Quando un viaggio ti prende a tal punto da non pensare più a quanto hai lasciato, da restare stupito di fronte a tanta magnificenza, da indurti ad amare ogni pietra, ogni leggenda, ogni persona; quando senti di essere “narrazione nella ...
Quando un viaggio ti prende a tal punto da non pensare più a quanto hai lasciato, da restare stupito di fronte a tanta magnificenza, da indurti ad amare ogni pietra, ogni leggenda, ogni persona; quando senti di essere “narrazione nella narrazione”, sperando ogni momento nuovi incontri e sollecitazioni che ti aiutino a crescere nella conoscenza, allora puoi anche cominciare a sognare di incontrare Sharazad, alla corte del re persiano Shahriyar, ed ascoltare le favole di “mille ed una notte”. Allora vedi immagini e luci, riflesse nei mosaici di specchi, che esaltano e confondono la realtà. Quella di uno stato teocratico e dei pasdaran, che impongono regole ma conservano una purezza di cuore che in occidente abbiamo perduto, in nome della libertà; quella dei “guardiani della rivoluzione”, che intimidiscono già controllando il vestiario femminile, ammonendo a vivere nella legge della sharia. Ascolti rispettoso l’evocazione di un canto di un muhazin che invita alla preghiera all’alba, a mezzogiorno ed al tramonto, mentre ombre nere e silenziose, avvolte nello chador, ti dilaniano il cuore con una rassegnata tristezza; accanto, piccole donne col capo coperto da una hejab ed un destino scritto dalla famiglia. Uomini, sciiti, prostrati in preghiera davanti alla stessa divinità dei loro fratelli-nemici sunniti, pronti a rinnovare i fatti di Kerbela, conservano nel cuore il ricordo dell’ultima guerra contro l’Iraq sunnita, “martiri come candele nell’agorà degli amici”; belli come i guerrieri dell’ “esercito degli immortali” di Persepoli, di Dario e Ciro, ma sottomessi alla volontà dell’ayatollah che tiene lontana la forza malefica del “grande satana”. Non un canto, non un divertimento, non una risata liberatoria; ma una vita per il lavoro, per la famiglia, per Allah. Uomini passati dallo stordimento della rivoluzione alla disperazione della guerra; dal controllo della “savak” dello scià a quello dei pasdaran della rivoluzione; uomini con la speranza che nuove riforme allontanino lo spettro dell’embargo e della guerra, stavolta atomica.
Immagini di un frammento di realtà, percepiti con gli occhi di un turista che vorrebbe ricordare dell’Iran solo le gesta del “re dei re” e le melodiose poesie di Hafez.
Visitiamo la provincia di Kerman, camminando tra muri di paglia e fango della “arg”- cittadella di Rayen; godiamo dei freschi profumi degli improvvisi giardini “paradisi” nel deserto, tra rose e frutti del giardino del principe di Mahan; partecipiamo dell’aurea sacra evocata nel mausoleo di un mistico sufi e percepiamo un dolce benessere nell’hammam-museo di un califfo del XIV sec., degustando i biscotti più buoni del mondo, ”colompè”, ripieni di datteri e pistacchi.
Andando nel deserto di sabbia indurita, verso Yadz, assaggiamo un thè nelle sale di un caravanserraglio e godiamo dell’accoglienza nello stile degli antichi carovanieri.
Nulla potrà farci dimenticare il silenzio mistico che, specie al tramonto, fa rivivere nella memoria i rituali antichi di un funerale zorastriano: torri del silenzio, sulle quali, per non contaminare terra, fuoco e aria, venivano dati in pasto agli avvoltoi i corpi dei defunti. Il fuoco sacro di Zoroastro, alimentato con legno di noce, di mandorlo e di albicocco, continua imperterrito a bruciare da 1515 anni ammonendo a pensare bene, dire bene, fare bene! L’acqua, proveniente dai ghiacciai, continua ancora a scorrere nei millenari ghanat: gallerie scavate in profondità con pozzi d’ispezione, come piccoli crateri, lungo le direttrici nel deserto. Ancora un giovane, accompagnandosi con un grande tamburo, dum, canta le poesie di Hafez e Sa’di, mentre i compagni eseguono movimenti ginnici, approvando con invocazioni ad Allah. Ancora ricordano il giorno di Ashura, conducendo per le vie un “nakhl”, simbolico sarcofago, ricoperto di tappeti verdi e fiori, per non dimenticare il martirio di Hussein