Turisti per shopping?

In giro per outlet, alla scoperta dei non luoghi

 

Ma un turistapercaso che fa shopping, è un bravo turistapercaso? A parte che non siamo una associazione con rigide regole, né tantomeno una setta con la puzza sotto il naso, la risposta è “sì, ma”. Sì, certo, va benissimo viaggiare anche per fare acquisti, va benissimo frequentare discount & similari, ma sarebbe meglio farlo col dovuto distacco, con curiosità e divertimento e soprattutto con senso critico. Tenendo conto che l’omologazione è nemica del viaggio. Non a caso spesso ci si chiede: “Ma vale ancora la pena viaggiare ai tempi della globalizzazione?”, sottintendendo che ormai il mondo è uguale dappertutto. In effetti, sparsi ovunque, simboli di una Nuova Era Globale, stanno luoghi-edifici-quartieri-infrastrutture che si somigliano perfettamente. Quelli che il sociologo Marc Augè definiva non-luoghi, cioè posti senza storia, senza relazioni, senza identità: aeroporti, stazioni, centri commerciali, stazioni di servizio, caselli, ipermercati. Il sociologo George Ritzer definisce, in particolare, i discount, le cittadine artificiali del commercio e della grande distribuzione “cattedrali del consumo”, dove si celebra la religione dei consumi, a suo dire ultimo culto del nostro tempo. Si riferisce a centri commerciali, navi da crociera, shopping mall e tutti quei luoghi costituiti solo ed esclusivamente per consumare, senza che ci sia nient'altro da fare/vedere. Nei suoi libri spiega per filo e per segno perché secondo lui si tratta di una specie di culto religioso, con tutti i parallelismi del caso (il pellegrinaggio per raggiungerli quando fai le code, le icone e i simboli evocativi delle marche famose, etc.). Ecco quindi spiegato il “sì ma” di cui sopra: shopping sì, ma restando appunto consumeristicamente laici! Premesso questo, va detto che noi in giro per il mondo di Templi dello Shopping ne abbiamo visti di tutti i colori. I più incredibili stavano negli Emirati Arabi Uniti, in particolare a Dubai. C’è una vera autostrada lungo la quale si snoda una serie di enormi centri commerciali, ognuno dedicato a un Paese, a un'atmosfera. Uno in particolare ricostruiva l’India, un altro l’antico Egitto ecc. Gli addetti erano in costume, l’architettura a tema: una grande messa in scena hollywoodiana usata per coinvolgere emotivamente il consumatore. Per non parlare delle isole a forma di palma o dell’albergo a forma di vela, dove lo slogan era: “Qui trovi tutto quello di cui hai bisogno, puoi non uscirne mai più”. Lo stesso discorso, dal punto di vista dell’estetica e dell’emotività, si potrebbe fare riguardo al filone Disneyland, cioè alla tendenza a rifare/ricostruire monumenti e ambienti: finché si gioca può essere divertente, ma in certi casi (in Giappone, negli Usa) ci è parso che la gente ci credesse fino in fondo. Resta memorabile, a Shangai, una ricostruzione a grandezza naturale e piena di particolari, della Casa Bianca di Washington: non era né un gioco né una giostra moderna, era un omaggio-auspicio-sfida all’originale.

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Commenti
  1. magilla33
    , 2/12/2011 19:55
    Avete ragione, "shopping si, ma restando consumeristicamente laici".
    Lo stesso modo di approcciarsi che si deve avere nei confronti della tanta pubblicità presente nel sito TpC.
    D'altra parte, come diceva Machiavelli, il fine giustifica i mezzi, ed il denaro della pubblicità (pecunia non olet...) può servire per ottime cause.... lo ricordava anche Patrizio a chi gli criticava la vostra partecipazione alla reclame di una casa petrolifera, no?

    Ciao!

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