Cronaca di un viaggio a Sutton Courtenay

In Inghilterra, attraverso le campagne dell’Oxfordshire, alla ricerca dell’ultima dimora di George Orwell L’idea di scrivere questa sorta di cronaca è nata in seguito ad un mio recente viaggio in Inghilterra, nel luogo dove Eric Arthur Blair, meglio conosciuto con ...

  • di Hantex
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

In Inghilterra, attraverso le campagne dell’Oxfordshire, alla ricerca dell’ultima dimora di George Orwell L’idea di scrivere questa sorta di cronaca è nata in seguito ad un mio recente viaggio in Inghilterra, nel luogo dove Eric Arthur Blair, meglio conosciuto con lo pseudonimo di George Orwell, è stato sepolto, secondo la sua volontà, dopo la sua morte avvenuta nell’anno 1950. Sconosco il motivo che mi spinse a recarmi in quel piccolo paesino che ospita l’ultima dimora di Orwell ma, suppongo, abbia qualcosa a che vedere con il fatto che desideravo avvicinarmi a lui, oltre che tramite la letture delle sue opere, in modo più concreto; certo era un pensiero estremamente stupido ma, talvolta, ciascuno di noi sente il bisogno di soddisfare esigenze alquanto strane e, questo, era uno di quei casi: volevo incontrarlo fisicamente, stare per un attimo innanzi a lui come fossi stato un suo vecchio amico, come se entrambi condividessimo lo stesso periodo di esistenza. Feci questo nell’unico modo possibile, recandomi dove egli è oggi sepolto. Sono appena le sette e trenta del mattino quando, approfittando di un breve periodo di vacanza che con la mia famiglia stavo trascorrendo in Inghilterra, mi recai nella piccola stazione ferroviaria di “Southend On Sea”, una località costiera dell’Essex (nella zona sud-orientale dell’Inghilterra) dove avevo preso alloggio da qualche giorno. Era quello il mio punto di partenza dal quale mi sarei mosso verso “Sutton Courtenay”, il luogo dove si trovava il piccolo cimitero che ospitava la salma di Orwell. Il viaggio si preannunciava alquanto impegnativo, in quanto, avrei dovuto raggiungere la stazione ferroviaria di “Liverpool Street” (Le stazioni intermedie furono: Prittlewell, Rochford, Hockley, Rayleigh, Wickford, Billericay, Shenfield e Stratford) a Londra e da lì, utilizzando la metropolitana londinese, raggiungere la stazione di “Paddington” da dove avrei preso un treno per la piccola stazione di “Didcot Parkway”, luogo non molto distante da Oxford (Le stazioni intermedie furono Ealing Broadway, Hayes & Harlington, Slough, Burnham, Taplow, Maidenhead, Twyford, Reading, Tilehurst, Pangbourne, Goring & Streatley e Cholsey) dal quale, tramite un taxi, avrei potuto finalmente giungere al paesino di “Sutton Courtenay” distante da questo un paio di miglia. Nonostante la complessità del viaggio (ulteriormente appesantito da qualche “poco inglese” ora di ritardo sui tempi previsti) ero fermamente convinto che ne valesse la pena, in fondo, mi stavo recando trovare un vecchio e caro amico.

Durante il viaggio osservavo attraverso i vetri del treno un continuo susseguirsi di grandi distese verdi qua e là frammentate da ordinate file di case dalla forma tipicamente inglese, poco alte, disposte a schiera e con diverse canne fumarie sui tetti: era curioso osservare come queste, piuttosto che essere una nota stonata nella natura circostante, si integrassero perfettamente con questa, come se ne facessero parte. Da quella breve considerazione la mia mente cominciò ad elaborare tutta una serie di immagini che, una dietro l’altra, si susseguivano come in un film, immagini simili a ricordi che, però, erano soltanto dei finti ricordi che si erano in me venuti a creare dopo aver letto le descrizioni contenute all’interno dei libri di Orwell: come è strano che questi assumano i connotati dei veri ricordi, apparendo ai miei occhi reali quanto i frammenti di vita realmente vissuti, questa, probabilmente, è la magia dei libri resa ancor più strabiliante dall’incredibile facoltà di descrivere le cose che Orwell possedeva, la facoltà di trasmettere non solo i fatti narrati ma anche le sensazioni che i protagonisti di questi suoi romanzi vivevano. Tutto questo mi faceva vivere una sorta di Déjà-Vue (La sensazione illusoria di aver già visto una certa immagine o aver vissuto la situazione in cui ci si trova al momento), sentivo una certa familiarità con quei luoghi e questo mi faceva sentire un po’ meno straniero; quel panorama d’altri tempi, privo di grandi costruzioni e con tantissimo verde, mi fece pensare per un attimo che i luoghi dove Orwell trascorse parte della sua vita, forse, non dovevano essere tanto diversi da adesso

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