In un villaggio del Guatemala

Santa Cruz la Laguna è un centro abitato dai cakchiqueles, uno dei tanti gruppi etnici maya. Spesso salgo in paese per comprare da mangiare: banane, quesitos, pomodori, riso, pasta, bustine d’acqua da 500 cl, caffè, birre, gallette, uova. Gli alimentari ...

  • di vinci
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Santa Cruz la Laguna è un centro abitato dai cakchiqueles, uno dei tanti gruppi etnici maya. Spesso salgo in paese per comprare da mangiare: banane, quesitos, pomodori, riso, pasta, bustine d’acqua da 500 cl, caffè, birre, gallette, uova. Gli alimentari qui non si può certo dire che siano forniti. Ma comprare scatena enormemente la fantasia. Inoltre, a volte passano i venditori a domicilio. Chiedono se sei interessata a comprare, entrano e ti mostrano la loro mercanzia. Queste piccole persone sono formidabili. Vivono a 1.665 metri di altitudine, a 200 metri sul Lago Atitlàn, raggruppati in una comunità di duemila anime delle quali buona parte sono bambini desiderosi di giocare, e passano la loro vita a salire e scendere dal villaggio. La cosa, per una borghesuccia made in Italy come me, non è delle più semplici, né delle più appetibili. A parte qualche piccolo pianerottolo dei quali il più grande è un campetto da calcio davanti alla chiesa principale, non ci sono pianure a Santa Cruz la Laguna, il paesino più ripido che abbia mai visto. La gente, dicevo, passa porta a porta per vendere. Spesso viene da paesini vicini, o da Panajachel, il centro più grande. Scendono dalla lancia e iniziano la dolorosa ascesa.

Io, ogni volta che dalla lancia salgo fino al mio alloggio ho la lingua a terra per buoni dieci minuti. Ma loro, carichi fino all’inverosimile, resistono (e per un tragitto parecchio più lungo del mio). Spesso sono carichi di legna, che scende su tutta la loro schiena, legata da alcune corde e appuntata in cima alla testa, a volte portano i frutti dei faticosi raccolti, anche questi sostenuti con enorme maestria e dignità sulla testa. Sono uomini o donne, non di rado bambini. Tutti indistintamente carichi a un punto che un italiano non sopporterebbe per più di cinque minuti, e in pianura. Ma questa è la loro vita. Non possono scegliere, loro. Salgono lentamente, a passo di tartaruga. Nessuna premura, c’è tutto il tempo. La testa china a terra i portatori di legna, alta e rigida i venditori di cibo coi loro grossi cesti di vimini.

La quasi totalità delle donne porta il traje tipico, l’abito tradizionale imposto loro anticamente dagli spagnoli all’epoca della conquista, ma che oggi è motivo di orgoglio nazionale. Questo abito si compone di due parti: il guipil e il corte, cioè la camicia di tela grossa, tessuta e ricamata a mano con le fantasie e i colori locali e la gonna, una tela lunghissima attorcigliata e stretta forte attorno alla vita per mezzo di una cintura anch’essa tessuta e ricamata a mano con grande fatica. Il tutto è acquistabile a un prezzo alto, a causa della rudimentale mano d’opera che affatica le tessitrici. Ogni zona, paese o città, rione o borgata che sia si distingue dal tipo di ricamo disegnato sul guipil. I temi di solito sono floreali, naturalistici, o anche astratti, e infinita la gamma dei colori. Sono grandi i sorrisi che elargiscono nel salutare chiunque incontrino sul loro cammino. Ti lasciano senza fiato. I mulatti, i garifuna e le altre varietà umane che popolano il Guatemala hanno abiti più “europei” e sono meno tradizionalisti rispetto ai maya.

In una delle mie passeggiate santacruziane conosco Dani, un pagliaccio che nei suoi spettacoli spiega come si previene l’aids. Lui è spagnolo, ma vive qua da quattro anni, e ci sta molto bene, poiché ama sentirsi lontano da automobili, telefoni, computer e quant’altro possa facilitare – da un lato – ma complicare – a suo dire - l’esistenza. Nel cammino incontriamo Rosalia, una quindicenne locale che ci invita a trascorrere un momento a casa sua. “Vivi molto in alto?” – le chiedo un po’ preoccupata. “Si” – risponde, senza mezzi termini. Così ci apprestiamo a salire. Aveva ragione Rosalia: casa sua è molto vicina alla sommità della montagna. Ma il cammino non mi ha distrutta come pensavo. Probabilmente perché per una volta ho abbandonato il mio tipico passo affrettato e ho ceduto alla placidità del tempo di qui

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