Dal festival di Segou a Bobo seguendo la musica

Forse qualcuno ha letto il mio report dello scorso anno “Il Festival di Essakane”? Bene, questa è la puntata seguente, sono stata al “Festival sur le Niger”, dall’1 al 3 febbraio. Segou è una città dal passato coloniale, tranquilla e ...

  • di Valev
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Forse qualcuno ha letto il mio report dello scorso anno “Il Festival di Essakane”? Bene, questa è la puntata seguente, sono stata al “Festival sur le Niger”, dall’1 al 3 febbraio. Segou è una città dal passato coloniale, tranquilla e un pò rètro. Nel periodo del festival si riempie di gente e si anima di spettacoli di ogni genere. Durante il giorno: danze rituali delle varie etnie, maschere zoomorfe, marionette, gli chasseurs con i vestiti ornati di cauri che sparano all’impazzata con vecchi fucili, il mercato, le mostre d’arte...La sera, sul palco montato direttamente nell’acqua, cantano alcuni fra i migliori musicisti del Mali e diversi ospiti. Quest’anno è stato premiato dalla BBC Bassekou Kouyatè, per il miglior album world music, “Segou blue”( ascoltate l’apertura!).

Alle tre del mattino di sabato, sale sul palco, in un delirio generale, Salif Keita, il menestrello albino, il griot nobile! Ascoltato sotto le stelle, nel cuore dell’Africa...Ah, la vita! Da Segou abbiamo proseguito per Gao, all’estremo Est del Mali, facendo tappa a Mopti e a Duentza. Lungo il percorso abbiamo visitato un villaggio, Ibissa, e portato medicine e materiale vario alla scuola, diretta dal giovane preside Oumar. Il villaggio è “sponsorizzato” da una associazione di volontariato di Modena, Bambini nel Deserto, che si occupa di diversi paesi (oltre al Mali, la Mauritania, il Burkina Faso, etc.). L’entusiasmo del gruppo ci ha contagiato, vista anche la vicinanza (noi siamo di Bologna) e ci ha permesso di prendere contatto con questa realtà davvero speciale. Un piccolo report sull’esperienza sta nel sito di Bambini nel Deserto.

Un altro incontro molto toccante è stato quello con le donne dell’ospedale di Mopti. Si tratta di persone che hanno subito da piccole un’escissione o un’infibulazione che, col tempo, ha dato origine a fistole molto invalidanti. Così queste donne devono trascorrere molti mesi o addirittura anni in ospedale per le cure. Ma si sono organizzate, eccome, costituendo una cooperativa che produce e vende stoffe, collane, orecchini molto graziosi e a ottimo prezzo. Se qualcuno pensa di visitarle, please, non si fermi al piccolo chiosco esterno, ma entri all’interno del giardino, che è di fianco all’ospedale, vicino al lungo-fiume.

Tornando al viaggio, Gao è veramente stupenda. La strada per arrivarci, lunghissima e deserta (ma ben asfaltata) passa attraverso un paesaggio fantastico: dalla brousse, piatta e grigiastra, si ergono delle “dolomiti”, rilievi di roccia a volte piatti e acuminati, a volte rotondeggianti.

Gao è vicino al fiume e circondata dal deserto, al confine con il Niger. È una città pulita (per gli standard locali), con strade larghe ed edifici bassi, poco frequentata dai turisti. Il monumento più rilevante è la tomba di Askià, il fondatore dell’impero Songhai morto nel 1538, fatta a imitazione delle piramidi, cioè senza che si sappia dov’è l’entrata del sacello. Dal tetto la vista è bellissima: poco lontano dalla città, sul fiume, si intravede un’immensa duna, che al tramonto diventa rosa. A Gao ho fatto un incontro che mi ha turbato: una guida locale, I., ci ha accompagnato in giro; era un ragazzo “triste”, sembrava molto più vecchio della sua età. Siamo anche andati a cena insieme, in un ristorante piuttosto modesto, popolare. A un certo punto ho ordinato un piatto che poi si è rivelato essere qualcosa che non volevo. Così non l’ho toccato e ho chiesto se qualcuno aveva appetito. Insomma I. L’ha preso, si è alzato da tavola e si è messo in un piccolo corridoio, contro il muro, a mangiare, con molto pane e altre cose. Insomma, aveva fame e si vergognava. Poi ci hanno detto che abita con i genitori e guadagna poco. Mi ha colpito perchè sono abituata a vedere famiglie o interi villaggi in difficoltà. Ma è chiaro per tutti (loro e noi) che hanno bisogno di aiuto. Si tratta di un problema comune e condiviso. Invece I. Aveva una sua dignità solitaria, un lavoro, per quanto precario, e sfuggiva a questa categoria. Sembrava piuttosto uno di quei borghesi napoletani, colti ma poverissimi, descritti nella nostra letteratura del dopoguerra. Non me la sento di consigliare l’hotel dove abbiamo dormito a Gao, il Tizi Mizi. Il giardino è piuttosto piacevole, ma le camere hanno porta e finestre senza vetri: un’unica lastra di metallo. Così avete la scelta fra chiudervi dentro e rimanere sempre con la luce elettrica e l’aria condizionata se non volete morire nel loculo, o aprire e farvi mangiare dalle zanzare. Nell’incertezza, abbiamo ordinato il pranzo e siamo rimasti due ore e mezza a guardare, affascinati, la lentezza con cui l’addetta preparava un piatto di riso, scotto ovviamente, e una salsina. Da segnalare senz’altro allo Slow Food

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