Il Paese degli uomini che vivono tre volte

Sopravvivere, in Guatemala, è una pratica antica

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 6
    Spesa: Oltre 3000 euro
 

Dalle stele ancora fissano, pietrificati, le radici serpeggianti scalzare i gradoni dei palazzi, i secoli sgretolare le acropoli altezzose, il sole bruciare le piazze cerimoniali. Cogli occhi sbarrati squadrano genti d’ogni dove affacciarsi per un attimo sul loro mondo, calpestare i recinti sacri e violare le stanze riservate ai sacerdoti. Ed è solo all’imbrunire che quei sovrani maya tornano signori delle piramidi imponenti e degli spiazzi erbosi, dove arrivano appena i richiami degli uccelli e i fremiti dell’umida giungla subtropicale che avevano eletto a proprio paradiso, a proprio inferno. E nella giungla ritrovano ragion d’essere gli altari e la loro offerta di vento a un dimenticato, sanguinario Olimpo, mentre le enormi pietre zoomorfe riportano allo stringente hic et nunc lo spirito degli animali che ancora serpeggiano, scivolano, saltano e s’appostano, intessendo un groviglio verde di varchi, voli, versi e voci.

Questa foresta ha dato la vita a uomini dall’indole bellicosa che crearono una società spietata di caste e di conquiste. La conoscenza puntuale e completa dell’ambiente non bastò però ad arginare la cieca presunzione o l’incompetenza – problemi acutamente attuali – dei governanti, che avevano forse dimenticato l’impegno solenne giurato dai loro antenati alla Terra. Fu una gestione irresponsabile delle risorse naturali, una macromutazione genetica causata dalle droghe e dall’alcool o un lungo periodo di siccità ad azzerare uno dei trionfi più notabili dell’ingegno umano? Gli ultimi Maya a venir sepolti erano giovani e malati. E’ lì, dove i glifi delle stele e delle architravi tacciono, che occorre cercare, lì dove un millennio e mezzo di progressi e di ampliamenti è imploso, forzato dal potere della natura o dalla natura ciclica delle vicende umane. Noi, testimoni d’un’era di gloria lontana nello spazio e nel tempo, assistiamo attoniti e muti, incapaci di entrare nella logica, di intuire le ragioni, per sempre relegati fuori da quest’ambiente così remoto, così arcaico, così alieno. Noi stranieri, se solo cediamo alla tentazione dell’apprezzamento, dell’ammirazione, cadiamo vittime dell’incantesimo maya. Per primitive che ci appaiano – la ruota era conosciuta ma, essendo sacra, non era utilizzata –, l’unicità dell’espressione, la ricchezza dei bassorilievi, la complessità dell’iconografia e l’ambizione irrefrenabile di perforare il livello terrestre per arrivare al celeste hanno sedotto archeologi e avventurieri sin dal 1881, quando l’interesse scientifico prevalse sull’indifferenza colla quale gli spagnoli avevano registrato, più di due secoli prima, la scoperta di quegli antichi insediamenti, passando oltre in cerca di utili immediati. C’è sempre un tesoro sconosciuto all’inizio d’un viaggio alla scoperta di un mito, e la muta presentazione che ne fa Iximché, la prima capitale, apre con cautela lo scrigno d’un tempo favoleggiato, d’una terra da scoprire al di là degli oceani dell’ardimento. Le sue pietre invitano a intuire l’interazione tra i luoghi e gli esseri, tra il reale e l’immaginario, e dalle pietre inesorabilmente spoglie e misteriose salgono i fantasmi dell’eterno ieri, spiriti incapaci di scomparire che impercettibilmente accordano la nostra sensibilità ai registri, alla pluralità delle voci che ci attendono. Le mutile basi squadrate che si susseguono sulle aride ondulazioni di Iximché offrono appena un sentore della monumentalità che si scoprirà più a nord, ma la loro finalità rituale comunica il senso che lì si è partecipato significativamente al grande mistero, che lì bene e male, tempo e non tempo, vita e morte hanno lottato e lì le arcane potenze che regolano il visibile e l’invisibile si sono rivelate agli umani. E lì capiamo che c’è una presenza nascosta in ogni oggetto, si tratta solo di affinare la percezione e sintonizzarsi sulla giusta lunghezza d’onda

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