Magnificenza e povertà all’ennesima potenza
Venezia - Doha (Qatar-Arabia) con sosta di 2 ore - Doha-New Delhi - Compagnia Qatar. 7mila Km - 10 ore di volo. Organizzazione: Abaco Viaggi T.O.
Ecco l'India: prisma di volti indifferenti e caste in passerella. Dove la miseria più totale si fa spettacolo.Terra di contrasti incredibili. Immondizia umana e meraviglie dei Maharaja, santoni nudi e matrimoni sontuosi, templi affollati e donne sfregiate dall'acido muriatico. Non un viaggio ma un tuffo in un film tridimensionale, un'esperienza senza spina dorsale. Da annusare, toccare, guardare senza certezze, senza coerenza. Sempre in perfetto contrasto. Con spavento e armonia, pietà e ammirazione, brividi di morte e adrenalina del vivere. Sari fluttuanti e coloratissimi, bambini bellissimi e disperatamente felici, hotel 5 stelle ad un soffio dai tuguri, donne-bambine dagli occhi luminosi già prostitute e senza specchio su cui riflettersi. Scene da guardare da dentro, con l'intensità del dolore, la dolcezza del piacere, la paura del nemmeno immaginato. Flash incandescenti per l'anima, frecce di fuoco nelle pupille, soprese ad ogni battito di ciglia, incredule, in un sogno-incubo che batte come tam-tam. Mistero e fede, crudità celebrata dal fasto, povertà adattata al volere del più forte, devozione come destino. E sorrisi e calda ospitalità. Ecco l’India del futuro, con ragazze in motocicletta, cellulare per compagno, Honda come status-simbol, Valentino sulla pubblicità delle divise delle scuole private, macchine digitali nelle giovani mani, e il cielo osserva e volge lo sguardo altrove. E tace. Come il mio pensiero orfano di parole.
A New Delhi l'aereo possiede già la terra. Non vedo l’ora di annusarne l’odore. Che sa di smog, cenere e spezie. Appena fuori dall’aeroporto, avvolto in una leggera nebbia mattutina, donne accucciate tagliano l'erba con le mani. La guida ci dice che l'ospite da queste parti è un Dio. Ci dona una collana di tagete, gialle come l'intelligenza, rosse come la purificazione. Il colore delle spose. In un attimo siamo a Delhi, 16milioni di abitanti. E' domenica, il traffico è minore degli altri giorni eppure mi appare caotico. Ai lati, favelas e cumuli di immondizie di plastica. Qui ognuno fa quello che vuole. La prima regola è la NON regola. Polvere e gente ovunque. Qualcuno ha la mascherina sulla bocca. Qualcun altro dorme o chiede l'elemosina. Corvi minacciosi, a frotte, anneriscono il cielo e turbano con il loro gracchiare ghiotto di prede. Clacson impazziti, caos, e poi, improvviso, il nostro hotel. Di lusso, in mezzo alla desolazione di chi non ha nulla, nemmeno un tombino per casa. Donne minute avvolte in sporchi sari, si stendono a dormire, con bambini nudi e vecchi, padroni solo delle loro quattro ossa. La Guida dice che ogni minuto nascono 51 bambini in India. Sottile e incisiva la mia sensazione di disagio. Ma è passeggera. La prima meta è la Moschea di Jama Masjid, ma, per arrivarci, passiamo attraverso un brulicante mercato. Un carnaio fluorescente dove si vendono perfino le immondizie, si fa il bucato in una nera pozzanghera, si fa il pane e lo si attacca alla parete di un muro sudicio. Si fa pipì addosso alla gente. C'è chi contratta, chi dorme sdraiato su stracci e capre, in visioni da cottolengo a cielo grigio. C’è chi cammina come un animale a quattro zampe, chi sfodera piedi da elefante, chi zoppica con gambe forse spaccate da piccolo. Avanza forzando le braccia, per mendicare in modo più redditizio. Cambio di visuale: si va verso il Forte Rosso, del 1638, in pietra arenaria. 200 rupie ( 3 euro) è lo scotto da pagare se si vuole fotografare. Via le scarpe e si entra. Un vecchio bramino intrattiene un gruppo di fedeli affascinati. Noi turisti siamo una sorta di attrazione per gli indiani che ci guardano, ridono, salutano, e si mettono in posa per la foto con noi. Molti hanno la digitale, dai bambini a una bisnonna, rugosa e magra come un'acciuga. Porta India si profila nella sua eleganza alla gente che da quelle parti soggiorna. Come il Presidente che proprio qui ha la sua casa, vicino al Parlamento e al Tempio Sick, il più grande di Delhi. In pieno centro. Nelle cucine centinaia di persone preparano gratis il pane e la zuppa di lenticchie piccanti. La offrono anche a noi esagerando nei ripetuti "Welcome again". Ogni sera mangiano qui oltre mille persone. I ricchi offrono il cibo, i volontari lo cucinano. Usciti dal tempio, immagini da raccapriccio pugnalano la nostra coscienza. Sotto cumuli di sacchi molte persone dormono sui marciapiedi. Una figura esile si muove leggermente, poi si alza, attratta dalla nostra curiosità e si profila dinanzi a noi. E’ una giovane donna, senza un occhio, la bocca senza labbra. Per mani due moncherini. Ci mostra il viso sfregiato, martoriato, forse con acido muriatico. Ci segue con tutta la sua tragedia nell'unico occhio che ci fissa nell’attesa di un dollaro. Nei 256 chilometri che separano New Delhi da Jaipur, sotto un cielo di corvi svolazzanti, bramosi di prede, ci intrufoliamo in un formicaio di tuk tuk, ricsò, carri trainati da dromedari, mucche zebù, libere di mangiare sassi e plastica. Smog fitto come nebbia non lascia spazio al sole. Donne scopano le strade. Qualcuno è sdraiato lì, dove tutti passano. Superiamo un bus. Bus? Meglio dire un contenitore di ragazzi, tutti in camicia bianca, stretti stretti. E poi moto, e auto, moscerini impazziti avvolti nella nebbia. Improvviso, si profila un tempio Jainista, dove un santone nudo e una santona di 85 anni che da 12 si sta lasciando morire, ci accolgono. Di buon grado si fanno fotografare, a proprio agio, nudi, liberi e puliti. Ovunque le donne, con sprazzi di sorrisi sull'uscio di tuguri orfani di tutto. Con la testa portaoggetti e ai piedi croste di cammino e terra e sterco. Donne, bambine, vendute, buttate. Meno di niente nel metro dei valori. Occhi verdi di mamme bambine, esili come giunchi e la luna nelle pupille. Solitarie umanità in movimento lento. Eccoci a Jaipur, la Città rosa, 4milioni di abitanti. Traffico e visi sorridenti, venditori a frotte. Il pulmino arancione, con “tourist” marchiato sulla fronte, avanza sbuffando. Dal finestrino leggermente appannato assisto con emozione al risveglio del Rajastan. Donne, dai sari coloratissimi, puliscono usci di baracche con fascine a forma di scopa. Qualcuno dorme ancora, come feto abbandonato. E’ il risveglio degli “Intoccabili”, padroni solo delle loro quattro ossa rannicchiabili a esigenza, di un sacchetto di plastica da accendere per scaldarsi, di un posto qualsiasi per liberarsi dagli escrementi. Nel traffico ancor più brulicante l’autista rallenta per evitare brusche frenate. Poi accelera, infiltrandosi in un varco che si apre come per magia proprio quando la collisione sembra inevitabile. Ci siamo. Il cuore della città vecchia di Jaipur è qui, con i maestosi palazzi che i Maharaja fecero dipingere di rosa in segno di ospitalità. Mani tese di bambini mendicanti. Denti bianchissimi e grandi occhi scintillanti, pronti a mettersi in posa per poi chiedere la mancia. L'occhio è indeciso se posarsi sulla meraviglia dei palazzi o sull’umanità tanto misera da togliere il fiato. Lo smog non lascia spazio al sole. L’aria è polverosa e secca. Entra nella gola e smorza il respiro. L’assedio di mendicanti mi distrae dalle meraviglie architettoniche e dall’urgente colpo di tosse mentre la nebbiolina s’infittisce e le fisionomie umane si incollano fra loro e a me. Lingue forestiere a cantilena velocissima bombardano le orecchie per vendere penne e cartoline. Giovani maschi si confondono con mamme bambine e neonati semi nascosti dai sari. Tra il frullare di mani e visi, uno attira la mia attenzione e mi fa uscire un “Che begli occhi”. Il resto sparisce d’incanto e rimangono solo loro: due, straordinari, occhi verdi. Due pagine di vita spalancate sul viso di una giovane ragazza. Occhi luminosi e sereni, con un sottofondo di dialogo le cui parole sono il battito di ciglia ed il tremolio impercettibile dell’iride. Mi entrano nell’anima come scheggia bollente. Noto la profonda cicatrice sotto le labbra carnose e l’anello d’argento sulla narice sinistra, i capelli neri orfani di pettine, con riga indefinita sulla testa. Io guardo lei, lei me. Ha la sua bambina di pochi mesi in braccio che le assomiglia in tutto. Ma la tiene indietro, quasi a proteggerla da sguardi indiscreti. Col sari verde e rosa un po’ sciupato, si fa avanti rispetto agli altri e mi dona un sorriso di denti bianchissimi, diradati a tratti, concedendosi alla fotografia. Dopo il mio click la sua mano mi tocca il braccio nell’evidente attesa di alcune rupie. Una saetta nella pancia mi fa guardare meglio quella mano calda sulla mia pelle. E’ piccola, affusolata, ambrata e sporca. Le unghie contornate da un sottile profilo nero. Ma il tocco è dolce e lei mi fissa dalla testa ai piedi con intensità decisa e supplichevole. So che non è giusto darle denaro, che tra quei ragazzi che vendono bracciali c’è sicuramente qualcuno pronto a rubarglielo o a picchiarla. Ma con me ho solo la macchina fotografica e glielo spiego come posso, in un miscuglio di gesti e parole. Lei abbassa lo sguardo, rassegnata e delusa. Un brivido ghiacciato dallo stomaco ai piedi va di pari passo con il rosario di pensieri, ormai padroni della mia razionalità. E sento la mia voce dirle “Sei bellissima”. Mi fissa ancora. Continua a sorridere, con la mano tesa e mille discorsi ingabbiati nell’iride dei suoi occhi verdi. Ad un tratto il suo sguardo si posa sul mio bracciale di perline bianche e luccicanti. Apre la bocca disegnando un “Oooh” di meraviglia, inarcando le sopracciglia perfette. L’idea di darglielo scocca proprio quando sento gridare il mio nome da una voce familiare che mi dice “Sei l’ultima, vieni". Corro sulle strisce pedonali, schivando auto e moto impazzite. In un baleno salgo sul pulmino arancione già in moto che parte mentre la porta è ancora aperta. Mi siedo al mio posto e con lo sguardo fino all’ultimo finestrino rincorro quella ragazza, la “Mia” ragazza dagli occhi verdi. Ma è già di spalle. Non le interesso più. Di lei mi rimangono una fotografia e un braccialetto di perline bianche e luccicanti che non sono riuscita a regalarle
bertol, 11/8/2012 19:08
Giovanna Carlot, 20/3/2012 09:58