Partenza il 12/8/2007 · Ritorno il 21/8/2007
Viaggiatori: fino a 6 · Spesa: Da 500 a 1000 euro

Sotto una buona stella

di Sormaestro - pubblicato il

La preparazione di un viaggio è fatta di tante accortezze. Premure e preoccupazioni che vanno dalla ricerca del luogo di destinazione in tutti i suoi dettagli più suggestivi, alla previsione delle condizioni meteorologiche ottimali, fino alla fatidica scelta dell’abbigliamento più consono a tutte le occasioni che si vivranno in quel periodo. Solo le emozioni restano fuori e le vivremo di giorno in giorno accompagnati dalla nostra buona stella.

Decidiamo di partire di Domenica, per evitare il traffico dei fine settimana di Agosto. Stavolta abbiamo accolto la proposta dei due nostri amici di unirci a loro alla scoperta delle Dolomiti della Val di Fassa. Il viaggio è piacevole, poco traffico, poche code ai caselli, negli autogrill, ma tanto caldo che ci portiamo dietro fin dalle prime ore della mattina. In macchina però, con l’aria condizionata, sembra già di essere in quota, tanto che terrò il maglione fino all’arrivo. La nostra destinazione è Moena, proprio all’imbocco della valle. All’arrivo la fata delle Dolomiti così viene soprannominata, ci accoglie con un bel pomeriggio di sole. Famiglie a passeggio lungo le vie cittadine, negozi aperti nonostante il giorno di festa e, inaspettatamente, il traffico della statale 48 delle Dolomiti che attraversa il paese e conduce fino a Canazei lungo tutta la Val di Fassa. Agli incroci uno stuolo di attente vigilesse in guanti bianchi dirige il flusso dei villegianti. Il nostro albergo si trova proprio al centro di Moena, appena attraversato il ponticello sull’Avisio, il fiume della Val di Fassa. La Famiglia che lo conduce è subito cordiale ed accogliente. Da queste parti è usanza far precedere l’appellativo di “famiglia” al cognome del gestore, usanza che secondo noi rende queste persone molto più vicine ai propri clienti. Sarà un caso ma siamo capitati all’Hotel Stella. Giusto il tempo di scaricare i nostri bagagli e siamo già in strada per apprezzare il clima di montagna e respirare l’aria frizzante dei quasi 1.200 metri: piazza de Ramon, poi giù per la strada de’ Turchia dove per tutto il quartiere bandiere con la mezzaluna sono appese alle finestre e decorano fontane e lampioni, e poi ancora su per il viale pedonale accessibile solo ai frontisti che, presumo siano gli abitanti di fronte, e costeggia il fiume. Sulle finestre e sui balconi delle tipiche case di montagna composizioni di fiori multicolori, tetti spioventi e ciocchi di legna accatastati uno ad uno a formare precise figure geometriche. A piaz de Sotegrava c’è il Tourist Information e subito come mio solito mi dirigo a raccogliere carte, mappe, cartine, informazioni per le nostre escursioni, per fortuna loro la Domenica pomeriggio è chiuso. Fuori però, una stazione barometrica con tanto di bollettino meteorologico attrae l’attenzione di tutti i passanti: le informazioni sul tempo in montagna sono fondamentali, come impareremo nei giorni successivi, un’occhiata a queste previsioni prima di partire può evitare spiacevoli sorprese in quota. Il sole scende lentamente dietro le montagne e per gli ospiti degli alberghi è quasi l’ora di cena; purtroppo non riesco a partecipare all’incontro con Corrado Augias che si teneva proprio oggi a Moena, ma chissà se gli altri ne avrebbero avuto così tanta voglia. Dopo cena non manchiamo lo spettacolo in piazza di un gruppo folk in costume tipico che intrattiene i turisti con danze tirolesi.

E’ lunedì e ci svegliamo di buon mattino pronti per affrontare la Val di Fassa. I nostri amici hanno già esperienza di escursioni in montagna così è facile per noi organizzare la giornata. Dopo aver consumato la colazione in albergo decidiamo di partire zaino in spalla alla scoperta dei sentieri che attraversano Moena. Facciamo provvista di acqua, pane, cioccolata, frutta e ci avviamo con lo spirito dei pionieri alla volta di Soraga. Dal centro di Moena, nei pressi della fontana di Dante, parte il sentiero. Un lungo saliscendi immerso nei prati che dall’alto costeggia la statale 48. Il nostro passo è abbastanza veloce e lungo il cammino incontriamo diverse persone a passeggio come noi che cordialmente salutiamo, i più anziani ci fermano per scambiare due parole, curiosi di conoscere la nostra provenienza geografica di cui il dialetto che parliamo è un buon indicatore. Lungo la strada c’è anche l’occasione di scegliere fra diverse alternative, più o meno impegnative, ma il nostro fisico ci fa propendere sempre per quella più facile. Prima Palua e poi Soraga sono i paesini che si attraversano lungo questo itinerario. Immancabile la sosta per il caffé, abitudine cittadina che fatico a perdere anche a queste altitudini, e quella al forno dove si trova il pane appena sfornato e i golosi dolci tipici, lo strudel su tutti, poi crostate e torte di cioccolata, anche questi irrinunciabili. Attraversiamo l’Avisio e siamo sul sentiero che fa ritorno a Moena. Viene indicato come sentiero natura: di tanto in tanto pannelli colorati riportano esempi di esercizi fisici da praticare per mantenere la forma e lo spirito giusto lungo tutta la passeggiata. Il rumore dell’Avisio che scorre alla nostra destra ci accompagna ancora mentre delle piccole cascate di ruscelli di montagna ci invogliano ad assaggiare l’acqua pura che sgorga freschissima. E’ già mezzogiorno e inaspettatamente sono stanco, mi manca il fiato e faccio fatica anche nelle salite meno impegnative. I miei compagni danno la colpa all’altitudine, seppur minima, ma credo che invece la buona abitudine di una ricca colazione vada rispettata soprattutto da queste parti e decido che l’indomani cambierò le mie scelte troppo scarne e cittadine. Intanto gli altri approfittano della breve sosta per rifocillarsi assaggiando il “Puzzone”, tipico formaggio locale. Il panorama ci propone la vista di un laghetto artificiale, siamo di nuovo alle porte di Moena, il sole è ancora alto e decidiamo di proseguire per Someda. Arrivati in paese un piccolo museo ci incuriosisce ed entriamo. Si tratta di una mostra di cimeli risalenti alla I° Guerra Mondiale: foto dell’epoca, divise militari, storie di terribile crudeltà che un giovane del luogo racconta ai visitatori come le ha ascoltate dalla viva voce del nonno, testimone principale di quegli avvenimenti. Appena fuori sulla piazzetta del paese una panchina ed una fontana ci accolgono per il pranzo. Lo consumiamo velocemente per approfittare della bella giornata. Il sole ci ricarica e subito pieni di energia ripartiamo alla volta di Ronchi, poco distante, dove si trovano gli impianti di risalita per le montagne. Anche questa passeggiata è molto piacevole e segue il corso del Rio San Pellegrino che scorre verso Moena. A metà strada si passa accanto ai resti di un fortino austriaco anch’esso risalente ai tempi della guerra, quando queste valli segnavano i confini dell’impero austro-ungarico. Arrivati inganniamo l’attesa per l’apertura pomeridiana degli impianti sorseggiando un caffé al vicino rifugio. La signora che ce lo prepara è incuriosita dal racconto della nostra giornata di cammino e si sorprende come per la nostra giovane età avessimo percorso le comode passeggiate del fondovalle anziché affrontare le ben più impegnative montagne. Non ci resta che prendere la cabinovia per salire alla cima Cune. Siamo a 2200 metri e da questa altezza il panorama è veramente suggestivo. Tutto intorno a noi le vette più alte delle Dolomiti fanno capolino dai diversi punti cardinali. E’ ancora presto per poterle riconoscere al primo sguardo. Camminare su questi sentieri in alta quota con lo sfondo di queste montagne ci fa dimenticare la stanchezza della lunga giornata di cammino. Per un attimo il silenzio dell’alta quota è interrotto da un rumore in lontananza: un temporale si sta avvicinando minacciosamente e nonostante la nostra inesperienza, non indugiamo a rientrare a valle per riprendere il sentiero verso Moena. Lungo la strada ci sorprende la pioggia e stavolta siamo veramente poco preparati. Ci viene in aiuto un vecchio impermeabile antivento messo nello zaino ed un piccolo ombrello da passeggio. Arriviamo in albergo stanchi e bagnati dalla pioggia ma soddisfatti per la bella giornata trascorsa a piedi intorno a Moena. Si pensa subito all’indomani quando dovremo assolutamente dotarci di un attrezzatura più adeguata alle escursioni di montagna. Decidiamo anche di rinunciare alle escursioni con le guide alpine del posto, sicuramente troppo impegnative per chi come noi affronta per la prima volta i sentieri dell’alta quota.

Il maltempo dell’indomani non ci scoraggia e ne approfittiamo per recuperare le forze. In macchina iniziamo a percorrere la statale delle Dolomiti in direzione nord. Attraversato l’abitato di Canazei cominciamo a salire verso il Passo Pordoi. Lungo i tornanti si incontrano molti ciclisti volenterosi che affrontano la montagna con tutte le loro forze. All’arrivo sul passo siamo a quota 2239 metri e ne approfitto per la solita sosta caffé. Ad uno ad uno arrivano i ciclisti che abbiamo incontrato sulla strada, alcuni molto provati, altri ancora freschi e scattanti. Il cielo è coperto e fa anche freddo, da qui sotto si intravede in alto il Sass Pordoi imponente con i suoi 3000 metri di altitudine. Siamo di nuovo in macchina e stavolta la statale 48 scende a valle. Anche dal versante opposto del passo incontriamo ciclisti che salgono verso la vetta. Da questa parte la salita è meno ripida e meno tortuosa ma ugualmente impegnativa. La nostra destinazione è il Passo Falzarego. Sui tornanti per la vetta incontriamo oltre i soliti ciclisti anche motociclisti impegnati a curvare ed a piegarsi una volta a destra ed un’altra a sinistra. Arrivati in cima è mezzogiorno ed il sole scalda i numerosi turisti arrivati fin qui per una passeggiata in macchina o in moto mentre gli sportivi in bici approfittano per rifocillarsi prima dell’altrettanto impegnativa discesa. Il nostro prossimo obiettivo è la vicina Cortina d’Ampezzo. Arrivati in città il problema più grande è trovare un parcheggio per la macchina. Poi lungo il centralissimo corso Italia turisti e villeggianti fanno sfoggio di abiti ed accessori all’ultima moda sotto il campanile della Chiesa cattedrale. Giusto il tempo di uno spuntino e l’arrivo della pioggia ci spinge a ripartire. Lasciamo la statale 48 per fare ritorno ed affrontiamo il Passo Giau, altezza 2233, anch’esso molto ripido su cui incontriamo immancabili i ciclisti impegnati nella salita. A valle il lago di Alleghe fa capolino tra le gole delle montagne. Anche qui molti turisti, per niente impressionati dalla pioggia che si è fatta più leggera. Per ultimo incontriamo il Passo San Pellegrino, prorpio alle porte di Moena. Il giorno di Ferragosto si apre all’insegna del bel tempo e di buon umore decidiamo di affrontare il Sass Pordoi che il giorno prima aveva attirato la nostra curiosità per la sua magnificenza. Stavolta prenderemo gli impianti di risalita da Canazei per arrivare poi in cima ad ammirare lo splendido panorama delle Dolomiti. Un semplice biglietto, il Panorama Pass, ci permette di accedere a tutti gli impianti di risalita e su tutti i mezzi pubblici presenti nella Val di Fassa. Giunti in cima al Belvedere, il sole è scomparso dietro alle nuvole che da queste altezze ci sembra di poter sfiorare. Zaino in spalla affrontiamo il sentiero del Viel dal Pan. Siamo sulla cresta della montagna e guardando in basso si vedono soltanto prati verdi e boschi fitti, tutto intorno il silenzio e le montagne. Il sentiero 601 è di terra battuta e non ci impegna molto. Attrae la nostra attenzione un piccolo serpentello che lo attraversa incurante della nostra paura. A metà mattina siamo al rifugio dal quale si può ammirare in basso il lago artificiale ai piedi della Marmolada. Di fronte a noi il Gran Vernel, oltre 3200 metri d’altezza, si staglia nel cielo di nuovo azzurro e fa da sfondo alle nostre foto di rito. Alle nostre spalle il Piz Boé sbuca tra il Col del Cuch ed il Sas de Ciapel. La discesa verso il Passo Pordoi è veloce: sui sassi del sentiero facciamo lo slalom fra i tanti turisti che lo affollano. Siamo ai piedi del monumento innalzato a Coppi che scalava i passi di montagna in sella alla sua bicicletta. Il tempo di un panino e siamo sulla cabinovia per il Sass Pordoi, la terrazza delle Dolomiti. Appesi alle pareti della montagna, numerosi scalatori alpinisti sfidano la forza di gravità appesi a delle esili funi assicurate con anelli di ferro ai ganci sporgenti puntati nella viva roccia. E’ uno spettacolo guardare le loro evoluzioni a quella altezza da terra. Più a destra, da un sentiero in pendenza scendono a piedi senza esitazioni altrettanti alpinisti esploratori, esperti e sicuri. In cima ci aspetta lo spettacolo del Gruppo del Sella. Un vero e proprio altopiano di roccia bianca ci accoglie a 3000 metri di altezza. Sullo sfondo il Piz Boé svetta ancora più in alto, mentre alle nostre spalle il Sasso Lungo ed il Sasso Piatto anch’essi di 3000 metri. E’ questa la montagna che tutti ci descrivevano ma non bastano le parole per raccontare le suggestioni di questi luoghi eterni. Purtroppo è di nuovo il maltempo ad interrompere bruscamente questi momenti e la discesa, dopo la vista di panorami mozzafiato è un po’ malinconica. Appena sotto gli impianti attendiamo con pazienza l’arrivo del pullman della linea Sella-Ronda per ridiscendere a Canazei. Ognuno scambia le proprie impressioni con gli altri, mentre una piccola folla di turisti si va formando, ognuno con le sue storie, ognuno con il suo bagaglio, tutti con le belle emozioni dei 3000 metri delle Dolomiti. La sera ci aspetta la cena a sorpresa che la Famiglia del nostro Hotel offre ai suoi ospiti in occasione della riccorrente festività. La stanchezza si fa sentire ma la prelibatezza delle tante portate di carne e pesce e la simpatia di tutto il personale dell’albergo, ci fanno trascorrere momenti indimenticabili anche dopo il calar del sole.

Il giorno successivo il tempo è di nuovo promettente e decidiamo di ripetere la bella esperienza dell’escursione in vetta. Decidiamo di dirigerci verso la Marmolada, famosa per i suoi ghiacciai perenni. Lungo la statale 48 si attraversano tutti i paesi della valle, Pozza, Campitello, Canazei. Lasciamo la 48 per seguire il corso dell’Avisio fino ad arrivare ad Alba, sotto la cima del Vernel, da dove inizia la strada per il Passo Fedaia. Prima del passo si arriva alla diga che delimita il lago artificiale omonimo. Attraversiamo la diga passando proprio sul bordo del lago, fino al limite inferiore della montagna da dove partono gli impianti per i ghiacciai. La vicinanza del ghiacciaio si fa sentire e la temperatura si abbassa nonostante la bella giornata di sole. Arrivati in quota facciamo a gara a riconoscere le montagne che ci circondano: il Vernel, proprio di fronte, poi in lontananza il gruppo del Sella con il Sass Pordoi ed il Piz Boé, e ancora il Sasso Lungo ed il Sasso Piatto. Ci accampiamo proprio alle pendici del ghiacciao che, ci dicono i più esperti, si è ridotto notevolmente rispetto a pochi anni fa. Con il cannochiale è possibile scorgere in alto degli scalatori che lo attraversano, mentre più a sinistra le fessure delle trincee scavate nella roccia che lasciamo intravedere la luce. Ci fanno compagnia per il pranzo degli amici del nostro stesso paese che frequentano queste montagne da molto tempo. Storie affascinanti di montagna e di scalate fanno da sottofondo tra un panino ed una bibita. Che siano più esperti di noi è facile intuirlo, neanche il tempo di un caffè e sono già con le bacchette in mano pronti a partire verso il ghiacciao. L’appuntamento è per la sera stessa, quando con la complicità di una buona bottiglia finiranno di raccontarci delle loro escursioni sulle Dolomiti. Mentre scendiamo sul lago si specchiano le nuvole che passano velocemente sulla nostra testa. La giornata è ancora lunga e decidiamo così di cambiare versante e dirigerci verso le montagne che sovrastano Campitello. Dalla cima del Col Rodella si intravede appena la sagoma del rifugio tra il Sasso Lungo ed il Sasso Piatto. Fin lì non arriveremo in tempo prima del tramonto. Così ci accontentiamo di raggiungere il rifugio che si trova appena sopra le nostre teste. La salita è ripida ma il sentiero è ben segnato, così in pochi minuti siamo in cima. C’è vento sulla terrazza del rifugio, ma anche un bel sole così tutti approfittiamo per ritemprarci dopo il freddo dei ghiacciai. Ogni tanto sbucano dalla ferrata degli appassionati scalatori, con tanto di casco, corde e guanti; ognuno di noi in cuor suo avrebbe voglia di cimentarsi in simili imprese, ma immagino che ne dovremo fare ancora molta di strada per arrivare a tanto. Concludiamo la serata ai bordi del laghetto artificiale di Soraga, nei pressi di Moena, con il naso all’insù a guardare le mille luci colorate dei fuochi artificiali.

E’ venerdì 17 agosto. La giornata piovigginosa ci spinge a lasciare le montagne per una passeggiata in macchina alla volta di Bolzano. Ci arriviamo passando per il Passo di Costalunga ed il Lago di Carezza. La leggenda vuole che la bellissima Ondina, ninfa abitante delle acque del lago, fosse caduta nelle mire dello stregone del Latemar, il massiccio montuoso che lo sovrasta. Lo stregone ne era così innamorato che tentò di rapirla: per attirarla fece apparire sul lago uno splendido arcobaleno ma Ondina, uscita dalle acque si accorse dello stregone ed impaurita fuggì. Lo stregone allora, adirato ruppe in mille pezzi l’arcobaleno e lo gettò nelle acque del lago. Da allora tutti i colori dell’arcobaleno si ritrovano fra i riflessi di luce del Lago di Carezza. Arriviamo a Bolzano a metà mattina. La città è movimentata dal mercato della frutta che si tiene nella piazza del Municipio. Sotto i portici invece il via vai di turisti si mescola all’andirivieni dei passanti locali intenti nella pratica mattutina della spesa. I palazzi che si affacciano su via dei Portici hanno origine dal XII° secolo quando venne concesso ai mercanti questo terreno dove poter edificare le proprie dimore e botteghe. Uno dopo l’altro i ricchi commercianti iniziarono così a innalzare i loro palazzi, da due a cinque piani per sfruttare al meglio il piccolo spazio concesso. Oggi possiamo ammirare il risulato della sovrapposizione dei tanti stili succedutisi nei secoli, a destra quelli appartenenti ai tedeschi a sinistra quelli degli italiani, come vuole la tradizione. In questo suggestivo scenario si trovano negozi di artigianato, articoli in legno scolpiti in tutte le foggie, stoffe, arazzi, cristalli, gioielli; ma anche articoli sportivi in abbondanza e jeanserie all’ultima moda. Una piacevole passeggiata lungo questo stretto vicolo di storia ci conduce fino all’incrocio con piazza delle Erbe che ospita ancora le bancarelle del mercato, stavolta di ogni genere di mercanzia. Un saltimbanco tiene compagnia ai bambini creando fantasiosi giochi con i palloncini colorati. Al museo archeologico un lungo serpentone di persone è in coda per visitare l’esposizione delle antichità e vedere la famosa mummia di Őtzi, l’uomo del Similaum vissuto intorno al 3500 a.C., il corpo del quale è stato rinvenuto dopo quasi 5000 anni tra i ghiacciai ai confini con l’Austria. Vinti dalla golosità, ci accomodiamo sulle poltroncine di uno dei tanti caffè all’aperto di via degli Argentieri, per assaggiare una crostatina alla frutta e una dolce torta al cioccolato serviteci al tavolo da una graziosa ragazza bionda in abito tipico tirolese. Lasciamo Bolzano alle nostre spalle nella piana del fiume Isarco ed imbocchiamo l’autostrada A22 del Brennero per fare ritorno alla Val di Fassa. Lungo la strada piantagioni di mele si alternano alle viti di uva bianca e rossa che di qui a qualche settimana daranno gli ottimi vini dell’annata 2007. Durante la cena, sale dalla strada ed entra dalle finestre socchiuse del salone la musica della banda di Moena che attraversa le vie principali del paese intonando simpatiche marcette seguita da bambini festanti.

Non riusciamo a star lontani dalle montagne e dalla loro natura incontaminata. Per l’escursione odierna ci dirigiamo verso Vigo di Fassa, da dove parte la funivia che raggiunge il Catinaccio. La giornata si preannuncia splendida e ricca di emozioni, a cominciare dal primo sentiero. Il pannello indica il rifugio a 50 minuti, ma di buon passo e con lo spirito giusto in 35 minuti siamo a Gardeccia. L’entusiasmo e l’aria frizzante del mattino ci inducono a proseguire per il più impegnativo rifugio Vajolet. Ora però si fa sul serio ed il sentiero anziché proseguire nei boschi inizia ad inerpicarsi per la montagna. Siamo in buona compagnia, quasi bisogna fare attenzione a non urtare i numerosi camminatori sulla strada. Mentre saliamo cominciano a zampillare dei ruscelli d’acqua provenienti dalla cima. La fatica si fa sentire, le nostre chiacchierate sono più rade, come il nostro incedere interrotto più volte da piccole soste per riprendere il fiato. Tolgo prima la giacca antivento poi il maglione, nonostante la temperatura non sia così elevata. Questo incedere così deciso dimostra la nostra voglia di arrivare in alto a tutti i costi. Il sentiero è completamente scoperto dall’ombra degli alberi mentre la ghiaia e i sassi lo rendono ancor più impegnativo. Ognuno di noi sceglie un tragitto diverso confidando di spendere minor fiato per superare la pendenza. Eccoci finalmente in vetta. In cima un pennone con le bandiere al vento ci da il benvenuto. La parete di roccia che ci sovrasta è imponente, si fatica a trovare dei punti sporgenti su cui appigliarsi. Eppure con il cannocchiale riusciamo a scorgere degli alpinisti intenti a piantare i loro punteruoli ed a salire passo passo verso la vetta. In verità sul pennone alla nostra destra qualcuno è già in cima. Ad occhio nudo un piccolo puntino che si muove, ma con l’ausilio del piccolo binocolo si riesce perfino a riconoscere il colore della tuta che indossa. Durante la sosta approfittiamo dell’unico spiraglio di sole per asciugare le magliette e per consumare un breve pranzo. Se guardiamo in basso, dal rifugio Vajolet, ci sentiamo orgogliosi di essere riusciti ad arrivare così in alto. Se guardiamo in alto invece, molte persone affrontano l’arrampicata per arrivare all’altro rifugio, il Re Alberto, più in alto e più impegnativo. Diamo la colpa all’inesperienza dei principianti. La discesa seppur tortuosa è rilassata e scambiamo le nostre impressioni. Ci voltiamo ogni tanto a vedere fin dove le nostre gambe ci hanno condotto oggi. Arrivati a Gardeccia i prati verdi fanno da tappeto al meritato riposo, appoggiati sulle mantelline antipioggia adattate all’uso. Una foto con l’auto scatto tutti insieme sdraiati sul prato rimarrà a testimonianza dell’impresa di oggi. Decidiamo di festeggiare con una fetta di dolce appena sfornato dal vicino rifugio. Più avanti il sentiero inizia ad addentrarsi nel bosco. Lungo la discesa si incontrano le simpatiche didascalie delle leggende di Re Laurino. Tavole tematiche sulle migliori tradizioni della valle. Per non perdere tempo scattiamo una foto al pannello. La leggeremo poi con comodo a casa. Sulla cima del Ciampedìe è stato attrezzato un parco giochi dei bambini e così approfittiamo per una pausa sotto le torri del castello gonfiabile. Comincia a scendere una leggera pioggierellina che ci costringe a lasciare la vetta della montagna e ridiscendere a valle.

E’ già trascorsa una settimana dal nostro arrivo, il tempo è scivolato via fra una ripida salita e una divertente discesa. Il versante orientale della valle sarà la nostra destinazione di oggi. Da Meida ci dirigiamo verso il giardino alpino delle Buffaure. E’ una bella domenica mattina. Appena scesi dalla cabinovia incontriamo numerose famiglie con bambini che passeggiano nei prati a 2000 metri d’altezza. Una seggiovia ci porta ancora più in alto, quasi ai 2500 metri. Di fronte a noi la vetta del Sass Porcel. Di buon passo affrontiamo lo stretto sentiero che ci porterà in cima. E’ un sentiero di terra battuta, bagnato, a volte fangoso, disegnato proprio sul crinale della montagna. Sui due lati iniziano a scendere prati erbosi. Pian piano che saliamo aumentano anche le persone che popolano questo sentiero. Di tanto in tanto si sente addirittura fischiare. Con la scusa di scattare le foto al panorama prendiamo fiato. Il versante opposta della montagna che stiamo attraversando, si affaccia prorpio sul massiccio Vernel e infatti si può riconoscere un fianco del ghiacciaio della Marmolada. Raggiunta la cima osservo con il cannochiale la parete di fronte della via ferrata detta dei Finanzieri alla ricerca degli appassionati scalatori. Più in basso il Ciampac con un altro parco giochi dei bambini. Dall’alto è facile riconoscere i sentieri disegnati lungo la sommità della montagna. Scegliamo sulla carta la migliore via per la discesa. Si tratta di un sentiero largo ma pieno di sassi, che attraversa i campi verdi a valle, dove pascolano mucche e capre. Lungo la discesa continuiamo a sentire dei forti fischi. Poi d’un tratto una marmotta passa proprio davanti ai nostri occhi. Neanche il tempo di fotografarla ed è già rintanata nel suo buco sottoterra. Poi capiremo che quei fischi assordanti sono emessi proprio dalla marmotta per avvisare della presenza di pericolosi rapaci. Attraversare i prati verdi, erbosi, risulta più facile e meno faticoso rispetto al normale sentiero. Dalla montagna opposta iniziano a scendere le mucche accompagnate dal rumore dei grandi campanacci appesi al collo. Il sentiero lascia i pascoli montani ed inizia ad addentrarsi nel fitto bosco. Il sole è alto e la temperatura è salita rispetto ai più freschi prati delle cime. Ogni tanto piccoli ruscelli attraversano la stradina sterrata scavando dei fossi e saltando in piccole cascate. Questo facile sentiero si rivela lungo e tortuoso. Chiediamo ad un esperto camminatore quale destino ci attende oltre la radura. Ci preannuncia oltre due ore di discesa ripida, non so se per impressionarci o per incoraggiare la nostra andatura blanda. Trovato un prato decidiamo di consumare il pranzo. Ci fanno compagnia altri turisti saliti presumibilmente come noi per approfittare della bella giornata di sole. Siamo nei pressi della Malga Jumela. Più in basso il sentiero si anima della vita della malga. Si tratta di una tipica costruzione in legno, ricovero per gli animali, soprattutto mucche e nella quale si può trovare rifugio per un pasto frugale assggiando magari i prodotti caseari tipici. Nel pomeriggio il tempo cambia e così decidiamo di lasciare la malga per fare ritorno al giardino alpino. Scendiamo verso il fiume ed attraversiamo un piccolo ponte di legno. Un bell’esemplare di bruna alpina ci osserva dal vicino pascolo mentre riprendiamo il cammino sul sentiero che si addentra nel bosco. Inizia a scendere qualche goccia e dobbiamo accelerare il passo per arrivare alla cabinovia e non farci sorprendere dall’acquazzone. Anche oggi la nostra giornata in montagna è stata interrotta dalla pioggia, provvidenziale forse per la stanchezza accumulata fino a quel momento. E’ quasi ora di cena e lungo la via dei “frontisti” assistiamo alla sfilata delle graziose Miss locali che dai sedili di auto d’epoca salutano sorridenti i passanti prima di iniziare il concorso che le vedrà protagoniste. L’ultimo giorno di vacanza in Val di Fassa si apre nel segno del maltempo. Una brutta perturbazione sta attraversando la valle, portando addirittura la neve sopra i 2500 metri. Incuriositi dall’insolito spettacolo della neve estiva, ci dirigiamo verso Canazei, proprio alle pendici dei massicci più alti. Lungo la strada, il termometro scende inesorabilmente: siamo ormai intorno ai 5 gradi. Arrivati in paese le nuvole impediscono la visuale sui monti. Numerosi turisti affollano le vie dei negozi, impossibilitati a salire per i sentieri di montagna. Qualche sprovveduto scalatore, sorpreso dalla tormenta, è stato tratto in salvo dagli eliccotteri. A mezzogiorno spunta finalmente il sole e le nubi si diradano lasciando scoperte le montagne. Possiamo così ammirare le cime innevate del vicino Pordoi e del Vernel. Questa volta scegliamo di pranzare in uno dei ristoranti tipici.

Il territorio della Val di Fassa, come appare dalle cartine turistiche, assomiglia ad un grande parco di divertimenti. Le montagne con le loro vette altissime sono le attrazioni principali. Lungo i sentieri segnati in rosso sulle cartine si possono incontrare le diverse specie animali che popolano i boschi ed i pascoli. Mucche, capre, con un po’ di fortuna anche cervi e caprioli, ma anche marmotte e scoiattoli e magari il mitico gallo cedrone. Più in alto allegri frombolieri si arrampicano fino alla cima di pareti di roccia. La colonna sonora è suonata dal vento che soffia fra le fronde degli alberi, dalle cicale e dal cinguettio degli uccelli. Aggiungo il profumo dei campi in fiore, del muschio e dei funghi del sottobosco. E’ lo spettacolo delle Dolomiti e non c’è modo migliore di assistervi che partecipare di persona. Abbiamo ben presto scacciato il timore di non appassionarci alla montagna tanto che adesso quasi ci manca quell’aria pulita, quel silenzio in cima alle vette, i profumi della natura, quello spettacolo delle dolomiti. Sempre accompagnati dalla nostra buona stella.

di Sormaestro - pubblicato il