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Mare...mma

Diario di viaggio in Toscana

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Fino a 500 euro
 

MARE...MMA!!!

L’aria è tiepida, il cielo alto e sgombro di nubi, anche se una leggera foschia lattiginosa sfuma i profili delle due torri di avvistamento appollaiate sulle colline sotto di noi. Ai nostri piedi si scorgono la pineta scura, una sottile fascia di spiaggia chiara e il mare a perdita d’occhio, che si fonde in un abbraccio col cielo. Abbiamo raggiunto uno dei punti panoramici del sentiero A1 all’interno del Parco Regionale della Maremma, descritto dalle guide come uno fra i più impegnativi...Difatti stiamo schiattando. Il nostro figliolo non ce l’avrebbe fatta. Sarebbe stramazzato già mezz’ora fa, durante la salita che ci ha fatto superare un dislivello di circa 300 metri. Mi pare di sentirlo: ci avrebbe implorato di farla finita, di lasciarlo lì a riprendere fiato e a mangiare e bere qualcosa. Invece adesso è spalmato sul divano a casa dai nonni, magari si starà ingozzando di tiramisù o di colomba pasquale, mentre noi smaltiamo i rotolini di ciccia avventurandoci nella macchia, cercando di non inciampare nei sassi che trasformano il percorso in un campo minato. Leo, il mio consorte, ha pensato bene di tendere un’ulteriore trappola agli incauti passanti: una volta terminato un frugale pasto ha gettato sul cammino una buccia di banana, che ha anche coscienziosamente fotografato.

Adesso il fiatone è diminuito, perché il sentiero si è fatto più dolce. Il cellulare di Leo riposa in una tasca dello zaino potenzialmente accessibile. Arriviamo al pianoro disboscato di Poggio Lecci, la sommità più alta dei monti dell’Uccellina. Ed è proprio lì che, d’improvviso, ci sorprende un tirulì, tirulè, tirulà; tirulì, tirulè, tirulà. Leo lotta per estrarre il telefonino, ma non ci riesce. Un nuovo tentativo più deciso porta allo strappo della reticella che lo conteneva. - Pronto? (un resto di reticella gli penzola dalla mano: ha “sbregato” un pezzo di zaino per tirar fuori il cellulare!!!!). E’ un suo collega di Modena che sta rientrando dall’estero e che gli vuole fare gli auguri di Buona Pasqua. Segue conversazione. Aumentano le probabilità di Leo di ribaltarsi su qualche roccia, perché non fa per niente caso a dove mette i piedi. Termina la conversazione. La vegetazione ridiventa più fitta, lo zaino sembra sempre più pesante, sebbene sia un po’ più vuoto che all’inizio del viaggio –vari liquidi e alcuni solidi sono finiti nel nostro stomaco-. Anche i piedi sono ormai come mattoni. Tra un po’ ci servono le stampelle. Siamo persino superati da altri vacanzieri con bambini piccoli.

D’un tratto la riconosco. E’ la svettante torre delle rovine di San Rabano che fa capolino tra le fronde. Leo è qualche passo dietro di me e non l’ha ancora vista.

– Guarda! L’abbazia! Dovremmo essere circa a metà strada.

Penetriamo in quello che resta dell’abbazia. Ciuffi d’erba s’insinuano qua e là fra le vecchie pietre che testimoniano del ritiro spirituale dei monaci. E’ un paesaggio ideale per soddisfare un certo gusto romantico per le rovine e le leggende: difatti sul sentiero c’è un cartello che riassume la leggenda del Tesoro dell’Abbazia, una storia di soprannaturali protettori di un tesoro nascosto e di un tagliaboschi soggiogato alla moglie, da lei costretto a cercare in una notte buia e tempestosa il misterioso bottino fra mura sbrecciate e fantasmi. Inutile dire che i custodi ultraterreni –incarnati in un ragno e in una strana figura incappucciata- fanno bene il loro lavoro: il pover’uomo finisce per lasciarci la pelle e il tesoro resta inviolato. Alcuni turisti che non sembrano essere venuti qui con lo stesso scopo del taglialegna –a meno che non ci riferiamo al patrimonio monumentale dell’abbazia come un valore in sé- fanno un pic-nic usando i ruderi come sedili o tavolini, ma non si può dire che ci sia una gran ressa. Anche se l’autobus navetta, ad Alberese, traboccava di gente -che poi si riversava ogni 30 minuti a Pratini, da dove partono tutti i sentieri-, pochi hanno imboccato l’A1 per San Rabano come abbiamo fatto noi; inoltre la folla in uno spazio così grande è ben diluita.

Prima di rimetterci in marcia sorseggiamo un po’ d’acqua e Leo fa un primo piano a una lucertola che si crogiola al sole e sembra quasi che gli faccia l’occhiolino. Accipicchia che caldo! Si sta bene in maglietta!

Adesso fino a Pratini è tutta una discesa, che passa sempre in mezzo agli alberi, eccetto gli ultimi due chilometri circa durante i quali trotterelliamo lungo una stradina asfaltata: è il seguito di quella che ha fatto l’autobus per giungere a Pratini. Quando arriviamo la navetta è proprio lì ferma, ma manco a dirlo parte esattamente mentre ci troviamo a 5 metri di distanza. Cominciamo a correre a perdifiato– Fermaaaaa!!! (Bastardo di un autista non ci vorrà mica lasciare a piedi così?)

Frena e apre le porte. Ah, ecco. Volevo ben dire.

L’autista di quest’autobus, come quello della navetta dell’andata crede di essere Alonso e si scaglia giù per la collina a tavoletta. Le carreggiate però, sono così strette che l’autobus le occupa tutte e due.. Anzi, si può dire che sembri un senso unico e si suppone anche che l’idea che un altro veicolo possa risalire dalla parte opposta sia da scartare..

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