Istanbul

Porta d'Europa, porta del tempo

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Istanbul non esiste. A Istanbul il passato è presente, e il presente, questo istante, non ha il tempo di formarsi che è già passato, inutile e volatile come polvere su pietra che non lascia traccia. Istanbul è un buco nero che magneticamente, magicamente sublima il laico e lo spirituale, disintegrandoli in un’esplosione di proibizioni e di sensualità, di miseria nera e di colore, di imbrogli e di ospitalità squisita.

Nel cuore dell’impero gli ordini del sultano si leggono ancora nella struttura dell’harem, però la folla non è più quella, garbata e leggiadra, delle concubine, ma un’orda senza grazia di pantaloni corti e abiti discinti in cerca, nel gran caldo del pomeriggio, di echi troppo lontani, di tresche e di desideri che sono nati qui, sì, ma che solo una medium, a questo punto, potrebbe canalizzare. Nei mosaici bizantini gli angeli colle ali e colla spada son rimasti fedeli al mandato, ma la divinità che scortano è ora l’avversario, e i nuovi fedeli han cavato gli occhi ai profeti. Il paese del sultano, ombra dell’Altissimo e sovrano sugli imperatori, tende da tempo una mano all’occidente ma rimane con tutti e due i piedi in un limbo.

Istanbul non esiste. La realtà – se realtà si può definire il visibile – scivola nella storia e, spiazzati nel tempo, non si sa più dove si è: è questo un museo in fase di restauro, una moschea o una chiesa? E’ questa una città di quattordici milioni di abitanti o un assembramento di paesini, ciascuno col suo santo, coi ragazzi a giocare a palla nelle strade deserte e i vecchi seduti fuori la porta di casa a veder danzare le ore? Ma l’emulsione è stata lenta, e la maionese non è impazzita. Così per strada si vedono donne in tutti gli stadi di madonnizzazione: dal foulard in testa al soprabito fino ai piedi in piena estate, tutte colorate o in nero anche se non sono a lutto, capigliature e curve esibite o nascoste, in una glossolalia vestiaria generale e, soprattutto, in un’indifferenza completa.

E’ solo dopo una mezza dozzina di fermate di tram dalla ressa dei negozi di rivenditori di dolci per turisti che la città comincia ad allargarsi, a respirare, e compaiono piazze, benzinai, spazi verdi e architetture anonime. I palazzoni dell’università e gli alveari dell’edilizia popolare stanno ancora oltre – il necessario anello industriale di supporto al diamante dai cento raggi che brilla al centro. Dall’aeroporto bastano dieci minuti di metropolitana e altri trenta di tram per venire inghiottiti dalla voragine del tempo. Una lunga piazza, colla fontana del kaiser Guglielmo II da capo e il Museo della Repubblica ai piedi, marca il sito dell’Ippodromo, unica tradizione classica sopravvissuta ai cambiamenti che portarono allo spostamento della capitale dell’impero romano qui. Lungo la spina, come illustrato nel bel video di ricostruzione virtuale nella cisterna sotterranea del negozio di tappeti Nakkas, c’erano vasche d’acqua, obelischi, statue e monumenti, il più singolare dei quali era una fontana: l’acqua usciva dalle bocche di tre serpenti bronzei che formavano un’alta colonna tortile, ricordo della vittoria degli alleati greci contro i persiani nel V secolo a.C. L’obelisco – gemello di quello del Laterano a Roma – è nano probabilmente a causa d’un incidente durante il trasporto. L’iscrizione del basamento afferma che il governatore Procolo lo eresse con successo – il capo, naturalmente, fa tutto bene, sempre, e se i vivi sanno altrimenti, per i posteri basta un falso storico. Nei secoli, dall’era delle migrazioni dall’Asia centrale in cerca di terre fertili, dal tempo di Attila e delle sue feroci falangi, comandare era divenuta un’arte, e allo scopo di consolidare lo stretto legame tra capo e suddito, il visir selgiuchide Nizam-al-Mulk scrisse un testo di raccomandazioni diretto alle autorità, specificando la forma, il funzionamento e l’efficacia delle istituzioni governative, indicandone le debolezze e suggerendo le necessarie precauzioni. Quella selgiuchide, ben presentata in una mostra al Museo di Arte Turca e Islamica, fu solo una delle civiltà che si sono vaporizzate qui. Della grande reggia di Costantino I non restano che i mosaici pavimentali, vivide immagini di un’umanità infantile e brutale: l’asino che manda gambe all’aria il padrone, il bambino che gioca con la ruota, il pastore che tende al gregge, la scimmia che tenta con un palo di far cadere i datteri da una palma, i gladiatori che rintuzzano le belve sono irresistibili nella loro immediatezza e non fanno rimpiangere la più ingessata iconografia romana. Peccato per lo spazio angusto che è loro riservato e il bazar Arasta che quasi li nasconde, perché il lavoro di recupero, pulizia e restauro degli archeologi austriaci ci ha restituito dei mosaici incantevoli, che meriterebbero l’esposizione verticale e l’ampio respiro di cui godono quelli del Bardo a Tunisi. Per rendere necessario l’epocale spostamento di baricentro da Roma a Costantinopoli, il IV secolo deve aver portato rivolgimenti radicali all’assetto dell’Occidente, ma se queste erano le decorazioni, la qualità del complesso palatiale, nonostante il sopravvenire della decadenza, deve essere stata eccelsa. Il quarto lato dell’Ippodromo confina con la Moschea Blu, chiusa durante i tempi di preghiera ma invasa da orde di divertitissimi turisti obbligati a coprire le vergogne: gli uomini, le gambe pelose sotto una sottana, le donne tutto, eccetto il viso, dentro un camicione che le rende all’istante suore di clausura o predone del deserto. Ed ecco, bardati nella nuova, impresentabile foggia, si entra in una stampa orientalista d’epoca: le colonne hanno dimensioni ciclopiche e l’interno è talmente vasto che ci si sente Gulliver a Brobdingnag, il paese dei giganti. Nonostante le geometrie infinite e le iscrizioni che corrono tutt’attorno, però, manca un punto d’attrazione che dia un senso e giustifichi tanta iperbole. Le moschee presentano le medesime scene che Pieter Saenredam dipinse quattrocento anni fa nelle nostre chiese: lezioni, conversazioni e… distensione. Perfino nella zona riservata ai musulmani i bambini corrono senza alcun riguardo tra oranti in ginocchio e ozianti seduti. E, a proposito di bambini, noi che ne abbiamo pochi abbiamo dimenticato quanto insistente, incessante e irritante la loro richiesta di attenzioni sia

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