Sud, la costellazione che guidava coloro che viaggiavano attraverso il deserto. Appena poco più su della Maison Tiskiwin c’è il bel palazzo Dar Si Said, che ospita il Museo d’Arte Marocchina. Il Museo Dar Si Said è il museo più antico della città e quello che espone il maggior numero di opere. Come i grandi edifici di Marrakech, Dar Si Said all’inizio era la residenza di una persona illustre, in questo caso (come il suo nome indica) di Dar Si Said, il fratello del gran visir Bou Ahmed. La casa di Dar Si Said è molto grande, ha vari cortili e dispone di due piani. La decorazione più affascinante si trova arrivando verso il patio, salendo al secondo piano. Se confrontiamo Dar Si Said con il Museo di Marrakech (situato a nord della medina), possiamo dire che il primo è più grande, con una distribuzione su due piani, ed espone molti oggetti. Fra i pezzi della collezione ci sono mobili, oggetti d’uso quotidiano, armi o strumenti musicali. Comunque, la cosa più bella da vedere è l’edificio! Da qui prendiamo la Rue Riad ez Zitoun el Jedid. La via del nuovo giardino di ulivi, collega il mellah con i suq. Vivace con botteghe artigiane e negozi made in Marocco, è al centro di un quartiere di molti vicoli stretti, spesso a fondo cieco, dove sono stati aperti numerosi riad, spesso gestiti da stranieri. A ovest, la sua parallela, è la Rue Riad ez Zitoun el Kedim, che sfocia direttamente in piazza Jemaa el Fna.

Il pomeriggio lo dedichiamo al suq. Rue Suq Smarine, coperta da tralicci e assi che creano fantastici giochi di luce proteggendo persone e merci dai raggi di sole, è la via principale del suq, che attraversa in direzione nord-sud. Tradizionalmente dedicata ai tessuti e all’abbigliamento, nel primo tratto è occupata da negozi per turisti e antiquari. Molte piccole botteghe di sarti compiono lavori alla velocità della luce. A est di Rue Semarine, quasi all’altezza della biforcazione, Rahba Kedima è un piccolo piazzale conosciuto come la piazza dei farmacisti. Su un lato si concentrano infatti i chioschi e le botteghe che vendono miscele di spezie, essenze aromatiche, olio di argan, misture afrodisiache e rimedi per ogni malattia a base di radici, pelle di lucertola, frammenti di ossa e altri misteri. Si trovano anche cosmetici tradizionali, come il kashinian (piattini di terracotta con carminio) per le labbra, il kohl in polvere o l’antimonio per gli occhi, l’henné per mani e capelli, i bastoncini di suak per pulire i denti. Il centro è occupato da venditori di borse e cappelli in giunco e paglia. Un altro lato dei venditori di tappeti berberi e di gioielli. Piacevole una sosta sui tetti terrazza dei piccoli caffè. Un vicolo a destra conduce al suq Lezahl, mercato della lana, e un altro al suq Zrabia, fino al 1912 luogo del mercato degli schiavi, dove oggi si vendono tappeti dell’Alto Atlante. Se alla biforcazione di rue Smarine si prende la strada sulla sinistra si arriva al suq Hattarine, dove i fabbri lavorano il ferro e la latta con maestria producendo oggetti affascinanti, tra cui le celebri lanterne. Prendendo ancora a sinistra, le matasse appese sopra i vicoli annunciano il suq dei tintori, suq Sebbaghine, un labirinto colorato dove anche le braccia degli uomini che lavorano hanno i colori dell’arcobaleno, immerse nelle grandi marmitte nere piene di tinta sintetica. Nei pressi si trovano anche il suq Lackchbia, con le botteghe dei fabbricanti di babbucce, e il suq Cherifia, con i negozi di strumenti musicali. Un’altra delle vie principali della medina è la Rue Mouassine, piena di negozi di nuovo artigianato marocchino. Molti riad e fondouk sono stati restaurati, trasformati in maison d’hotels o in caffè-ristoranti con terrazza panoramica. Al centro sorge la moschea el Mouassine, che ha dato il nome al quartiere e ala via. Costruita nel XVI secolo, fu completamente ricostruito in epoca saadiana. La strada gira intorno alla moschea e si affaccia su una piazzetta con una fontana del XVI secolo, interamente coperta di piastrelle, con una divisione tra persone e animali. Dopo l’incrocio con rue Bscha el Glaoui, si incontra sulla sinistra la Zaouia Sidi Abdel Aziz, uno dei santi patroni di Marrakech. Arriviamo quasi nuovamente alla piazza Jemaa el Fna. Prima passiamo per la Place Bab Fteuh, una piazza a forma irregolare, era la meta delle carovane che arrivavano dall’Atlante dopo aver attraversato il deserto. Su di essa si affacciano numerosi fondouk, gli antichi caravanserragli dove venivano riposte le merci, in attesa della vendita, mentre uomini e animali si rifocillavano. Intorno a una corte centrale si aprivano diversi vani: al piano terra le stalle e i magazzini per le merci, al primo piano le camere per dormire. Oggi si trovano negozi. Ritorniamo in Piazza Jemaa el Fna. Questo è il posto dove si racchiude tutta l’anima della città: quella folle delle persone che si riuniscono intorno ad un uomo che parla ad una gallina su di un secchio, quella delle donne che iniziano una baruffa strappandosi via il velo, iniziano a tirarsi i capelli incuranti di chi è intorno o persino di una gara di box improvvisata tra ragazzi che da spettatori diventato pugili mercenari. Ho adorato prendere il tè alla menta al tramonto in uno dei caffè con terrazza panoramica in Piazza Jemaa el Fna e posso dirvi che dall’alto queste sensazioni si amplificano perché mentre voi siete lì a rilassarvi un po’ dal trambusto, ecco che arriva il richiamo del Muezin che fa eco prima dalle piccole moschee lì vicino e dopo possente arriva quello del minareto della Koutubia. Dalla terrazza del bar si “domina la scena”. La vista della piazza dall’alto è imperdibile: le persone accalcate in mezzo alle bancarelle sono parte di un unico incredibile formicaio, mentre il fumo delle cucine si raccoglie in una nuvola densa dall’odore di carne alla brace. Intanto i danzatori neri non hanno smesso un solo istante di esibirsi e, trascinati come sono dal ritmo tribale dei tamburi, potresti dire che siano per davvero animati da una forza ancestrale, che gli viene direttamente dalla musica. Andresti avanti per ore a guardare e respirare quest’aria e questa atmosfera da “Mille e una notte” e, quando decidi che sei stanco e che è ora di rientrare, puoi stare certo che tutto continuerà. Che lo spettacolo andrà avanti anche senza di te... Decidiamo di avviarci piano piano all’hotel. Ci riposiamo un pochetto in camera. La sera ci porteranno a cena fuori, in un locale molto famoso che si chiama Chez Alì, dove in questa grande struttura, situata fuori dalla città, si può godere di una buonissima cena e di un fantastico spettacolo folkroristico locale. Bene, questo è quanto ci avevano detto. Ero andato ad informarmi un po’ in internet e ho letto diverse recensioni. Tutte erano pessime. E in effetti non si sbagliavano… Il posto è molto grande, dal di fuori sembra quasi di entrare in un parco giochi, ho avuto quest'impressione... Ci sono diverse sale in queste enormi tende, con tantissimi posti a sedere. Siamo stati inseriti in un tavolo con altri turisti stranieri. Durante la cena sfilavano dei personaggi vestiti con i costumi delle tribù berbere locali che “cantavano” e “suonavano”, anche durante la cena (qualcuno ti invitava a danzare o cantare con loro, ma non ho visto molta partecipazione)! La cena è stata pessima. Avevamo chiesto, dato che non mangiamo agnello, di avere il piatto di tajine di pollo, peccato che il piatto è stato poi servito con sopra tanti fegatini cotti. Io non ce l'ho fatta, sarà prelibato per loro, ma non per il mio stomaco. Menomale che c'era il pane con cui riempirmi lo stomaco. Lo spettacolo, come la cena, quanto mai deludente, molto turistico e scialbo. La corsa dei cavalli ripetitiva, la stessa cosa per 20 minuti, rincorsa e sparo dal fucile con botto. Luci scarsissime, non si vedeva nulla. Poi è entrata una ballerina nell'arena che ha ballato la danza del ventre. Infine un saluto "coreografico" che prevedeva una “camminata” da parte di tutti i personaggi che poco prima con i loro vestiti tradizionali erano passati per i tavoli. Fuochi d'artificio (brutti) e ciao. Finalmente lo spettacolo è finito.

Il giorno dopo siamo nuovamente in partenza, direzione sud, circa 400 km da percorrere che ci porteranno a Zagora. Dopo la bellissima giornata di sole di ieri ci svegliamo che è nuovamente brutto tempo. Beh, non potevamo perderci la vista di Marrakech sotto la pioggia, in fin dei conti mancava all’appello…! Partiamo, direzione sud est. Ci imbocchiamo verso la strada nazionale n°9. Questo è uno dei percorsi più spettacolari del Marocco, con la strada che sale dalla pianura nelle valli d’Atlante, passando in poco tempo dalle palme ai boschi di conifere. Più in alto sono solo montagne nude con la terra che ha i colori delle spezie dei suq, dove le uniche macchie verdi sono quelle degli oleandri nel greto secco degli uadi. Oltre il passo, si respira già aria di deserto, nelle più belle kasbe del Marocco. L’Alto Atlante fa da divisorio tra due mondi. La strada che si percorre fu costruita dai francesi come alternativa alle antiche vie carovaniere che passavano per la valle dell’Ounila, controllate per il XIX secolo e buona parte del XX secolo dalla famiglia Gaoui, il potente pascià di Marrakech.

Oggi è abbastanza in buone condizioni, anche se troveremo tantissimi lavori che rallenteranno il nostro cammino. Inoltre la strada risulta anche essere molto trafficata e tutta a curve, sulle quali non è facile superare i numerosi autobus e i lentissimi camion diretti a Ouarzazate. Nel caso partite con il serbatoio sempre pieno, vista la scarsità di pompe di benzina. Ma la cosa che più mi mette alla prova è la continua pioggia che scende fortissima. Ma la pioggia sarà il meno. La temperatura cala ed ecco, sì signori, la neve! Non posso crederci… Mai avrei creduto di arrivare in Marocco e di dovermi subire la neve, in questo periodo poi! In realtà nessuno di noi sembra così entusiasta dell’idea. Ogni tanto accenderemo anche l’aria calda in auto perché l’aria è davvero fredda! Non so, a distanza di giorni devo ancora capire se questa parentesi fredda e innevata del Marocco mi abbia fatto piacere o meno… una cosa è certa: la pioggia proprio no! Su quasi due settimane la prima settimana è stata quasi sempre bagnata. Il nostro autista ci ha riferito che erano 25 anni che non pioveva così tanto in Marocco.

Il giorno della nevicata ha detto che erano tantissimi anni che non vedeva la neve a quota non così alta e di questo periodo. Bene che dire, siamo fortunatissimi! Peccato per il tempo, perché lo scenario è davvero bello! In sostanza si lascia Marrakech e si attraversa un paesaggio verde di ulivi e campi coltivati alle prime propaggini dell’Alto Atlante, fino ad inoltrarsi nella valle solcata dall’uadi Zat, alle pendici del gebel Tasghimout. Dopo Ait Ourir, un piccolo villaggio, si scorgono le rovine di uno dei due accampamenti fortificato almoravidi di Tasghimout, “Piccola collina”, costruiti verso il 1125 a controllo della strada della montagna. La strada sale per una valle dai versanti rossastri fortemente incisi al passo Tizi Ait Imquer (170 m). Tra calanchi di terra rossa e giallo ocra, si arriva al piccolo villaggio di Taddert, l’ultimo prima del passo. Ci fermiamo per fare una pausa pipì e una pausa thè caldo. Ma fuori fa talmente freddo che non ci va molto di stare fuori dall’auto. Al posticino dove ci fermiamo, inoltre, ci sono tantissime altre carovane di turisti e una gran fila al piccolo bar. Decidiamo di risalire subito in auto. Ho i piedi gelati. La salita verso i 2260 m è vertiginosa, con la strada sinuosa, tutte curve e tornanti, in un paesaggio quasi lunare, coperto però dalla copiosissima neve. Alla fine della salita il Tizi Tichka (2260 m), il passo dei pascoli, spoglio e ventoso, con qualche caffè dove ristorarsi. Ma…restiamo in auto! Subito dopo il passo il tempo inizia a migliorare, molte meno nuvole, quasi 0, niente pioggia, smette di nevicare, ma molto vento e freddino! Quattro chilometri dopo il passo, una deviazione a sinistra su una strada asfaltata porta a Telouet, villaggio a 1800 m di quota, in una valle bucolica sul versante sud dell’Atlante. La qasba di Telouet, nota anche come Palais du Glaoui, è una qasba costruita fra il XIX e il XX secolo. Il passaggio delle carovane di mercanti, che collegavano le principali città del deserto al di là dell'Atlante e le vicine miniere di sale fecero la ricchezza del Pascià che viveva a Télouet. La qasba attuale venne costruita dal 1860 dalla tribù berbera dei Glaoua, accanto ad una vecchia qasba i cui resti sono ancora oggi visibili. Venne poi ampliata notevolmente nel corso della prima metà del XX secolo da Thami El Glaoui. La leggenda vuole che 300 operai abbiano lavorato per tre anni per decorare soffitti e pareti. Le pareti sono trattate, a volte con stucco e qualche volta con zellige, mentre il legno di cedro dipinto è utilizzato per i soffitti. I tetti sono coperti da tegole in ceramica dipinta di verde. Il risultato è un insieme di edifici enormi, e il cui interno mostra una ricchezza significativa. Il supporto dato ai francesi da Thami El Glaoui, spesso chiamato Le Glaoui, durante l'occupazione francese del Marocco, gli procurò il sostegno reciproco delle autorità coloniali francesi. Al culmine del suo potere, Glaoui rappresentava una grande potenza che fece di lui una delle figure principali del paese, ma questo si ritorse contro di lui dopo l'indipendenza del Marocco. Cadde nell'oblio e morì nella sua qasba a Télouet nel 1953. Da allora, soprattutto a causa dell'impegno politico del suo proprietario, la qasba è quasi abbandonata.

Ritorniamo indietro verso il passo e ci rimettiamo quindi sulla strada n°9. Si tocca il villaggio di Aguelmous, in cui si trovano interessanti architetture rurali, e si prosegue per Igherm Ougdal, villaggio fortificato nei pressi di una kasba, a 1970 m di quota. All’uscita dell’abitato, a sinistra, si vede un bel agadir, granaio-fortezza in pisè rosso costruito su un basamento di pietra, con quattro torri angolari. Dopo Agouim, la strada continua a scendere nella sempre più ampia valle dell’asif Iminni, toccando alcune kasbe. Ci fermiamo e ammiriamo più volte la catena dell’Alto Atlante alle nostre spalle. Le nuvole e il brutto sembrano essersi fermate lissù. Vedendole rimango un po’ spiazzato dalla grandezza e altezza, e pensare che non tanto tempo prima eravamo proprio lissù, in mezzo a quella bufera di neve! Une deviazione di 9 km a sinistra poco prima del villaggio di Tazentoute porta ad Ait Benhaddou, uno dei villaggi fortificati più famosi del Marocco, tutelato dall’Unesco. Ait Benhaddou è una delle località più spettacolari dell'Atlante marocchino. La sua splendida kasbah sembra un castello da favola fatto di sabbia che si affaccia sull'immenso deserto roccioso dalle diverse sfumature color pastello. La kasbah è del XVI secolo e da qui passavano le carovane che trasportavano sale da Marrakech verso il deserto riportando indietro oro, avorio e schiavi. Le sue mura sono ben conservate e utilizzate spesso come set cinematografici per film quali Il the nel deserto, Lawrence d'Arabia, Sodoma e Gomorra e Gesù di Nazareth. Oggi nella kasbah vivono sei famiglie che si guadagnano da vivere con l'agricoltura e il turismo. Sulla sommità ci accoglie un suonatore con uno strano violino monocorda. Nelle abitazioni tradizionali non arriva l'acqua corrente e tutti gli abitanti si approvvigionano da una fontana di acqua potabile ubicata nel centro del paese. Poco più in là sorge la città nuova, con case moderne stile kasbah, acqua in casa, una Moschea e una scuola. Per raggiungere lo Ksar c'è un comodo ponte di moderna costruzione, ma preferiamo affrontare le grosse pietre e i sacchi di sabbia del guado appena più a sud e attraversare le placide acque del fiume gustandoci il panorama e scattando foto ad ogni cambio di prospettiva. Il complesso intrico di vicoli e scale che si arrampicano sul fianco della collina, ci conduce fino alla cima di uno sperone roccioso dal quale una torretta domina il panorama sottostante. Non ho parole per descrivere la libertà e il senso di benessere che provo stando quassù, lascio scorrere lo sguardo fino ai confini dell'orizzonte e mi gusto ogni sfumatura, ogni colore, ogni particolare del quadro naturale che ho la fortuna di poter osservare. Non so dire con precisione cosa esattamente mi affascini, credo sia il tutto, nel suo complesso, la natura regina e madre, l'architettura che sembra appartenere ad un mondo di fiaba, di storie lontane, di principi e concubine, mercanti e schiavi, ma anche di storie d'amore e guerra, gloriose civiltà e successiva decadenza. Vivo ogni attimo assaporando la felicità genuina che mi regala. Ci fermiamo qui per pranzo e poi proseguiamo il cammino.

Arriviamo a Ouarzazate, che visiteremo i giorni a seguire. Proseguiamo il cammino lungo sempre la strada nazionale n°9, percorriamo la cosiddetta Valle del Dra. Dal deserto di montagna a quello di sabbia. In mezzo la catena di oasi lungo la valle del Dra, stretta per 60 km fra i corrugamenti montuosi dei gebel Saghro e Siroua e poi ininterrotta oasi verdeggiante da Agdz fino a Tamegroute e oltre. Sono circa 180 km d’immensi palmeti e colture: cereali, henné, legumi sugli argini, frutteti sulle terrazze intermedie, palme da dattero e tamerici su quelle più alte, incise dallo uadi. Fino a Zagora il letto del Dra è ammantato di oleandri, con qualche scheletro di acacia gommifera a preannunciare il Grande Sud. Da Ouarzazate lasciamo quindi alle spalle i monti dell’Atlante e percorriamo la n°9 superando a sinistra la diga di El Mansour ed Debbi, realizzata nel 1969 per alimentare una centrale idroelettrica e regolamentare la portata del Dra, prevenendo le piene e irrigando la valle. La strada si snoda in un territorio aspro su cui si disegnano geometrie naturali che cambiano con la luce del sole. Ad Ait Saoun inizia la salita tra i monti verso il Tizi Tinififft (1660 m) dove la vista spazia dal profondo canyon del Dra al gebel Saghro e all’Atlante. La discesa del passo conduce ad Agdz, semplice villaggio lungo la strada, con bancarelle e botteghe di artigianato locale sotto i portici, sovrastato dal lungo crinale scheggiato del gebel Kissane, ai cui piedi c’è una bella kasba. A nord del villaggio si estende un rigoglioso palmeto. All’uscita del villaggio, il giardino biologico di Hart Chaou è stato creato nel 2004 dagli abitanti del villaggio come autosostentamento e integrazione di proteine fresche nella dieta. Dopo dieci anni ha raggiunto la dimensione di quasi due ettari, con 40 piccoli giardini dove crescono ortaggi biologici, grazie all’irrigazione fornita da due pozzi e al concime fatto con letame e resti organici. Un piccolo paradiso per entrare in contatto con la gente della valle. Sull’opposta riva del fiume, lo ksar di Tamnougalt, antica capitale della regione mezguita, è tra i più interessanti della valle, con torri affusolate e ornate di decori. Da Tamnougalt parte una pista che segue il corso del fiume Dra sulla riva settentrionale. Perfetto per entrare in contatto con i villaggi meno battuti, tra i campi coltivati e palmeti. La n°9 tocca la maestosa kasba glaoui di Timiderte, oggi piccolo albergo, mentre più avanti si inoltra nel palmeto fino alla kasba e allo ksar di Tinezouline. Nelle vicinane, volendo, si può visitare l’importante sito di incisioni preistoriche rupestri libico berbere di Fum Chenna, risalenti a 3000 anni fa. Superato Qsbet er Rommad, la strada s’inoltra nella gola di Azlag e nel territorio delle tribù ouled yahia e roha, di lingua araba. Più avanti i palmeti di Ternata e Tanzita annunciano Zagora. Ai piedi di un picco roccioso con resti di una fortezza almoravide dell’XI secolo, Zagora è una cittadina di circa 30000 abitanti sullo uadi Dra, moderna e antica al tempo stesso. Considerata la porta del deserto, era un tempo celebre per il cartello che in fondo alla via principale segnalava “Tombouctou, 52 jours”, intendendo a dorso di cammello. Ora il cartello è stato rimosso e Zagora non ha più quell’aria remota: l’asfalto è andato oltre e nuove piste ben battute la collegano agli altri centri del sud. Resta tuttavia la base da dove organizzare le escursioni nel deserto. Tutto si concentra nella via principale, boulevard Mohammed V, con la banca, i taxi, le agenzie di viaggi, il suq. I giorni più animati sono il mercoledì e la domenica, quando la cittadina ospita il suq settimanale che richiama gente da tutta la regione e dove si può trovare di tutto, dai datteri alle zappe, dalle capre alle stuoie intrecciate a mano. Arriviamo al nostro hotel, il Palais Asmaa. Devo dire che ero molto spaventato avendo letto le recensioni prima di arrivare. Alla fine pensavo peggio. La struttura è davvero molto bella esternamente, ma all’interno andrebbe proprio ristrutturata, soprattutto le camere. Ma per una notte va bene. Faremo una buona cena, due chiacchiere ai tavolini e poi via, si rivà in camera. Prima di dormire decido di affacciarmi al balconcino, che affaccia su questa distesa di palme incredibile. Alzo gli occhi al cielo e rimango senza parole. Mai ho visto un cielo così stellato. Mi emoziono come un bimbo. Non sono un esperto di astronomia, eppure, da quei pochi e vaghi ricordi che ho, riesco a distinguere alcune costellazioni. Mi son sentito così piccolo di fronte a quell’immensità…Davvero, mai visto un cielo così! Sembrava un telo di velluto blu cosparso di un miliardo di luci. Ci sono alcuni casi in cui si spera davvero di rimanere bambini per sempre, perché non si vuole mai smettere di esprimere desideri.

Il mattino dopo ci svegliamo alla buon’ora. Sarà che ero stanco morto, ma tutto sommato ho dormito come un sasso. Molto meglio di altre notti in hotel più chic. La colazione purtroppo sarà davvero deludente però. Si parte! Meta di una passeggiata tra le prime dune sahariane sono il vicino villaggio e il palmeto di Amazraou, 1,5 km a sud est oltre il fiume Dra, dove alti muri riparano i frutteti dai venti del deserto. Fino a 70 anni fa nel villaggio viveva una folta comunità ebraica di cui si può ancora vedere la sinagoga. Qualche laboratorio di gioielliere, oggi berbero, perpetua la tradizione nata nell’antico mellah. Dal camping de la Montagne parte la pista che sale verso il gebel Zagora (947 m), una delle escursioni più classiche da compiere preferibilmente all’alba o al tramonto, che regala grandi vedute sui palmeti, il fiume, il deserto e il gebel Saghro sullo sfondo. La via è piuttosto frequentata e segnalata. Noi comunque non la faremo anche perché farla a piedi andata e ritorno ci si impiega molto tempo, che non abbiamo. A una ventina di km da Zagora c’è Tamegroute, un antico centro religioso cresciuto intorno alla zaouia Naceurya, dedicata a Abu Abdallah, uno dei più importanti santi sufi, viaggiatore in Persia, Arabia e Medio Oriente, dove raccolse manoscritti preziosi. La scuola coranica, tutt’ora in funzione, venne fondata nel XVII secolo e dotata di una biblioteca ricca di testi provenienti da tutti i paesi arabi. Ne restano numerosi manoscritti, in particolare i rari corani miniati tra cui un esemplare dell’XI secolo su pelle di gazzella. Purtroppo non c’è il custode e non riusciamo ad entrare dentro. Ci portano poi a vedere il villaggio e la sua cooperativa di vasai. Partenza per Erfoud attraverso Tansikht e Kob (quest’ultima molto piacevole panoramicamente) che preannunciano attraverso i loro paesaggi l’avvicinarsi al deserto. Prendiamo così la strada nazionale n°12. A più della metà del percorso ci fermiamo nei dintorni della località di Alnif, alla “kabah Meteorite”. Un bel posticino, molto curato, bella piscina e tranquillo. Mangeremo le solite cose (insalata, cous cous e stavolta polpettine), ma buono devo dire. Dopo di nuovo in partenza per direzione Erfoud. La sensazione è quella di essere al cinema a vedere un qualche documentario sulla natura. Per la strada un susseguirsi di paesaggi mozzafiato, che cambiano velocemente ed incantano. Si passa dalla campagna con i suoi fichi d’india, a villaggi costituiti da case che sembrano un tutt’uno con la pietra e la terra delle colline che man mano avanzano, per poi lasciare spazio alle imponenti rocce brulle e selvagge dell’Atlante, condite alcune da macchie di neve. Poi la discesa dalle montagne si dipinge di rosso. Rocce e terra rossa, come il colore delle case che lì sorgono e come il colore dei ruscelli d’acqua della quale si tingono. Il tutto accompagnato da scheletri di alberi grigiastri prima, e da mandorli in fiore poi. Lentamente si torna in piano ed il paesaggio si fa più secco e desertico, degno dei migliori scorci dell’Arizona in terra americana. Non si può fare a meno di osservare inermi quelle rocce stratificate e maestose, per sentirsi piccoli e impotenti di fronte a tanta grandezza. Prima di arrivare ad Erfoud si passa per le rovine di Sijilmassa. Quest’ultima è stata una città e un importante centro mercantile medievale. Fu infatti fino all'XI secolo (come terminale della grande strada commerciale trans-sahariana occidentale che si dipanava dal fiume Niger a Tangeri, nel Sahara occidentale) uno dei più importanti centri mercantili del Maghreb. Divenne assai potente grazie ai floridi traffici con le regioni africane, e in particolar modo con l'antico Impero del Ghana, gravitanti cioè sul Golfo di Guinea, in cui venivano portati prodotti di alta complessità tecnologica e il prezioso salgemma estratto dalle miniere presenti nel deserto dei Taodeni e Tagahaza (Mali), scambiati col non meno prezioso oro, assai abbondante in quelle regioni (non a caso si parlava di "Costa d'Oro"), con avorio, penne di struzzo e con uomini, donne e fanciulli, presi schiavi dalle locali popolazioni. Oggi le rovine di Sijilmassa, che si estendono a un paio di chilometri dal centro urbano di Rissani, sono state riconosciute dal World Monuments Fund come un sito soggetto a grave pericolo di scomparsa e custodito dal Ministero marocchino della Cultura. Arriviamo ad Erfoud. Qui il gruppo si dividerà, c’è una parte che ha deciso di rimanere qui, e chi, come noi, deciderà di proseguire per Merzouga per dormire la notte in tenda ai piedi del deserto del Sahara, nell’Erg Chebbi. Prima passiamo per la cittadina di Rissani, ultima oasi del Tafilalt, culla della dinastia alaouita, gli attuali sovrani del Marocco. La kasba, ancora abitata, fu edificata alla fine del XVII secolo da Moulay Ismail. Il tranquillo villaggio con le mura in terra cruda non ha nulla dello splendore del potente regno berbero che per cinque secoli, dal 757 al 1393, dominò il sud del Marocco. La capitale era proprio l’antica Sijilmassa. Al centro di una valle verde e lussureggiante, era l’ultima tappa della Via del Sale, la strada carovaniera che attraversava l’Africa occidentale. Circa 2 km a sud est di Rissani c’è la zaouia del padre di Moulay er Rachid e capostipite della dinastia alaouita, ricostruita nel 1955 dopo una rovinosa piena dello Ziz. Non lontano si vedono due koubbe in cui sono sepolti i familiari di Moulay Ali Cherif. Dietro la zaouia si trovano le vaste rovine dello ksar di Akbar, eretto probabilmente all’inizio del XIX secolo come residenza dei membri della famiglia reale esiliati e delle vedove dei sultani. Una triplice cinta fortificata, difesa da cannoni e da una guardia di soldati neri, proteggeva la parte dei tesori imperiali che vi era riposta. Oltre la monumentale porta con arco a ferro di cavallo, decorata a motivi geometrici e a intreccio, si entra in una grande corte un tempo abbellita da giardini. Di fronte si vedono i resti di una seconda, più elevata cinta, rinforzata da torri merlate. Ancora una porta introduce a una terza corte che racchiude i resti di due palazzi, con superstiti decorazioni in gesso. Dalla zaouia di Moulay Ali Cherif parte il Circuit Touristique, un itinerario segnalato tra i palmeti che tocca una serie di ksar medievali. Come lo ksar di Oulad ab del Halim, con mura fortificate da alte torri, ingentilite da un gioco di rientri e di aggetti dei mattoni di terra cruda. All’interno della prima cinta spicca il monumentale ingresso alla kasba, costruita tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo come residenza del governatore del Tafilalt.

Più a sud, si raggiungono le rovine dello ksar di Tingheras, che offrono un’ampia vista sul palmeto del Tafilalt. Siamo non distanti dal deserto. Saliamo sui nostri 4x4. Mi aspettavo più una sorte di jeep, ma dentro mi rendo conto che queste macchine sono una bomba. Rimango molto stupito nel vedere le grosse ruote e soprattutto un manubrio gigante. Sarà che non sono esperto di motori… Prima di arrivare alle dune di Erg Chebbi ci fanno fermare in un posto un po’ in altezza per scattare delle foto in lontananza. Poi entriamo in auto. E lì arriva la sorpresa. Un po’ stupiti l’autista inizia a correre come un matto sullo sterrato, tra pietre e sabbia. Inizialmente pensiamo sia un matto, poi all’improvviso mi rendo conto che intorno a noi ci sono altre 4x4: è una gara! Iniziano tra loro a gareggiare tra frenate, stop e ripartenze. Io mi diverto molto, anche se ammetto che non è proprio comodo. Altri in macchina con me un po’ si spaventano e iniziano a urlargli che deve andare piano… Gli dico di stare calmi, che è tutto un gioco e sono preparati a questo. E’ fatto tutto appositamente. E’ proprio quello il suo bello… Io sinceramente mi son divertito, quando mi ricapita più di scorrazzare come un matto in un 4x4 in mezzo al deserto! Arriviamo proprio sotto le dune, all’accampamento di tende. Dio mio che spettacolo davanti… alte, colori bellissimi, e tutti dromedari…finalmente deserto! Prima andiamo a posare le nostre cose nella nostra tenda. Faccio un po’ davvero fatica a “trascinare” la valigia sui tappeti posati sulla sabbia, ovviamente! Il posto è superorganizzato! Non credevo… Parlano anche in italiano (parlano qualsiasi lingua qui), ci danno le varie spiegazioni e ci danno il numero di tenda. Rimango davvero stupito dall’organizzazione, il tutto è davvero strambo per me, quasi surreale. Ma rimango ancora più stupito quando apriamo la nostra tenda: ma questo è un hotel! C’è un bello spazio con un bel lettone, un paio di comodini, poi uno spazio che funge da antibagno, con un bello specchio e di lato a destra e a sinistra due spazi anche abbastanza larghi, da una parte c’è la doccia e dall’altra il wc! Ma qui c’è tutto!! Io rimango davvero senza parole, mi chiedo come hanno fatto ad organizzare in questo posto il tutto così bene. Da non crederci! Ed io che ero spaventato all’idea di dormire di notte al freddo in mezzo al deserto, magari in un sacco a pelo, passando una notte sì bella ma insonne e al freddo… niente di tutto ciò! Forse una volta anni fa era così (anche da qualche racconto di amici che han fatto questa esperienza), ma ormai nel 2018 anche ai piedi del deserto non si può rinunciare a un minimo di comfort. A me non dispiace comunque, affatto! Siamo indecisi se fare la cammellata subito oppure domattina all’alba. Alla fine nonostante ci sono tantissimi turisti, decidiamo di farla in quel momento, perché il cielo è bellissimo, la temperatura è ancora calda e ci sono bei colori.

L’indomani in mattinata presto sarà sicuramente più freddo all’alba. Per fortuna non attendiamo molto. Possiamo scegliere o per il giro corto al costo di 25 euro o per quello lungo al costo di 35 euro. Anche se non sono pochi, è un’esperienza che forse non ci ricapiterà più. Vada per il giro lungo. Eccoci salire sul dromedario, inizialmente titubante, un animale buffo ma che non mi ha mai ispirato molto simpatia. Invece qui mi accorgo che tutto sommato, mi fanno una tenerezza allucinante. Sto facendo il turista egoista e banale, che paga per fare un giro sulla sua gobba, per un attimo mi sento colpevole, ma al pensiero che i miei soldi possano anche farlo mangiare e accudire, mi sento un pochino risollevato. O così voglio credere. Il mio cammello si vede che è giovane, e mi chiedo come mai sia così scuro rispetto agli altri. Si piega senza fiatare e porta il mio peso. Di un buono e un tranquillo… Iniziamo così il giro tra le dune del deserto guidati da due tuareg. Tuareg che saranno molto gentili. Ci scatteranno tante foto, ci metteranno il tagelmust al viso, il famoso copricapo che utilizzano loro. Peccato che tanta gentilezza alla fine del giro sarà un po’ rovinata dalla continua e insistenza ricerca di denaro o vendita di qualcosa. In maniera un po’ eccessiva… Che dire del giro nel deserto, una delle cose più belle che abbia mai fatto. Un’esperienza incredibile. Questo giorno è stato il cuore del viaggio, la transizione ed il momento in cui lo stupore e la scoperta hanno ceduto il posto alla gratitudine. Ogni barriera, ogni freno è caduto. La sera mangeremo tutti insieme sotto la grande tenda. Solita cena, accompagnata da musica locale e accensione del fuoco. Un vero gran casino che continuerà fino a tardi, nonostante poi la sala dopo cena si svuota poco a poco. Prima di andare in tenda saliamo sulla terrazza più alta della struttura, obiettivo è vedere il cielo. Meraviglia come l’altra sera, un cielo strepitoso, colmo di luci di varie dimensioni. Non vedrò alcuna stella cadente, ma lo spettacolo non ha prezzo. La notte in tenda passerà, con una dormita un po’ così così a dire il vero. Abbiamo messo la sveglia alle 6 per vedere l’alba nel deserto. Appena metto fuori il mio corpo dal letto, beh si sente una bella differenza di temperatura! Anche se sicuramente tra qualche ora farà di nuovo un gran caldo. Andiamo in solitaria su una piccola dunetta a vedere l’alba. Che dire…

Ecco un nuovo giorno che inizia… e che inizio! Rientriamo in tenda per una fugace colazione. Purtroppo non abbiamo luce, ci spiegano che in questa zona del Marocco spesso capitano alcune mattinate in cui ci sono dei veri e propri vuoti di elettricità. Non ho ben capito come mai, cercano di spiegarmelo… Come uno stupido mi faccio una doccia prima di partire, peccato che saltando il generatore di corrente, manca anche l’acqua calda. Maledetto me, mi sono gelato! Dopo non molto prendiamo le nostre valigie le carichiamo sul 4x4 e ripartiamo. Stavolta l’autista, lo stesso di ieri, fa il bravo e va con calma, non c’è nessuno con cui gareggiare. Peccato però… Poteva essere un modo divertente per iniziare la giornata in modo movimentato. Man mano dallo specchietto retrovisore vedo le dune di Erb Chebbi allontanarsi dal mio sguardo. Che dire. E’ stato un tuffo nella natura più estrema e incontaminata. Dei dromedari nel mezzo di una tempesta di sabbia ci hanno condotto nel nulla, tra dune di sabbia ed il solo suono delle folate di vento. Un sorprendente campo tendato dove abbiamo passato la notte, con sopra la nostra testa un cielo stellato da far paura. Con l’incontro con il deserto, ho definitivamente ceduto un pezzetto di cuore in questo posto, e che rimane lì, seppellito sotto qualche duna di sabbia. Non esistono parole adatte per poter descrivere un luogo come il deserto. Il deserto è mozzafiato. E’ un tramonto assistito arrampicandosi su una duna, selvaggio perché offuscato magari da qualche nuvola che viene spazzata dal vento. E’ un sole che nascondendosi rende le dune camaleontiche. E’ un cielo che in realtà è un lenzuolo di stelle che brillano come pietre preziose. E’ la luna piena che sorge regina ed illumina tutto come il faro di un porto sicuro. Sono i bonghi suonati intorno al falò, fino a che il sole non torna di nuovo ad inondare e riscaldare il mondo con i suoi raggi, sorgendo lentamente e solenne avvolto da un silenzio assordante e surreale.

Percorreremo oggi la strada nazionale n°10, un’altra strada davvero panoramica che si snoda per 350 km da Er Rachidia ad Ouarzazate, attraverso un deserto di montagna dagli scenari spettacolari, tra spogli profili di monti. Piccole oasi da scoprire, addentrandosi tra i canaletti di irrigazione all’ombra delle palme, tra frutteti, orti e colture di rose. Dal verde spuntano le torri di ksar e kasbe, architetture da Mille e una notte, di terra e di fango, che cambiano colore a ogni ora del giorno. Questa è la cosiddetta via delle kasbe, uno dei classici percorsi del sud del Marocco che attraversa capolavori della natura come le gole spettacolari scavate nei millenni dai fiumi Dades e Todra. Salendo da Erfoud, tra la strada n°10 e la R702 si incrocia il paese di Tinejdad. Nel palmeto del Ferkla, che più di altri ha sofferto per malattie e siccità, Tinejdad è popolata dalle tribù degli Ait Atta, antichi guerrieri originari del sud stabilitisi in queste zone. Antica tappa carovaniera, ha un nome che significa nomade. In un antico ksar, ben conservato, il Museo delle Oasi, formato da una ventina di sale che documentano la vita nelle oasi attraverso oggetti antichi di uso quotidiano, fotografie, plastici, mappe e disegni che raccontano la vita di un popolo: l’agricoltura, l’artigianato, il commercio, le tradizioni e la religione. Poco distante si trova il Museo delle sorgenti di Lalla Mimouna, che è stato creato intorno a una risorgiva. Il percorso espositivo segue un ordine cronologico e racconta la cultura e le tradizioni della religione, con particolare attenzione all’acqua. Dopo circa 50 km eccoci arrivare alla bella Tineghir. Uno dei posti più belli visti. Antica posizione militare a 1350 m di quota, disposta a terrazze tra frutteti e oliveti ai piedi di un magnifico palmeto. La posizione, tra il Tafilalt e la valle del Dra, allo sbocco delle Gole del Todra, di cui a nord si intravede la faglia, la rende una ottima base per le più belle escursioni nel sud marocchino. La vecchia kasba del Glaoui, oggi in rovina, s’innalza sulla campagna. Da una terrazza si ammira la vastissima oasi suddivisa in giardini, tra le più belle viste in Marocco, disseminate di kasbe e ksar. Interessante soprattutto la grande palmeria di Afanour, con lo ksar abbandonato e la moschea Ikelane, restaurata totalmente costruita in pisè. Da Tinghir alle famose gole di Todra ci sono circa 15 km. Il Todra è un affluente dello uadi Gheriss, nasce dagli altipiani dell’Atlante e nei millenni ha scavato un solco profondo nella roccia, formando gole spettacolari, fra pareti a picco alte più di 300 metri. Da Tineghir, la strada costeggia il palmeto che si restringe all’altezza delle gole quasi a formare una stretta striscia di verde. Il tratto della gola deve essere percorso a piedi. Essendo domenica c’è un bel po’ di gente, molte famiglie e giovani marocchini pronti per fare picnic. Ad occhio e croce le pareti di roccia che si stagliano sopra di noi, sembrano anche superare di gran lunga i 300 metri di altezza. Ci si sente minuscoli e si fatica a scorgere un po' del perimetro blu del cielo. Tra le gole c'è un lungo camminatoio, affiancato da un fiume, che percorro osservando alcuni gruppi di nomadi che si stanno occupando del bestiame o del lavaggio dei panni. Cerco di fotografarli, ma vedendo la loro espressione poco cordiale capisco che, forse, non è il caso. Scatto due foto in automatico, senza destare sospetti e me ne fuggo in macchina prima di ritrovarmi inseguito da una mandria di animali e uomini in un colpo solo! Dopo questa visita davvero molto carina riscendiamo a Tinghir e ci fermiamo a pranzo all’”hotel kasba Lamrani”. Struttura bella, ma pranzo niente di che… Muoio dalla voglia di mangiare un vero e proprio dessert marocchino, ma nulla, non hanno alcun dolce, come dolce ci propongono la solita arancia con la cannella spolverata, che seppur molto buona, ci inizia un po’ a stufare. Ci rimettiamo di nuovo in viaggio, sempre sulla N°10, direzione ovest. Dopo circa 50 km da Tinghir siamo a Boumalne Dades, un moderno centro amministrativo in una zona ricca di ksar e kasbe. In bella posizione offre grandi panorami, essendo chiusa a nord dalla spoglia catena dell’Alto Atlante, che riverbera di tonalità cangianti dal rosa al bruno violaceo, e a sud dai rilievi vulcanici del gebel Sanhro. Da qui si può salire poco a nord a far visita ad altre gole, le gole del Dades. Subito a nord di Boumalne Dades si raggiunge una kasba appartenuta al Glaoui e poco oltre, sulla destra, si stagliano le kasbe di Ait Arbi, ai piedi di fantastiche rupi vulcaniche. La strada sale allontanandosi dallo uadi Dades, valica un colle, attraversa una zona di rocce erose per rientrare poi nel solco del fiume. Superato il ponte di Ait Oudinar inizia il tratto più bello delle gole, che si chiudono in un canyon mentre la strada si inerpica lungo la parete rocciosa a strapiombo. Belle, ma secondo me meno belle di quelle di Todra.

Ritorniamo indietro a Boumalne du Dades e riprendiamo la strada n°10. Dopo circa mezz’ora siamo a Kelaa des Mgouna, nella cosiddetta Valle delle Rose. Kelaa des Mgouna è un villaggio fortificato a 1467 m di quota sulla riva sinistra dello uadi Mgoun, che sbocca dalla montagna per confluire nello uadi Dades. La coltivazione delle rose damascene, la distillazione dell’essenza e la produzione di acqua di rose, saponi, creme e profumi, rappresentano un importante risorsa per l’economia locale. Nella zona intorno si producono circa 1000 tonnellate di fiori all’anno. Il nome della zona, Valle delle Rose, deve il nome più che ai fiori al colore rosato delle rocce. Si possono visitare anche i laboratori della distillazione, tra alambicchi giganteschi e tonnellate di petali, ma solo nel periodo della raccolta. Tra maggio e giugno, a seconda degli anni, si tiene anche il Festival della rosa per celebrare il raccolto, con gli abitanti dei villaggi che scendono dalle montagne per visitare il grande mercato e far festa. Altri 50 km in direzione ovest ci dividono per la cittadina di Skoura. Anche qui uno scenario molto suggestivo, dominato da rocce color ocra. Skoura è una vasta oasi, un tempo tra le più importanti della regione. Qui arrivavano le carovane dei cammelli guidate dai tuareg e da qui le merci, caricate sui muli guidati dai berberi, venivano trasportate attraverso l’Atlante verso le città imperiali. Testimoniano questo passato le kasbe di Ben Moro, el Kebbaba, Dar Sidi el Mati, che si possono raggiungere seguendo la rete dei sentieri. La più bella è la kasba Amerhidil, un castello di sabbia decorata, cui si accede costeggiando lo uadi Amerhidil, affluente del Dades. Costruita nel XVII secolo e ancora utilizzata, è un affascinante museo vivente, con i forni per il pane, il frantoio, le camere da letto. Un sentiero conduce anche all’imponente granaio marabout di Sidi M’barek, sormontato da una cupola, uno dei sette marabutti dell’oasi. Dopo circa 50 km siamo ad Ouarzazate. Anche se non sembra, siamo a 1160 m di quota, sull’omonimo uadi, Ouarzazate è l’unica città importante oltre l’Atlant, alla confluenza delle valli del Dra e del Dades, strategica per l’esplorazione del sud presahariano. Fondata nel 1928 dai francesi come base militare e amministrativa, si è poi sviluppata come centro amministrativo (quasi 50000 abitanti) e soprattutto di produzione cinematografica, diventando la Hollywood del Marocco. Subito andiamo in visita alla periferia orientale alla Kasba di Taourirt. Si tratta di una delle kasba meglio conservate del paese, anche se non è più abitata dalla fine degli anni 1930. La sua conservazione è dovuta al fatto che è stata trasformata in museo e nello stesso tempo è stata utilizzata come ambientazione per numerosi film girati negli studi Atlas di Ouarzazate, la Cinecittà appunto del Marocco. Costruita con fango e paglia come tutte le costruzioni di questo genere presenti in Marocco, era una fortezza palazzo appartenuta alla potente famiglia berbera dei Glaoui che la abitò fino agli anni '30 del XX secolo. Il suo ultimo abitante fu il pascià di Marrakesh Thami El Glaoui. I suoi interni sono riccamente decorati con pareti a volte finite con stucco e qualche volta con zellige, mentre il legno di cedro dipinto è utilizzato per i soffitti. Il complesso, realizzato su diverse elevazioni, è costituito da numerose sale riservate agli appartamenti delle mogli e delle concubine del pascià, del signore del palazzo, oltre ad ambienti riservati alla servitù, alle cucine e ai diversi servizi. Al piano superiore si trova una sala di rappresentanza riccamente decorata, con archi moreschi alle finestre che si affacciano sul palmeto circostante. Il risultato è un insieme di edifici maestosi il cui interno mostra una ricchezza notevole. Le pareti color ocra del grande palazzo fortificato della Kasbah di Taourirt racchiudo ancora antichi segreti, storie accadute secoli fa, musiche che sembrano riecheggiare tra le piccole stanze e i saloni dagli alti soffitti decorati. Ci aggiriamo al suo interno incuriositi dai labirintici percorsi che ci conducono su queste numerose scalinate e stanze che si aprono su altre stanze, in un susseguirsi di finestrelle che regalano panorami suggestivi sulla città e sulla vallata circostanti. Nel complesso sono state girate alcune sequenze di film hollywoodiani come “Il gladiatore”, “Il tè nel deserto”, “Prince of Persia” e più recentemente nel 2006, vi è stata ambientata la terza edizione del reality show italiano “La fattoria”. Nello stesso anno è stato girato il film “Le colline hanno gli occhi” e nel 2007 il sequel “Le colline hanno gli occhi 2”.

Dopo la visita alla kasba con questa guida locale molto simpatica e preparata, ci portano a fare un giro a ridosso della kasba, in una zona che pare molto antica, a differenza della parte più nuova della città. Una passeggiatina carina, accompagnati ovunque da miriadi di gatti! Veniamo fermati da mercanti, bottegai e artigiani che sventolano orgogliosi grossi album di fotografie in cui sono ritratti nei panni di comparse, in variopinti abiti di scena, accanto ad attori di fama mondiale. Proprio di fronte alla kasba c’è il centro artigianale, formato da negozi che producono e vendono gioielli in argento, ceramiche e tappeti di Ouarzazate e del gibel Siroua. Accanto, il Museo del Cinema che espone oggetti di scena di film famosi che raccontano la storia cinematografica di Ouarzazate. Dopo andiamo in hotel, il “Karam Palace”, non lontano dalla kasba. Le stanze nulla di che, ma la struttura è carina, ha dei bei giardini e una bella piscina, dove vedo anche gente farsi il bagno e prendere ancora il sole. La struttura è davvero piena, prima volta che ci capita di vedere così tanta gente nelle strutture. Poi ci spiegano che in questi giorni c’è in atto una delle tante gare di auto che attraversano il deserto, per cui hanno molto afflusso. Prima della cena decidiamo di andare a fare un giro nel centro moderno di Ouarzazate, non molto lontano comunque da dove siamo noi. Ci andiamo tranquillamente a piedi. Il cuore della città è Place Mouahdine, con il mercato e i bar. Inoltre c’è una sorte di fiera, un palco e della musica e c’è davvero tantissima gente in giro. Di rientro dalla passeggiata rimaniamo ancora con questa voglia, da giorni, di dolci. Troviamo finalmente una sorte di bar/pasticceria dove compriamo un misto di piccola pasticceria locale. Devo dire che i prezzi dei dolci son molto cari, forse è per questo che fino ad adesso non ce li hanno mai propinati. Li mangeremo la sera a cena come dessert. Devo dire buoni, anche se alla fine tutti molto simili. Gli ingredienti principali sono le mandorle, il miele e lo zucchero. Tipici dolcetti sono le “corna di gazzella” dove la pasta di mandorle si mescola con l’estratto dei fiori d’arancio. Molto buoni!

Il giorno dopo c’è la partenza per Marrakech, prendiamo nuovamente la strada nazionale n°9, quella che all’andata avevamo fatto sotto pioggia, freddo e bufera di neve! Oggi tutto altro clima ci accompagna lungo il percorso, un bel cielo azzurro e caldo. Difatti vedremo i bellissimi scorci e panorami con un altro occhio. Tutto cambia. Il tragitto però mi peserà più rispetto all’andata. Stavolta le tante curve mi daranno fastidio più non vedo l’ora di arrivare e più mi pare di non arrivare mai…! Finalmente quando iniziamo a scendere all’altezza di un posto dal nome Ait Ourir, capisco che siamo quasi vicini, davanti a noi vedo finalmente la vallata. Marrakech dista 30 km da qui. Arriviamo all’Hotel Atlas Asni, dove avevamo già dormito giorni fa. L’albergo sembra molto più vuoto dei giorni scorsi. Ci dicono che molti turisti son andati via, ma tra stasera e domani c’è di nuovo il ricambio con turisti che vengono con i nuovi tour. E’ tutto organizzato. Ci portano a mangiare in un posto nel centro della Medina, anche se ci aggregano a un gruppo di spagnoli, portoghesi e sudamericani. Alcuni di quest’ultimi ritarderanno non so per quale motivo e partiremo in gran ritardo. La cosa mi fa un po’ girare, a sapere mollavo tutto e andavo a pranzo per cavoli miei. Ci portano al “Ksar El Hamra”, in pieno centro medina, tra la piazza Jemaa el Fna e il Palazzo Bahia. Il locale è davvero molto ma molto bello. Ci faranno mangiare in questa sorte di patio, all’ombra degli alberi. Struttura molto carina, belle fontane. Peccato personale non proprio molto simpatico. La cucina, sempre la stessa. Dopo pranzo decidiamo di visitare la medina nella parte che non abbiamo visitato giorni fa, e cioè la parte centro-nord (giorni fa i eravamo dedicato perlopiù alla parte centro-sud, con il Mellah e la zona imperiale). Inutile dirvi quante volte ci siamo persi e quante volte abbiamo dovuto sganciare soldi per esserci fatti “accompagnare” dal passante di turno. Eppure sono una persona che ha senso dell’orientamento, ma sfido chiunque a girare per la medina di Marrakech e trovare sempre la giusta strada. Più volte siamo anche stati fermati da persone che ci consigliavano di seguirli o andare “per quella via” che era la migliore. Ma il più delle volte non ci siamo fidati. C’è tanta gente gentilissima, che ti dà una mano volentieri, qualcuno per puro interesse economico, altri davvero per sola gentilezza. Ma c’è anche purtroppo di chi bisogna diffidare! Partiamo la visita quasi dall’estremo nord della medina, dalla Moschea e zaouia di Sidi bel Abbes. Eretto nel 1605, in epoca saadiana, questo complesso è da sempre uno dei luoghi di culto più importanti della città. Dedicato a Sidi bel Abbes (1130-1205), il principale dei sette santi di Marrakech, patrono dei non vedenti che si recano in pellegrinaggio, insieme ad altre centinaia di pellegrini. Nei pressi sorge Bab Taghzout, una porta dalla cinta almoravide allargata nella seconda metà del ‘700. Oltre la porta si attraversa il suq el Mjadlia, della passamaneria, un passaggio coperto tra portici sostenuti da grossi pilastri e chiuso da porte, che risale al 1850. Poco distante, più a sud, c’è un altro edificio, la Zaouia di Sidi ben Sliman el Jazouli, anch’esso di epoca saadiana, parzialmente ricostruito nella seconda metà del XVIII secolo. All’interno il sepolcro di un altro dei sette santi di Marrakech, vissuto nel XIV secolo, circondato da diverse fondazioni pie. L’atmosfera in giro è quella di un film, sembra di sentirsi parte di un set cinematografico, circondata da un vociferare caotico di piazza, che nello stesso tempo appare come ovattato e ordinato. E’ come se le mie orecchie abbiano la capacità di carpire suoni e rumori ed il mio olfatto profumi ed odori, riuscendo a separarli per sezioni. Ogni angolo è caratterizzato da qualcosa di diverso. Un venditore di menta fresca, che sorride mentre smista la merce sul carretto. Bambini con le mamme che corrono, donne con i veli che disinvolte scorgono il prodotto da acquistare. Spezie, pelli, fabbri e intarsiatori. Tanti sguardi. Milioni di sguardi che sfrecciano veloci e lenti, curiosi e a volte attenti, precisi e persi, si mischiano con la ressa e svincolano tra i tappeti appesi alle bancarelle e l’argenteria del lato ovest dei suq. La sensazione è quella di essere circondati. Ma nessuno ti sta seguendo. Il primo impatto è quello del caos. Apparentemente sembra tutto un disordine confuso e male organizzato. Milioni di parole e lingue mischiate assieme rendono l’aria, disinvolta e curiosa, una vera e propria storia da raccontare. Ci iniziamo così a perdere e, non so come, ci indicano una strada che ci porta poi alle concerie. In realtà non era mia intenzione arrivare alle concerie, mi era bastato vedere quelle di Fes, che sono molto più grandi e meglio tenute. Ma ormai ci siamo e ci diamo un occhio, per pochi dirham... Sono effettivamente molto più piccole e peggio tenute. Anche se il puzzo è molto più forte. Il fascetto di menta qui non è servito a nulla. Siamo sulla via Rue Bab Debbah, almeno questo lo abbiamo capito. Da qui andando verso il centro della medina, ci ritroviamo sulla Place du Moukef. Da qui, a sinistra, prendiamo la Rue Bin Lafnadek, che poi diventa RueAhl Fes; qui sui questa via c’è la Maison del la Photographie, in un vecchio fondouk ristrutturato; un museo che ospita una collezione privata di 5000 fotografie, compresi negativi in vetro, scattate in Marocco, tra il 1870 e il 1950. Le foto sono esposte in rotazione in occasione di mostre che cambiano un paio di volte l’anno. In mostra anche il primo film girato a colori nel 1957, da Dabiel Chicault, “Paesaggi e volti dell’Alto Atlante”. Dalla terrazza si gode uno splendido panorama. Molto interessante devo dire. Tutta la via è comunque piena di fondouk e caravanserragli, le locande utilizzate dai mercanti. Più avanti c’è il Dar Bellarj, una fondazione con spazio dedicato all’arte contemporanea, anche questo un antico fondouk ristrutturato. Conosciuto col nome di “casa delle cicogne”, deve il nome all’ospedale di uccelli che ospitava in passato. Poco più avanti tra l’angolo di rue Assouel e Derb Zaouiat Lahdar sorge la Medersa Ben Youssef. Fu una scuola coranica d'architettura arabo-andalusa di Marrakech, intitolata all'emiro almoravide Ali ibn Yusuf, che regnò dal 1106 al 1142, periodo durante il quale espanse considerabilmente la città e la sua influenza sul Marocco. È la più grande Madrasa del Marocco. La scuola fu fondata durante il periodo dei Merinidi, nel XIV secolo, dal sultano Merinide Abu l-Hassan assieme alla vicina Moschea di Ben Youssef. La struttura attuale della madrasa fu edificata dal Sultano sa'diano Abd Allah al-Ghalib (1557–1574). I lavori commissionati da Abd Allah al-Ghalib furono terminati nel 1565, come confermato dall'iscrizione nella stanza della preghiera. Centro della madrasa è il prezioso cortile nel mezzo del quale è il grande bacino rettangolare per le abluzioni. Una ricchissima decorazione a stucco ricopre tutte le pareti. In basso corre un alto zoccolo dei tipici zellij (mosaici di ceramica formanti motivi geometrici) e in alto corona un alto fregio composto da grandi travi in cedro finemente scolpito. Le sculture non contengono, come richiesto dall'Islam, figure umane o zoomorfe, ma consistono interamente in iscrizioni e motivi geometrici o floreali. Intorno al chiostro ci sono le 132 celle dormitorie per gli studenti, non residenti a Marrakech, disposte su due piani e aperte su piccoli cortili interni balconati. Questa madrasa fu una delle più grandi scuole teologiche del Nord Africa, e avrebbe potuto ospitare circa 900 studenti. Uno degli insegnanti più famosi fu Muhammad al-Ifrani (1670-1745). Di fronte alla porta d'ingresso, sul lato opposto del cortile, si apre la Sala di Preghiera, divisa in tre navate da colonne di marmo che sostengono preziosi archi scolpiti con motivi ornamentali a sostegno della grande cupola lignea decorata da grandi motivi geometrici. In fondo alla navata centrale si apre il miḥrāb costituito da un'abside fastosamente decorata da stucchi bianchi con motivi floreali e geometrici e da alveoli. Chiuso nel 1960, la costruzione fu restaurata e riaperta al pubblico come sito storico nel 1982. A sud della madrasa, nella Place Ben Youssef (anche se poi non sono proprio piazze ma slarghi) c’è il Museo di Marrakech. Il Museo di Marrakech, noto anche come “Il gioiello di Marrakech”, è ospitato all’interno del Palazzo Dar M’ Nebhi, una struttura meravigliosa che da sola vale una visita. Tra le dozzine di stanze decorate, i pilastri, i mosaici e gli archi, sono ospitate bellissime collezioni di artigianato Berbero, Ebraico e Musulmano, monete islamiche, elementi etnografici tra cui spiccano le ceramiche, documenti storici e oggetti archeologici. Inoltre, all’interno del museo vengono organizzate mostre di arte contemporanea e di scultura tradizionale. Situato di fronte alla Medersa di Ben Youssef, lo stabile è un bellissimo palazzo moresco della fine del XIX secolo costruito da Mehdi Mnebbi, ambasciatore marocchino a Londra, e fu poi acquistato da T’Hami el Glaoui, il Pascià di Marrakech, durante il protettorato francese. Il palazzo ha un bellissimo cortile interno e nella parte centrale, la più suggestiva, si trovano bellissime fontane di marmo. Sono rimasto più colpito dalla struttura che non dall’esposizione, peraltro molto mal illuminata. Proprio di fronte c’è la Koubba el Baadiyn. E’ un piccolo chiosco a due piani, interrato rispetto alla strada. Costruita nel XII secolo, è l’unica architettura almoravide del Marocco rimasta intatta, essendosi salvata dalla furia distruttrice degli almohadi. La forma “a serratura” delle finestre, le decorazioni ornamentali con pigne, palme e foglie di acanto, i rosoni floreali, le nervature della cupola, gli archi a ferro di cavallo o polibolati sono stati ripresi nelle costruzioni dei secoli successivi. Riportata alla luce nel 1952, era probabilmente un annesso della moschea e serviva per le abluzioni. Da qui prendiamo la strada Suq Smata che ci porta in Suq Chouari. E poi…boh… ci perdiamo… mi rendo conto che le nostre cartine non corrispondono alla realtà. La cartina della mia guida è diversa da quella della cartina presa in città che a sua volta è diversa da quella di Google…un gran casino!

C’è tutto casino intorno a me, tantissima gente e mi sento un po’ “lost in Marrakech”. Gli occhi non hanno il tempo di riposarsi perché questa enorme massa di gente, di colori e di luci mi appaiono come un quadro disordinato in continuo movimento. Mi viene quasi voglia di assaggiare ogni tipo di stranezza dei suk: dalla frutta esotica alle lumache bollite, dal sesamo caramellato a bocconcini di carne cotta con il profumato limone beldì. Gli ambulanti non si limitano al solo parlarvi, ma vi toccheranno, quasi a risucchiarvi nei suk strapieni di ogni tipo di mercanzia. Una semplice passeggiata può trasformarsi in un’avventura mistica che non dimenticherete e la magia sprigionata magari tornerà con voi fino al ritorno a casa. Ci ritroviamo così sulla rue Dar el Bacha. La via e il quartiere che la circonda devono il nome al palazzo Dar el Glaoui, la dimora del pascià di Marrakech all’epoca del protettorato francese. Il palazzo è chiuso al pubblico, anche se da anni parlano di un eventuale apertura di un museo etnografico. Il quartiere è pieno di palazzi e riad che sono stati ristrutturati da stranieri o trasformati in piccoli alberghi di charme, alcuni risalgono ai primi anni del secolo scorso e hanno un tocco art deco. Ci perdiamo ancora una volta, verrà in nostro aiuto un vecchietto in bicicletta, che parla anche un po’ di italiano. Ci conduce tra dedali di viuzze della medina. Fino ad un certo punto. Dove si ferma e dice che non è più la sua strada ma ci indica il cammino e ci dice: “da qui seguite sempre i cartelli che portano alla piazza”. Gli daremo un po’ di soldi, sì, anche a lui. Ho sborsato più soldi oggi per non perdermi nella medina che non in due settimane di mance…! Alla fine riusciamo ad arrivare a Piazza Jemaa el Fna. Fa un caldo bestiale e mi sento proprio sulla pelle scottare. Siamo tutti sudati e molto stanchi. In piazza ci chiamano i tanti venditori ambulanti di succhi di frutta fresca, stavolta non possiamo dire di no. E con pochi soldi ci facciamo un bel bibitone di succo fresco. Davvero buona e dissetante. Ci avviamo poi verso l’hotel. Riposeremo un po’ e poi a cena. Anche se siamo davvero molto ma molto stanchi, è la nostra ultima cena a Marrakech, e in generale in Marocco. Per cui decidiamo di uscire di nuovo e piano piano avviarci in centro. Ovviamente ritorneremo a piazza Jemaa el Fna. Il sole ha liberato le energie ed è tramontato dietro il minareto della Koutubia. Ora la scena brilla di luci notturne, si alza il sipario. Pare un’enorme macchina vivente, un organismo meccanico che emette nuvole di fumo e vapori profumati di spezie. I cuochi vestiti di bianco sembrano improbabili meccanici di una gigantesca macchina a vapore. Si mangia gomito a gomito, sui tavoli di metallo coperti da tela cerata che riflette la luce delle lampadine. La musica, il vociare, continua in sottofondo. E verso la mezza della notte ecco che arriva l’epilogo. Il clamore si è progressivamente affievolito. Uno dopo l’altro i flauti ammutoliscono, seguiti dai tamburi e dai crotali. I ristoranti chiudono, spengono i bracieri, smontano le attrezzature e staccano i festoni luminosi. Per qualche ora la piazza torna ad essere una semplice spianata triangolare, grigia, vuota, inerte. Il sipario è calato. Fino a domattina.

L’indomani è il giorno della partenza, abbiamo il volo subito dopo pranzo, motivo per cui non ci conviene andare in giro per la città, staremo troppo stretti coi tempi. Tra l’altro verso le 11 30 abbiamo il servizio transfer per l’aeroporto. Così, una volta preparati tutti i bagagli, decidiamo di andare in piscina e goderci un po’ di sole. Anche oggi fa molto caldo e c’è una bellissima giornata di sole. Riesco a fatica a stare al sole, la mia pelle bianca resiste poco. Per cui faccio la spola tra lo stendino e il bar, riparato. Il transfer ci mette davvero neanche 10 minuti ad accompagnarci. L’aeroporti di Marrakech è davvero vicinissimo al centro. Tra l’altro davvero un bell’aeroporto devo dire. Così, come da orario stabilito, il nostro volo TUI Fly dispiega le sue ali e ci porta via… Mi godo il panorama dal finestrino, c’è un cielo nitidissimo, mi godo lo spettacolo del panorama variegato marocchino, tra il rosso, il verde, il giallo e il blu dell’Oceano, fino proprio a sorvolare lo Stretto di Gibilterra, che dall’alto sembra ancora più “stretto”. Come al solito, mentre sono in aereo rifletto sempre sul viaggio appena concluso. E’ stato un viaggio diverso da molti altri, sotto certi aspetti è stato un viaggio un po’ sfortunato, la prima settimana abbiamo beccato sempre bruttissimo tempo, pioggia e freddo, in più mi sono ammalato. La seconda per fortuna è andata nettamente migliorando. Ciò che mi ha colpito particolarmente è stata la natura di questi posti: spettacolare! Dalle città forse mi aspettavo qualcosa di più nel complesso. Alcune però mi son piaciute molto, tipo Rabat, ma anche Marrakech… altre mi han “trasmesso meno”, tipo Casablanca… Mi ha comunque colpito anche la filosofia di questa gente. "Dio, tè alla menta, non c'è problema", ovvero, "se Dio vuole, anche oggi avremo il nostro Tè alla menta, che problema c'è". La sintesi perfetta della filosofia di vita di questo popolo (passatemi la battuta). Ciò che più d'ogni altra cosa unisce e fonde le due anime di questa terra, la cultura araba e la cultura berbera. Perché tutto accade se Dio lo vuole e qualunque problema può essere risolto davanti ad una tazza di buon tè alla menta. Non lo troverete scritto da nessuna parte, al contrario del motto ufficiale "Dio, Patria, Re", dipinto a caratteri cubitali lungo le principali vie di comunicazione. Ma credetemi, dopo aver trascorso due settimane in questa terra, che sa regalare ad ogni angolo contrasti stupefacenti, non se ne potrebbe coniare uno più vero. Come immersi in un immaginifico caleidoscopio, verrete proiettati attraverso un continuo mutuare di sensazioni e percezioni. Vedrete il giallo dorato del deserto fondersi nel verde smeraldo dei palmeti, l'ocra delle antiche kasbah rifulgere sui profili argentei di cime ammantate di neve, il bianco candido delle medine riflettersi negli spicchi di blu cobalto che s'intravedono appena tra i tetti delle case. Mille meraviglie si mostreranno ai vostri occhi, per svanire e ricomporsi, come per magia, in qualcosa sempre di nuovo. E allora forse bisogna solo lasciarsi guidare dall'anima di questo paese… La vedrete in un vicolo deserto, all'ombra d'un caliginoso silenzio, avanzare con incedere elegante; leggiadra figura avvolta in un morbido caffettano mosso da una leggera brezza. Quasi sospinta, in un'armonia muta, dalle mille parole bisbigliate dietro una finestra socchiusa, dai grani d'un rosario che scorrono come un'antica litania, dallo strascicare d'un vecchio che la soppesa sott'occhio. Girerà un angolo e un altro ancora, mentre intorno a lei la vita inizierà a risvegliarsi, fino ad esplodere all'improvviso dentro le mille voci d'un mercato, nei rumori di mille botteghe. Qui il ritmico andare d'un antico telaio, là il tonfo sordo del martello che incontra il metallo, lì il leggero ticchettio dello scalpello che incide la pietra. La seguirai ora a malapena con lo sguardo, in uno spazio che non esiste più e di cui tu stesso divieni parte vitale, nascosta dal passaggio d'un carretto trainato da un somarello, da una frotta di ragazzini che si rincorrono vociando, dalla disordinata fila dei turisti che procede ondeggiando. Finché non l'avrai persa del tutto, in un ricordo lontano.

Questo è il Marocco, un connubio di antico e moderno che sono parte dello stesso modo di sentire la vita, in un alternarsi di opposti: di bianco e di colore, di spazi sconfinati e di vicoli affollati, di cime vertiginose e di pianure assolate, di sapori agri e di gusti dolci, in uno scivolare di percezioni che si accavallano e si rincorrono lasciandoti senza parole. E alla fine anche un po’ di nostalgia profumata di menta. C’era una volta il Marocco… E vi sta aspettando a braccia aperte.

di Libra - pubblicato il

Commenti

  1. paola55
    , 20/5/2018 15:39

    In due coppie di amici abbiamo fatto un tour di otto giorni con tour-delmarocco.com, a Marrakech e nel deserto (Ouarzazate, valle del Draa, Erg Chebbi (Merzouga), gole del Todra), con poi visita a Essaouira. Ci siamo affidati a Tour del Marocco per tutta l’organizzazione. Radouane ci ha assistito sin dai primi contatti ed è stato il nostro driver e guida in tutto il tour. Con lui ci siamo trovati molto bene: è simpatico, espansivo ma non invadente, parla benissimo in italiano, è sempre disponibile a qualsiasi richiesta. E’ stato molto efficiente in fase di preparazione del tour, ha trovato ottime strutture e il programma è stato ben progettato. Nessun inconveniente. Solo una volta per un disguido abbiamo avuto camere meno belle di quanto ci aspettavamo, ma ha rimediato dandoci il giorno dopo una sistemazione principesca.

    Consiglio a chiunque di affidarsi a Radouane e alla sua agenzia. E sono convinto che la sua offerta sia anche piuttosto conveniente, oltre che di ottima qualità.