Rajasthan in libertà

L'otto maggio 2008 Massimiliano e io siamo partiti per un viaggio di 19 giorni in India. Più precisamente a Delhi, Agra e nelle principali città del Rajasthan. Il nostro è stato un viaggio “zaino in spalla”, con l’itinerario stabilito (quasi) ...

  • di RossaNaturale
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

L'otto maggio 2008 Massimiliano e io siamo partiti per un viaggio di 19 giorni in India. Più precisamente a Delhi, Agra e nelle principali città del Rajasthan. Il nostro è stato un viaggio “zaino in spalla”, con l’itinerario stabilito (quasi) giorno per giorno. Non abbiamo prenotato nulla e per gli alberghi abbiamo usato come “bussola” la Lonely Planet. Le scomodità e gli sporadici disagi che abbiamo trovato sono evitabili visitando l’India con un viaggio organizzato. Tuttavia è un modo di viaggiare che a Massimiliano e a me non piace molto. Tutte le principali città del Rajasthan hanno un palazzo o un forte, eredità dei maharajà, che hanno per secoli dominato la regione. Grazie alle molte attrazioni, il Rajasthan è una zona tra le più turistiche del paese, però è anche una tra le più povere. L’India è una terra affascinante ma piena di contrasti; la sua cultura comporta usanze e modi di fare che a noi possono sembrare contradditori. Con questo paese bisogna avere quindi un po’ di pazienza, non pretendere di capire tutto. L’igiene e la comodità sono sempre relative, anche negli alberghi di buona categoria, e la capacità di adattamento è necessaria quanto il visto. Tuttavia se la si prende per il verso giusto, l’India è magica e indimenticabile. Impossibile andarci senza volere, dopo qualche tempo, ritornare.

9 maggio: Atterrati a Delhi abbiamo preso un taxi prepagato e ci siamo fatti portare all’Inter State Bus Terminal, sicuri che in quella che ci è stata venduta come la principale stazione dei bus di Delhi dovevano “Per Forza” partire bus per Agra. Invece, con nostro grande disappunto, non è così. La ragazza in biglietteria ci scrive su un foglietto il nome della stazione giusta e lì ci facciamo portare con il nostro primo (di molti) motorisciò. Sarai Kale Khan è la stazione dalla quale partono i bus per Agra e per le principali città del Rajasthan. "Local Bus" senza aria condizionata, sul quale gli indiani viaggiano stipati uno sull’altro, senza accusare particolari disagi. Noi invece li accusiamo, anche perché abbiamo due zaini “king size” tra le gambe e otto ore di volo sulla groppa. Non immaginavamo che il nostro viaggio sarebbe iniziato su un mezzo così “sgarrupato”, ma ora ci sentiamo solo molto fortunati se questo bus ci porterà ad Agra in meno di 5 o 6 ore ore. (Curiosità 1: Il motorisciò. Anzi il Rickshaw, come lo chiamano gli indiani. È il più diffuso, popolare, economico, semplice e inevitabile mezzo di spostamento nei centri indiani. Consiste in un’Apecar modificata e il prezzo medio di una corsa è 50 rupie, meno di un euro. L’autista di motorisciò a volte è anche una guida improvvisata e si offre di farvi fare dei Sightseeing. Se ne trovate uno dall’aria affidabile e non troppo insistente (sono rari ma ci sono...) potete accettare, a patto di concordare in anticipo il prezzo e non farvi portare in negozi e bazar (dove l’amico ha una lauta commissione). Esiste anche la versione Ciclorisciò, delle bici con rimorchio "trainate" da un indiano, di solito macilento. Su questi Massi e io abbiamo avuto un confronto di opinioni; lui sosteneva che per queste persone il Ciclorisciò è uno strumento di lavoro e fonte di guadagno. Io però sono in difficoltà psicologica all’idea che un essere umano debba faticare per trasportarmi. Ne abbiamo preso uno solo, ci siamo offerti di scendere durante una salita e gli abbiamo lasciato una lauta mancia. Sarà anche lavoro ma questa è una delle mille cose dell’India che mettono in difficoltà la coscienza e la capacità di comprensione) A pochi metri dalla partenza del bus salgono venditori di giornali, acqua, cocco, tovaglie, cipolle, portafogli. Siamo gli unici visi pallidi tra un mare di indiani; questa condizione ci diventerà presto molto familiare... La temperatura alle 10 di mattina supera già i 35 gradi, cosa che amplifica gli odori, la stanchezza e l’insofferenza. Lasciamo la regione dell’Haryana ed entraimo nell’Uttar Pradesh, costeggiando panorami deprimenti. I piccoli agglomerati urbani sono caotici, caratterizzati da costruzioni semidistrutte, ma nelle quali la gente sembra vivere e lavorare normalmente, merci di ogni genere vendute su carretti o direttamente in terra; su tutto una povertà avvilente (che comunque ci aspettavamo) e un territorio privo di qualunque attrattiva naturale (cosa che invece ci coglie alla sprovvista). I sari delle donne sono una nota di colore che però non riesce a rendere lo scenario più allegro. Speriamo che il Rajasthan ci riservi sorprese più piacevoli. Arriviamo ad Agra dopo 5 ore e 250 chilometri. (Curiosità 2: Il Traffico. Sulle superfici polverose e frastagliate delle strade indiane (a meno che non siamo autostrade) circolano bus, auto, moto, risciò, carri trainati da cavalli o cammelli, camion (bellissimi i camion dipinti coi colori sgargianti e l’immancabile scritta Blow Horn!), pedoni e creature di ogni genere. I mezzi dotati di clacson lo suonano senza soluzione di continuità. I sorpassi sono bipartisan, indifferentemente da sinistra o da destra (basta annunciarsi col clacson) e non è infrequente la guida contromano. Che dire? E’ un’opinione personale ma un paese che non conosce il codice della strada non dovrebbe possedere la bomba atomica...) Agra è una città con poche attrattive ma ospita il famoso Taj Mahal. Il nostro albergo è vicinissimo all’edificio nella circoscrittissima zona interdetta ad auto e risciò (provvedimento palliativo per non affumicare troppo il candido monumento con le emissioni). E’ semplice, spoglio ma confortevole e ha un incantevole giardino, dove si può fare colazione o godersi un po’ di frescura pomeridiana. Qui per la prima volta ci rilassiamo, ci facciamo una doccia (l’acqua calda non c’è ma in queste condizioni non è un problema). 10 maggio: Tra imponentissime misure di sicurezza (che comprendono il palpaggiamento diretto e il metal detector), visitiamo il Taj Mahal. Qui scopriamo che nella maggior parte dei monumenti indiani i turisti stranieri pagano molto più degli indiani (e possiamo accettarlo) e spesso c’è un extra per la macchina fotografica (questo invece sembra una cavolata...). Nel biglietto d’ingresso però è compresa anche una bottiglietta d’acqua (siamo sempre a quasi 40 gradi) e due sacchetti copriscarpe per entrare all’interno del mausoleo. Al pomeriggio visitiamo l’Agra Fort e Fatehpur Sikri, una piccola città abbandonata dove l’imperatore moghul Akbar (lo sentirete nominare spesso se visiterete l’India settentrionale) ha costruito un imponente complesso di palazzi, con “depandance” per ognuna delle sue re mogli

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