Il miracolo dell'insalata marocchina

MAROCCO: CITTA' IMPERIALI Quando arriviamo a Casablanca e’ già buio, manchiamo cosi’ il primo di innumerevoli tramonti, pero’ siamo tutti in forma, stanchi, assonnati ma in forma, qualcuno come me ed Ermanno anche troppo in forma. Non manca niente per ...

  • di aliadi
    pubblicato il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

MAROCCO: CITTA' IMPERIALI

Quando arriviamo a Casablanca e’ già buio, manchiamo cosi’ il primo di innumerevoli tramonti, pero’ siamo tutti in forma, stanchi, assonnati ma in forma, qualcuno come me ed Ermanno anche troppo in forma. Non manca niente per cominciare la nostra avventura in Marocco, salvo il bagaglio di Davide (detto Andrea), che dapprima la prende male ma supererà la disdicevole situazione permettendoci di apprezzare, nei mercati di Fes e Meknes, i suk delle mutande, dei calzini, degli spazzolini da denti e dei pennelli da barba. Un altro vantaggio lo riscontriamo al mattino quando ritirando le quattro Uno (dette Cayenne) scopriamo che un altro bagaglio non avrebbe trovato posto, anzi se ne avessimo perso un altro gli ultimi due giorni non avremmo dovuto sistemare Rita sul tettino della Uno per far posto a tappeti grandi e piccoli che, pur ben impacchettati, quando sono troppi sono troppi. L’unico svantaggio nella perdita del bagaglio sono gli assurdi pantaloni azzurri a fiori bianchi che hanno trasformato Davide da yuppie a hippie fino alle spiagge di Essaouira dove, appena arrivato, e’ stato adottato dall’ultima colonia di figli dei fiori, tre sessantottenni in perenne adorazione della sabbia calpestata da Jimi Hendrix. Arrivando a Meknes ci godiamo gli unici lussi del viaggio bivaccando nel Riad Bahia, la casa nella medina ristrutturata da Bouchra (detta Sandra), paziente guida della Versailles marocchina. Il lusso di Meknes lo scontiamo il giorno dopo alloggiando all’hotel Central di Fes, che ha l’unico vantaggio di essere vicino al ristorante Marrakech, dove inauguriamo la serie infinita di couscous, e all’hammam, dove inauguriamo la serie subito finita di bagni con massaggio. Scendendo verso la valle dello Ziz (detta la Val Brembana marocchina) attraversiamo le foreste di cedro, cosi’ almeno crediamo confortati dalle profonde conoscenze botaniche di Francesco, detto Alessandro, che nei rari momenti di lucidità riconosce nell’ordine: l’oleandro rosa del maghreb, l’ulivus argentinatus, il melum granum dello Ziz e il ficus seccus incartatus. Purtroppo non troviamo l’Argania Caprensis, che vedremo solo dalle parti del mare e che si riconosce dalle capre in bilico sui rami. Francesco, o Alessandro, che a suo tempo presentò la tesi di laurea proprio su questa caratteristica pianta, spiega come le capre non nascano direttamente sui rami ma vi salgano solo successivamente; la scoperta provoca in Massimo un moto di disappunto che lo spinge a scrollare violentemente uno degli alberi facendo cadere tutte le capre mature e rovinando la foto che Erica, detta Bella Sventola (per via delle orecchie), tentava di fare da una decina di giorni. Finiti i cedri cominciano le palme, in particolare a noi interessano quelle di Aoufuss, a pochi chilometri da Erfoud, perchè in mezzo al palmeto sorge la “maison d’hote” dove passeremo la notte. La casa è un vecchio caravanserraglio ristrutturato amorevolmente dalla famiglia Douala che vi ha ricavato delle spaziose stanze, dei pulitissimi servizi con doccia calda e un suggestivo salone da pranzo che diventa anche sala di conversazione e di musica per le prime esibizioni di Fabio, detto Dario Baldan Bembo. In realtà doveva essere un concerto per chitarra e armonica, ma quest’ultima viene monopolizzata dal piccolo Doualino, un simpatico bimbo di neanche tre anni, che passa la serata sputacchiando e sbausciando nello strumento del nostro musicista, costretto a modificare l’esibizione fino a quando, catturato il bimbetto, lo addormentiamo tenendogli il visino vicino ai piedi di Barbara, detta Gina la rossa, l’unica a non aver ancora fatto la doccia. E’ nel bel salone dei Douala, secondo me, che qualcosa comincia a non quadrare, nessun segno evidente ma un diffuso malessere che potrebbe sembrare stanchezza o sonnolenza, per alcuni e’ già stitichezza, per altri un cupo rimescolarsi di acidi gastrici, per tutti un progressivo ma inarrestabile scivolamento verso un’incoscienza astrale. Domani ci aspetta il deserto, la sabbia rosa dell’Erg Chebbi, l’attesa cavalcata sulle dune, l’oasi sperduta, l’orizzonte infinito, il tramonto, le stelle...

Il primo segnale inequivocabile che qualcosa non va è il crollo di Serghej, detto Sheva, a poche centinaia di metri dal bivacco dell’oasi Obera. Gli occhi acquosi e disperati, la fronte bollente, le gambe rigide allungate sulla sabbia, evidenziano la gravita’ della situazione, prima ancora che Ivana infili il termometro sotto l’ascella pelosa e lo estragga col mercurio sopra i 40. La stessa identica cosa era successa nell’ordine a Francesco, detto Alessandro, appena fuori da Erfoud, a Massimo, appena imboccata la pista verso le dune e a Davide, nella camera del Toumbouctou. Certo Francesco, Massimo e Davide non portavano sulle spalle Ermanno da due ore, questo e’ tra l’altro il motivo del ritardo nei soccorsi a Serghej senza contare che Serghej è un dromedario e gli altri no. Tamara, detta Edwige l’infermiera, svuota nella bocca dell’animale mezza scatola di Dissenten e un flacone di preziose pastigliette di Bimixin prelevate dalla scorta senza fondo di Roberta poi, coperto da un numero imprecisato di coperte, lasciamo l’animale a ruminare sulle disgrazie presenti e future, non ultima quella di dover riportare indietro Ermanno domani mattina. Il secondo segnale di allarme e’ l’espressione di Massimo, detto Francesco, appena tocca terra, quando con aria disperata ma speranzosa chiede al primo uomo blu di passaggio di indicargli la toilette avendone come risposta un vago segno in direzione nord nord-est: “toilette?!, C’est le desert!”, che detto cosi’ sembra perfino poetico, specialmente al tramonto, ma per chi si sente a disagio a farla davanti a tutti, vuol dire un buon tre chilometri di corsa sulla sabbia per trovare la duna giusta. A proposito di tramonto, sarà per la foschia, sarà per il ramadan, sarà per la sfiga ma non riusciamo a beccarne uno neanche dipinto, mai visto dei tramonti più grigi, più insignificanti, più tristi, come se il sole improvvisamente avesse di deciso per il bianco e nero, se va bene virato a seppia. Non bastasse il tramonto, pure l’alba lascia un po’ a desiderare, mentre sull’aurora stiamo discutendo con Rita (detta Tamagochi gigante) per capire quando, dove e cosa sia, e comunque non e’ a colori. Ma torniamo all’accampamento berbero dove trasciniamo Francesco, ridotto uno straccio d’uomo che a malapena si distingue da un kilim e per sicurezza lo scaraventiamo in una tenda, berbera ovviamente, ma con ben visibile il simbolo internazionale della croce rossa. Nello stesso reparto riserviamo un posto per Massimo, se tornerà dall’escursione tra le dune e liberiamo un materassino piccolo, ma molto piccolo, per Rita, che sente strani brontolii alla pancia, tendenti all’intestino. Ermanno tiene duro perché non può fare a meno della sua dose quotidiana di couscous con contorno di Tajine, alla quale da queste parti aggiungono uova e peperoni cambiandone il nome in Kalia. L’importante e’ non toccare i pomodori crudi e le zucchine, e le cipolle perché e’ ormai assodato che l’insano virus si annida proprio li’, nelle insalate marocchine, in quei mefistofelici quadratini bianchi rossi e verdi che vengono da tutti ignorati, come accuratamente segnalato dalla bibbia del viaggiatore. Molto più salutare ingozzarsi con la poltiglia informe di uova semicrude, pezzi di montone sanguinolenti e verdognoli e ammiccanti coscette di pollo cinese. Osservato in religioso silenzio il rito del the alla menta, sontuosamente denominato whisky berbero, per la rabbia di quelli che qualche grado in più di alcool non lo disdegnerebbero, ecco il momento classico delle notti sahariane: il fuoco, la chitarra, il fumo (delle candele), le canzoni di Bob Dylan e di Battisti (detto Lucio), stravaccati sui tappeti berberi buttati in mezzo alla sabbia, stuoini multiuso nettamente più belli di quelli impacchettati nei bauli delle Uno e pagati cifre stratosferiche dopo lunghe trattative e indicibili improperi. Sulle note di Blowin' in the Wind, un’ombra si aggira per l’accampamento, silenziosa e inquietante, e’ l’ombra di Massimo che vaga tra le tenebre e i sogni, stordito dalla febbre, indebolito dalla disidratazione, attraversa il bivacco come un fantasma e svanisce nel buio. Mezz’ora circa dopo la fine della cena sintomi preoccupanti intaccano lo stomaco di Antonietta e si propagano verso l’intestino di Tamara. Infilata nel sacco a pelo strappato al povero Serghey, Barbara ha una pancia cosi’ dura che non si capisce come possa produrre poi della roba cosi’ molle; comunque se non si è più che sicuri che sia aria, meglio correre dietro le tende. Quando c’è più gente dietro alle tende che davanti, e’ ora di andare a dormire. Roberta, l’unica a stare benissimo, decide di dormire all’aperto, lontana dagli appestati e vicina alla Via Lattea che attraversa tutto il cielo e sprofonda dietro la grande duna che domina l’accampamento. Si affievoliscono gli ultimi fuochi, sfilano due stelle cadenti piene di desideri inespressi e tra brontolii misteriosi e lontani rintocchi di tam-tam, il deserto prende il sopravvento. Il programma di domani prevede di arrivare alle gole del Todhra, ma in quanti arriveremo? E quando? E a proposito di gole, perché Andrea, il nostro macho detto Spiderman, e’ andato a dormire con una sciarpa intorno al collo? E soprattutto perché e’ andato a dormire con Davide invece che con sua moglie Erica? E perché Massimo continua a vagare per l’accampamento con gli occhi spalancati e la carta igienica in mano? E che fai tu luna in ciel, dimmi che fai, silenziosa luna... Al mattino Serghey e’ l’unico a star meglio, per sicurezza gli carichiamo in gobba una sessantina di chili in meno di Ermanno, cioè Rita. Per paura che l’andatura ondulata dei dromedari peggiori le fluttuazioni intestinali il ritorno al Toumbouctou diventa una camminata tra le dune, per la felicità dei dromedari e la perplessità dei cammellieri. Riprendiamo le Uno e partiamo in direzione di Rissani percorrendo la strada asfaltata che da un paio d’anni ha sostituito la tortuosa pista scassamacchine. Evitiamo la “maison Berbere”, la “maison Tuareg” e “la maison Nomade” e dirigiamo la carovana verso Erfoud e poi verso Jorf puntanto in direzione di Tinerhir. Lungo la strada una curiosa sfilata di vulcanetti attira l’attenzione dei pochi non dormienti, tra cui non si riconoscono gli autisti delle Uno. I vulcanetti sono i resti della foggara, antico acquedotto sotterraneo spesso utilizzato nelle zone desertiche; anche questa sembra una zona desertica ma in un paio di minuti siamo circondati da un numero imprecisato di venditori di fossili, pietre, ciondoli e scorpioni, decine di ragazzi materializzatisi improvvisamente dal nulla. All’ingresso di Tinerhir, al primo e unico semaforo di tutto il Marocco del Sud, svoltiamo a destra per imboccare la valle del Todhra. Tra l’altro arriviamo col sole al punto giusto per illuminare i villaggi di terra rossa racchiusi tra il verde dei palmeti e l’azzurro del cielo. Lo spettacolo di colori risveglia gli istinti fotografici anche dei moribondi raggruppati, per evitare il contagio, in due delle auto. Sorprende che invece dei soliti procacciatori di gite in dromedario, l’unica persona a venirci incontro con tanto di biglietto da visita e’ il medico del vicino villaggio che, data un’occhiata dentro le auto-ambulanza, ci offre i suoi servigi tenendosi comunque a debita distanza da Francesco (detto Alessandro), steso sui tappetini dietro i sedili anteriori, e Davide, allungato sui sedili posteriori dove Tamara, tra una scarica e l’altra, controlla che il ragazzo respiri. Dopo pochi chilometri le altissime pareti delle gole si chiudono sopra di noi incorniciando una striscia arancione di cielo. Proprio in fondo al canyon sono incastrati come due nidi, gli hotel Yasmine e Les Roches, scegliamo il secondo per affinità paesaggistiche e anche perché nell’altro non c’è posto. Parcheggiamo mentre una delle auto coi malati si spegne sbuffando e borbottando, come se il virus degli occupanti, dopo una fantascientifica mutazione si fosse trasmesso al motore. Attraversiamo il ponticello e occupiamo le stanze affacciate sul terrazzo del primo piano, proprio sotto una roccia gigantesca e di fronte alla ripida parete dove una leggenda narra che da centinaia d’anni una capretta sia in attesa di rivedere il suo amato caprone, scomparso tra le acque vorticose del Todhra. La situazione sanitaria non sembra migliorare, infatti tre quarti del gruppo asserisce di aver visto la capretta. Inevitabile monitorare la situazione a suon di termometro. Di nascosto, per non allarmare il gruppo, provo la febbre anch’io dato che, ad essere sincero, mi e’ sembrato di vedere una capretta nera che faceva free climbing a metà della parete. Saziati dall’ottima zuppa alle verdure e dall’immancabile couscous senza il quale non riusciremmo a prendere sonno, io, Maurizio (detto Cicerone), Roberta e Ivana, indossate le djellabas bianche, i guanti di gomma e le maschere antivirus cominciamo il giro delle camere per misurare le temperature, distribuire medicinali e carta igienica, controllare che Davide sia vivo e sperare di poter dimettere qualcuno, almeno il giorno successivo. Terminato il giro di visite usciamo a scambiarci un po’ di fermenti lattici precauzionali e a riveder le stelle, che non sono molte perché le pareti del canyon lasciano poco spazio al cielo, ma che in mezzo a tutto questo buio sembrano più brillanti del solito. Nei pochi minuti necessari alla luna per passare da una parete all’altra delle gole riusciamo a distinguere sulla roccia una piccola ombra a forma di capra, poi il silenzio riempie la valle, solo qualche scricchiolio dalle camere, qualche sciacquone, qualche colpo di tosse e in sottofondo, dalla camera di Fabio, le note di una canzone triste. Certo l’atmosfera e’ suggestiva, e la chitarra e’ ben suonata, ma forse era meglio scegliere una canzone diversa dall’Inno del corpo sciolto.

Il giorno dopo percorriamo la strada delle mille kasbah, bellissima e colorata, piena di mercati e palmeti ma, non so se per la febbre o per il sonno, una volta arrivati ad Ouarzazate abbiamo contato solo una trentina di kasbah. Si scatena a questo punto un’animata discussione sulla differenza tra kasbah e ksar e comunque anche contando tutto restiamo lontani dal mille, anzi, non arriviamo a cento. Viene fuori un’altra diatriba sul plurale di kasbah e ksar e allora meglio lasciar perdere. Lasciamo perdere anche la valle del Draa e decidiamo di fermarci ad Ait Ben Haddou nella speranza che la situazione sanitaria migliori miracolosamente. Nella vana attesa di un tramonto decente andiamo a visitare la kasbah più cinematografica del Marocco, troviamo l’entrata proprio in corrispondenza dello spiazzo dove furono girate alcune scene del Gladiatore e qui prendiamo la decisione che rivoluzionerà il viaggio. Tutto comincia con una discussione tra Erica e Andrea proprio in mezzo all’arena; tutto il gruppo si schiera dalla parte di Andrea incitandolo al grido di “Ispanico! Ispanico! ispanico!” e mentre lui, spinto dal tifo, atterra la moglie, noi, spinti dal colera, prendiamo il coraggio a tre o quattro mani e decidiamo di tentare il tutto per tutto per contrastare il destino infame. Torniamo in hotel e ordiniamo la cena; con sforzi immani il gruppo al completo si trascina a tavola e nella trance demoniaca che ormai ci ha invaso, scartati couscous e tajine, ci buttiamo sulle insalate marocchine decisamente crude, ci abbuffiamo di pomodori e zucchine crude, cipolle e carote crudissime, qualcuno azzanna delle grosse patate crude e con la buccia, anche i pezzi di zucca vanno bene basta che sia verdura cruda, cruda e lavata con abbondante acqua del rubinetto, anch’essa cruda. Durante la notte scende un silenzio irreale sulla kasbah e sul villaggio circostante. Testimoni attendibili accorsi al mattino in hotel giurano di aver visto, a mezzanotte in punto, uno sciame di stelle cadenti cadere sul Baraka e subito dopo una debole luce azzurrina aleggiare sulla terrazza davanti alle camere. Pur essendo difficile, se non impossibile, distinguere tra realtà e leggenda, e pur riconoscendo, non senza cristiana perplessità, che il fenomeno coincide effettivamente con l’inizio del Ramadan, dobbiamo prendere atto che al mattino l’intero gruppo e’ in forma strepitosa. Le ragazze sono depilate, Maurizio parla, Ermanno e’ dimagrito due etti, Davide ha un paio di pantaloni tinta unita, Francesco (detto Alessandro) ha di nuovo l’aspetto florido di quando faceva la controfigura di Rocco Siffredi nelle scene gay, le febbri sono sparite, gli intestini stabilizzati, chi non l’aveva ancora fatta la fa, chi ne faceva troppa non la fa più. A colazione ci guardiamo attoniti e confusi, ma felici. Rinunciamo comunque alla valle del Draa perché ormai siamo tutti proiettati verso la mitica Marrakech, le spiagge di Essaouira, il sole, i bagni, la felicita’ e l’amore. Buttiamo un ultimo sguardo beffardo ai bagni comuni con la certezza che da oggi e per sempre alla nostra tavola, prima e dopo il couscous, prima e dopo la tajine, prima e dopo le lasagne alla bolognese non potrà mai mancare una succulenta, saporita, fresca e sana insalata marocchina di verdure, naturalmente crude, solo verdure e solo crude, nude e crude.

N.B. Ogni riferimento a persone e fatti reali e’ puramente casuale.

P.S. Un ringraziamento particolare a tutto il gruppo che, anche se non fosse il migliore del mondo (probabilmente lo e’), e’ stato comunque un gruppo fantastico.

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