Tesori sconosciuti di Persia

Viaggio alla scoperta delle regioni nord occidentali dell’Iran, quasi sconosciute a noi occidentali, ma ricche di capolavori indimenticabili, paesaggi affascinanti e paesini abbarbicati sulle montagne

  • di mapko64
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Lo scorso anno avevo visitato le regioni centrali dell’Iran, il cuore del paese nel quale si trovano le città e i siti archeologici più celebri, raccontando il mio viaggio nel diario “Antica Persia”, pubblicato su Turisti per Caso. Si è trattato di un’esperienza indimenticabile, un breve tuffo nella vita e nella cultura di una civiltà millenaria. L’Iran però è una nazione vasta, un crogiuolo di popoli e culture, così ho deciso di tornare anche quest’anno per approfondirne la conoscenza. Sono stati dieci giorni pieni di emozioni, attraverso le regioni nord occidentali del paese molto meno turistiche, soprattutto per noi occidentali. Eppure ho visitato innumerevoli Patrimoni dell’Umanità, attraversato paesaggi variegati e affascinanti completamente diversi dall’arido altopiano centrale, raggiunto paesini abbarbicati sulle montagne. Questa volta ho notato una maggiore presenza di militari, in particolare nelle aree più vicine ai confini; la polizia invece si è concentrata soprattutto sui controlli stradali, tutto sommato benvenuti visto il tasso altissimo di incidenti causati dalla guida spericolata.

Il mio viaggio è iniziato e si è concluso a Tabriz, capitale dell’Azerbaijan iraniano. Gli azeri sono la minoranza etnica più numerosa, perfettamente integrata nella nazione. Anche la regione del Kurdistan mi è sembrata concedere ai suoi abitanti, in questa fase storica, la situazione più tranquilla rispetto alle regioni nei paesi confinanti. Alcune visite sono state magiche: Takht-e Soleiman si presenta come un castello medievale in mezzo a una prateria mongola, ma una volta superate le mura il lago vulcanico e le rovine sassanidi riportano alla mente l’antichissima religione di Zoroastro; il mausoleo di Soltaniyeh è un capolavoro universale, tanto che la sua arditissima cupola avrebbe ispirato un secolo più tardi Brunelleschi nella costruzione di Santa Maria del Fiore a Firenze. Per me ha rappresentato un’altra testimonianza della ricchezza della cultura persiana, della sua capacità di “civilizzare” i selvaggi conquistatori mongoli trasformandoli in una dinastia persiana, gli Ilkhanidi, protettrice di arte e cultura. Il ricordo del primo grande impero persiano, quello degli Achemenidi, è tornato a Bisotun, dove i bassorilievi di Dario, alti sulla montagna, celebrano l’inizio del suo regno con la conquista del potere, anticipando il trionfo di Persepoli ammirato nello scorso viaggio.

Gli iraniani si sono confermati un popolo estremamente ospitale, sempre pronto ad aiutare ed abbracciare lo straniero, ancora considerato una curiosa rarità. Nelle regioni che ho visitato la conoscenza dell’inglese è molto limitata e in un viaggio di movimento le occasioni di conversazione sono state minori. Nel bus notturno per Tabriz comunque ho conosciuto un giovane studente di belle speranze: il suo sogno sarebbe trasferirsi in Europa, ma io gli auguro invece di raggiungere la felicità nel suo paese.

Ed ora il racconto del viaggio. Il mio itinerario in Iran è stato il seguente: Tabriz – Ardabil – Rasht – Qazvin – Zanjan – Takht-e Soleiman – Sanandaj – Kermanshah – Tabriz

Sabato 30 maggio: Roma – Istanbul – Tabriz – Ardabil – Rasht

Un volo notturno da Istanbul mi porta a Tabriz alle cinque e mezzo del mattino. È passato appena un anno dal mio precedente soggiorno ma mi accolgono due cambiamenti: le operazioni di ingresso sono ancora più semplici, non bisogna riempire nessun modulo, ma la mia SIM Vodafone è del tutto inutilizzabile poiché non riesce ad agganciarsi a nessuna rete iraniana.

Ho con me un po’ di rial, che mi ha procurato un amico appena tornato da un viaggio in Iran, così senza perdere tempo dall’aeroporto raggiungo subito in taxi il terminal dei bus, dove acquisto il biglietto del bus per Ardabil delle sei e mezzo. Lasciamo Tabriz, della quale ho percorso solo grandi viali della periferia, seguendo l’autostrada a due carreggiate per Teheran attraverso brulli paesaggi ondulati dall’aspetto decisamente monotono. Dopo un’ora, raggiunta Bostanab, lasciamo la direttrice verso la capitale e puntiamo ad oriente. Passa un’altra ora e siamo a Sharab, città dall’aspetto squallido: la costruzione di molte case sembra ferma a metà, con l’intelaiatura in cemento armato priva dei muri di mattoni. L’autista si concede una lunga sosta, ma lascia comunque il motore acceso. Quando ricompare si sofferma a guardare i lavori delle ruspe che riempiono di terra una buca, in compagnia del giovane aiutante. Alle nove e mezzo finalmente ripartiamo, cominciando a risalire la valle di un ruscello, tra montagne coperte da prati verdi e prive quasi del tutto di alberi. A Sareyn, sotto il ponte moderno della strada ne scorgo un altro più antico in pietra e mattoni. Proseguiamo in un’ampia vallata: sulla sinistra si scorge la vetta innevata del monte Sabalan (4811 m.), sulla destra per un attimo un lago. Alle dieci e mezzo giungiamo a destinazione ad Ardabil.

In taxi mi faccio portare fino al mausoleo Sheikh Safi-Od-Din, principale attrazione della città, inserito dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità e luogo di sepoltura del patriarca dei Safavidi, fondatore di un ordine sufi. Dopo la morte nel 1334, la sua famiglia divenne sempre più influente finché nel 1501 il discendente Shah Ismail riuscì ad unificare tutto l’Iran sotto il suo controllo, per la prima volta dopo molti secoli; l’islam sciita fu proclamato religione di stato. Sotto la dinastia Safavide il mausoleo dello Sheikh divenne un luogo di pellegrinaggio e fu arricchito da nuovi edifici in particolare dallo shah Tahmasp I, figlio e successore di Ismail.

Varcato l’ingresso, mi trovo in un bel giardino fiorito e ombreggiato, un’oasi di pace nella quale godersi il fresco; la sua sistemazione risale all’Ottocento. Percorrendo un cortiletto decorato da belle maioliche, raggiungo la corte principale; sulla sinistra si trova la moschea con l’interno celato da una grande griglia di legno, mentre di fronte sorge l’edificio principale. Il lato dal quale sono entrato è una successione di nicchie poco profonde con volte; le decorazioni a maioliche sono raffinati puzzle di piccoli pezzi, non “volgari” mattonelle quadrate come nella moschea dell’Imam a Isfahan, visitata lo scorso anno. Il piccolo portale d’ingresso è una vera composizione: sull’arco una cornice di iscrizioni cufiche su sfondo cobalto e intrecci vegetali su sfondo verde negli spazi triangolari; nella nicchia una muqarnas poco profonda in alto, pannelli fioriti a forma di finestrelle più in basso e una fitta iscrizione gialla e bianca sopra la porta.

Dalla corte per accedere all’edificio principale si attraversa un magnifico portale, stretto e alto. Agli elementi tradizionali (pannelli con iscrizioni coraniche, muqarnas, motivi floreali combinati con confusione e grazia) si aggiungono due colonne di marmo chiaro. Si arriva così nella Sala della Lanterna: l’ambiente, meravigliosamente decorato, presenta sui lati lunghi portici e gallerie al piano superiore; nel lato dell’ingresso sotto l’arco si trova una muqarnas, mentre su quello opposto, dietro una cancellata, spiccano un iwan con un’elaborata muqarnas e un’abside che sembra una ruota di pavone capovolta. I colori dominanti sono l’oro e il cobalto, che nelle muqarnas e nell’abside si arricchiscono di rosso. Sulle pareti lisce l’effetto è quello di un arazzo; tutto intorno corre un’iscrizione cufica. Mi soffermo a guardare una foto che riproduce uno dei due celeberrimi tappeti di Ardabil, considerati tra i migliori tappeti persiani mai realizzati e conservati oggi a Londra e Los Angeles.

Una porticina sulla sinistra conduce alla Sala delle Porcellane, un grande ambiente ottagonale con pareti coperte da nicchie di stucco, come nell’Ali Qapu di Isfahan. La grande cupola bianca è stata rifatta nel 1975

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