E... state pedalando!

A Lodi e Cremona in bicicletta

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 3
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Cremona e dintorni. Ciclopista delle città murate (Pizzighettone-Soncino)

Percorso ciclabile Lodi-Pizzighettone

In bicicletta in provincia di Cremona:

Siamo sulla via del ritorno. Una luna rotonda ed enorme come l’insegna della Berco ha appena fatto capolino all’orizzonte. Dal fondo dell’auto si sprigionano gas letali: è il fetore che sorge dalle nostre “tennis”. Fa troppo buio per continuare a leggere. Già da un’ora sottopassiamo cavalcavia, oltrepassiamo file di tir, ci facciamo superare da novelli “Schumacher” che ci sfrecciano accanto mentre Fede canticchia le canzoni del CD detto “dell’Andrée” e Leo s’impegola in battibecchi con il navigatore satellitare –o meglio, la navigatrice, dato che possiede una suadente voce femminile-. Utile il navigatore: almeno hai qualcuno con cui prendertela quando non imbrocchi la strada.

Guardo Leo e mi accorgo che mentre guida ha una faccia stravolta, porta le impronte degli occhiali da sole tatuate sul viso e ha la pelle delle gambe lessata dal pantaloncino in giù –anch’io ho un nuovo “stencil” sulla schiena: una striscia rossa dovuta allo spazio che c’era tra i ciclisti e la canottiera, dove oggi il Sole ha lasciato la sua firma. Sorrido e gli dico:

- “Sembri sconvolto!”

- “Per forza, ci hai fatto fare 80 km in bicicletta in un solo giorno!”

Come se non avessi mostrato fin da alcuni giorni fa il dépliant che diceva chiaro e tondo che la ciclopista delle città murate era di 38 km e quindi, tenendo conto del ritorno, 76 km ... Fede si difende dicendo che lui aveva guardato le figure e non aveva letto niente. Bravo! Vedi a firmare il contratto senza leggere le clausole? E poi uno dei motivi per cui siamo “stesi” è che ci siamo persi due volte (senza possibilità di scaricare responsabilità sul navigatore). La prima a Soresina, per via del fatto che il cartello che indicava la direzione si trovava rovesciato ai bordi della strada e non sapevamo verso dove era rivolto prima di essere abbattuto, inoltre abbiamo imboccato la pista sbagliata –su suggerimento di Leo- nel tratto fra Soresina e Genivolta, per cui almeno 4 km in più ce li siamo sorbettati in quell’amena deviazione lì. Fortuna che nelle nostre donchisciottesche peregrinazioni nelle remote lande della provincia di Cremona siamo incappati in tre pescatori lungo il canale che ci hanno rimesso sul buon cammino, da dove abbiamo ritrovato la strada giusta per infilare l’itinerario cicloturistico dritti fino alla meta: Soncino. In realtà di cittatine murate ce n’erano solo due: quella di partenza, Pizzighettone –che conserva una possente cinta bastionata a pianta stellare del Seicento- e quella di arrivo, Soncino, appunto. Nel mezzo c’erano fossi, canali e chiuse, distese sterminate di granturco, case padronali in rovina, cascine con stalle che ammorbavano l’aria e addirittura una villa con mucca in giardino! Sarà stata la mucca domestica, noi ci accontentiamo del cane, là tenevano la vacca “da guardia” a ruminare fra i cipressi.

In alcuni tratti una ciclabile sterrata si snodava fra pioppeti e fattorie abitate o diroccate lungo il corso del Serio Morto, in altri una strada asfaltata ma quasi sempre in dissesto attraversava piccoli centri come Cappella Cantone, Genivolta o Ferie. Il segnale di quest’ultimo paese ci ha ricordato in maniera beffarda che nonostante le nostre erculee fatiche eravamo pur sempre in ferie...

Durante l’andata, più o meno al km 22, dopo un pasto a base di insalata di riso e tonno, corredata da pop-corn caserecci, duri come cuscinetti a sfera, si sono esaurite le nostre scorte alimentari. Un brivido corre lungo la schiena: non faremo mica la fine del piccione? Ieri, infatti, nel corso della visita a Cremona, ci siamo spinti sulla “Tour Eiffel” della “capitale del torrone”: il Torrazzo, alto 111 m. Nei piani più bassi della spessa mole del campanile della cattedrale le scale erano ampie, di pietra e correvano, come il foro di un verme, all’interno di rassicuranti muri protettivi, ma una volta raggiunto il penultimo piano, accessibile attraverso una scala di legno con ringhiera, per arrivare in cima, si doveva salire per una scala a chiocciola in metallo, che s’imperniava a spirale nel cuore della torre, lasciando un inquietante vuoto attorno. La mancanza di benigne pareti avvolgenti e il fatto di sentirsi sospesi nel nulla produceva un senso di vertigine. Da un momento all’altro temevo che le mie gambe si rifiutassero di continuare l’ascesa, ma infine ho ripristinato il collegamento tra cervello e membra inferiori e così sono riuscita a mettere i piedi in salvo sul pavimento di pietra della guglia traforata ed è proprio lì, nell’anfratto più elevato della torre campanaria più svettante d’Italia, mentre eravamo tutti presi a contemplare, da quell’altezza paurosa, i meandri del Po e l’estendersi di Cremona fino al diradarsi degli edifici nella campagna, che ci siamo accorti dei resti di un piccione, mortifero presagio. Uno scheletro intatto, da museo di scienze naturali. Morto di malattia, di vertigini, di fame...? Il caso è aperto. La carcassa giace ancora insepolta

  • 2277 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social