Balkantour

La notte su Preševo è limpida: anche le stelle più fioche si offrono agli occhi incontaminate dall’illuminazione artificiale. Se non fosse per i vestiti ormai incollati alla pelle e la necessità di spingere avanti la macchina ogni cinque, dieci minuti ...

  • di Mauro Ferri
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Fino a 500 euro
 

La notte su Preševo è limpida: anche le stelle più fioche si offrono agli occhi incontaminate dall’illuminazione artificiale. Se non fosse per i vestiti ormai incollati alla pelle e la necessità di spingere avanti la macchina ogni cinque, dieci minuti per farle compiere qualche metro, si potrebbe anche dormire un po’. La dogana è ancora parecchio distante e del serpentone di auto che ci precede e viene dopo di noi, sono tante le targhe italiane, e poi quelle tedesche dei turchi, quelle svizzere, assai più rare, invece, quelle appartenenti agli stati della ex repubblica iugoslava. E’ un esodo biblico nel cuore dei Balcani, fatto di uomini, donne e bambini sulla via di casa, migranti in tante nazioni di quella che qui si pronuncia “evropa”, ansiosi di rimettere piede sulla loro terra.

Ci troviamo intrappolati nella Serbia meridionale, a poche centinaia di metri dal confine con la Macedonia, nell’unico corridoio sicuro rimasto, incastrato tra la polveriera etnica del Kosovo e il versante delle montagne popolate dagli albanesi. In realtà esistono altri due valichi assai meno frequentati a qualche Km di distanza da qui, ma dai nostri amici macedoni ci sentiamo dire senza tanti giri di parole: “noi non ci fidiamo a passare di là, se volete andate voi.” L’attesa e la rassegnazione si mescolano: non resta che ammirare l’occhieggiare dei ritti e candidi minareti fra i tetti rossicci delle case di villaggi adagiati ai piedi delle colline, e lo spettacolo del cielo orfano della luna che lentamente s’imbruna, quel “cielo slavo del sud pieno di grazia” che qualcuno ha cantato. Sono trascorse ormai più di 24 ore dalla partenza da Piacenza: sei dogane già attraversate per tre stati che fino a poco più di dieci anni fa condividevano la stessa bandiera. L’Italia abbandonata esattamente alle due e venti di questa mattina per fare ingresso in Slovenia, direzione Lubiana. Del piccolo stato alpino che fu il primo, con la Croazia, a separarsi da Belgrado colpisce l’aspetto pulito e asburgico. Una sosta per qualche ora di sonno in uno sperduto autogrill fra le montagne, il caffè che ci viene servito ancora espresso, e si riparte alla volta di un’altra frontiera, quella con la repubblica croata. Albeggia ed il profilo dei rilievi si materializza gradualmente come fossero di vapore: superata Zagabria e il primo ponte sulla Sava a pochi Km dal confine, si fa rotta verso Slavonski Brod e Vukovar. Cominciano a riecheggiare alle nostre orecchie toponimi risuonati ossessivamente sui mezzi di informazione durante gli anni in cui queste zone furono il teatro di una guerra sanguinosa. Le tracce non sono più visibili, solo alluse dalla realtà: all’avvicinarsi della frontiera con la Serbia l’autostrada sembra dirigersi verso il nulla. Più nessun centro abitato nelle vicinanze, poco traffico e ai lati solo un paesaggio di desolazione, alberi maestosi, campi incolti probabilmente ancora avvelenati dalle mine e la luce di un sole che comincia a farsi battente: a rendere evidenti più le assenze che le presenze intorno a noi. L’assenza, per esempio, di un’indicazione stradale che ci notifichi la destinazione verso cui ci stiamo avviando: si accentua l’impressione di non essere diretti in alcun luogo. Repubblica Serba e Belgrado non esistono, i croati hanno cancellato pure i nomi dai cartelli: il mondo finisce a Lipovac. L’unica certezza ha il nome della stazione di confine fra i due stati. Nella zona franca tra i due posti di blocco della frontiera hanno trovato pure lo spazio per farci una bella aiuola fiorita. Con il visto pagato sul passaporto si entra in Serbia, diretti a sud: l’autostrada è malridotta, l’asfalto è consunto e malamente rappezzato, la mancanza pressoché totale di cartelloni pubblicitari la rende assolutamente spoglia. In compenso automezzi incredibili la solcano: Trabant, Lada, Koral di tutti i colori e le immancabili Zastava, una specie di “Fiat 128” dal sedere un po’ più basso; spesso arrancanti ai bordi della carreggiata o addirittura morenti sui frequenti tratti in salita. Guardata dal finestrino di un’automobile in movimento – e non c’è punto di osservazione più precario e parziale – la Serbia appare un paese sofferente, arrugginito, popolato di abitazioni non finite, di scheletri di edifici, abitazioni fantasma. Sono solo alcuni tra gli effetti collaterali della guerra piovuta dal cielo poco più di tre anni fa. Capace di paralizzare il futuro e i progetti delle persone: rimasti in sospeso proprio come tutte le case incompiute disseminate ai lati della strada, macabri monumenti al rimpianto. L’orizzonte si spiana man mano che ci si avvicina a Belgrado: l’ingresso in città avviene alle 14,30 di un sabato qualsiasi, l’autostrada sfocia direttamente in una tangenziale che s’incunea nel comprensorio urbano animato da un traffico caotico. Il nostro transito è veloce: casermoni anonimi e sullo sfondo il centro storico e amministrativo con alcuni resti ancora evidenti dei bombardamenti, la sosta è rimandata al viaggio di ritorno. Oltrepassato l’enorme ponte sospeso sulla Sava che qualche centinaio di metri più in là confonde le proprie acque con quelle del Danubio, qui Dunav, all’improvviso la strada si mette a salire. E’ il monte Avala dal quale si domina tutta la “città bianca” ormai alle nostre spalle. L’arrivo a Niš, ormai nella Serbia meridionale, avviene nel tardo pomeriggio: i cartelli stradali finalmente segnalano a grandi lettere Skopje e addirittura Thessaloniki, in Grecia. A dispetto delle indicazioni cartografiche, inopinatamente l’autostrada s’interrompe e senza nessuna possibilità di deviazione la macchina si ritrova alla deriva su di un mare di buche e crateri: ci spiegano che è un altro regalo della guerra, il transito dei mezzi militari pesanti ha ridotto la sede stradale in condizioni quasi insostenibili. La velocità di crociera subisce così una drastica riduzione almeno fino Leskovac; poi iniziano le montagne e il traffico si fa sostenuto: segnali inequivocabili che ci stiamo avvicinando al confine, la nostra settima dogana si chiama Preševo

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