Partenza il 16/2/2007 · Ritorno il 18/2/2007
· Spesa: Fino a 500 euro

Sui monti della Laga, passeggiando qua e là

di LunaB - pubblicato il

Siamo partiti un venerdì mattina dalla capitale, in direzione Abruzzo, con l’intenzione di visitare due posti in particolare: le grotte di Stiffe e le rovine di Rocca Calascio, conosciute per sentito dire e indagate navigando in internet su due siti molto belli in cui è possibile visitarle virtualmente e avere un’idea abbastanza precisa di quello che sono. Tutto il resto è nato dall’improvvisazione e dall’estro del momento che hanno dato vita a un fine settimana bello e ricco di scoperte. Come base abbiamo scelto un piccolo albergo a forma di baita nei pressi di Assergi, proprio alle pendici del Gran Sasso, a pochi metri dalla funivia che porta sulle cime. Percorrendo la A24 siamo usciti al casello di L’Aquila Est e abbiamo percorso una ventina di km in direzione Pescara-Popoli, seguendo la segnaletica (scarsa e poco chiara in verità) per le grotte che si trovano nel territorio di San Demetrio ne’ Vestini, di cui Stiffe è una minuscola frazione. Le indicazioni, una volta giunti in paese, diventano più comprensibili e trovare la biglietteria non risulta particolarmente difficile. Il biglietto (del costo di 8 euro, comprendente però, oltre alla visita guidata, anche l’ingresso al Museo di speleologia che noi abbiamo saltato per scelta), ci viene consegnato insieme a una piantina del territorio che, nelle intenzioni di chi l’ ha redatta, dovrebbe portarci dritti all’ingresso delle grotte situate poco più in alto, a circa 5 minuti di macchina dalla biglietteria. La mappa però genera soltanto confusione, perché una volta usciti dal parcheggio viene naturale, seguendola (e non siamo gli unici!), andare dritti e tornare indietro sulla strada da cui si è arrivati, invece no! Come comprendiamo dopo uno studio attento e infine un’interpretazione libera e fantasiosa della suddetta mappa, bisogna fare tutto il contrario di ciò che sembra suggerire: girare a sinistra, circumnavigare la piccola chiesa e iniziare a salire... Un po’ prima dell’ingresso troviamo ad accoglierci una ragazza che sarà la nostra guida, la quale ci dice di attendere qualche minuto l’arrivo di una scolaresca (sigh!) per iniziare tutti insieme il giro. Tra gli schiamazzi degli spavaldi liceali e i continui richiami dei prof che li accompagnano, tutto sommato ancora meno interessati di loro alle spiegazioni della guida, riusciamo a percorrere i 600 metri delle grotte aperti al pubblico (altri tratti sono in fase di studio), ammirando il fiume sotterraneo che le attraversa, le fragorose e impressionanti cascate che si aprono all’improvviso quando “il soffitto” raggiunge l’altezza di 30 metri, la “sala del silenzio” in cui tutto tace perché il fiume qui si prosciuga per gran parte dell’anno e infine le stalattiti e le stalagmiti della suggestiva “sala delle concrezioni”. Le spiegazioni della ragazza, armata di megafono con cui reclama silenzio e attenzione, sono interessanti ed esaustive, anche se le continue raccomandazioni di non usare macchine fotografiche, “cellulari di ultima generazione” e quant’ altro possa servire a rubare immagini, risuonano moleste e fastidiose, una volta compreso che il vero motivo del divieto non deriva tanto dal pericolo di danneggiare il patrimonio naturale davanti ai nostri occhi, quanto dalla molto meno nobile ragione che in questo modo, ad essere danneggiate, sono le vendite di cataloghi e opuscoli del luogo... A conferma di ciò viene negata addirittura la possibilità di scattare senza flash. Il percorso a ritroso in compenso avviene in libertà e permette di cogliere anche quello che prima, “nella marcia forzata”, si era perso.

Finito il giro alle grotte riprendiamo la SS17 diretti a Calascio e, da lì, alla sua suggestiva Rocca, fatta di case disabitate e di un unico rifugio-ristorante, ospitato in un bellissimo edificio del ‘400, dove ci fermiamo a mangiare. Il panorama è mozzafiato, la bella giornata di sole permette di godere anche della neve che rende il paesaggio ancora più magico. Un gruppo di musicisti sta provando per il concerto che si terrà il giorno successivo proprio in una sala dell’edificio del piccolo borgo. Il posto è davvero carino e ci innamoriamo subito del tavolo assegnatoci, davanti a una minuscola finestrella in legno da cui si gode lo spettacolo dei monti circostanti. I piatti sono ottimi e in una calda atmosfera di bella musica e relax, mangiamo con gusto affettati e salumi locali, i tradizionali gnocchetti di acqua e farina conditi con melanzane e ceci e un paradisiaco coniglio cucinato con olive, cipolla e sfoglie di patate. Rifocillati a dovere, recuperati guanti e berretti per proteggerci dal freddo intenso, iniziamo la nostra ascesa al castello e alla piccola chiesa ottagonale cui si arriva tramite uno stretto sentiero pieno di neve. Il castello è quello, diroccato, che si vede nelle scene di Lady Hawke. Un tempo era collegato al borgo da un ponte di legno che fu distrutto, come gran parte delle case di Rocca Calascio, da un terremoto avvenuto nel 1703. Ci arrampichiamo fra quelle rovine accompagnati da un silenzio che rimbomba dentro, stordisce e confonde; percorrendo la cinta muraria ci affacciamo dalle finestre delle torri a precipizio, rapiti dalle nuove prospettive che queste offrono del panorama. E da quell’altezza fotografiamo, ancora una volta, la bellissima chiesa che sembra quasi sospesa nel vuoto.

A malincuore lasciamo quei posti incantati per proseguire la nostra gita e raggiungere, dopo una rapida consultazione della mappa stradale, Santo Stefano di Sessanio, paesino a pochi chilometri da lì, noto, come scopriremo poi, per la produzione di un tipo particolare e pregiato di lenticchie. Una porta con sopra lo stemma della famiglia medicea ci introduce in una spirale di stradine e vicoli strettissimi su cui si affacciano finestre impreziosite da lavori all’uncinetto. L’aspetto è quasi fiabesco: al centro di tutto l’intrico di case e viuzze svetta una torre circolare del XIV secolo sulla quale, avendo trovato la porticina di legno aperta e incustodita, decidiamo, forse incautamente, di salire. In fila indiana, contiamo a fatica gli interminabili scalini di legno scricchiolante e ci ritroviamo in cima, fra i merli della torre, a gustarci una veduta che ripaga di ogni sforzo. Il percorso delle scale a ritroso ci ricorda che siamo in giro dalle prime ore del mattino e ci suggerisce che per oggi può bastare: è il tramonto, possiamo anche abbandonare guide e itinerari e andare alla scoperta del nostro albergo. Per tornare alla macchina facciamo un giro diverso da quello dell’andata, perdendoci fra i vicoli e ritrovandoci a passare, per uscire dalle mura, nello spazio strettissimo fra due case disposte in diagonale. Una fotografia è d’obbligo: qualche chilo in più e avremmo dovuto rifare tutto il giro per uscire regolarmente dalla porta, mortificati da una sfida che tutto sommato nessuno ci ha lanciato! Ripresa in mano la cartina, apprendiamo che per andare ad Assergi conviene semplicemente ripercorrere di nuovo la SS17 e poi, da lì, imboccare l’autostrada, ma ahimè, una piccola e fuorviante lampadina si accende nella mente di qualcuno di noi. Poco prima infatti, mentre arrivavamo, con la coda dell’occhio il suddetto “qualcuno” ha scorto, su una stradina laterale e quasi nascosta, l’indicazione per Campo imperatore. Così, allettato dalla prospettiva di una strada panoramica e confortato dal fatto che davanti a questa famigerata strada si trova una sbarra SOLLEVATA e un cartello che ne spiega la presenza, avvertendo che viene chiusa in caso di neve... Scaccia ogni dubbio e ci trascina nell’infausta impresa. Il buon senso per fortuna lo induce, dopo soli pochi chilometri, ad abbandonare l’insano proposito e a fidarsi di quello che vediamo, senza sperare in un miglioramento (solo perchè la sbarra era sollevata!!!), ma mettendo saggiamente in conto la possibilità di un netto peggioramento della situazione: cumuli altissimi di neve sui bordi della strada, molto spesso al centro di questa, che costringono a manovre e contorsioni poco rassicuranti una macchina (la sua!), che non è un fuoristrada! Poco male: mezzora persa, una manciata di chilometri in più, qualche sano e liberatorio “te l’avevo detto!”, e torniamo sulla retta via che ci porta finalmente in albergo, dove mettiamo la parola fine al primo giorno della nostra minivacanza.

Al risveglio, valutata e subito scartata, vista la nostra scarsa abilità con sci e altri sport invernali, l’ipotesi di trascorrere la mattinata sulle cime innevate, decidiamo di raggiungere Teramo, un po’ lontana ma allettante essendo per noi quasi completamente sconosciuta. Ci arriviamo intorno alle 10 del mattino e lasciamo la macchina in un comodo parcheggio all’ingresso della città, a pochi metri da una delle porte di accesso. E’ sabato ed è in corso un bel mercato settimanale in cui ci perdiamo, trascurando tutto il resto. Le bancarelle si snodano lungo tutto il corso principale e in qualche via laterale: è una giornata di sole anche se fredda e ne approfittiamo per goderci il clima e quattro passi in totale relax, lasciando mappe e guide sul fondo degli zaini. La passeggiata ci porta via tre ore buone cosicché, fattasi ora di pranzo e avendo in mente per il pomeriggio, di vedere l’Aquila che si trova dalla parte esattamente opposta rispetto al punto di partenza, decidiamo di riprendere la macchina e riavvicinarci cercando al contempo un posto carino in cui poter assaggiare i famosi arrosticini. Chiediamo consiglio a un simpatico casellante sull’autostrada, all’uscita S. Gabriele, il quale ci suggerisce una piccola taverna in un paese che si chiama Tossicia. Il posto è piccolo e dall’aspetto poco invitante: si capisce che è un ex bar riadattato a fungere anche da “ristorante”, con pochissimi tavoli e due minuscole finestre poste in alto. Ma decidiamo di fidarci, confortati anche dai commenti entusiastici dei ragazzi cui abbiamo chiesto informazioni per sapere dove si trovasse esattamente, una volta giunti in paese. La nostra scelta si rivelerà quanto mai azzeccata perché con pochi euro mangiamo dei fantastici arrosticini di castrato e una selezione di salumi locali accompagnati da bruschette in tutti i modi. Il simpatico e stravagante proprietario (immortalato in due bellissime foto che troneggiano all’ingresso dell’osteria, mentre tiene su un braccio uno splendido esemplare di allocco dalle piume candide e dagli enormi occhi magnetici), al termine del pranzo, insieme al conto, ci consegna il biglietto da visita del locale pregandoci di spargere la voce della sua esistenza ma raccomandandosi anche di mandargli poche persone per volta perché...Non ha voglia di lavorare! Dopo una breve tappa al Santuario di san Gabriele (poetica e suggestiva l’antica chiesa con l’annesso convento, imponente e un po’ troppo avveniristica la basilica nuova), proseguiamo quindi per l’Aquila che già conosciamo ma che ripercorriamo volentieri nei suoi punti nevralgici: la basilica di Collemaggio, il duomo, il forte spagnolo, il suo bellissimo corso pieno di negozi. Tornati in albergo decidiamo di riservarci un’altra tappa per il dopocena, sfruttando al massimo ogni secondo della nostra vacanza. E così, gustati i fantastici manicaretti che la cuoca dell’albergo ci scodella per la cena, ci intabarriamo per bene, data la temperatura che, col buio, è scesa intorno allo zero, e decidiamo di fare un giro ad Assergi di cui Fonte Cerreto, in cui si trova il nostro albergo, è una piccola frazione. Deserta e scarsamente illuminata considerati anche l’ora e il freddo, ci offre tuttavia la possibilità di un giro in un’atmosfera quasi irreale, antica e spettrale. Ne percorriamo il perimetro fiancheggiando l’imponente cinta muraria che, a ridosso delle case, lascia appena lo spazio per il passaggio di una macchina, finché ci ritroviamo in una piazzetta di forma quadrata con una piccola fontana e una chiesa in stile romanico sormontata dal tipico rosone gotico. Concordiamo nel ritenere che con la luce del giorno, questo piccolo paesino dovrebbe essere proprio bello e ci ripromettiamo di farci nuovamente un salto l’indomani prima di partire. Il programma però, all’alba del nuovo giorno, viene stravolto dalla decisione di prolungare la gita e spingerci fino a Sulmona (70km!), non avendo alcuna voglia di tornare a casa presto. E così, presi dalla foga di intraprendere il viaggio, saldato il conto dell’albergo, ci dimentichiamo di Assergi e partiamo tutti contenti alla volta della città di Ovidio. Il tempo è un po’ incerto, ci sono vento e nuvoloni minacciosi, ma noi, duri e irremovibili, sbagliando anche strada un paio di volte, a metà mattinata raggiungiamo la bella cittadina famosa anche per i suoi confetti. Ci accoglie un pallido sole che illumina l’immensa e incantevole piazza Garibaldi su cui si affacciano chiese e palazzi e al centro della quale svetta il fontanone costruito con il calcare della Majella. Il colpo d’occhio è mozzafiato: da un lato i monti ricoperti di neve, da quello opposto gli archi dell’Acquedotto Svevo che fanno da cornice e confine a uno spazio che sembra illimitato. Saliamo i gradini sotto gli archi e ci ritroviamo lungo il corso disseminato di negozi. L’articolo venduto è unico e sovrano: il confetto in tutti i modi, imprigionato in tulle e stoffe, carta crespata e nastri che danno vita a cesti di orchidee, mazzolini di fresie, composizioni di gerbere e tulipani e poi farfalle, coccinelle, libellule, api, uccellini e millepiedi. Corolle e petali, zampe e ali fatti di mandorle e zucchero che ci incantano e rapiscono in un rotolio di colori e forme.

Lasciando da parte ogni altra esplorazione culturale, di Sulmona, pur con qualche senso di colpa, ci limitiamo ad ammirare i negozi quindi riprendiamo la macchina con l’intenzione di proseguire per Scanno. Dal punto in cui ci troviamo si percorre una strada interna che attraversa il borgo medievale di Anversa degli Abruzzi e, da lì, la strada si fa sempre più stretta snodandosi lungo le "Gole del Sagittario": stupende, indescrivibili, di una bellezza sconvolgente. La strada è una fessura minuscola tra le montagne; si susseguono striminzite gallerie scavate nella roccia davanti alle quali un cartello avverte che al loro interno "è vietato incrociarsi", praticamente si gioca a testa o croce con la macchina che procede in direzione opposta, per decidere su chi deve passare per primo. Salite, discese, tornanti e poi lo spettacolo: il lago di san Domenico, nato dallo sbarramento artificiale del fiume Sagittario, si apre improvviso con la sua acqua di un azzurro intenso, su cui si affacciano l'eremo e la grotta del santo. Non c'è neanche lo spazio per fermare la macchina, bisogna lasciarla molto distante, sperando che le uniche due piazzoline (proprio minuscole!) di sosta siano libere in quel momento, quindi tornare indietro rasentando il guardrail. Da rimanere senza fiato: il lago blu, la chiesa divisa in due da un arco in pietra sotto cui passa la strada e tutto intorno montagne altissime punteggiate di case che sfidano precipizi e dirupi. A fatica stacchiamo gli occhi da tanto splendore e ci dirigiamo verso la nostra meta. Scanno ci appare vuota e desolata, ma è l’ora di pranzo, quindi ne approfittiamo anche noi per fare tappa in una piccola trattoria posta proprio all’ingresso delle mura del paese. Il locale è piccolo e strapieno, con un numero di tavoli sicuramente maggiore rispetto alla sua effettiva capienza, quindi mangiamo benino, senza infamia né lode, in un’atmosfera caotica e un po’ soffocante avendo modo di apprezzare tuttavia la gentilezza e disponibilità del cameriere che si prodiga per cambiarci all’ultimo un’ordinazione sulla quale qualcuno di noi ha avuto un ripensamento tardivo... Terminiamo la nostra vacanza con una passeggiata digestiva per il paese e fermandoci ancora una volta ad ammirare e immortalare, sulla via del ritorno, le magnifiche e suggestive Gole del Sagittario.

Luna

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