Un viaggio fai da te, in compagnia di 7 amici all'avventurosa scoperta del Rajasthan.
RAJPUT TOUR - 1997
Mese di Novembre, aria di partenza, ferie e meritato riposo. Con i miei inseparabili compagni di avventura (Giacomo, Nico, Sergio, Jakie, Manu, Fabry e Linda) si parte per un viaggio “fai da te” alla scoperta dell’India, o meglio della parte nord-occidentale della stessa, il Rajasthan. Terra di lussi, fasti, imperi maestosi e costruzioni grandiose, stato che mi attraeva come una calamita per i suoi aromi, profumi, per i colori e per quell’aria da favola che credevo di trovare!
Partenza il 05/11/1997 alla volta di Orio al Serio, previsto decollo alle 7.05, a causa di un incidente al copilota partiamo alle 8.10. Come si suol dire “il buongiorno si vede dal mattino”. Dopo un interminabile scalo romano di cinque ore, rotta verso Kuwait city ed arrivo a Delhi alle 4.45 locali (+ 4,30 ore rispetto all’Italia). Immediatamente noleggiamo una piccolissima jeep (sembriamo otto sardine in una scatola un po’ troppo piccola!) e, a causa di un incidente stradale, impieghiamo ben sette ore per giungere a Jaipur, capoluogo Rajasthano. Stanchi, sporchi e sconvolti per il fuso orario e per il mancato sonno, siamo sopraffatti dal caos della città: tutti corrono, spingono, urlano, suonano… la strada è un pullulare di pedoni, ciclisti, motociclisti, taxisti, cammelli, cavalli, scimmie, risciò, macchine, camion, autobus e le innumerevoli, immancabili mucche sacre! Il rumore dei clacson è assordante, la sporcizia che ci accoglie allucinante a dir poco.
Demoralizzati, scappiamo da questo manicomio e, dopo tre ore di viaggio su un pullman malconcio e sporco, arriviamo ad Ajmer. Le cose non migliorano: sembra di essere nel bel mezzo della maratona di New York, con una piccola differenza: in India non ci sono solo pedoni! Dopo alcune ore di meritato riposo notturno, visitiamo Pushkar, l’annuale fiera dei cammelli non è ancora iniziata ma già molta gente è per strada, interminabili distese di cammelli e cavalli ci fanno presagire una manifestazione dalle grandi dimensioni. Visitiamo la cittadina e rientriamo in albergo con il tipico bollino rosso in fronte, dopo aver invocato la protezione del Karma.
L’India da me idealizzata prima della partenza comincia a sgretolarmisi tra le mani: vedo pian piano tutte le mie aspettative crollare sotto un cumulo di macerie. Oltre al caos a cui mai riuscirò ad abituarmi, mi assale una sensazione di nausea e ribrezzo per la sporcizia locale: tutto è abbandonato a se stesso, all’usura del tempo e alla distruzione dell’uomo che nulla fa per mantenere intatto e valorizzare un patrimonio artistico interessantissimo ma in forte stato di decadenza. Tutto è obsoleto, fatiscente: case (forse sarebbe meglio chiamarle “bettole”) costruite in fango…sporche, nude, malcurate e malridotte costeggiano ruderi di quelli che un tempo erano probabilmente palazzi di grande interesse architettonico ed artistico. La strada sembra una discarica legalizzata, tutto pare lecito e naturale: c’è chi fa i propri bisogni, chi sputa, chi vomita, chi mangia tranquillamente nelle immediate vicinanze di escrementi delle scheletriche mucche che incontrastate “pascolano” per strada incuranti del traffico e della vita cittadina. La rete fognaria (che bestemmia usare questo termine!) consiste in piccoli canaletti che costeggiano le vie delle città, rivoli di sporcizia liquida che fa da contorno alla situazione.
Udajpur, raggiunta dopo 6,30 ore di pullman di linea, non attenua la mia delusione: da tutti considerata città romanticissima e affascinante, la “Venezia d’Oriente” mi appare maltenuta ed insignificante. I grandi palazzi dei Maharajà che svettano nella cittadina sono imponenti, grandiosi, decoratissimi e di grande fascino, soprattutto se osservati alla luce del tramonto dal battello sul lago Pichola, ma lo stato di degrado, la sporcizia e la povera gente che incessantemente (per vizio o per bisogno) chiede l’elemosina, mi inibiscono un giudizio positivo