Riti, miti e mitomani

Perché Marte quando l’Indonesia basta e avanza?

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 4
    Spesa: Oltre 3000 euro
 

Ammesso e non concesso che la Terra necessitasse formiche, che bisogno c’era che ne emergessero 15.000 specie? Invece, il creato esulta nella diversità e ogni diktat teso a omologare, cancellando differenze, non soltanto ci rende più poveri – ricchezza è poter disporre di tanti elementi diversi – ma è soprattutto contronatura. “Chi sono io per giudicare?”, ha recentemente ammesso un’autorevole voce. Chi siamo noi per affermare che un pantalone sia maggiormente indicato d’un astuccio penico, che un quartetto d’archi suoni meglio d’un’orchestra gamelan, che una chiesa onori la divinità più d’una pagoda? E, sdegnando i totalitarismi, non è forse preferibile avere ciascuna di queste soluzioni disponibili alla bisogna, così che il ragazzo nato in una tribù Dani della Nuova Guinea possa indossare l’astuccio, l’occidentale in vacanza a Bali ballare ai ritmi elettronici d’una pista psichedelica e il musulmano di Giava interrompere le faccende quotidiane e stendere il suo tappetino per strada al richiamo di Allah? L’abbondanza di espressioni con cui l’umanità risponde alle proprie esigenze è il fascino infinito di questo pianeta, e se sono 15.000 le specie di formiche necessarie per creare terreno fertile, per favorire la decomposizione dei materiali organici, per tener a bada gli insetti molesti e per aiutare a spargere i semi delle erbe, si brindi con entusiasmo alla pluralità.

E se tanti sono i momenti della giornata in cui l’anima si stacca improvvisamente dalle attività e ricorda la sua originaria, cristallina natura, ben vengano un tempietto in ogni quartiere e un altarino ad ogni incrocio. Quello della nostra locanda a Yogyakarta, all’ombra d’un banyan decorato da felci a corna di cervo, riceve offerte di fiori freschi ogni giorno. Non che i fiori manchino, qui. Quelli del frangipane sul prato sono solo caduti, ma sembrano essere stati sparsi per accogliere gli ospiti. Qui siamo giusto qualche grado sotto l’equatore, in un’eterna estate, per il tripudio della vegetazione, che cresce a dismisura, e degli stressati, in spiaggia tutto l’anno. Sembrano presine da cucina quelle che adornano l’edicola, ma al centro uno specchietto rotondo ha il compito di riflettere, spaventandoli, gli orridi spiriti malvagi. Un gonnellino di saput poleng, un tessuto a scacchi bianchi e neri, ha la medesima proprietà apotropaica, e lo si ritrova attorno ai tronchi abitati da uno spirito e alle statue all’esterno dei templi. No, non quelle nel sancta sanctorum: chi ha superato la fase della banale differenza tra bianco e nero, tra giusto e sbagliato, sa che il confine tra bene e male non è netto, che anche gli errori aiutano e che nulla è totalmente negativo o positivo. E’ l’antica religiosità animista, sulla quale si sono innestate le dottrine provenienti da occidente – induismo e islam sopra tutte – che ancora traspare, informando credenze, abitudini e riti. Al lato delle camere è in costruzione un piccolo tempio, e non importa che per quelli nuovi si usi cemento al posto del marmo: i bassorilievi dei riquadri sul frontale sono dettagliati ed eleganti e, anche se sono le epopee del subcontinente che vi sono illustrate, lo stile è indocinese piuttosto che indiano. Gli arcieri su bighe si prendono vicendevolmente di mira mentre re e dèmoni lottano in una giungla incontenibile – la stessa che circonda le città, la stessa che abbraccia Borobudur, il più grande monumento buddhista in assoluto.

I pellegrini vengono accolti dal mastodontico banyan che fronteggia l’idilliaco giardino del monastero di Mandut. Nel piccolo tempio Buddha, peculiarmente seduto all’occidentale, è colto durante il suo primo sermone dopo l’illuminazione. La promessa dell’ascesa è sostenuta dal tempio Pawon, seconda tappa, anch’esso in nera pietra lavica, anch’esso decorato da formelle didascaliche

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