HAANNUK (Groenlandia)

E’ da ore che il brusio del reattore m’intontisce su quest’aereo dai sedili troppo stretti che non mi permettono d’allungare il piede che i crampi aggrediscono furiosi. Guardo assonnato e intontito il grafico sullo schermo elettronico davanti alla cabina che ...

  • di Camillo Vittici
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    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
 

E’ da ore che il brusio del reattore m’intontisce su quest’aereo dai sedili troppo stretti che non mi permettono d’allungare il piede che i crampi aggrediscono furiosi.

Guardo assonnato e intontito il grafico sullo schermo elettronico davanti alla cabina che in tempo reale informa sull’altezza, la rotta, la temperatura esterna.

Meno sessanta! Mi vien da sorridere pensando ad un’eventuale passeggiata sulle ali! Diecimila metri! Più alti dell’Everest e delle nuvole più ardite.

La linea del percorso indica che sotto di noi stanno scorrendo le aride e fredde terre d’Islanda.

M’immagino i geyser, i ghiacciai, i muschi aggrappati alle rocce brulle e nude, il freddo mare pescoso.

L’altoparlante di bordo gracchia incomprensibili frasi in lingua danese dopo un asettico “din don” .

Ci si accorge che il velivolo perde impercettibilmente quota e all’occhio dell’oblò compaiono i ghiacci della Groenlandia.

E’ una sconfinata distesa di bianchi di varie tonalità varieganti in infinite gradazioni di grigi e d’azzurri dalle mille sfumature e interrotti da solchi scomposti dai disegni più strani, piccole e grandi vallate mantate di nevi e di gelo.

Ho lasciato da poche ore il luglio afoso d’Italia e già vivo, tuttora inconscio, una nuova, quasi virtuale realtà in cui è difficile riconoscermi, sentirmi lo stesso, quasi proiettato, per magico evento, verso un mondo che non m’appartiene, ma che, tuttavia, voglio ghermire in tutti i suoi aspetti, voglio rubarne l’essenza, voglio carpirne i segreti, voglio divenga anche mio.

Sondre Stromfiord .

L’aeroporto sembra posato in una valle di luna, terra arida tutt’intorno, faticosamente rivestita dai chiari verdi dei licheni, dei muschi e d’erbe che faticano a crescere nella continua e ossessiva ricerca di una manciata di terra per sopravvivere.

La manichetta di tela che segna la direzione del vento sembra ballare un assurdo Morbo di Parkinson sferzata dall’aria gelida che scivola silente dalla vallata più a est.

Un’ora d’attesa e su uno spiazzo d’asfalto ronzano già le pale d’un grosso elicottero rosso.

Ballonzola in un tremito irreale mentre cavalca profonde aride valli e fiordi infiniti nella corsa verso Sisimiut.

Non esistono strade: il gelo d’inverno, monarca e signore di queste terre, le cancellerebbe e sconvolgerebbe, come se volesse annientare ogni opera dell’uomo perché questo è il suo regno e qui esprime violentemente e con caparbia la suo indiscussa potenza.

E’ da qua che voglio intraprendere la rincorsa a terre a me ignote e troppo a lungo sognate.

Da qua, come volessi iniziare la mia catarsi purificatrice e liberatrice nell’aria serena dei freddi mari di cristallo, respirare atmosfere surreali.

Qui, dove inizia il mondo inanellato dai paralleli che si vanno ormai stringendo attorno al polo, dove non esiste dimensione, dove il silenzio ti riveste di nulla, dove la luce che non muore vince il pendolo costante della notte, dove la purezza dei ghiacci ti lava l’anima dall’ossessione delle ansie e ti scioglie dai chiavistelli d’ogni giorno, dove il cielo si confonde con il mare in una stupenda assonanza di colori, dove il sole non va a dormire e diviene tuo per tutto il tempo che desideri.

M’attende un “postale”, una nave rompighiaccio che è un misto di trasporto passeggeri, di merci e di posta.

La cabina è confortevole, ma, tuttavia, è abitata ben poco poiché la vita si svolge prevalentemente sul ponte.

Puntiamo decisamente verso nord con una navigazione pigra che si culla chieta su un mare d’olio in direzione dell’isola Disko e della città di Uummanaaq.

Ciò che mi colpisce subito sono i giorni che non finiscono mai: il sole è sempre là, sempre fermo sull’orizzonte, sembra si riposi del suo “riandar li sempiterni colli”, che sosti la sua corsa per rimirare gli icebergs che si stagliano lontani sul mare d’una calma incredibile in questo giorno infinito.

E mi sovvengono così le vaghe cognizione della scuola ormai lontana nel tempo e nella memoria: “Ai poli ci sono sei mesi di giorno e sei mesi di notte”, e qui lo verifico e lo scopro con emozione infantile.

Sul ponte si fanno nuove conoscenze, lingue disparate si intersecano in mille diverse espressioni, facce nuove e sferzate dall’aria gelida ti divengono amiche come se avessero già qualcosa di comune, di noto, di già conosciuto nella solidarietà di questo incedere comune verso nuovi orizzonti.

Un quadro curioso si disegna nei cento colori delle giacche a vento (la temperatura si è fermata sugli otto gradi), il rumore è solo quello dei motori della nave che ci giunge attutito e il fumo grigio del fumaiolo sale alto e si dissolve pigro nel cielo di cobalto.

Ora le montagne di ghiaccio che vagano senza una meta prestabilita in questo mare sono alte e vicine.

Paiono monumenti dalle mille forme scolpite da un’artista di fervida e sfrenata fantasia.

A volte torri, a volte cattedrali gotiche, costruzioni fantastiche plasmate dal gelo e dal vento in cui tenti di identificare una forma conosciuta, che ti eccitano la fantasia troppe volte repressa.

Icebergs

La luce e il sole giocano fra gli anfratti e i picchi, ne dipingono le pareti con colori da favola, caleidoscopio di infinite sfaccettature, pennellate di toni che scivolano da gialli intensi a violenti arancioni che rincorrono il rosa ed il rosso, una irreale coreografia di un mondo che non ti appartiene, ma che ora è tutto tuo e t’immergi, anneghi nell’essenza di fondali sconosciuti e che qui, solo qui, si plasmano in una realtà che nello stesso tempo è sogno e allucinazione, è quadro psichedelico e film in tecnicolor, senza spazi, senza limiti in una sequenza continua stereoscopica.

Vorrei essere un pittore per esternare, per interpretare, per fissare su un quadro infinito questa scena fantastica e riprodurre gli innumerevoli colori che giocano rincorrendosi sulle pareti lisce dei ghiacci! Un riflesso più impertinente di altri ti sfregia gli occhi che i Rajband non riescono a proteggere mentre una lastra si stacca dalla candida massicciata con un cupo rumore, quasi un tuono che si perde sul piatto pavimento del mare e s’immerge spaccandosi in una miriade di scaglie bianche e di diamanti lucenti.

Laggiù, verso il largo, due balene si inarcano lente sulle onde soffiando, di tanto in tanto, alti spruzzi di vapore, cercando il “kril” o cantando, libere e indisturbate, la loro canzone d’amore.

Il cielo è terso, le nuvole han deciso di non offuscare il fantastico scenario con ombre inopportune.

Solo più a nord si colora d’un tenue arancio che gioca con gialli intensi e rosa pallidi, quasi lembi di velluto dai toni di pastello disegnati ad un magico telaio da mani fatate.

L’acqua è cristallo verde chiaro che lascia trasparire i profondi piedistalli instabili degli icebergs, giganti da leggenda che nascondono in mare i nove decimi del loro corpo massiccio.

Fredda oltre ogni immaginazione: se si cadesse non si potrebbe sopravvivere oltre i centottanta secondi.

Ed è per questo che a bordo ogni passeggero è dotato di una tuta rossa di speciale coibentazione.

Alla prova di naufragio sembriamo tanti nanetti buffi e

Uguali o spiritelli curiosi usciti da una favola d’altri tempi.

T’immergi così in un film multimediale di colori e di sensazioni nuove e mai immaginate perché la fantasia più sfrenata non era mai giunta a tanto e nemmeno gli onirici viaggi mi avevano condotto nel più completo abbandono della mente alla fantasmagoria del presente e nemmeno gli “strips” d’un eroinomane incallito penso non abbiano mai offerto dei “flash” tanto fantastici.

I bianchi sfacciati del ghiaccio giocano con i verdi policromi dell’acqua, il rosso violento delle tute con il cielo blu metallico, l’azzurro dello scafo con l’arancione delle barche di salvataggio.

Le panchine del ponte sono sempre affollate: è un punto d’osservazione privilegiato in quanto permette di spaziare lo sguardo a trecentosessanta gradi e di commentare in gruppo lo spettacolo che cangia di minuto in minuto, senza che la noia ti assalga o il sonno ti ghermisca.

Si tarda il più possibile a ritirarsi in cabina (due letti sovrapposti, un armadio, un oblò, due lampade e un bagnetto piccolo piccolo) perché senti che la notte (quale notte in queste ventiquattro ore di luce?) ti potrebbe rubare anche il più piccolo quadro dello straordinario spettacolo da cui sei rapito e profondamente coinvolto, protagonista e spettatore.

Il mio compagno di “camera” è un tipo strano, un omino piccolo di età indefinita con un viso in cui un trattore ha scavato un’infinità di rughe; due occhietti vispi d’un marrone scuro che si affacciano fra ciglia folte a mo’ di gufo, i capelli che non si sono ancora decisi a incanutire raccolti, lunghi oltre la nuca, da una cordicella di pelle ed i caratteri somatici sono decisamente mongoli.

Indossa un paio di blue jeans sdruciti dall’uso e scoloriti dal tempo e una camicia color salmone, troppo grande per le sue esili spalle.

Abbiamo, tuttavia, qualcosa in comune: una disastrosa conoscenza dell’inglese in cui, fra silenzi troppo lunghi ed imbarazzati per l’incapacità di esprimerci, tentiamo disperatamente di comunicare.

Eppure, ora dopo ora, con l’aiuto di gesti sin troppo espressivi, finalmente riusciamo a gettare un ponte oltre la lingua e la nazionalità ed i frequenti sorrisi spontanei e reciproci vanno a poco a poco plasmando e incrementando una nuova, curiosa, profonda amicizia.

Aveva lasciato queste sue terre ed i ghiacci natali da molti anni: il villaggio in cui aveva vissuto la sua giovane vita si andava spopolando.

Era piccolo, esiguo il numero degli abitanti, isolato e troppo lontano dalle più vicine comunità da cui dipendeva per i normali e soliti interscambi commerciali.

Dal paese che stava agonizzando già se n’erano andati i giovani e gli anziani stavano morendo d’inedia.

La maggior parte delle case di legno e le baracche erano crollate.

La Chiesa, troppo bella nelle sue sculture di artigiani d’altri tempi, era stata smontata pezzo per pezzo e trasportata più a sud da lunghe teorie di slitte.

Era il simbolo, l’anima di un villaggio che ognuno si sarebbe portato nel cuore per tutta la vita.

Forse sarebbe bastato levare di nuovo lo sguardo sul nero campanile aguzzo per ricordare i primi passi, i primi sogni, la scuola, la casa, le prime sfrenate corse con i cani nel deserto bianco oltre le rupi, i primi amori, per poi lasciar posto alla nostalgia d’un lontano spicchio di mondo tanto amato.

E venne anche il turno di Haannuk (così si chiama il mio nuovo e strano compagno di viaggio).

Ormai non c’erano più gli amici con cui ritrovarsi nelle lunghe ore della lunga notte artica, le risate, i canti, le note melanconiche di una vecchia fisarmonica di cartone mentre sulla fiamma s’abbrustolisce un grosso pezzo di foca.

Una fiamma che è sempre troppo debole per imporsi nell’eterna lotta con il gelo che senza grosso sforzo riesce a infilarsi fra le crepe dei vecchi legni e con il vento che non cessa di urlare la sua canzone lugubre e stonata.

S’era attardato oltre gli altri a causa del padre troppo vecchio per mutare le abitudini di vita ormai inveterate nel tempo e consolidate nei lunghi anni.

Non voleva nemmeno lontanamente pensare di lasciare il villaggio, ma la noia, la solitudine, i giorni troppo vuoti, la notte che non finisce mai hanno avuto il sopravvento, maturando la decisione, seppure sofferta, di partire.

Tenta invano e s’arrabbia di non poter esprimere a fondo nel suo racconto ormai spedito le sensazioni amare che lo assalivano nell’allontanarsi a bordo della “Disko”, la motonave danese in continuo circuito da una costa all’altra della Groenlandia.

I colori ancora vivi delle casette di legno si stavano lentamente sbiadendo nella distanza e poi, oltre il promontorio, il pianto.

Lo attendeva il fratello nel sud della Danimarca dove gestiva una birreria di periferia.

Un locale senza troppe ambizioni, ma che aveva una particolarità curiosa e, per questo, meta di tanti turisti.

La linea di frontiera passava nel bel mezzo del locale per cui potevi entrare dalla porta a nord e uscire da quella di fronte per ritrovarti in terra di Germania.

Sulle opposte pareti erano appese le bandiere danesi e i drappi tedeschi.

Ma ora, come i salmoni risalgono la corrente furiosa dei torrenti per tornare alle tane natie e poi morire, aveva deciso di rifare i suoi passi a ritroso per dimorare di nuovo negli antichi luoghi.

Ed ora mi ritrovo a fargli da involontario e curioso compagno di viaggio.

E’ lui che mi indica e riconosce villaggi e città (poche migliaia d’abitanti popolano le principali) che superiamo nell’incedere calmo della nave.

Frequentemente approdiamo con l’eccitazione che coglie chiunque che da troppo tempo ne è stato lontano, come se, brandello dopo brandello, il passato tornasse di nuovo a concretizzarsi e ricostruisse il presente.

Ilulissat... Jacobshavn ... Nomi astratti, senza un’etimologia che riporti ad un sia pure lontano significato, difficili da pronunciare e più ancora da leggere.

Ogni scalo è un evento inconsueto: la gente del posto si assiepa sul porticciolo ad assistere all’attracco, allo sbarco dei passeggeri e alla consegna dei pacchi della posta, come fosse una cerimonia sempre nuova e da sempre attesa.

Un fatto che sconvolge le abitudini ormai cristallizzate, che diversifica, seppur per poche ore, la vita scolpita nella pietra del tempo di questo tempo tutto uguale.

L'emozione si fa grande e l'eccitazione più violenta quando l’altoparlante annuncia l'arrivo ad Uummanaaq fra circa un'ora.

Già nelle ore lunghe di queste sere infinite m'aveva parlato del paese.

Non è certo il piccolo villaggio che aveva lasciato da tanto tempo, ma un Centro di grande importanza sul piano commerciale e strategico per la navigazione e la pesca

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