Partenza il 15/8/2011 · Ritorno il 6/9/2011
Viaggiatori: 2 · Spesa: Da 1000 a 2000 euro

In Transmongolica

di canesano - pubblicato il

Ci sono tanti modi per intendere un treno. Nella maggior parte dei casi, è ovvio considerarlo un mezzo di trasporto, personalmente il più affascinante, ma pur sempre un mezzo di trasporto. Quello di cui sto per raccontare, però, non si limita ad esser solo quello; la Transmongolica – che, ad onor del vero, va precisato essere una ferrovia e non un treno specifico – è una delle vie lungo le quali è possibile vivere esperienze ed emozioni, che fanno sembrare non esserci più nulla da provare al mondo. Il bello, fra l’altro, è sapere che non è così. Cercherò di impostare questo racconto, in modo che risulti utile a chi cerca informazioni pratiche; interessante, a chi sia curioso riguardo esperienze vissute. Di conseguenza, ogni paragrafo presenterà informazioni immediate in testa – dove non diversamente specificato, i prezzi riportati son espressi per persona - seguite dal racconto vero e proprio della porzione di viaggio relativa. Non mi interessa (solo) presentare monumenti od attrazioni, quelle si trovano su tanti siti, come non posso garantire sull’interesse sortito, o sull’utilità effettiva di ciò che racconterò. Quanto segue è solo il resoconto della mia esperienza in Transmongolica. Per qualsiasi informazione non abbia riportato, nessuna esitazione a contattarmi direttamente.

Prima di partire (da sorbirsi per intero, secondo me)

Visto russo: invito ricevuto tramite Travelrussia (15€) visto (60€) ed assicurazione sanitaria minima obbligatoria (45€) ottenuti tramite Italconcept Milano. Visto Mongolo: ottenuto dal Consolato onorario con sede a Torino, basta seguire le istruzioni del sito. (55€+22€ spedizione A/R) Visto cinese (turistico, tipo L) ottenuto presso CVASC Milano. (30€) Assicurazione viaggio: Viaggi Sicuri (59€ 21gg)

Abbiamo prenotato tutto dall’Italia, ma per ciò che concerne ogni tappa, rimando alle intro dei paragrafi dedicati; le scelte, tendenzialmente, sono state tutte per seconde classi in treno e camere con servizi privati. Preparare questo viaggio ha richiesto tempi piuttosto lunghi, soprattutto a causa dei visti, ed una buona dose di attenzione, da un punto di vista organizzativo. Siamo partiti in 2 ed abbiamo iniziato a muoverci intorno al mese di Maggio, pianificando la partenza a metà Agosto. Ci sono diverse agenzie, russe, italiane, cinesi, che organizzano viaggi sulla Transiberiana (è d’uso riferirsi alla ferrovia col nome della tratta più antica e conosciuta, nonostante in Russia orientale si diramino Transmanciuriana, con passaggio diretto in Cina e Transmongolica, con l’attraversamento della Mongolia). Noi abbiamo preferito organizzare tutto autonomamente, per diversi motivi, fra i quali non emerge economico, nonostante lo si possa pensare: a conti fatti, la nostra spesa s’è rivelata di poco differente rispetto all’utilizzo di un’agenzia. Quel che arricchisce il viaggio auto organizzato è il bagaglio di informazioni che si raccoglie nella fase preparatoria, che fa pregustare, quasi toccare, ciò che in seguito si andrà a vivere in prima persona. Il tutto non a scapito della quantità di incognite che un’esperienza di questo tipo riserva, per sua natura. Per la Transmongolica servono tre visti: quello russo, quello mongolo e quello cinese. Il più complicato da ottenere è il primo, perché prevede una trafila burocratica più articolata: anzitutto, alla richiesta di visto vanno allegati un invito ed un’assicurazione sanitaria obbligatoria; il primo si può ottenere da una delle centinaia di agenzie online che forniscono servizio di “Russia visa suppport”, oppure dalle strutture nelle quali si va ad alloggiare, alberghi, ostelli, B&B la seconda va richiesta ad una compagnia che sia riconosciuta presso le autorità russe: in rete, ci sono vari elenchi che ne riportano i riferimenti, ma pare che nessuno di essi sia realmente aggiornato. Noi ci siamo appoggiati al centro di raccolta documenti, che, oltre ad occuparsi dell’inoltro della richiesta presso le autorità russe, offre tutti gli altri servizi legati all’ottenimento del visto, assicurazione compresa. Per quanto ci riguarda, ci è stato restituito il passaporto in un paio di settimane. Il visto mongolo è piuttosto semplice da ottenere, anche se prevede una pratica che piace a pochi: la spedizione del passaporto in originale. Io mi sento di testimoniare a favore della procedura descritta sul sito del consolato, che suggerisce di appoggiarsi ad un’agenzia Mailboxes ETC. Solo una nota: il console onorario in Italia, Lamberto Guerrer, è molto conosciuto anche come cuoco, perciò non vi stupite, se l’indirizzo di spedizione ed il numero di telefono del destinatario dei passaporti corrispondono a quelli di un ristorante di Torino! E’ tutto normale, i vostri documenti torneranno indietro, col loro bel visto applicato. Il visto cinese, al di là della lunghezza del modulo di richiesta da compilare, è semplice e si ottiene in 4 giorni. A Milano c’è il centro raccolta documenti, ma non credo sia complesso ottenerlo tramite posta. Non ho seguito nessun tipo di profilassi prima della partenza, mi sono solo munito dei consueti medicinali da viaggio, contro disturbi gastrointestinali, eventuali infezioni, febbri e raffreddamenti. Sono state provvidenziali le salviettine umidificate, promosse dalla mia compagna di viaggio: i treni, difatti, dispongono di servizi puliti ed efficienti, solamente del tutto essenziali. Per quanto riguarda l’abbiglio, assolutamente fondamentali capi comodi, per le permanenze in treno: è prassi vestirsi come se si stesse in casa propria, non appena stabiliti in cuccetta. Poi, io non so come ognuno stia in casa sua, personalmente mi piace starci comodo! Per il resto dei soggiorni, invece, ho portato capi estivi insieme ad altri più pesanti, nella prospettiva di combinarli a strati; è stata una scelta giusta, dal momento che siamo passati dai quasi 40 gradi di Mosca, all’umidità logorante, vero e proprio freddo a tratti, del lago Baikal e di Ulaanbaatar. Ovviamente, K-Way e anfibi che, nel bene e nel male, sanno far sempre la differenza. Buoni libri, macchina fotografica e Lonely Planet “Transiberiana”. In alcuni frangenti, è stata fondamentale, ma per me rimane un riferimento non una bibbia; anzi, questa nello specifico s’è rivelata anche imprecisa. Io son poi dell’idea che ognuno, la sua guida, se la scriva strada facendo, sin dalla scelta del proprio viaggio, organizzandolo, studiando e preparandosi per conoscere un pezzo di mondo in più. Ho evitato di portarmi alcuna delle valute dei paesi che incontrerò; utilizzerò la carta di credito per prelevare man mano e, da un confine all’altro, si andrà a scalare sulla prossima moneta, come farebbe un russo che va in Mongolia o un mongolo che va in Cina. L’unica eccezione è costituita proprio dall’uscita dalla Mongolia: è difatti consigliabile consumare tutti i Tugrik, dal momento che risulta molto difficile cambiarli fuori dal paese. Noi che, per esempio, ne avevamo ancora in tasca una volta già entro il territorio cinese, non abbiamo potuto spenderli nemmeno per comprare sulle banchine delle stazioni. Detto tutto, eccomi a cercare di trasmettere le mie sensazioni, su quello che si snoderà seguendo l’itinerario Mosca, Irkutsk, Lago Baikal, Ulan Ude, Ulaanbaatar e Beijing, attraversando Taiga, Siberia e deserto del Gobi. Tutto lungo una delle dorsali ferroviarie più grandi ed emozionanti del mondo.

Mosca (15 Ago – 18 Ago)

Aereo Milano-Mosca: Windjet BGY-DME IV372, 150€ca Alloggio: TNT Hostel, camera matrimoniale, servizi privati 1500RUB (38€ca) Buona posizione, ben collegato, servizio essenziale.

Dopo un’attesa, al nastro portabagagli, lunga a sufficienza da far pensare che il viaggio finisca ancor prima di iniziare, ritiriamo gli zaini e ci fiondiamo sull’AeroExpress, alla volta della Capitale. Oltre il vetro del treno, scorrono tanti alberi e qualche desolante insediamento, dall’abitato all’industriale. Sembra di attraversare una specie strato di preparazione alla grande città, nella quale mi aspetto di trovare tutt’altro spolvero; non mi stupirei (e così sarà) di riscontrare segnali di occidentalizzazione che, inevitabilmente, cozzeranno con tutto il contorno ancora rappresentativo di tempi trascorsi. Il treno su cui viaggiamo, è efficiente ed è decoroso, un po’ in contrasto col panorama circostante. Al tempo della caduta del Muro di Berlino, ero abbastanza cresciuto da potermi ricordare ciò che accadde, ma non a sufficienza per capirlo; col passare degli anni, non ho trascurato quanto sia avvenuto nella trasformazione dell’ex blocco comunista e di Mosca, che ancora presenta tutte le caratteristiche di Capitale Sovietica. Qui tutto è grande, grandissimo e non nasconde il recente passato, nel quale anelava all’appellativo di grandioso. Strade, piazze, viali, tutti gli spazi del centro città sembrano essere stati progettati per far sentire l’uomo troppo piccolo, per pensare di emergere in un impianto che sull’omologazione, la conformità e la repressione di qualsiasi tipo di rottura di sistema, ha basato la storia del secolo passato. Parallelamente a questa sensazione, ti accorgi degli innumerevoli aspetti che, fino a 20 anni fa, non penso ci si sarebbe nemmeno immaginati: centri commerciali, negozi di firme più o meno pregiate, grandi marche, ristoranti etnici, fast food, locali dal piglio – e, spesso, dal nome - decisamente occidentale. Anche nelle abitudini delle persone, tenuto presente l’ovvio salto generazionale, fra chi nel comunismo c’è cresciuto e chi vi si riferisce come ad un’epoca remota, si riscontrano atteggiamenti lontani dagli stereotipi che, per tanto tempo, ci sono stati trasmessi: i russi che non ridono mai, o che sospettano di tutti. Dai quarantenni a scendere, la tendenza pare essere quella di riprendersi tutto quanto sia stato negato alle generazioni precedenti; in alcuni casi, anche più di quel che potrebbe essere effettivamente accessibile. E, in altri, anche ben oltre il buon gusto. Scoprirò, nel corso degli spostamenti, arrivando in luoghi diversi ed incontrando diverse persone, che queste valutazioni assumono un senso riferite a Mosca e, forse, altre grandi città che non ho visitato. La Russia è tanto immensa, quanto la sua varietà dei livelli di modernità (troppo spesso confusa con l’imitazione di modelli storicamente capitalisti). In tre giorni, siamo riusciti ad assaggiare una buona parte della città, almeno delle sue zone più in vista, camminando tanto ed utilizzando la museale metropolitana. Al di là dei luoghi più rinomati – la piazza Rossa con San Basilio ed il Mausoleo di Lenin, il Cremlino, l’Arbat, “le Sette Sorelle”, Gorky Park - credo che una delle attrazioni di Mosca, sia rappresentata dalla quantità di contraddizioni fra ciò che è stata e ciò che sta cercando di essere. Se dovessi immortalarne un’istantanea, penserei alle Lada parcheggiate fianco alla Bentley. Si avvicina il giorno della partenza da quella che, in capo a tutto l’itinerario, risulterà essere la tappa più sacrificata, per diversi motivi: rimane la più lontana nei ricordi e, come realizzerò dopo tre settimane, il più occidentale di tutti i contesti che toccheremo. Parlando di Mosca, non è così scontato.

Mosca - Irkutsk (18 Ago – 22 Ago)

Treno 350Ч: 17893RUB (223€ca), seconda classe (pron. kupe, cir. купе) acquistato direttamente dal sito delle ferrovie russe (rzd.ru)

Ieri siamo venuti alla stazione Yaroslavsky, per vedere cosa ci sarebbe aspettato oggi, giorno dell’inizio ufficiale della nostra traversata. Chissà se ora noi, a nostra volta, siamo l’oggetto di osservazione di qualcun altro! La banchina è già popolatissima e, guardandoci intorno, non è difficile intuire d’essere fra i pochi non russi che si apprestano a salire sul treno. Questa situazione mi regala più sensazioni: saremo probabilmente calati in un contesto più realistico, rispetto a quelli offerti dai treni con maggiore frequentazione di turisti, ad esempio il Rossiya o il Baikal, due fra più famosi che corrono sulla Transiberiana. Per contro, non ho la minima idea di cosa quest’immersione riservi; conosciamo solo i pochi russi coi quali abbiamo avuto a che fare qui a Mosca e non sappiamo in mezzo a quale mescolanza ci troveremo. Senza contare che, nel giorno precedente, il treno lo si fosse visto solo dall’esterno e che, in rete, si trovino miriadi di foto di quelli più rinomati, non certo del 350Ч. Non ho ancora messo piede sul vagone, che mi ritrovo già carico di curiosità…Niente di meglio. Prima di arrivare al treno, mettiamo insieme una spesa al minimarket della stazione, senza aver la minima idea di cosa sarà poi possibile trovare a bordo e, soprattutto, di cosa stiamo raccogliendo nei nostri sacchetti. Scopriremo quasi subito che i biglietti da noi acquistati sono comprensivi di un pasto al giorno, da scegliere fra un assortimento di quattro menu diversi. A prescindere da questa comunque piacevole sorpresa, io non vedo l’ora di buttarmi sulle banchine delle prossime fermate, ad acquistare i beni offerti dalle babushka, “nonnine” in russo: di norma si tratta di specialità casalinghe, talvolta preparate in perfetta sincronia con gli arrivi dei treni; ad onor del vero, nelle stazioni di maggior traffico, questa tradizione è stata soppiantata da veri e propri minimarket o baracchini, che vendono prodotti per lo più confezionati. I nostri compagni di cuccetta sono una donna con il figlio adolescente che, sulle prime, sembrano non conoscere l’inglese, né interessati a far la nostra, di conoscenza. Dopo un giorno di viaggio però, scopriremo la causa di questa chiusura: un inglese secondo loro limitato, ma più che sufficiente, a nostro avviso, per vivere momenti indimenticabili di questa tratta di treno lunga tre giorni e mezzo. Dopotutto, non siamo madrelingua a nostra volta e, a volte, i canali a disposizione della comunicazione sono più di quelli convenzionalmente considerati. Lo stretto contatto agevola la conversazione, e la convivenza prolungata dà modo di spaziare anche su argomenti che oltrepassano i convenevoli: un tesoro, quello di potersi confrontare su questioni di quotidianità e vita vissuta in un paese così vasto, nel quale i parenti li vai a trovare a quattro giorni di treno da dove abiti. I nostri compagni, a tal proposito, condivideranno la cuccetta con noi fino al nostro arrivo ad Irkutsk, dal momento che loro proseguiranno per Chita. Analogo discorso, per parte della rimanente popolazione del vagone, che presenta una buona varietà di persone e personaggi, tutti straordinariamente - vista la situazione - russi; noi costituiamo un’attrazione e, superati gli indugi delle prime ore, ci troviamo piacevolmente condannati ad essere oggetto di vero e proprio pellegrinaggio: in molti trovano il pretesto per buttare un’occhiata nello scompartimento, aspettando spesso il momento della nostra uscita sul corridoio, per mostrare fotografie, sollecitare un modo di conversazione o scambiare curiosità sulle rispettive vite. Per quanto mi riguarda son tutti modi per abbattere barriere e conoscere persone vere, con le quali potersi confrontare. Che bello poter scrivere di aver sfatato il mito di un popolo freddo e distaccato; le ore passano talmente veloci, grazie alla moltitudine di stimoli dentro e fuori il convoglio, che sembrano insufficienti al contatto con tutti: sul treno si crea un clima da comunità di vecchi villaggi. Dopo qualche ora ci si riconosce e ognuno ha preso, almeno temporaneamente, il proprio spazio nell’esistenza degli altri. Fra loro, i passeggeri russi si comportano come se fossero in viaggio da tutta la vita, complice l’affinità nei costumi ed un grandissimo senso dell’ospitalità, del quale godiamo abbondantemente anche noi. Saranno più le persone che accompagneremo per gran parte della tratta, che quelle destinate ad avvicendarsi. E tutte le volte che ci troviamo a dover salutare qualcuno che è sceso, beh…Una punta di dispiacere non manca. Quando tocca a noi lasciare il convoglio, i saluti più meno calorosi che riceviamo provocano la sensazione d’aver vissuto nel modo giusto, una delle esperienze più suggestive che quest’avventura riserva. La pulizia, l’ordine e la sicurezza sul vagone sono state sempre di tutto rispetto: le provinitsa, una di servizio diurno, un’altra di servizio notturno, non lasciano mai il vagone e sono a disposizione per tutte le necessità in carrozza. Non si fermano praticamente mai, nel garantire il decoro e la funzionalità di tutto il comparto. La vita sul treno influenza anche la concezione del tempo: gli orari, lungo tutta la rete ferroviaria russa, sono allineati a quelli di Mosca. Di conseguenza, con la corsa verso oriente, ci si trova a perdere i riferimenti fra l’orario dei passeggeri e quello che, in linea con le diverse fasi del giorno e della notte, dovrebbe essere l’orario locale. Al nostro arrivo ad Irkutsk, per esempio, le ferrovie dichiaravano le 4 del mattino, mentre in città erano già le 9. Posso assicurare, ha del surreale. Fuori dal vagone, nel frattempo, scorre un paesaggio che alterna Taiga, villaggi, città più grandi ed altre più piccole. La foresta sembra interminabile, gli alberi costeggiano tutta la ferrovia, interrompendosi solo per lasciare spazio agli agglomerati più estesi, o alle grandi città siberiane: Ekaterinburg, Omsk, Novosibirsk… In più, una grande quantità di villaggi inseriti nel panorama boschivo, composti di case in legno ai margini di vie sterrate, alternati a qualche dacia più isolata. Abbiamo la fortuna di entrare in Siberia con un tempo splendido, a differenza del primo giorno, in cui il cielo ha regalato pioggia e nuvole grigie: lo scenario, ora, è di un fascino difficilmente descrivibile, il cielo è quasi turchese, colline aspre verdissime disseminate di case, che si presentano sempre colorate. Chiedo scusa per l’ignoranza, ma tutto mi sarei immaginato pensando alla Siberia, tranne che potesse rivelarsi così.

Khuzhir, isola di Olkhon, Lago Baikal (22 Ago – 26 Ago)

MiniVan Irkutsk-Khuzhir: 500RUB (13€ca), ingaggiato direttamente davanti stazione bus di Irkutsk Alloggio: Nikita’s Guesthouse, camera matrimoniale con servizi e tutti i pasti, 5200RUB (130€). E’ il riferimento principale sull’isola di Olkhon, sia per chi vi alloggia, sia per i numerosi saccopelisti stanziati vicino Khuzhir, che a volte ci si rivolgono per info, pasti o escursioni.

Alle 4 del mattino di Mosca, le 9 locali, la nostra tratta di treno più lunga trova il suo capolinea, Irkutsk. Definita capitale della Siberia, si presenta ai miei occhi come una città più vera che affascinante. E’ uno dei punti di partenza preferibili per raggiungere il lago Baikal, nostra attuale destinazione; al momento del ritorno in ferrovia, fra quattro giorni, dedicheremo il tempo che ci separerà dalla partenza del nuovo treno per Ulan Ude, alla visita di questa città. L’obiettivo, adesso, è raggiungere la stazione dei bus, abbastanza distante da quella dei treni. In teoria, in una città col solo Mercato Centrale come punto di riferimento, la cosa parrebbe presentarsi facile; puntualmente, ci vediamo costretti a mettere alla prova la nostra capacità di gestione dell’imprevisto, peregrinando fra tram e bus errati, prima di trovarci nella giusta direzione, grazie all’aiuto degli abitanti del posto. Per raggiungere l’isola ed il villaggio in cui alloggeremo, servono almeno 6 ore di bus e questo ci mette nella posizione di voler partire da Irkutsk prima possibile. Saliti sulla prima delle linee urbane fra le quali rimbalziamo – dove ci accolgono le note di una canzone di Riccardo Fogli! – non posso fare a meno di notare l’aumento della mescolanza fra fisionomie: i tratti passano da quelli tipicamente russi, glaciali all’apparenza, ai più comuni (per noi) caucasici, fino al mongolo. Ecco un altro degli aspetti di questo viaggio che mi rimarrà impresso: il parallelo fra ciò che cambia - i visi, i costumi – e ciò che rimane costante – più che altro, quanto legato alla tendenza all’omologazione che l’impero Sovietico ha avuto su tutta l’estensione dei propri confini. Bus di linea che arrivino ad Olkhon non ne sono previsti fino al giorno seguente, perciò troviamo posto su una delle numerose navette private, tutte a quanto pare con licenza, che sostano fuori dalla stazione e procacciano passeggeri, tanto fra gli zaini che vagano lì intorno, quanto fra pendolari locali che si muovono fra la grande città ed i punti più decentrati della regione. Inizia così un viaggio nel viaggio, stavolta accompagnati dalle note dei Ricchi e Poveri fra gli altri. Ci condurrà al molo traghetti, per attraversare uno stretto braccio di lago ed approdare sull’agognata isola. Il percorso in minibus, è tutt’altro che trascurabile: al volante, più che un autista, c’è un pilota che si dimostra talentuoso, tanto in pista – corre come un pazzo, sull’asfalto- quanto nel rally – conduce il furgone Kia come fosse una Subaru in assetto da fuoristrada, sullo sterrato. Un paio di soste obbligate, a causa del decollo un bagaglio (male) affrancato al portapacchi e di un successivo distacco della marmitta, provocato da un passaggio troppo audace nel tratto di terra, ed arriviamo all’imbarco. Dopo la traversata, ci aspetteranno un altro paio d’ore di guida creativa, immersi in uno scenario mozzafiato: l’isola è per lo più deserta, gli agglomerati, per ora, rimangono villaggi isolati, anche se sono in fase di costruzione molti complessi turistici in stile all inclusive. Ho paura che questo luogo sia destinato a subire uno stravolgimento tale da minarne il fascino attuale. L’isola di Olkhon è frequentata da molti campeggiatori, che piantano le loro tende un po’ dappertutto, spesso vicino ai centri abitati con lo scopo di potercisi appoggiare all’occorrenza. La parte che abbiamo modo di visitare noi ha comunque una forte presenza turistica; alla fine, risulterà il posto con la connotazione “vacanziera” più pronunciata, fra quelli in cui ci saremo fermati. Ovviamente, quanto appena scritto va contestualizzato: quello in cui siamo noi dovrebbe essere il centro più importante di tutta l’isola, ma non presenta alcuna strada che non sia di terra, non è più esteso di un quartiere di una piccola città e vi si cammina accompagnati da mucche, cavalli o altri animali tipici di contesti rurali. Potrebbe essere il set di un film. Se non fosse per il villaggio di Nikita ed un altro campeggio, che ne costituiscono i centri di aggregazione più grandi. Alla luce di quel che offre questa tappa e di ciò a cui abbiamo rinunciato in seguito, credo che avremmo potuto ridurre di una notte la permanenza a Khuzhir, dedicandola magari ad Ulaanbaatar; comunque ci siamo e cerchiamo di godercela il più possibile: tramite la guesthouse, ci iscriviamo ad escursioni che toccano altri versanti dell’isola (durante le quali, fra l’altro, abbiamo modo di sperimentare nuove scuole di guida estrema, che regalano un tocco d’emozione in più all’insieme della gita) noleggiamo bici, esploriamo i dintorni a piedi. Oltre al fascino del contesto naturale in cui ci troviamo, a tratti da lasciare a bocca aperta, in questo luogo è ben radicata la cultura buriata. Terra di un popolo di origine mongola, ad oggi repubblica della federazione russa, la Buriazia fu oggetto di penetrazione da parte di russi in cerca di nuove terre dove far fortuna. Testimonianza principe della cultura originale sono gli innumerevoli punti di culto sciamanico, sparsi per l’intera isola e non solo qui. Le specie di altari, che in Mongolia vengono denominati owo, si riconoscono da numerose stoffe colorate – per lo più blu – annodate a sostegni diversi, come alberi, totem, rocce. In alcuni casi, l’opera è integrata da mucchi di sassi in equilibrio l’uno sugli altri. A differenza di qui, In Mongolia gli owo sono spesso altissimi ammassi di pietre. Bagnarsi nelle acque del lago è impresa per pochi coraggiosi, o incoscienti secondo i punti di vista, ma la permanenza qui costituisce comunque una bellissima parentesi naturale, come una piccola vacanza, nell’ambito dell’intero viaggio. Unico neo dei giorni trascorsi ad Olkhon, la costante sensazione d’umidità, che non fa mai percepire un clima gradevole, se non nelle ore centrali della giornata quando il sole è alto. Come accennato, l’ultimo mattino prendiamo la prima navetta per Irkutsk, in modo da raggiungerla con un buon margine prima della partenza del nostro prossimo treno. Abbiamo così l’occasione di visitarla, soprattutto cercando le famose case in legno che ne son caratteristica: alcune di esse davvero ben tenute, altre totalmente devastate anche da incendi, come evidenziano le ceneri mai rimosse, al loro interno. Un giro nel Mercato Centrale, cuore della città, fino ad un dedalo di vie disseminate di negozi di ogni genere, come un museo a cielo aperto del falso o, talvolta, del kitsch. Alla città rimane ben poco da mostrarci ancora, la stanchezza della giornata si fa sentire e si somma allo stato di salute non ottimale, eredità del clima non sempre ospitale dell’isola di Olkhon. Tanto vale andare in stazione ad aspettare il treno per Ulan Ude.

Irkutsk – Ulan Ude (26 Ago – 27 Ago)

Treno 362И: 2436RUB (30€ca) seconda classe (pron. kupe, cir. купе) acquistato direttamente dal sito delle ferrovie russe (rzd.ru)

Dopo aver passato sul treno più di tre giorni, tutte le tratte che ci aspettano non potranno che equivalere a delle passeggiate. Non siamo riusciti, tramite il sito delle ferrovie russe, ad acquistare il biglietto diretto per Ulaanbaatar. Poco male. La rete ci è venuta in soccorso, grazie ai suggerimenti di tanti altri utenti che hanno adottato una strategia interessante: notte in treno fino ad Ulan Ude, città ancora in territorio russo e ripartenza il giorno seguente, in bus, per attraversare la frontiera fra Russia e Mongolia, raggiungendo Ulaanbaatar. Fra l’altro, questo comporta un minor costo della tratta, visto che la somma fra il prezzo della notte in treno e quello delle 12 ore di pullman non raggiunge l’ammontare del biglietto Irkutsk-Ulaanbaatar; minor perdita di tempo in frontiera, dal momento che, delle 33 ore previste dall’alternativa in treno, fino a una decina rischiano d’esser trascorse per sbrigare le formalità doganali; l’aggiunta di una città fra le tappe precedentemente pianificate. Questa fermata, nello specifico, si rivelerà un’inaspettata risorsa ai fini del valore del viaggio. Il tempo di chiudere gli occhi e siamo alla stazione di Ulan Ude. Ovviamente, nessun tipo di sensazione paragonabile alle precedenti, relativamente al treno. Una passeggiata, appunto.

Ulan Ude (27 Ago – 28 Ago)

Alloggio: OLGA'S HOMESTAY 1100RUB (27€ca) prenotato tramite ZA BAIKALOM, agenzia in Ulan Ude. Esperienza unica, la sig.ra Olga è una donna raffinata e gentile. Parla francese ed inglese.

L’arrivo a Ulan Ude presenta un contrattempo: per l’acquisto dei biglietti pullman per Ulaanbaatar, mi sono rivolto ad un’agenzia locale, con l’ausilio della quale ho avuto modo di reperire anche l’alloggio fino all’indomani, giorno della ripartenza. Il risultato dello scambio di mail intercorso in fase organizzativa è l’accordo ad incontrarci sulla banchina della stazione, al nostro arrivo. Alle 6 del mattino, aria piuttosto umida, sonno concentrato in poche ore e discesa repentina dal treno, l’infausta sorpresa è l’assenza del nostro contatto. Oltretutto mi rendo conto di non aver appuntato da nessuna parte i riferimenti dell’agenzia, leggerezza tutta da imputarmi, attenuata dalla fiducia che sempre ripongo (e che continuerò a riporre, costituendo questo un episodio sfavorevole a fronte di tante conferme) nei contatti ai quali mi affido, quando viaggio. Si gira come trottole alla ricerca dell’internet point della stazione, nel quale incontriamo un’inserviente tutt’altro che accomodante, efficacissima nel peggiorare una situazione già per sé complicata; l’importante è aver trovato numero dell’agenzia e indirizzo dell’appartamento. Dall’altro capo del telefono, una voce assonnata adduce motivazioni sconclusionate per giustificare l’assenza al binario, e prova a riparare con una mitraglia di sms recanti le indicazioni per raggiungere casa. A mia piccola ripicca personale – mi sia concessa, ero decisamente seccato – lascio che continui, senza avvisarla di aver trovato la strada da soli. Merito la coppa del mondo di magra consolazione, lo so…Ma chi la beccava più, anche volendo? Il vero rimedio alla spiacevole mancanza ci è restituito dalla grande esperienza che ci aspetta al nostro alloggio: la padrona dell’appartamento nel quale dormiremo, dentro un palazzone quadrato uguale a tutti gli altri ad esso allineati, è una signora buriata in possesso di ottimo francese e inglese più che sciolto. Con mio rammarico, io non parlo francese, mi limito a risalire al senso delle frasi che mi vengono rivolte; la mia compagna di viaggio, invece, lo utilizza con facilità e grazie a lei, ho anche io la possibilità di ascoltare le storie della signora Olga: il periodo dell’Unione Sovietica, il peso dell’influenza che Mosca ha esercitato – ed esercita ancor oggi, con le dovute correlazioni al nuovo contesto mondiale - fin negli angoli estremi del paese, così distanti non solo nei kilometri. Poche ore in quella casa, pochissime, ma come un piccolo forziere di preziosi, considerando la grande opportunità di scambio che la signora ci ha regalato. Ulan Ude è stata un importante snodo commerciale in passato, ma adesso il suo principale vantaggio è rappresentato dal passaggio della Transiberiana, con i suoi indotti. Sulla piazza principale, campeggia una testa di Lenin da record, delle dimensioni di una statua per intero; lo sguardo della testona è rivolto all’altro punto d’interesse cittadino: la piazza del Teatro dell’Opera, nella quale è situata una fontana dai bei giochi d’acqua, che ad ogni ora propone una coreografia al ritmo di musiche classiche o marziali. Il quadro descritto costituisce lo scenario per la vita pubblica della città, che nel giorno in cui la visitiamo, è animata dalla celebrazione di matrimoni in serie. Proprio così, perché la piazza è gremita di auto disposte in tante file – potrebbe somigliare ad un imbarcadero per traghetti - una per ogni coppia di sposi; di fronte, l’ufficio nel quale le nozze vengono officiate, teatro del susseguirsi di ingressi di fidanzati ed uscite di sposi. Dopo il sì, festa e brindisi sotto la statua, seguite da fotografie nei pressi della fontana di fronte al teatro. In seguito, ogni carovana sembra avviarsi per destinazioni più decentrate. Ciò che mi colpisce, è l’importanza che sembra avere questo carosello sulla piazza, tradizione apparentemente da tutti condivisa, con la particolare sacralità che assume il tributo al monumento dedicato a chi, in Russia, ancora oggi gode di un seguito quasi religioso. In tutte le città sinora visitate abbiamo trovato statue rappresentanti Lenin. Domattina sveglia all’alba, ci attendono 12 ore di pullman. Inizia a prendere corpo una riflessione a cui non avevo mai fatto caso: tutto mi sarei immaginato, nella vita, tranne di arrivare fino in Mongolia.

Ulan Ude – Ulaanbaatar (28 Ago)

Bus Ulan Ude - Ulaanbaatar: 1100RUB (27€ca) prenotato tramite ZA BAIKALOM agenzia in Ulan Ude

Di 12 ore di bus, quel che rimane sono le procedure di uscita dalla Russia ed ingresso in Mongolia ed il paesaggio che scorre, lungo la strada. Ad essere sincero, vista la durata del viaggio, avevo messo in conto di annoiarmi e stancarmi molto di più; una volta arrivati, non si rimpianga d’aver lasciato il proprio posto, questo è chiaro. La camminata dalla fermata del pullman all’ostello, passando dalla piazza Sukhbaatar, centro nevralgico della Capitale, lungo Peace Ave, la sua principale arteria, è più che sufficiente a farci comprendere d’essere arrivati in una città caotica ed inquinata. Dal punto di vista turistico, è più una base di partenza per le escursioni che questo paese permette di praticare, che reale luogo di interesse; ciò che potrebbe esser conservato e concesso ad un visitatore, non gode di eccezionale cura. Credo che Ulaanbaatar concentri la sua maggior attrattiva nel periodo del Naadam, i giochi mongoli. Per adesso comunque, ciò che ci preme è raggiungere il nostro ostello, lasciare gli zaini e, possibilmente, andare a ritirare i biglietti ferroviari per Beijing. Visto che dall’Italia non ci è stato possibile acquistarli, al contrario di quanto accaduto per le tratte russe, abbiamo scelto di farceli comprare direttamente qui, per poterli ritirare al nostro arrivo. Il fatto che i nostri siano custoditi in un ostello diverso da quello nel quale alloggiamo, è legato alla prontezza con la quale quello che ce li ha comprati ci ha risposto in merito, a suo tempo. Solo due treni alla settimana corrono verso la capitale cinese da qui, ciò rende i posti piuttosto ambiti, ergo vanno prenotati tempestivamente; a questo fine, niente di meglio che inviare un grappolo di richieste ed affidarsi ai riscontri più pronti, a parità di convenienza ed affidabilità, ovviamente. Una volta risolta questa, l’obiettivo a seguire sarebbe quello di concordare con il nostro ostello un’escursione di almeno una notte, che ci dia modo di vistare famiglie nomadi, così numerose in questo paese comunque scarsamente abitato.

Ulaanbaatar dentro e fuori (28 Ago – 01 Set)

Alloggio: Golden Gobi Hostel, camera matrimoniale con servizi 23$ (16€ca) contattato dall’Italia. Ben posizionato, pulito, ma carente nella gestione di risposte ai bisogni degli ospiti, servirebbe qualche persona in più a disposizione: le poche persone a disposizione, si occupano di troppe cose contemporaneamente, allungando i tempi di ogni riscontro. Escursione fuori città, tramite ostello: una guida con auto propria, ottimo inglese, una notte presso famiglia nomade, due giorni di itinerario, tutto solo per noi due, 138$ (95€ca)

Il Golden Gobi è molto frequentato e, a mio avviso, soffre di carenza di personale in proporzione agli ospiti, il che si ripercuote inevitabilmente sull’organizzazione generale della struttura. Al contrario di quanto sperato, infatti, riusciamo solo ad organizzarci per l’escursione dei giorni successivi, fra una distrazione e l’altra del gestore che dovrebbe aiutarci: è indiscutibilmente disponibile, ma è solo, perciò fatichiamo a pianificare quanto ci sarà possibile fare in soli due giorni ed una notte. Di norma, in posti di questo tipo, alloggiano persone che viaggiano in autonomia. Io credo che proprio tale aspetto costituisca il motivo per il quale la prima fonte di supporto logistico ed informativo sia rappresentata dall’ostello scelto. E’ perciò fondamentale che, fra le sue peculiarità, una struttura del genere annoveri la capacità di rispondere alle più o meno complesse esigenze degli avventori, in tempi ragionevoli. Per quanto mi riguarda, questo è uno dei motivi in base a cui scelgo di stare in ostello, quando viaggio. E l’efficacia sotto questo punto di vista è una delle caratteristiche che auspico di riscontrare. Per quanto ci riguarda, concordiamo la partenza a due giorni; penseremo domani al ritiro dei biglietti per Beijing ed alla visita di Ulaanbaatar. A conti fatti, va bene così: da che ci si è mossi da Irkutsk, il susseguirsi di trasferimenti e cambi di letto è stato concitato. Un giro della città, con tempi più turistici, sarà di certo ristoratore. La capitale, almeno nella sua zona centrale, conferma le nostre prime impressioni: il traffico non vede soluzione di continuità, attraversare la strada è una scommessa avvincente, tutto è in lentissimo ma perenne movimento, e va riversandosi nelle arterie principali, rimanendoci per molto tempo imbottigliato. Al nostro arrivo in bus, le periferie si son presentate piuttosto degradate: baracche, piccole case affiancate da ger – indice della tendenza di molte famiglie nomadi, allo stanziamento nel grande centro urbano – alimentano la continua espansione della città; le propaggini estreme spesso abbracciano siti industriali e danno vita a zone che non sembrano nemmeno far parte dell’agglomerato principale. Al contempo, in altre aree, sorgono vere e proprie bolle di ricchezza, all’interno delle quali vengono edificati condomini inseriti in giardini curati, con servizi di lusso. E tanti bei muri sorvegliati tutt’intorno. Rimango sempre affascinato dal modo di vivere e di svilupparsi di queste città così lontane, geograficamente e culturalmente, dal mondo a cui appartengo io.

Terelj National Park

Il giorno seguente, sveglia prestissimo, ha inizio la nostra esperienza fuori dalla città. Quella che si prospetta a noi è una versione molto, molto ridotta, di ciò che normalmente viene vissuto da chi si ferma in Mongolia, per il lasso di tempo che questo posto meriterebbe; i luoghi delle grandi emozioni, il deserto del Gobi, le steppe più remote, gli altipiani ai confini del paese, sono troppo lontani, per esser raggiunti nel poco tempo a nostra disposizione. Questo però non ci impedirà di godere del reale valore aggiunto che ci si presenta: saremo solo noi, viaggeremo con una guida a nostra disposizione, dotata di ottima conoscenza dell’inglese e, ovviamente, dell’itinerario che seguiremo. Il giro prevede la visita del Terelj National Park, pranzo presso una prima famiglia nomade – di quelle che, in realtà, d’estate si stanziano all’interno del parco ed accolgono quotidianamente visitatori stranieri – e successivo spostamento in una zona più isolata, nell’accampamento di un’altra famiglia di origine kazaka che ci ospiterà per la notte, all’interno delle ger dove tutti i relativi componenti vivono. Il giorno successivo, a conclusione dell’escursione, verremo recapitati all’ostello. Per quanto si tratti di un’iniziativa organizzata, probabilmente ordinaria dal punto di vista della composizione dell’offerta, a me risulta un’esperienza singolare, durante la quale osservo una parte del modo di vivere e di scandire la giornata di queste famiglie. Anche il solo fatto che parte del loro tempo venga ormai speso con visitatori occasionali che arrivano da tutto il mondo, fa parte di un’evoluzione nella loro esistenza, che non ci si aspetta debba rimanere eternamente legata alla tradizione, in un’accezione ancestrale del termine. Le normali attività a cui si dedicano tutti gli abitanti di un sito non sono procrastinabili: la mungitura, gli accorgimenti per vivere la ger nel migliore dei modi, la cura del bestiame e l’approvvigionamento di quel che manca, non si sospendono. Solo, beneficiano di strumenti e mezzi a supporto dell’evasione degli oneri: l’accampamento sorge in vista di un centro abitato che si raggiunge in moto, le tende, una volta smontate per lo spostamento stagionale, si trasportano con autocarri di proprietà o condivisi. Noi altri ospiti ci adattiamo alle condizioni di vita imposte dal contesto: in una ger non manca nulla, dall’arredo, al frigorifero, alla Tv, collegata ad una parabola montata in mezzo alle tende. Solo i servizi, sono in comune e… essenziali. Nel corso di tutta la durata dell’escursione, abbiamo modo di conversare con la nostra guida riguardo gli argomenti più vari: dapprima, su toni più convenevoli, ma col trascorrere delle ore, ci spostiamo con facilità anche su temi più interessanti. Confrontiamo le rispettive realtà, ascoltiamo le sue impressioni sul presente ed i suoi auspici sul futuro del suo Paese, che anche lui ammette esser schiacciato nella morsa dei due giganti con quali confina. Ascoltandolo, scopriamo che le influenze di Russia e Cina, nella storia – almeno quella successiva al tramonto del grande impero mongolo dei Khan - sino ad arrivare ai giorni nostri, vanno ben al di là di rapporti e supporti diplomatici: le ferrovie mongole, in gran percentuale concentrate nella Transmongolica, son soggette ad influenza russa, il che mette il governo nelle condizioni di non poter decidere in autonomia sulle infrastrutture. Il paese ha risentito profondamente delle ingerenze sovietiche: qui, il cirillico ha soppiantato la scrittura tradizionale, anche nelle insegne o nelle pubblicità. La Mongolia è ricca di miniere, le cui risorse vengono prelevate dal governo cinese; il petrolio mongolo, una volta estratto, viene raffinato in Cina e rivenduto qui. La classe dei ricchi, quelli dei nuovi quartieri in costruzione ad Ulaanbaatar (spesso in aree protette e teoricamente intoccabili per legge) è costituita dai proprietari delle miniere, oppure da coloro che fungono da teste di ponte per gli ingombranti vicini, o ancora, dai titolari del mercato nero, che svolge le proprie attività in una zona ad esso dedicata, alla luce del sole. Se tanto mi dà tanto, non è difficile che, in alcuni casi, questi ruoli possano confluire tutti negli stessi personaggi. Il confronto fra quel che discutiamo con la guida, ciò che abbiamo visto sinora e ciò che riscontriamo appena fuori dal finestrino dell’auto, lascia poco spazio ad un’immagine della Mongolia emancipata dalla condizione nella quale si trova al cospetto di Cina e Russia.

Ulaanbaatar – Beijing (01 Set – 02 Set)

Treno #24: 150$ (105€ca) acquistato tramite UB Guesthouse in Ulaanbaatar, che ce lo ha tenuto fino al nostro arrivo. Nonostante non avessimo scelto di alloggiarvi, si son resi disponibili alla fornitura di questo servizio.

L’ostello non si smentisce e anche l’ultima mattina riserva un contrattempo, sempre dovuto alla carenza organizzativa dei gestori: sono stati accettati più nomi di quanti posti siano realmente disponibili sul minibus per la stazione. Così, un gruppo di noi si trova ad aspettare per un tempo indefinito il mezzo, che farà due viaggi. Prima che il convoglio, sul quale tutti saremmo destinati a continuare il viaggio, passi da Ulaanbaatar. Il treno sul quale stiamo per salire è il più turistico fra quelli presi finora: sulla banchina, scorgiamo tanta gente che abbiamo incontrato anche durante le scorse tappe, non solo qui in Mongolia. Tempi e punti di riferimento lungo il percorso della Transmongolica, fanno sì che la pianificazione dell’itinerario prenda una forma spesso comune fra chi lo intraprende. La rarità del collegamento fra Cina e Mongolia costituisce non di rado una discriminante organizzativa, soprattutto per chi non ha possibilità di investire più di un mese nel totale del viaggio. Questo crea una sorta di condivisione indiretta di quest’esperienza con persone che mai più si incontreranno, provenienti da tutte le parti del mondo. La stazione di Ulaanbaatar appare un crocevia di visi già visti. Il treno corre lontano dalla città e, dopo poche ore siamo nel deserto del Gobi, un luogo incredibile. Per quanto monotono, il deserto esercita su di me un fascino enorme: guardo di fuori e mi perdo nella distesa di roccia e terra bruciate, puntellata da rari accampamenti, oppure tagliata da strade sulle quali è possibile scorgere un camion ogni tanto. Qualche cammello, alcune greggi, sotto un cielo blu dal quale le nuvole proiettano le loro ombre a terra. Con tutta probabilità, è la mancanza di familiarità con un ambiente simile a farmi rimanere incollato al vetro del vagone. E’ deserto a perdita d’occhio, immaginarsi un guasto al treno qui fa pensare ad una sosta su un altro pianeta. Ora di sera, approcciamo il confine cinese e, anche in quest’occasione, tutto si svolge in maniera quasi cinematografica: il treno rallenta, passa sotto dei varchi enormi, che presentano le prime scritte in cinese e qualche benvenuto in pinyin e fa varie soste senza che nulla accada, fino a quella in frontiera. Controllo puntuale di ogni passaporto, vagone per vagone, passeggero per passeggero, da parte di personale di esercito e polizia. L’attenzione è maggiormente concentrata verso i cittadini cinesi e verso i molti mongoli, che vivono fra Cina e Mongolia per motivi di lavoro o studio; la giovane coppia con cui condividiamo lo scompartimento rappresenta quest’ultima categoria. Di seguito, la fase tecnicamente spettacolare del cambio di scarto, ovvero l’adattamento dei carrelli dei vagoni ai binari più stretti delle ferrovie cinesi. Tutto viene gestito con enormi martinetti, che sollevano le carrozze di un paio di metri, per dar modo agli operai - ognuno col suo bel cappello di paglia in testa - di lavorare su ogni coppia di ruote. Il tutto si svolge in circa quattro ore, durante le quali non ci è permesso scendere dal treno, né utilizzarne i servizi. Suggestivo, comunque, non c’è che dire. Il mattino seguente, lo scenario è decisamente diverso, rispetto al deserto del giorno prima. Il Nord cinese si presenta piuttosto vario: verdi pianeggianti, alternati a momenti più aspri, alture di roccia, a volte ricoperta, altre nuda. Non posso fare a meno di notare che, nei piccoli villaggi che incontriamo lungo la ferrovia, la quasi totalità delle case monta, sul tetto, pannelli solari collegati a piccole cisterne. E’ singolare se messo in relazione alla reputazione della Cina, in tema di consumo ed inquinamento; come è singolare, sempre per lo stesso motivo, vedere vere e proprie distese di pale eoliche, in zone più pianeggianti, in mezzo a verde esuberante e coltivazioni rigogliose. A tenermi con i piedi per terra, ci pensano gli innumerevoli depositi di carbone, soprattutto vicini alle stazioni nelle quali transitiamo, assieme alle ciminiere immerse al pari delle pale appena citate, nei medesimi scenari; due, enormi, si ergono fianco alla ferrovia, poco dopo il nostro risveglio. La Cina si presenta già con le sue contraddizioni: slanci in ogni ambito dell’industria e della produzione, dall’apparente sostenibile al totalmente distruttivo. Emblematico, il lago da cartolina che incornicia un tratto della ferrovia: una vita rigogliosa al suo intorno, solita vegetazione, pescatori sulle sue rive, specchio d’acqua a perdita d’occhio. Finché non si scopre essere un invaso dovuto all’interruzione del corso di un fiume, nel gretto del quale sono già stati impiantati i piloni di un viadotto vertiginoso. Non che ciò debba rappresentare un intervento umano da leggere negativamente, non so nemmeno che progetto persegua quell’opera; di sicuro, però, i cinesi non vanno per il sottile, quando si tratta di infrastrutture. Non manca molto alla Capitale, le sue propaggini iniziano a farsi vedere; tra l’altro, siamo persuasi nel metterci l’anima in pace riguardo lo scorcio di Muraglia che pare si possa vedere dalla ferrovia: l’ingresso in città indica che ce lo siamo inequivocabilmente perso.

Beijing (02 Set – 06 Set)

Alloggio: Happy Dragon Hostel 120RMB (65€ca) prenotato via mail. Ottima posizione, ottimo personale, già provato in precedenza. Aereo Beijing – Milano: Aeroflot SU572 (PEK - SVO) SU421 (SVO - MXP) 380€ca

L’arrivo a Beijing rappresenta la fine della Transmongolica, d’ora in poi treni non se ne prenderanno più. Per me, costituisce un gradito ritorno. Tanto più che nella mia scorsa esperienza, l’ho visitata in una stagione diversa, faceva freddo e l’inverno incombeva. Provarla con un clima più estivo, porterà sicuramente qualche nuovo punto di vista. Anzitutto, la coltre di inquinamento si trasforma in rimpianto ogni volta che ci si approccia a qualche panorama; è troppo spesso lo strato di smog, tanto da offuscare la maggior parte delle visioni a distanza. Dal Jingshan Park, ad esempio, la Città Proibita sembra avvolta nella nebbia. La concitazione e la vitalità della città sono le medesime che trovai l’anno passato. Dal momento che, in termini turistici, ripercorrerò grosso modo gli stessi passi da allora, questa volta posso concentrarmi maggiormente sui visi e sulle persone che pullulano in ogni angolo della città. Non posso certo negare il vantaggio che porta la (seppur superficiale) conoscenza della città, grazie alla quale tempi e distanze si riducono. Raggiungere l’ostello, nel quale ho scelto di tornare data la positiva precedente esperienza, è semplice e ci dà modo di rimetterci in strada con il chiaro del giorno; girato l’angolo, siamo già seduti al tavolino di un ristorante sufficientemente poco elegante, da ispirare grandi aspettative, puntualmente attese. Nulla di meglio della cucina, come approccio con l’Impero di Mezzo. E qui, cucina significa pareti piastrellate, una manciata di posti tavola, griglie e cappe adeguatamente unte. Almeno per me, che non me ne sono mai pentito. Il primo giorno pechinese ci porta nella Città Proibita, il cuore di quello che è stato l’Impero fondato dalle dinastie mongole, ai tempi di Marco Polo. In considerazione di ciò che è stata, appare quasi beffardo il gigaritratto di Mao sulla Porta della Pace Celeste (Tian an men). La piazza omonima, una delle più celebri del mondo, è la tela sulla quale è dipinta la megalomania del Partito, sin dai suoi primi tratti di metà del 900: la bandiera, gli inni filodiffusi e proiettati su megaschermi, la torre monumento agli Eroi del Popolo ed il mausoleo dedicato a Mao. Ormai, tutto questo alimenta anche il grande mercato del turismo, pur essendo vissuto con grande coinvolgimento dalla parte cinese dei visitatori. Quella al mausoleo, specialmente quando vi ho acceduto per la prima volta, rimane una delle prove più complesse di dedizione, quasi adorazione, nei confronti di un personaggio così ricco di contraddizioni. La Grande Muraglia è materia del giorno successivo; tramite l’organizzazione dell’ostello, visitiamo il sito di Mutyanu, certamente battuto dalle comitive, ma non invaso al collasso. Opera che ha sempre dell’incredibile, testimonianza di una civiltà che è stata in grado di precedere molte conquiste tecnologiche e culturali, germogliate successivamente in Occidente. Tornati alla base, diamo in un certo senso continuità all’estrazione storica dell’uscita di oggi, passeggiando per uno hutong, i vecchi quartieri di Beijing, per gran parte demoliti dalla sua modernizzazione di cemento. Nonostante sia facile incrociare occidentali in alcuni di questi vicoli, i residenti non riescono a fare a meno di volgere sguardi curiosi agli “occhi tondi” ed io adoro salutare tutti, perché ad ogni cenno, corrisponde almeno un sorriso amichevole se non, addirittura, la bella sorpresa che è capitata a noi: accortosi della nostra curiosità, frenata da discrezione nei confronti di abitazioni pur sempre private, un ragazzo ci raggiunge e ci invita ad entrare dentro la sua casa. La quale non si presenta esattamente una reggia – in questi quartieri, abitano alcune fra le famiglie meno abbienti della città - però per noi rappresenta un’occasione inattesa. E l’ennesima conferma dell’apertura di queste persone, della reciprocità nella voglia di conoscere e contattare altre culture. Ora, ritengo poco elegante l’auto citazione, soprattutto sapendo di rimandare ad uno scritto mediocre al livello di questo. Però credo che il modo più efficace, per me, di dare continuità al tono pionieristico di questo lungo racconto, sia quello di proporre la parte relativa a Beijing, del diario sul mio viaggio in Cina fatto l’anno passato. L’approccio di allora è lo stesso che ha caratterizzato le fasi precedenti questa: nessuna influenza, né termini di paragone, con un’esperienza già vissuta; una pagina bianca sulla quale riportare sensazioni inedite. Proprio come ho cercato di fare fin qui.

La Transmongolica copre quasi 8000 km che, indubbiamente, è una gran bella distanza. Ciò che resta, in capo ad un viaggio del genere, è la bellezza di aver esplorato quanti più angoli fosse possibile, incontrando quante più genti si riuscisse, attraverso la più gran varietà di ambienti ed ambiti si siano toccati. Perché se “solo” lungo questa ferrovia si impara così tanto, è difficile quantificare cosa abbia in serbo il resto del mondo. Ma sempre lecito provare ad immaginarlo e tentar di perseguirlo.

di canesano - pubblicato il