Viaggio in borneo: la terra sotto il vento

Appeso alla parete come un geco, scruto l’oscurità in cerca di un appiglio. Due metri sotto di me, scorgo la tenue fiammella che danza sull’elmetto di Bian. Sepolto nel ventre del Gunung Mulu, fetido di guano e melma grigia, prima ...

  • di Luca Di bella
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  • Viaggiatori: in coppia
 

Appeso alla parete come un geco, scruto l’oscurità in cerca di un appiglio. Due metri sotto di me, scorgo la tenue fiammella che danza sull’elmetto di Bian. Sepolto nel ventre del Gunung Mulu, fetido di guano e melma grigia, prima di precipitare verso l’abisso sento la voce della coscienza che mi punzecchia con sarcasmo: “ma come diavolo ti sei cacciato in questo pasticcio?!”.

KOTA KINABALU: IL BATTESIMO DELL'ACQUA E’ un’ umida mattina di inizio agosto quando mettiamo finalmente piede a Kota Kinabalu (KK, come la chiamano da queste parti), capitale del Sabah. Finalmente in Borneo! “Le avventure asiatiche di Luca e Viviana”, è il titolo del fumettone che mi scorre nella mente mentre mi accingo per la prima volta a respirare l’afosa umidità del sud-est asiatico. Fuori dall’aeroporto noleggiamo un taxi per raggiungere la nostra prima meta: l’Ang’s Hotel, definito dalla guida Lonely Planet “un’ottima scelta”. Durante il tragitto, cerco di scambiare quattro chiacchiere con il tassista, che una folta letteratura vuole sempre grande conoscitore dei segreti locali: l’uomo mi guarda bovino dallo specchietto, e capisco che l’inglese non deve essere il suo forte...Così mi rassegno a osservare silenziosamente la città che si va disponendo ai nostri lati. Finché i miei occhi non mandano un preciso appunto al cervello: KK è di uno squallore unico! Va bene, sapevo che la città era stata rasa al suolo per ben due volte nel corso della seconda guerra mondiale, e interamente ricostruita...Ma non mi aspettavo tanto sfacelo! La cosa sorprendente è l’alternarsi di edifici fatiscenti e sporchi con palazzi che ostentano ricchezza (marmi rosa e vetri a specchio). Tante banche. Rimaniamo a bocca aperta passando accanto a un villaggio in stile “bidonville”, tutto su palafitte: le case sono cucce di legno e lamiera,unite da un intrico di pontili di legno, in mezzo ai quali si distinguono vestiti appesi e altre amenità. Curiosamente, a pochi metri di distanza sorge un lussuoso resort, con prati all’inglese e immacolati campi da golf. Finalmente arriviamo al nostro hotel, e la prima impressione (presto corroborata dalla seconda, la terza e la quarta) è che si tratti di un posticino perfettamente integrato nel contesto di degrado urbano di KK: in soldoni, fa abbastanza schifo, ma costa poco e la guida dice che è ok. Sarà... Decidiamo di mollare i bagagli e avventurarci verso il molo, per chiedere informazioni su come arrivare alle vicine isole. Per la strada tutti ci osservano, neanche fossimo vestiti da astronauti. In realtà, mi accorgo che di turisti occidentali non si vede l’ombra, e i locali ci squadrano con malcelata curiosità. Le loro facce non sono esattamente raccomandabili, e, attingendo al mio folto bagaglio culturale, decido che sono proprio come i cattivi nei film di Bruce Lee. Ci facciamo coraggio ripassando mentalmente il capitolo che la guida dedica a Kota Kinabalu, nella sezione Pericoli: “nonostante le apparenze, KK resta una città sicura”. Giungiamo in pochi minuti al molo, dove ogni 20 metri c’è un gabbiotto che pubblicizza il proprio servizio barche per le isole. Io e Vivi cerchiamo di essere il più indigeni possibile ma, con macchina fotografica al collo e guida turistica in mano, sembriamo...Due turisti, appunto. Inevitabilmente, i malesiani che ronzano attorno ai gabbiotti ci fiutano da enormi distanze e ci fanno grandi cenni. Uno in particolare si dimostra particolarmente insistente nell’offrire i propri servizi, e io lo ribattezzo fulmineamente “il dentista”, per via dei denti che si dribblano tra di loro. Lo ascolto con scarso interesse per scoraggiarlo, e gli dico che torneremo più tardi. Ma il dentista non molla la presa, ci si attacca alle caviglie e continua a farci proposte in un anglo-malese improponibile. Capisco che si attende una qualche risposta, allora mi fermo e, con tutta la gentilezza che mi rimane sottraendo i postumi del jet lag, gli spiego che non capisco una fava di quello che sta dicendo. Lui sorride mostrando il suo pezzo forte, i dentoni, e riattacca più lentamente. Mi propone uno sconto se vado alle isole oggi e domani...Ma io gli spiego che adesso è tardi, e che forse torneremo domani. Il dentista pare deluso, ma non si scoraggia e ci lascia un bigliettino con il suo nome. Riusciamo finalmente a divincolarci, e torniamo a immergere occhi, naso e orecchie in questo affascinante spicchio d’Asia. Tutti ci guardano incuriositi, ma nessuno appare ostile. Un bambino mi sorride alzando il pollice: ricambio il sorriso anche se non capisco a cosa si riferisca il gesto del pollice. Forse si complimentava per Viviana, o magari gli sembrava un cenno di saluto degno di un occidentale...Chissà. Viviana annuncia di sentirsi in un’ambientazione da film sul Vietnam, con l’allarme antiaereo pronto a scattare da un momento all’altro. Il naso guida le gambe verso un mercatino coperto: dentro è pieno di frutta e verdura assolutamente sconosciuti...Almeno a noi che siamo ai tropici per la prima volta! Ci sono banane di tutte le dimensioni, pesci essiccati di varie forme, peperoncini colorati e radici di ogni tipo. Devo avere un grosso punto interrogativo al posto del cranio, ogni cosa mi incuriosisce, anche se non mi azzardo a spiccicare parola con gli anziani che gestiscono le bancarelle. Ad ogni modo, scandaglio i banconi alla ricerca del mitico durian, il raro frutto tipico della Malesia, le cui caratteristiche principali sono: polpa cremosa e delicatissima, e tanfo di fogna, tanto che è vietato portarne in albergo. Un celebre scrittore definì l’esperienza con il durian in maniera assai efficace: “è come gustare un biancomangiare al lampone in un gabinetto pubblico”. Deve essere mio! Al mercatino, purtroppo, mi va male: do del durian a una grossa zucca bitorzoluta, che in seguito vedrò descritta nella guida come un jack fruit. Accidenti. Per risollevarmi il morale, Viviana propone una passeggiata alla collina panoramica che domina KK, chiamata Sight Hill. Bene, ci incamminiamo curiosi lungo una strada che si insinua tra alberi alti decine di metri, dai quali friniscono all’unisono milioni (centinaia di milioni) di cicale. Il chiasso a tratti è assordante! Arriviamo in cima e scopriamo con piacere che il sole ha finalmente deciso di fare capolino, anche se la zona del belvedere è misteriosamente chiusa. Comunque,anche senza panchine, la vista su KK e le isole è molto bella, e già ci apprestiamo a godere del primo tramonto tropicale della nostra vita. Mentre riempio i polmoni di puro ossigeno malese, il mio sguardo spazia a 360 gradi, fino a intercettare una nube d’acqua in lontananza. Sarà meglio tornare giù, dico a Vivi, ma non ho tempo di chiudere la bocca e già siamo immersi nell’acquazzone. Atmosfera surreale: il sole continua a splendere sulle isole del parco, mentre la collina è avvolta da una nube d’acqua. Siamo zuppi in 12 secondi netti, ma non possiamo fare a meno di osservare rapiti il gioco della natura, con il sole che riverbera sugli alberi una patina d’oro, mentre la pioggia densa e fitta continua ad avvolgerci. Credo che gli alberi amino questo clima, a giudicare da come sono forti e grandi. Una signora con due grandi buste emerge dal diluvio, salendo senza fretta. Ci sorride e prosegue canticchiando. Squish, squosh. Rumore delle nostre Nike zuppe che tornano in albergo

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