Il più bel posto del mondo?

Le meraviglie paesaggistiche del Tirreno: le Isole Pontine

 

Si sa, è la domanda che ci fanno tutti, e che ci facciamo anche io e Syusy, ormai: quale è il più bel posto del mondo? Lo chiedono a noi – pensando che abbiamo visto tutto il mondo, cosa non vera – ma effettivamente anche noi, mentre non possiamo fare a meno di sognare altri viaggi, di paragonare viaggi&paesaggi visti finora, ci chiediamo dove la bellezza di un luogo ci ha coinvolto di più. L’altro giorno, forse, ho trovato la risposta. Ero in ae­reo, in volo verso la Sardegna. Era una giornata stupenda, limpidissima. E l’aereo ha cominciato presto ad abbassarsi, per atterrare a Olbia. Ho fatto in tempo a vedere distintamente un pezzo dell’Isola d’Elba, ho visto altre isole dell’Arcipelago Toscano, che ho faticato a riconoscere, all’orizzonte ho visto la Corsica e infine ho messo a fuoco con chiarezza anche le baie e le baiette sarde, attorno ad Olbia. E ho capito che Syusy ha ragione: il posto più bello – forse – è il nostro Tirreno. In particolare le sue coste e le sue isole. Se uno idealmente parte dalla Liguria, tocca le Cinque Terre e il Golfo di Spezia, poi scende alle Isole Toscane, le Pontine, Ischia-Capri-Procida, le Eolie, la Sicilia, le Egadi, e poi su verso la Sardegna e quindi di nuovo Liguria, magari toccando la Corsica, chiude un cerchio che comprende luoghi unici. Un mare stupendo, difficile da navigare per le condizioni del vento che cambiano continuamente: nel resto del mondo comandano gli Alisei e comunque i venti stagionali stabili che soffiano più o meno forti in un’unica direzione per mesi, da queste parti viceversa ogni baia ha le sue regole e il suo microclima. Ma questo provoca una biodiversità di flora e di paesaggio inimitabile. Fatto sta che non vedo l’ora che Adriatica torni da Panama dove sta adesso e arrivi in Mediterraneo, anzi, in Tirreno, per tornare a fare questo giro di isole e baie, porti e ormeggi che non hanno confronti. Per questo, stavolta, vorrei ripercorrere con voi un itinerario facile, a portata di aliscafo, che comunque ci porta tra le Isole più belle del Tirreno, le Pontine. E in particolare Ponza e Ventotene.

COME ARRIVARCI

A Ponza potete arrivarci da Formia: traghetti da 2 ore e 30’, oppure unità più veloce in un’ora e 20’, oppure Aliscafi Vetor da un’ora e 10’. Ci potete arrivare da Napoli d’estate con gli Aliscafi Snav che fermano anche a Ventotene, oppure ci mettete 50’ da Terracina, col catamarano Ponza Jet, o con la motonave della SNAP. A Ponza si arriva anche da Anzio: con Vetor tutto l’anno. Ma i cambiamenti di ora­ri e di rotta sono frequenti: controllate sempre, sul Web o meglio ancora al telefono (a volte i siti non li aggiornano!). A Ventotene si può arrivare da Formia, (da una a due ore, dipende dalla nave) e con Vetor Aliscafi (1 ora); da Napoli si arriva, ma solo d’estate con SNAV e con la stessa compagnia si può andare da Ponza a Ventotene, mentre da Terracina si arriva a Ventotene col Ponza Jet, mi pare solo d’estate (controllate bene). Purtrop­po in bassa stagione ancora manca, incredibilmente, un collegamento diretto fra le due isole: per andare da una all’altra bisogna rimbalzare sulla costa. Ma in estate il collegamento c’è. Naturalmente, se per ora ci si dovesse accontentare di un fine settimana, basta un’isola per volta… Ponza è abbastanza grande e varia da giustificare due o tre giorni, e Ventotene sarà anche grande un chilometro e mezzo quadrato, ma è piena di cose interessanti. E soprattutto ti regala un’atmosfera in cui è bello stare, anche solo seduti su una panchina o al Bar…

LA STORIA

Non so voi, ma per me ormai conta so­prattutto il fascino di un luogo. Ma da cosa è dato? Vanno bene le bellezze naturali, vanno bene le attrazioni turistiche più evidenti e famose, ma mi attira soprattutto la sua atmosfera, quel sapore indefinibile che si è sedimentato in un determinato posto nei secoli, in base alle persone che l’hanno costruito e vissuto. Per questo ogni volta che visito una località, prima mi piace ripassarne la storia. Niente di serio, solo un “ripasso”, appunto, per avere l’eco e l’odore del passato, che è essenziale per percepire il pre­sente

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