Italia - Guinea Bissau on the road

Sulle strade dell'Africa Occidentale con due moto ed un'auto medica da donare ad una comunità della Guinea Bissau

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  • Viaggiatori: 6
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Due moto ed un’auto medica lungo le strade dell’Africa Occidentale

22 dicembre 2009 – 10 gennaio 2010 di Marco Ronzoni

Siamo sei amici lombardi, tutti legati attivamente all’Associazione Onlus “Amici della Guinea Bissau” di Busto Arsizio (Va): Alberto, Davide, Monica, Paolo, Paola (la mia compagna) ed io, Marco. Io, Alberto e Paolo eravamo già stati diverse volte presso la Missione Cattolica di Ingoré, un piccolo villaggio di quel piccolo stato dell’Africa Occidentale geograficamente nascosto a sud del più famoso Senegal. Da sempre sognavamo di potervi arrivare un giorno con un mezzo che non fosse l’aereo e quando il destino ce ne ha dato l’opportunità, a tutti noi già brillavano gli occhi. L’eterna e vitale necessità di un’unità mobile di soccorso che potesse garantire un'assistenza sanitaria anche nei villaggi più interni ed inaccessibili di quella parte della Guinea Bissau gravata, tra l’altro, di collegamenti stradali impegnativi (la maggior parte piste che, soprattutto nella stagione delle piogge, si trasformano in acquitrini fangosi), richiedevano la presenza sul territorio di un mezzo adeguato che implicava un impegno economico gravoso. La recente donazione all’Associazione di una fuoristrada TOYOTA 4runner usata ma in buone condizioni da parte di una sostenitrice, dava vita al progetto: trasformarla in auto medica e consegnarla alla Missione. Realizzarlo non sarebbe stato facile: la priorità assoluta era recuperare il denaro necessario senza pesare sulle casse dell'associazione o senza esorbitanti costi di autofinanziamento. Un modo poteva essere la creazione di una sorta di "evento" che tentasse di recuperare fondi ed attirare sull'associazione un po' di interesse. Dentro di noi la volontà di realizzare qualcosa di importante, il forte impulso dell'avventura e la passione per le due ruote ci hanno suggerito la grande idea: condurre via terra l'auto medica fino alla missione, accompagnandola in moto attraverso Marocco, Sahara Occidentale, Mauritania, Senegal, Gambia per giungere infine in Guinea Bissau. Era un caldo giorno dell’estate 2009. La rinnovata generosità della BTSR, un’azienda di Olgiate Olona (Va), ha messo subito a disposizione i fondi necessari alla trasformazione della Toyota ed alle spese di viaggio. Successivamente, a cascata, si sono aggiunti “sponsor” tecnici e finanziatori che hanno contribuito sostanziosamente al progetto. Il passo successivo è stata la lunga e laboriosa programmazione del viaggio, in tutti i suoi componenti tecnici, burocratici e logistici. Mentre le settimane passavano inesorabili, tutti i tasselli dell’organizzazione andavano al proprio posto e prima di potercene rendere davvero conto ci siamo trovati alla vigilia della partenza.

22 dicembre 2009 – ore 05:00 – Se proprio doveva cominciare male, certo non poteva andare peggio. Oltre 30 cm di neve caduta nella notte ci accompagnano sulla strada verso Genova verso l’imbarco dell’enorme traghetto della GNV per il Marocco. La nave è semivuota. Durante le oltre 48 ore di navigazione sfruttiamo la forzata inattività per accumulare un po’ di riposo. Finalmente, la sera del 24 siamo in Africa. Il sole sta tramontando su Tangeri; tutto si riempie di una luce calda e le ombre si allungano. Il tipico ed inconfondibile odore di questa terra ci avvolge mentre scendiamo dalla nave. Sul porto scende l’oscurità ed una fitta pioggia. Radunati i veicoli, recuperiamo le assicurazioni locali e qualche dirham per le prime spese e per il carburante. Le ruote incominciano a girare…

25 dicembre 2009 - Alle prime luci dell’alba, il vero viaggio inizia. E’ Natale. Di solito scartiamo i regali nel calduccio delle nostre case e ci soffochiamo di pietanze di ogni genere. Stavolta invece lo passeremo guidando sotto la pioggia sulla bella autostrada tra Tangeri e Casablanca. La temperatura è fredda. Noi motociclisti ammettiamo senza vergogna di essere ricorsi al tepore delle manopole riscaldate (grande accessorio delle nostre BMW GS) mentre Alberto e Paolo in auto godono di riscaldamento, finestrini e tergicristalli (che invidia…). Abbiamo in programma tappe giornaliere diversificate: distanze maggiori (fino a 650 km) per trasferimenti diretti e distanze minori (300/350 km) in presenza di dogane da attraversare o probabili numerosi posti di controllo. Il tutto, ovviamente, compatibilmente con la geografia del luogo e la distribuzione sul territorio delle città nelle quali poter passare la notte. Riempiamo subito le taniche supplementari che teniamo sopra la Toyota: 40 litri di gasolio e 40 di benzina verde ci saranno utili se e quando non dovessimo trovare carburante lungo la strada. Dopo una breve sosta nell’affascinante Rabat raggiungiamo l’aeroporto di Casablanca. Paola e Monica stanno arrivando in aereo da Malpensa ma il loro aereo è in forte ritardo. Paolo ed Alberto raggiungono subito Marrakech per trovare un albergo mentre io e Davide restiamo ad aspettarle. Il tempo continua a rovesciare pioggia e vento. Quando finalmente riabbracciamo le nostre compagne, si sta facendo buio e di conseguenza preferiamo sistemarci in un asettico hotel proprio fuori l’aeroporto, dispiaciuti per non poter vivere il calore ed il fascino della piazza Jemaa El Fna di Marrakech. Sarebbe stata una sera di Natale ancora più bella..

26 dicembre 2009 - Il gruppo si riunisce definitivamente in mattinata oltre Marrakech. Ha smesso di piovere ed è spuntato un tiepido sole. Ci muoviamo quindi in ordinata colonna verso Agadir. Il paesaggio è stupendo, arricchito dal rosso della terra e dal dolce saliscendi della strada. Grossi autocarri, stracarichi al limitedell’equilibrio, procedono a passo d’uomo arrancando sulle salite ed oscurando il cielo con nuvole di fumo nero dagli scarichi. Agadir, raggiunta nel primo pomeriggio, è una bella città affacciata sull’Oceano Atlantico, turistica ma con una propria identità nordafricana. Raggiungiamo il buon albergo prenotato dall’Italia e saziamo la fame con carne di manzo e di pollo comprata da dei macellai e cotta alla brace in un baretto del grande mercato del centro.

27 dicembre 2009 - Con la tappa di oggi varcheremo il confine virtuale del Sahara Occidentale. Inizia la parte dura del viaggio. Le città si diradano distanziandosi anche di centinaia di chilometri e l’offerta di sistemazioni per la notte o di rifornimenti di carburante sarà decisamente inferiore. Oltre Tiznit e fino a Guelmim si viaggia tra scenari incantevoli fatti di alternarsi di pianure e montagne, poi improvvisamente si apre davanti a noi un’immensa pianura desertica. Poco dopo Tan Tan veniamo fermati da un primo posto di blocco. Al controllo dei documenti, subito un militare marocchino nota sulla borsa laterale della mia moto la bandierina del Sahara Occidentale. E’ allineata con una quindicina di altre piccole bandiere che rappresentano le nazioni che io e Paola abbiamo visitato in moto durante le nostre vacanze e quelle che toccheremo in questo viaggio. Il Sahara Occidentale è il più grande territorio non indipendente del mondo. Ex colonia spagnola, attualmente è una “Provincia interna” del Regno del Marocco ed il militare, indicando con vigore lo stemma nazionale che porta sulla manica della divisa, ci rammenta che siamo a tutti gli effetti in Marocco. Il Sahara Occidentale non esiste e quella bandiera è un’offesa. Ricorrendo alle 10 o 12 parole di francese che conosco condite da frasi dialettali lombarde, chiedo umilmente scusa per il mio gesto irriverente. La tensione si placa e mi restituiscono il passaporto solo quando finalmente riescono a staccare l’adesivo dalla borsa. Da lì in poi iniziano una serie ininterrotta di controlli di Polizia ed Esercito che frammentano piuttosto regolarmente il nostro passo. Ci tornano utilissime le “fiches”, una sorta di scheda riassuntiva dei dati personali che abbiamo compilato in inglese, francese, spagnolo e portoghese, completate inoltre dall’arabo, dettaglio molto apprezzato. Molte volte sono state sufficienti tanto da non dover nemmeno esibire i documenti originali. La stupenda strada che passando da Tarfaya conduce a Laayoune lambisce la costa affacciandosi di sovente su scogliere a picco sulle onde dell’Oceano Atlantico. I chilometri passano regolari ed al tramonto arriviamo a destinazione. Laayoune, “capitale ufficiosa” del Sahara Occidentale, appare come una città di frontiera. Disordinata, piena di taxi e di mezzi ed uomini delle Nazioni Unite. Niente di bello da vedere, solo una città da sfruttare come ponte verso il profondo sud del Marocco. Troviamo alloggio proprio in centro, incastrati nelle strette vie laterali del corso principale.

28 dicembre 2009 - E’ ancora buio quando, nel freddo dell’aria mattutina, usciamo da Laayoune per immetterci su una monotona strada che per oltre 300 chilometri offrirà solo rettilinei di decine di chilometri. Intorno il nulla, una pietrosa distesa desertica punteggiata da dromedari semiselvatici ed ingentilita da qualche scorcio di azzurro del vicino Oceano. I colpi di sonno sia per noi motociclisti che per Alberto e Paolo alla guida della Toyota sono quasi insostenibili. Negli oltre 500 km tra Laayoune e Dakhla praticamente c’è solo Boujdour, un piccolo agglomerato di abitazioni posto a circa 1/3 del percorso. La presenza umana in tutto il resto della strada è rappresentata da rarissime stazioni di servizio e sperduti posti di blocco militari. Ad ogni controllo ti rivolgono qualche stupida domanda, da dove vieni, dove vai, quanto costa la moto, a quanto và e si stupiscono, o fingono di farlo, quando capiscono che siamo italiani. Avevamo deciso di mentire sistematicamente sia sulla nostra destinazione sia, soprattutto, sul motivo del nostro viaggio. Preferiamo spacciarci per un paio di moto scortate da una fuoristrada alla ricerca dell’emulazione di un mitico raid, piuttosto che per sei volontari che stanno andando in Guinea Bissau a consegnare un’ambulanza (le croci rosse erano state coperte da grossi adesivi bianchi). Qualunque forma di missione umanitaria presuppone il trasporto di generi di utilità riservati ad aiutare il destinatario e purtroppo in questo viaggio ogni paese attraversato ha o pensa di avere almeno le stesse necessità di quello d’arrivo. Ciò avrebbe comportato una serie ininterrotta di richieste di cadeaux o addirittura di sequestri di merce, oltre che attirare troppa attenzione su di noi. E ha funzionato. A circa 200 km da Dakhla ci fermiamo per fare rifornimento e per riprendere conoscenza dopo il torpore di troppi chilometri. La benzina verde incomincia a scarseggiare. E’ il primo di diversi rifornimenti fatti con benzina imprecisata di cui non si conosce bene “il colore” o gli ottani. Le moto continueranno a girare bene, nonostante il fastidioso tintinnio delle valvole ed i suoni rauchi emessi dai motori quando si chiede loro di riprendere da bassi regimi. Il gasolio invece non sarà mai un problema. Al massimo la Toyota la caverà con pestilenziali sbuffate nere dallo scarico. Dal rifornimento in poi la strada si fa un po’ più interessante. Straordinario l’incontro con un gruppo di dromedari selvatici che dondola sparpagliato lungo la strada. Rallentiamo e ci fermiamo. Uno di loro si avvicina lentamente alle moto. Si trattiene per alcuni secondi a pochi centimetri dalla nostra, allungando curioso il sottile collo verso quello strano essere giallo con in groppa degli umani con buffi copricapi. Poi si ritrae allontanandosi con indifferenza. La zona collinare che affrontiamo poco dopo ci obbliga finalmente ad utilizzare volante e manubri per seguirne l’andamento sinuoso. Formazioni rocciose che in scala ridotta ricordano quelle della Monument Valley in Arizona e la costa frastagliata del vicino oceano, arricchiscono il panorama. Dakhla è posta all’estremità della lunga e stretta penisola di Rio de Oro che si estende protesa verso sud parallela alla costa per circa 40 km. Per raggiungerla percorriamo un tratto di strada di straordinaria bellezza. Scavalcata una sella tra due colline, ci appare una visione mozzafiato a perdita d’occhio sulla penisola. La strada sembra il segno di una gigantesca frustata rimasta tatuata sulla pelle liscia del deserto. Le acque dell’oceano che la lambiscono sui due lati sono di un azzurro incantevole e decine di kite-surf colorano le spiagge affacciate sul porto naturale creatosi tra la penisola e la terraferma. Dakhla, capoluogo della regione Oued Ed-Dahab-Lagouira, è una cittadina abbastanza turistica, frequentata soprattutto da ogni tipo di surfista, con un piccolo “centro” dove fermenta un po’ la vita serale e dove si trovano i pochi ristoranti, semplici ma con ottima cucina. Offre poche sistemazioni alberghiere ma alcune di buona qualità

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Commenti
  1. mronz
    , 30/12/2010 11:52
    Ciao. Grazie per il commento. Gli apprezzamenti valgono tanto quanto l'impegno e servono da sprone per continuare sulla stessa strada e con gli stessi obiettivi.
    Buona vita. Marco
  2. lucazeppelin
    , 9/12/2010 17:42
    Complimenti, siete stati davvero straordinari, bisogna dire che persone come voi fanno bene al mondo indipendentemente da quale bandiera organizzativa battano, aiutare gli altri e portare un sorriso in certi luoghi è sempre un atto fantastico e dovrebbe essere un esempio per tutti quei criminali che sfruttano la fame nel mondo per scopi di lucro o per mera spacconaggine.

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