Il nobile in incognito

Sikkim: India non-India

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 8
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro
 

Se c’è una cosa che tutti condividiamo, è il DNA: l’umanità non ha razze. Delle macroscopiche diversità tra gli individui sono responsabili differenze minime nella catena dei quattro costituenti la spirale genetica. Ugualmente per le nazioni, per le quali sono le circostanze della storia, le particolarità della morfologia, i fattori dell’economia e la natura della cultura – elementi costituenti di tutti i paesi – a sigillare l’unicum di ciascun luogo.

Dai timidi rilievi del Bengala Occidentale dove il fiume Teesta, a cui dà le prime acque, si fa grande, il Sikkim s’arrampica sull’Himalaya, avido quasi d’arrivare alle nevi eterne. Le sue foreste marcano stretto la catena dei Singalila, che a occidente lo separa dal Nepal, mentre a nord sale sempre più su, oltre i 6.000m, fino al Grande Himalaya che lo isola dal Tibet. A queste altezze è l’orografia a determinare i percorsi umani: le cittadine e i villaggi punteggiano le strade che duplicano il corso dei fiumi, le cui acque prepotenti hanno tagliato profondi solchi, creando una rete inestricabile di crinali dai pendii verdissimi. Il colpo d’occhio è spesso imponente, ampio il respiro del paesaggio e forte la presenza d’un ordine superiore di cui l’uomo non si sente che un dettaglio. La montagna ha questo potere: non si è più gli stessi dopo averla incontrata, dopo averne assimilato la libertà rigorosa, dopo essere riusciti a respirare il cielo. A maggior ragione qui, dove né treni né aerei arrivano, dove il tempo è un concetto privo di circostanze tangibili e dove basta qualche giorno di pioggia per interrompere le comunicazioni, già precarie, col resto del mondo. Questo è il rifugio per chi chiede alla terra il benessere dell’anima. Guru Rimpoche, il grande saggio e grande viaggiatore dell’ottavo secolo, lo chiamò Paradiso, affermando che un giorno di meditazione qui valesse anni di raccoglimento altrove. Non è per questo, però, che il Sikkim, nonostante le asperità geografiche, abbia subito invasioni su invasioni da parte dei vicini: i tibetani lo chiamavano Denjong, cioè “la valle del riso” e, a più riprese, anche i bhutanesi tentarono di impossessarsi di quello che chiamavano Beyul Demazong, “la valle segreta del riso”. Dalla loro istituzione nel 1642 i vari Chogyal, che potremmo definire papi-re, dovettero fare i conti con la potenza della Cina e dell’Inghilterra, fino a quando, nel 1975, i contrasti tra i molti ceppi umani determinarono l’annessione di questo francobollo di stato (7.000 km2, più piccolo dell’Umbria) all’unione indiana. Dell’India ha la pluralità di lingue ufficiali – undici – e di etnie, ma è stata la persuasiva personalità di questa nobile terra a cambiare gli indiani che vi si sono riversati: la confusione, i fetori, la cacofonia e gli stridenti contrasti imperanti nel subcontinente dal Kerala al Punjab e dal Gujarat al Bengala Occidentale son stati fermati al confine. Alla frontiera, infatti, anche chi ha il visto per l’India viene bloccato per laboriose procedure burocratiche, e per arrivare a Gangtok, la capitale, può occorrere un giorno intero.

Lungo il percorso, i cartelloni pubblicitari indiani sembrano spaesati, e per le strade non c’è traccia di povertà, di analfabetismo e di malnutrizione. Sì, la sera tardi e la mattina presto, davanti ai ristoranti multietnici e alle boutiques griffate, passano paria colle schiene cariche di enormi sacchi dal misterioso contenuto, ma un manifesto annuncia un programma congiunto dello stato e della confederazione collo scopo di elevare il Sikkim da “stato modello” a “stato superlativo” in India e nel mondo. La realtà è più prosaica, ma è apprezzabile l’ambizione. Gangtok, una serpentina infinita su una ripida costa, accoglie con una bella passeggiata pedonale, la cui prospettiva sulla valle è negata dalla necessità di costruire sul poco spazio pianeggiante disponibile. I colori sgargianti e i draghi degli ingressi dei ristoranti citano la Cina, mentre i negozi rimandano a un’internazionalità che sorprende trovare qui, incongrua tanto quanto alieno appare il modello capitalista proposto a questo microcosmo marginale. Che può importare al Sikkim dell’American Way of Life, del nostro modus vivendi per cui la felicità è irrimediabilmente legata ai consumi? Che pensano queste sterminate foreste dei pochi centimetri quadrati di cui ciascuno disporrà alla fine del secolo a causa dell’incremento della popolazione? Questo divario è formalizzato nel cartello all’ingresso del Phodong Gompa: “No smoking, no horn, no music. Please keep silence”. In paradiso, come sappiamo, si beve dell’ottimo caffè, ma non si fuma. Al tempio porta una tortuosa strada montana che costeggia numerose fattorie e la Cascata delle Sette Sorelle – sette balzi in successione d’un modesto corso d’acqua, sotto gli occhi azzurri d’un benevolo Buddha in bassorilievo sulla parete della scarpata. L’accesso all’abbazia è segnato da un festoso portale variopinto, sovrastato da due cervi dorati ai lati della Ruota del Dharma, il principale simbolo del buddhismo. Gli otto raggi indicano che l’illuminazione si raggiunge rettificando la visione, l’intenzione, l’espressione, l’azione, la condotta, l’impegno, la presenza mentale e la concentrazione; i cervi son quelli che s’avvicinarono per ascoltare l’Illuminato, come gli uccelli accorsero alle parole di San Francesco e i pesci a quelle di Sant’Antonio. L’interno del gompa è una festa di colori – dei thangka, stendardi ornamentali e didattici, del mobilio e dei sedili dipinti su ogni lato, dei paramenti e soprattutto delle pareti. Il pavimento, in pietra serena lucida, è immacolato. In realtà, sebbene risalga al 1740, la sala è stata ricostruita nel 1977 a causa dei danni causati dai terremoti, ma i ricchissimi affreschi sono stati preservati e restaurati. Dèmoni blu vestiti di pelli umane, mostri dalle tiare adorne di crani e beati nella posizione del loto, sospesi su idilliaci paesaggi montani, presenziano dalle pareti. E’ l’influenza del buddhismo a dare il benvenuto in questa India non‑India: i fili delle bandiere di preghiera marcano il territorio, potentemente religioso, e i loro mantra controllano le energie invisibili e le forze occulte che governano l’esistenza

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Commenti
  1. Inka83
    , 22/4/2015 16:43
    Buonasera, bel racconto di viaggio! Vorrei chiederle un'informazione, avendo letto che il suo viaggio è stato ad ottobre. Secondo lei sarà possibile vedere e fotografare le donne durante la raccolta nelle piantagioni di tè? So che i mesi migliori sono a primavera...

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