Madagascar, terra di lemuri, natura selvaggia e sorrisi indimenticabili

Un viaggio da sogno in un Paese da sogno

  • di Marilisa Somma
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 3
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro
 

L’Isola Rossa mi accoglie in silenzio, in una notte buia e al profumo di vaniglia.

Antananarivo (o Tana, come la chiamano affettuosamente i Malgasci) sembra dormire al mio arrivo: la mia jeep sfreccia accanto a risaie che attendono, pazienti, la stagione delle piogge e casette di mattoni ancora fumanti con tetti di paglia e foglie di palma. E’ un inverno freddo, Tana, adagiata caoticamente su una lunga e stretta cresta rocciosa, dall’alto dei suoi 1200 mt di altezza circa, sembra attendere l’alba per riprendere la sua vita multicolore e profumata di spezie.

Il mio viaggio in Madagascar, alla ricerca di occhi cui sorridere e di storie da ascoltare, inizia subito; un caffè al volo, un frettoloso cambio di soldi, e si parte alla volta degli altipiani.

Raccontare il Madagascar è come leggere un libro di storie, ogni luogo ha i suoi colori caratteristici, le sue tribù con storie e tradizioni millenarie che ancora sopravvivono, la sua natura peculiare e i suoi animali unici ed indimenticabili.

Mi accompagna nella mia avventura Mahery Rajaona (maheryt@yahoo.fr), un amico malgascio che della sua terra ha i colori ed il sorriso amichevole e mi spiega che il popolo malgascio vive ‘mura mura’, cioè piano piano, con ritmi lenti e scanditi dalla luce del giorno e dalla notte.

Il viaggio inizia sulla RN7, una delle poche strade asfaltate del Madagascar, che attraversa la centrale regione montuosa dell’Isola Rossa, e che ti consente di conoscere il popolo dei Merina, di origine indonesiana, che vive in casette a due piani di legno, con piccole finestre colorate e tetti di paglia, ed immerse nell’alta e gialla erba piumosa. I Merina, il più grande gruppo tribale del Madagascar che ancora oggi onora i propri morti con la cerimonia del famadihana, per secoli hanno dominato l’Isola Rossa, tanto che la loro lingua è quella ufficiale.

Attraverso il magnifico viale del Baobab e supero, con un’improbabile chiatta, il fiume Tsiribihina, tra i giochi dei bambini ed i sorrisi delle donne e finalmente giungo lungo la costa sud ovest del Madagascar, che mi accoglie con un oceano in tempesta ed una cena a base di gamberi al cocco. I giorni successivi sono avventura pura, nel maestoso Parco dello Tsingy, dove la mia guida locale mi chiede, in rispetto della sacra montagna, di non indicare alcunchè con l’indice e mi conduce nei tre chilometri più avventurosi mai percorsi, attraverso cunicoli stretti, feritoie nelle rocce, grotte buie, ponti sospesi, magnifici canyons... e finalmente, dopo un’arrampicata abbastanza impegnativa, sotto un sole rovente, nel mentre piccoli camaleonti verdi si celano alla vista dei più, arrivo in cima a godere dei maestosi Tsingy, e così comprendo perché l’Unesco li ha dichiarati Patrimonio dell’Umanità: i frastagliati pinnacoli calcarei di colore grigio scuro, che dall’alto dominano la montagna ed i canyons, così modificati dal vento e dalle piogge, sembrano un quadro di un pittore surreale.

L’avventura continua nel poco conosciuto Kirindy Reserve, il paradiso dei lemuri, ove di giorno saltellano da un albero ed un altro, e di notte, si infilano in scavati tronchi di alberi, mentre gufi ti scrutano giudiziosi ed i fossa si acquattano per cacciare.

Salutato il popolo della costa, i Sakalawa, di origine africana, il cui potere si basa sul numero di zebù posseduto, la loro cucina un po’ creola, le loro casette di legno con tetto di foglie di cocco essiccate, mi dirigo verso la costa sud-est, attraversando di nuovo gli altipiani, dal profumo dei fuochi dei mattoni e salutando il popolo dei Betsileo, famosi per le coltivazioni di riso e per le loro capanne a due piani color ocra e riconoscibili dai loro cappelli di feltro e dalla coperta colorata che con eleganza portano su una spalla

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