La campagna in città

La (ri)scoperta dell’agricoltura dove meno te l’aspetti: i prodotti a chilometro zero nelle aree dei grandi centri urbani

L’azienda si chiama Cobragor, che sta per Cooperativa Braccianti Agricoli Organizzati. È nata nel 1977, dopo uno sciopero di disoccupati, che hanno trovato nell’agricoltura urbana la loro occupazione e soprattutto il loro stile di vita. E tra i gestori della cooperativa trovate magari vecchi “fricchettoni” e giovani rasta-alternativi, che vi offrono – oltre ai prodotti e al benessere della campagna – anche un genuino discorso ideologico, economico, politico e filosofico di cui oggi si sente assolutamente la mancanza...

ARANCETI URBANI

Cachi nel Centro Sportivo della Banca d’Italia in Via del Mandrione; albicocche, corbezzoli, prugne e persino avocado a fianco del Colosseo; mele, corbezzoli e rose canine al parco di via Proba Petronia; mandorle amare a Villa Doria Pamphili; fichi sull’isola Tiberina; l’uva sull’Ostiense; i melograni a Centocelle e gli avocado a Monteverde. Sono solo alcuni esempi delle “pianta­gioni” che trovate andando in giro per i quartieri di Roma. Ma il frutteto-urbano che più mi ha colpito è stato l’aranceto di Via XX Settembre, guarda caso davanti al Ministero dell’Agricoltura. È qui infatti che una mattina ho incontrato un gruppo di volontari inten­ti alla raccolta, con Michela del collettivo Frutta Urbana. Perché il bello è che tutto questo ben di Dio fino a poco tempo fa marciva sulle piante e sulle strade, poi è diventato il motore di un sacco di iniziative sociali: gruppi di volontari raccolgono la frutta e la portano alle organizzazioni umanitarie, tipo la Caritas a Villa Glori, che a loro volta la distribuiscono a mense o banchi alimentari. Oppure viene trasformata in marmellate e tisane, prodotte con progetti sociali ad hoc presso alcuni ricoveri per anziani o all’associazione La Sosta per bimbi afghani. A testimonianza che l’agricoltura, con tutto l’insieme dei valori che si porta dietro, scatena positive relazioni sociali e culturali.

ORTI URBANI TRE FONTANE

Arrivi nell’ottavo Municipio, tra la via Appia, via Ardeatina, via Cristoforo Colombo e via Ostiense, e ti colpisce la bruttezza (a volte il degrado) della semi-periferia metropolitana romana. Scendi in un parcheggio, trovi della spazzatura. Ma poi imbocchi un sentierino, dietro a un cespuglio e... ti sembra di essere arrivato in un altro mondo! Lo sguardo si apre in una sorta di Valle dell’Eden. Ti aspetti di trovare dei coloni ottocenteschi, tipo carovane del West, che qui hanno finalmente trovato la Terra Promessa e l’hanno curata e dissodata. In realtà si tratta di un or­to sociale e collettivo: gli Orti Urbani Tre Fontane. Una storia partita un paio di anni fa, una iniziativa fatta per recuperare una zona degradata. Non c’è né cancello né recinto, è tutto aperto. Ci lavorano 300 soci, tessera annuale 10 euro e 50 euro per avere assegnati 50 metri quadrati d’orto, per finanziare corsi di formazione. Ci sono appunto orti, poi luoghi per ritrovarsi, una serra, tavoli, panchine e anche 6 arnie che fanno 50 kg di miele. In tanti posti, a Roma, là dove fino a ieri c’erano sterpaglie e spazzatura, ora ci sono gli orti urbani: appezzamenti assegnati all’interno di parchi e giardini pubblici spesso abbandonati a loro stessi e rinati, grazie alla volontà dei cittadini. Che si muovono perché quello di coltivare è un bisogno atavico, primario. A Roma gli spazi dedicati agli agricoltori metropolitani sono più di 150.

TUTTO PARTE DA UN QUADRO

Sembrerà incredibile, ma anche Milano, la città metropolitana per eccellenza, è un grande polo agricolo. Magari è facile dirlo oggi, dopo l’ubriacatura di EXPO e dei suoi contenuti legati al territorio, ma Milano ha davvero le sue radici nella terra: l’industria, il design, la moda sono venuti dopo. Io, per fare un tour agricolo-naturalistico, sono partito dal centro della città, che più centro non si può: Piazza del Duomo, o meglio da Via Marconi angolo Piazza Duomo, cioè dal Museo del Novecento. Ecco qua la scena primaria da cui volevo partire: il Quarto Stato, dipinto da Pellizza da Volpedo nel 1901. È una vera e propria scena che l’autore descrive così: “Siamo in un paese di campagna, sono circa le dieci e mezzo del mattino e due contadini s’avanzano verso lo spettatore per perorare la causa”. Pellizza è un esponente del Divisionismo. Per capire cos’è basta guardare bene: gli esperti di storia dell’arte vi spiegheranno che il Divisionismo riproduce la luce mediante la separazione delle tinte complementari, cioè rappresentando piccoli segmentini che da lontano danno un effetto complessivo, un po’ come i pixel degli schermi TV. Ma a me interessa notare che proprio in quel momento storico stava prendendo piede una coscienza sociale e i divisionisti hanno voluto dividere il popolo in classi sociali. Qui rappresentano i contadini. È il momento delle lotte, non a caso Pellizza non riesce a vendere questo quadro

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