Alla scoperta di un frangente del Kenya

Sono appena tornata dall’Africa, esattamente dalla baia di Watamu sulla costa del Kenya, ed è stata un’esperienza intensa. Era la prima volta che passavo Natale al caldo e questa novità ha elettrizzato le giornate prima della partenza. Il primo impatto ...

  • di gridou
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Sono appena tornata dall’Africa, esattamente dalla baia di Watamu sulla costa del Kenya, ed è stata un’esperienza intensa. Era la prima volta che passavo Natale al caldo e questa novità ha elettrizzato le giornate prima della partenza. Il primo impatto che ho avuto con questo straordinario paese sono stati i paesaggi verdeggianti che scorrevano dall’oblò dell’aereo: una folta vegetazione che ricopre ogni particella possibile di questa zona del Kenya, composta, non solo da alberi e palme, ma anche da cespugli, arbusti, sterpi, rami e fiori colorati. La natura, in quest’angolo del mondo, non si è lasciata confinare dall’uomo nei soliti parchi ma si espande ovunque, prendendo il sopravvento e inglobando ogni cosa. All’apertura delle porte dell’aereo una ventata d’aria calda ma umida ci assale, i vestiti s’incollano alla pelle e alcuni di noi iniziano a sudare vistosamente. E’ mattina presto ed il cielo è ancora molto coperto riflettendo con la sua luce il paesaggio circostante. Mentre siamo in coda per le consueti pratiche doganali, degli insetti dalle dimensioni africane si aggirano per la hall dell’aeroporto seminando paura tra i bambini. La nostra fila non va avanti, non perché abbiamo scelto quella più sfortunata, ma perché qui tutto è molto lento, e il carattere calmo della popolazione rende nervosi molti europei. La prima sensazione all’uscita dell’aeroporto è di smarrimento, oltre le transenne intravediamo decine d’uomini che gesticolano, ci chiamano e non sappiamo a chi dare retta. Tiriamo saldamente le valigie, zigzagando tra la folla e rifiutando il loro aiuto interessato ma quando due si avvicinano pretendendo di appartenere al nostro Tour Operator soccombiamo alle loro attenzioni e nel giro di qualche passo ci ritroviamo davanti all’autobus che ci porterà in hotel. Ovviamente abbiamo capito che non fanno parte dell’organizzazione ma ormai le nostre valigie sono nelle loro mani e ricompensiamo con una modesta mancia coloro che ci hanno allegramente abbindolato. Mettiamo sul conto della stanchezza questa nostra ingenuità, ma proseguendo il viaggio ci rendiamo conto che dietro alla loro gentilezza si cela molta furbizia e ci faremo raggirare più di una volta. Inizia il viaggio fino a Watamu, guardiamo impressionati quello che ci circonda: è così lontano dal nostro mondo che sembra irreale. Ad iniziare dall’autostrada che sembra una gran fetta di gruviera, in teoria la guida è a sinistra ma il nostro autista, come tutti gli automobilisti che incroceremo, serpenteggia da un lato all’altro delle corsie evitando qualche buca ma prendendone altre. Sul ciglio della strada migliaia di persone sono incamminate, a piedi o in bici, per non so quale destinazione, confusione e rumore si mescolano e sembra di essere al mercato all’aperto; durante il tragitto incontreremo innumerevoli bancarelle con mercanzia dalla più disparata: venditori di pesce fritto e pentole d’alluminio, divani, telai di letti, reggiseni, vestiti, improbabili farmacie e l’immancabile riparatore di bici. Al nostro passaggio ci salutano urlandoci un ciao keniota: Jambo.

Ai lati della carreggiata scorgiamo pneumatici rovinati e anche il loro inconsueto riciclo: vengono seppelliti per metà nella terra lasciando fuori solo l’arcata necessaria a diventare una comoda sedia da giardino. Impiegheremo più di tre ore ad arrivare da Mombasa a Watamu, tra buche e strade tortuose e saremo accompagnati, durante tutto l’arco del percorso, da un denso e puzzolente fumo sprigionato dai numerosi fuocherelli ai cigli della strada. Qui non esistono discariche o raccolta differenziata, in parte l’immondizia viene bruciata in spontanei fuochi e in parte viene accumulata; Queste cumuli di spazzatura fanno parte integrante del paesaggio e non è raro trovare sotto qualche centenario baobab un ammasso di rifiuti. Nel nostro immaginario Watamu era un villaggio, certo piccolo, ma con qualche edificio; in realtà Watamu è un paesello che si sviluppa lungo la strada principale; quest’ultima è costeggiata da diverse bancarelle e da piccole baracche tutte da scoprire. Da entrambi i lati della strada scorgiamo donne che trasportano sulla testa recipienti stracolmi d’acqua e l’autista ci spiega che quest’usanza è tipica di una tribù della zona. Arriviamo alla soglia del nostro hotel il SUN PALM e il primo impatto, quando si apre il cancello, non è proprio dei migliori; intravediamo la struttura principale sullo sfondo ma notiamo anche capre, asini, mucche e piccole costruzioni molto dimesse che ci fanno temere il peggio; fortunatamente la nostra prima impressione sarà presto soppiantata. Al nostro arrivo il personale ci accoglie cantando un messaggio di benvenuto e malgrado la scena sia un po’ pittoresca siamo così stanchi da apprezzarne tutte le sfumature. Il Sun Palm non è una grande struttura, presumo al massimo una trentina di camere, ed è gestito dall’italiana E. E da suo marito keniota C. Il complesso è carino, fatto di volte e arredato in stile africano, è un luogo accogliente dove il bianco candido delle pareti trasmette serenità. I bambini d’E. Gironzolano da un posto all’altro e quando cala la sera li ritrovi spesso addormentati in qualche divano dell’atrio. Le camere sono molto spaziose e la zanzariera è d’obbligo in ogni letto: la prima notte capirò a mie spese il motivo. La vista dal terrazzo è meravigliosa, in lontananza s’intravede la baia di Watamu e i suoi isolotti. Uno dei pregi di questa struttura alberghiera è la cucina, varia e genuina ed in particolare le verdure: sono squisite. Durante questo viaggio ho scoperto la bontà e la succosità del maracuja detto anche “frutto della passione” e nei giorni successivi non sono riuscita a frenare la mia golosità, degustando ad ogni pasto questo particolare frutto. Il vantaggio del SUN PALM è d’essere affacciato sulla baia di Watamu e oltrepassando un piccolo cancello ci si ritrova direttamente sulla spiaggia dell’hotel dove qua e là sono disseminati le sdraio e gli ombrelloni. Parlare di lettini da spiaggia è molto limitativo poiché cadono letteralmente. Questo è uno degli argomenti che più ci hanno infastidito di questa vacanza: la gestione approssimativa della struttura. Nonostante la struttura sia carina certi aspetti essenziali, per una vacanza indimenticabile, non vengono curati. Piccoli dettagli ma che addizionate tra loro facevano crescere il malcontento degli ospiti. La prima volta che abbiamo oltrepassato il cancello per andare in spiaggia siamo stati subito interpellati dai Beach Boys, figure costantemente presenti sul bagnasciuga. Un coro di voci si è elevato dalla spiaggia e in dieci ci chiamavano contemporaneamente: “Venite qui fratelli, avvicinatevi, in Africa ci si dà la mano per salutare, Hakuna matata”. Eravamo il miele e loro le api. I Beach Boys non possono superare la sottile linea rossa imposta dall’hotel tra la nostra spiaggia e la loro e pertanto rimangono ai margini richiamando l’attenzione in mille modi. I giorni degli arrivi dei nuovi turisti sono molto importanti per loro perché prima si accaparrano il cliente e più possibilità hanno di vendergli qualcosa. Purtroppo per loro la concorrenza è numerosa e sleale, abbiamo anche assistito a qualche zuffa, ma il vero rivale dei Beach Boys sono gli organizzatori interni dell’hotel. Tra loro non scorre buon sangue e sparlano a vicenda. Scegliere con chi organizzare le proprie escursioni non è facile, entrambi le soluzioni possono essere valide ma solo dopo attento confronto e senza premura. Bisogna entrare nella loro mentalità e non mettersi fretta per la scelta. La nostra prima uscita in spiaggia è stata stressante, i Beach Boys c’inseguivano a decine, dal colore sbiadito della nostra pelle sapevano che eravamo appena arrivati e non volevano molare l’osso. Hanno tutti in parte lo stesso modo di fare, cortesi e sorridenti, t’intontiscono di domande fino a che esausto non ti lasci sfuggire un “forse domani”. Quelle parole dette sotto tono vengono registrate e quotidianamente ti rinfacceranno quella promessa. Non sono persone cattive, anzi certe sono simpatiche, ma sinceramente ho trovato tutto questo molto fastidioso; se non usi i toni duri per allontanarli non hai un attimo di tregua, è quasi impossibile approfittare dello scenario fantastico che la natura ti offre. Parlando successivamente con i locali, che lavorano presso l’hotel, abbiamo capito che i villaggi a contatto con il turismo non seguono l’andamento nazionale, ad esempio lungo la costa molti genitori prendono alla leggera la frequentazione della scuola e i ragazzi si ritrovano a fare i Beach Boys senza nessun’altra possibilità. La stagione balneare in Kenya dura circa quattro mesi e tutto il resto dell’anno la popolazione va in letargo aspettando il ritorno del sole, senza nessun tipo di aspirazione. Purtroppo alcuni di loro, a contatto con il benessere procurato dai turisti diventano arroganti e pretenziosi. Nonostante l’assedio dei Beach Boys abbiamo trascorso qualche giornata all’insegna della tranquillità in riva al mare, cercando di allontanarci da loro velocemente ed immergendoci nel mare blu di Watamu. L’acqua della baia è molto calda e poco salata e quando la basse marea entra in azione lascia scoperta la sabbia bianca e fine. La mattina si avvistano qualche pescatore e le loro barche ormeggiate davanti all’hotel fanno parte integrante della costa. E’ un paesaggio degno delle più belle cartoline. In lontananza s’intravedono anche le piccole imbarcazione turistiche che partono alla ricerca dei delfini; purtroppo quando noi ci siamo andati i delfini erano introvabili. La gita più gettonata a Watamu è il Midda Creek: un’escursione tra delfini, mangrovie, fenicotteri rosa e snorkeling. E’ un modo piacevole per passare qualche ora al largo anche se ritengo il costo proposto dall’hotel troppo elevato per i parametri del Kenya. Certamente contrattando con i Beach Boy si paga di meno e si ottiene di più. L’altra escursione, più in vista, è la gita a Malindi; mi aspettavo molto da questa località, molto rinomata in Italia e devo ammettere che in parte è stata una delusione. Sull’aereo era rimasta affascinata dai racconti di varie persone, proprietari di case a Malindi, che regolarmente si recavano a riposarsi in quella zona. Avevo qualche perplessità sulla distanza da percorrere per arrivare in quel paradiso, ma vedendo la bellissima spiaggia di Watamu avevo iniziato a fantasticare anch’io. Un pomeriggio ci siamo concordati con due Beach Boys per recarci a fare il giro di Malindi. A l’ora concordata un taxi arcaico, ma dotato di un potente impianto HI-FI che proponeva a tutto volume il repertorio di Morandi e Renato Zero, è venuto a prelevarci. All’interno c’erano i nostri due amici e l’autista e durante il tragitto abbiamo avuto l’occasione di conversare con uno di loro. Era una situazione un po’ surreale in quanto i nostri due amici mentre discutevano, ruminavano dei stecchi secchi di erba masticando contemporaneamente delle chewing-gum; sul momento siamo rimasti un po’ perplessi da questa insolita usanza ma nei giorni successi qualcuno ci ha spiegato che quel abbinamento crea una sostanza che frusta l’organismo e ti permette di combattere la stanchezza: la Red Bull locale. La particolarità spiacevole di questa usanza era lo sputacchio che fuoriusciva dalla bocca dei nostri cari amici e che puntualmente finiva sul mio braccio. Durante il tragitto abbiamo avuto la dimostrazione di quanto estesa è la corruzione in questo paese: all’uscita da Watamu un poliziotto ha fatto accostare il taxi e senza mezzi termini ha chiesto dei soldi all’autista. E’ demoralizzante constatare di persona il flagello della corruzione. Arrivati a Malindi, dopo tre quarti d’ora di montagne russe, ci hanno portato nella fabbrica di legno con annesso negozietto; i falegnami del Kenya sono dei veri artisti, creano delle statue particolarmente dettagliate fino nei minimi particolari. Dopo attenta osservazione, del mio ragazzo, è emerso un forte dubbio circa l’utilizzo reale dell’ebano in quanto abbiamo visto lavorare solo legni chiari, e certe statue venivano dipinte di nero. Non sarebbe sorprendente che fosse realmente così

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