Esperienze di vita a Giacarta

Un mese tra Giava e Bali in treno, autobus, scooter, opelet, becak e ojek

  • di casimiromule
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Oltre 3000 euro
 

“Assalam aleikum” mi dicono.

“Wa aleika assalam!” rispondo.

Si avvicinano, mi alzo, porgo loro le braccia tese che afferrano calorosamente e si inchinano avvicinando le labbra alle mie mani come facciamo noi cattolici al cospetto di un vescovo, nell’atto di rispetto, come a volergli baciare le mani.

Non sono di certo diventato dall’oggi al domani un pio musulmano oggetto di rispetto e devozione, ma sono in compagnia di Sharif al Habsyi e la gente che lo saluta calorosamente, saluta anche me con lo stesso rispetto, poiché sono seduto con lui e sono suo ospite nel pieno svolgimento di una festa musulmana.

Si festeggia il centocinquantenario dalla morte di Habib Abdurrahman bin Abdullah al Habsyi, e Sharif è un suo pronipote.

Di tanto in tanto ci alziamo quando il coro di voci canta “Mohammadun Rasul Illah” innalzando al cielo le lodi di Maometto profeta di Allah.

Sharif mi si rivolge in buon inglese al di sopra degli standard indonesiani. 58 anni, bassino, con dei tratti somatici che rivelano qualche antenato della penisola arabica, per cui gli occhi sono meno a mandorla di quelli di un indonesiano standard, Sharif mi parla della sua esperienza di un anno in Germania.

“L’azienda per la quale lavoro mi ha offerto un corso di specializzazione in Germania per imparare a sviluppare dei software da applicare alle macchine che utilizziamo in azienda e così sono rimasto lì per un anno ed ho perfezionato il mio inglese!” mi dice.

“Ma come mai non hai imparato il tedesco?” gli chiedo.

“Perché la lingua utilizzata nel corso era l’inglese” mi risponde con assoluto candore, come se fosse assolutamente naturale vivere in un posto per un anno e non assimilarne la lingua.

Ci alziamo durante un altro canto religioso e allarghiamo le braccia con i palmi ben aperti come facciamo noi cattolici quando recitiamo il Padre Nostro. Nonostante facciamo parte di due religioni diverse, colgo una gestualità a volte similare e degli atteggiamenti che ho riscontrato nella chiesa evangelica, dove la preghiera viene inframmezzata da canti intonati con estremo coinvolgimento emotivo.

“Noi musulmani indonesiani siamo molto tolleranti, non siamo certo dei fondamentalisti! Non facciamo la guerra a nessuno e non combattiamo nessuno, però se ci attaccano reagiamo!”

“Sai invece cosa ci ha insegnato Gesù Cristo che voi considerate uno dei vostri profeti?” gli dico.

“Cosa?” mi chiede con curiosità.

“Se qualcuno ti colpisce, porgi l’altra guancia” gli rispondo.

“Certo, qui siamo tolleranti, ma questo concetto non fa parte della nostra cultura, mi sembra troppo da deboli, e la religione è troppo importante per poter essere messa a repentaglio da un tale modo di concepire le cose!...” mi dice con tono deciso “…se ci si arrende al nemico senza resistergli, si agisce contro la propria religione che giorno dopo giorno perderà terreno! Bisogna difenderla dagli attacchi degli infedeli e portare la propria professione di fede agli altri per fare proseliti e cantare le lodi di Allah!”

Le osservazioni di Sharif mi fanno comprendere perché l’Islam partendo dalla dimenticata penisola arabica si è diffuso a macchia d’olio in tutto il nord africa a occidente, mentre a oriente attraverso l’espansione persiana è arrivato fino in India, per poi espandersi ulteriormente in Malaysia e in Indonesia grazie anche ai contatti commerciali dei mercanti arabi con gli abitanti delle isole delle spezie.

Il Buddismo, l’Induismo e l’animismo che dominavano l’arcipelago indonesiano hanno perso gradualmente mordente tra la gente a favore dell’Islam, più attivo nel fare proseliti rispetto alle altre religioni. Solo i balinesi e una piccola comunità che vive a Giava vicino al vulcano Merapi professano ancora l’induismo

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