L'odore dell'india

La maggior parte di noi si porta dentro, da sempre, un viaggio, che non è una semplice visita o una vacanza, ma un’esperienza. L’India è stata per me l’esperienza che stavo cercando, un posto che si vive, si respira, al ...

  • di Alessia Carboni
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

La maggior parte di noi si porta dentro, da sempre, un viaggio, che non è una semplice visita o una vacanza, ma un’esperienza. L’India è stata per me l’esperienza che stavo cercando, un posto che si vive, si respira, al quale sento, per motivi misteriosi, di appartenere.

Non ho mai visto tanta gente, tutta insieme, in vita mia. Il paese è tutto per strada, nella stessa strada dormitorio delle vacche sacre, dove passano indifferentemente persone, macchine, risciò, asini, cammelli, carretti, biciclette e, naturalmente, le vacche che hanno la precedenza su tutti e da tutti rispettate. Avevo letto prima di partire che chiunque volesse farsi un’idea di ciò che è veramente il fenomeno religioso doveva andare in India. Essenzialmente è vero ma temo di esserci stata troppo poco tempo per essermi fatta quest’idea. Anche per questo ci tornerei, subito! L’India è inesauribile, affascinante ma è anche assurda, ed emotivamente violenta: c'è ovunque immane miseria, sporcizia, pestilenziali fogne a cielo aperto, che scorrono tra il marciapiede e le case, friggitorie fumanti, cibi dai colori vivaci, minuscole botteghe traboccanti di qualsiasi tipo di merce, uomini accovacciati sui marciapiedi che improvvisano i più impensabili mestieri, c’è quello che ti pulisce le orecchie, quello che con una vecchia e approssimativa bilancia ti pesa, quello che ti vende medicine miracolose e quello che semplicemente ti fa la barba, con o senza il supporto di una bottega. Ovunque in India si avverte la presenza della morte con i suoi colori, la sua atmosfera e il suo odore, un odore di polvere, di spezie e di decomposizione.

E poi c’è l’indifferenza, che è certamente frequente in India. Gli indiani sono il popolo più indifferente di fronte alla sofferenza e alla morte che io abbia mai visto. Ma è un’indifferenza che non ha niente a che vedere con l’insensibilità, la freddezza o la rassegnazione, è serenità, è pace, è comunione.

Insomma, l’India vista con gli occhi di un turista superficiale può anche essere una grande delusione, ma non lo è stata per me.

Il nostro viaggio è iniziato il 13 agosto 2007 da Roma, abbiamo scelto l’India del Nord o forse è stata l’India del Nord a scegliere noi 8 ragazzi romani, da anni compagni di viaggio. Siamo arrivati a Delhi di notte: caldo, afa, zanzare, uomini che dormivano sul marciapiede sdraiati di lato con la testa poggiata su un braccio come se fossero naturalmente nel loro letto o forse erano nel loro letto. La notte a Delhi è stata calda, afosa, rumorosa, in un hotel decente ma non bello, insomma un buon impatto ma forse ci aspettavamo qualcosa di più, è pur vero che erano le 4 di notte ed era solo la nostra prima notte! Il giorno dopo (14 agosto) siamo partiti alla volta di Mandawa. Le strade erano piene di gente colorata e povera, macchine ovunque, camion spesso contro mano protagonisti di sorpassi impossibili, tuk-tuk colmi di indiani, carretti trainati da cammelli, donne che trasportavano mattoni sulla loro testa, bambini di ogni età dallo sguardo triste e il sorriso sulle labbra. Il castello di Mandawa è bellissimo. Quando siamo arrivati la luce era perfetta mancava poco al tramonto. Il castello è antico, quasi fatiscente ma incredibilmente affascinante, narra storie di vite passate, si respira una atmosfera antica anche nelle stanze sistemate per gli ospiti e negli abiti tradizionali dello staff che ti accoglie. Un posto da assaporare girando e rigirando tra le viette e le terrazze del castello alla ricerca di un angolo di pace, dove pensare, leggere un libro, meditare, respirare aria fresca, godersi al tramonto una brezza leggera al di sopra della città sporca, maleodorante, un po’ abbandonata di Mandawa. È comunque una cittadina che vale la pena vedere con i suoi antichi haveli, le botteghe d’artigianato ma con il pensiero che al tramonto si tornerà nel castello, in questo angolo di paradiso indiano. Dopo una buona cena ricordo che abbiamo chiacchierato al buio, sotto le stelle, c’era una musica in lontananza...Felici di essere in India. La mattina dopo (15 agosto) siamo ripartiti e, dopo una breve sosta al villaggio di Fatehpur, dove abbiamo avuto un primo reale contatto con la fame dei bambini indiani e il caos infernale di questo paese, siamo arrivati a Deshnok, al Karni Mata Temple, meglio conosciuto come il tempio dei topi sacri. Noi con i calzini e le buste ai piedi, loro scalzi e tranquilli, che pregavano e veneravano i topi che ormai abitano il tempio correndo da una parte all’altra. Non ci sono molte parole per spiegare questo posto, non possiamo pensare di comprenderlo razionalmente, soprattutto noi occidentali così attenti all’igiene. È stata senza dubbio un’esperienza forte, così come forte era l’odore nauseante o la vista di chi beveva dalla medesima ciotola dei topi, ma al tempo stesso un’esperienza unica ed irripetibile. Nel pomeriggio siamo arrivati a Bikaner, abbiamo visitato la fortezza e poi abbiamo alloggiato in un altro palazzo da Mille e una notte. Ci siamo regalati un fantastico massaggio ayurvedico, una cena in giardino a lume di candela e uno spettacolo tradizionale indiano. È stata decisamente una giornata dalle forti contraddizioni ma credo che l’India sia anche questo e non solo per noi turisti

  • 2344 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social