-La mia Africa!- di Syusy

Il mio viaggio in Mali e l'incontro con i Dogon

 

Ero partita dal Senegal, per poi proseguire lungo il fiume Niger, via acqua e via terra. Abbiamo navigato su una chiatta, e poi - secondo il tragitto organizzato da Kel12 - abbiamo affrontato un tragitto nel deserto, fino al Mali. La mia Africa è stato appunto il mio viaggio in Mali, soprattutto quando – ad un certo punto – da Bamakò ci siamo diretti verso la falesia dei Dogon. La falesia sarebbe (detto con parole mie ) un innalzamento della roccia, cioè un altipiano, che crea una parete alta e inespugnabile, tanto che i Dogon si insediarono (si dice attorno al 1.400) in questo luogo protetto, proprio per sfuggire alle invasioni Islamiche. La falesia di Bandiagara si estende per oltre 200 chilometri, è alta e scoscesa. E attorno ad essa i Dogon hanno organizzato la loro vita, ricavandone anche spazi agricoli fertili e produttivi. I Villaggi quindi sono abbarbicati sulla falesia, o nella pianura accanto, e con una canalizzazione e una gestione molto oculata dell’acqua, hanno riprodotto qui la loro vita che, probabilmente, prima si svolgeva lungo le rive di un fiume. Quale fosse questo fiume non è dato saperlo: certo doveva assomigliare al Niger, che è appunto il fiume che abbraccia ora la zona dei Dogon.

SERVE UNA GUIDA!

Arrivare però in visita in territorio Dogon non è facile: serve assolutamente una guida, una guida esperta che possa accompagnarti nei luoghi giusti, e che medi il rapporto con gli abitanti, che non sono tanto abituati alla relazione coi turisti. Quindi, per cercare una guida, vado in un internet point a Bamakò, e chiedo informazioni. Mi propongono Seck. E scopro che si tratta proprio del nipote di Ogotemmeli... E io naturalmente ho “Il Dio d’acqua” nel mio bagaglio, cioè il libro del grande antropologo francese Marcel Griaule: un bianco che era venuto negli anni ‘30 a studiare i Dogon, forse per dimostrare quanto fossero selvaggi e arretrati, ma dopo una serie di incontri e chiacchierate col vecchio Ogotemmeli, si accorge della loro complessissima struttura culturale, fatta di miti e di molte informazioni. Compresa l’informazione che riguarda l’esistenza di una stella, Sirio-B, così piccola che l’astronomia moderna l’ha scoperta solo da poco. Quel libro – Il Dio d’acqua, appunto– ha avuto in Europa grande risonanza, e ha dimostrato che la cosmogonia e la mitologia di popolazioni come i Dogon, in certi casi, arrivava più in là di quanto non fosse arrivata la Scienza occidentale. Così, col nipote del vecchio Ogotemmeli, Seck Po Dolo, che vuole dire guarda caso “Stella Sirio”, mi avvio al Paese dei Dogon. E succede una cosa strana: io naturalmente chiedo informazioni su quello che ho letto sul libro di Griaule a Seck, ma lui non ne sa nulla! Così sono io a leggergli il libro, e lui ascolta da me quello che suo nonno Ogotemmeli ha raccontato un giorno, ad un bianco venuto da lontano, per scrivere la loro storia…

I DOGON

E intanto la nostra macchina entra nel Paese dei Dogon, e il paesaggio diventa man mano di una bellezza assoluta: sembra uno scenario da favola, una specie di Paese degli Hobbit, con le case di terra e i granai rotondi col tetto a cono, tipo cappello-da-fata. E con le porte dei granai, di legno, fatti come se fossero dei seni di donne. Seck infatti mi dice che ci sono i granai degli uomini, e quelli delle donne. Quelli degli uomini servono per custodire gli alimenti per le famiglie e la comunità, quelli delle donne invece servono… solo per loro stesse. Seck mi dice: “Il granaio è la ricchezza dei Dogon”

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