Groenlandia: finalmente l'impossibile

La più peculiare vacanza che possa capitare di fare

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
 

A spirale, un grande uccello nero sale, sale più su, verso lo stoico cielo grigio. La luce indifferente che ne filtra toglie il colore a tutte le cose. Il nebbione che ha impedito l’atterraggio del volo 785 da Copenaghen, deviato in Islanda, s’è dissolto al gentile soffio gelido che sale dal fiordo, e i turisti che oggi sbafano vitto e alloggio alle spese di Air Greenland salgono in irregolare fila indiana Signal Hill. In cima, l’immancabile pila di pietre. Forse chi ci arriva ha l’obbligo morale di aggiungerne una al mucchio, non si sa mai quali leggi tacite vigano in un paese straniero. E uno spesso disco di metallo, sorretto da tre colonnine e collegato a un grande cubo di legno contenente detriti industriali assortiti, fa la spia, nome per nome nella sua ruggine, a chi è passato in questo luogo-non luogo.

“Greenland – What a wonderful world”, annuncia ottimisticamente la pubblicità. Oggi, veramente, non si direbbe. Sotto Signal Hill, Narsarsuaq – un albergo, alcuni capannoni, e in ordine sparso parallelepipedi prefabbricati. E la pista d’atterraggio, lascito degli americani. Ormai se ne sono andati, ma la loro è stata una presenza importante per decenni, da quando Hitler invase la Danimarca, che chiamò in aiuto gli Stati Uniti. Di rimbalzo, dall’oggi al domani, in questa terra aliena a tutto ciò che accadeva allora in Europa, aliena a tutto ciò che accade ovunque nel mondo, sorsero le basi aeree di Narsarsuaq e di Kangerlussuaq. Contrariamente ai patti, alla fine del conflitto gli americani non se ne andarono: solo alla fine della guerra fredda venne completata la conversione delle installazioni militari a scopi civili. Le foto del museo documentano la vita spumeggiante della piccola colonia americana di 12.000 anime, ridotte ora a 190. L’emozione, considerando il vuoto attuale, è la medesima che Jack Nicholson provò in “Shining” davanti alle foto d’epoca dell’albergo in piena festa. Ma questa è solo la storia recente. Là, sull’altra sponda del fiordo, tra i campi verdeggianti – una vera rarità a questa latitudine – le rovine di Eric il Rosso, pluriomicida esiliato sia dalla nativa Norvegia che dall’adottiva Islanda, testimoniano l’arrivo dei vichinghi in Groenlandia più di 500 anni prima che Colombo rendesse di pubblico dominio l’esistenza di un altro mondo. Rimangono giusto le fondamenta in pietra di case di torba, di interesse storico più che turistico; eppure quelle antiche saghe sono quello che si respira, qui. Assieme all’onnipresenza, dal 1700, dei danesi, colonizzatori in apparenza più umani di altri ma che, come tutti i padroni, imposero la dipendenza economica. Difatti, per arrivare in Groenlandia, si passa per Copenaghen, e al supermercato si paga in corone danesi. Ma sulla cima di Signal Hill è un’altra storia quella che parla, quella appropriatamente definita “naturale”. Grandi ossa affiorano dalla pelle della terra: imponenti dorsali granitiche, giganteschi blocchi lavici che i millenni sono a mala pena riusciti a coprire di un velo di muschio. Muschi – che bel gioco di geometrie, ad osservarli! e quanti tipi, quanta fantasia! – e licheni, e betulle, ontani, frassini nani, senza tronco, che strisciano come i ginepri, piccoli e antichi, radicati, avvinghiati alla carne della poca terra disponibile, insistenti e caparbi come il freddo, come il vento, come il ghiaccio.

Dall’oblò di Air Greenland, l’isola più grande del mondo si presenta con fiordi scuri e spogli. Poi le valli si livellano di ghiaccio, come nelle Alpi, e infine anche i rilievi scompaiono interamente sotto una coltre perfettamente bianca e perfettamente immobile. Grande passione e grande perizia hanno permesso ad alcuni di attraversare, da una sponda all’altra, la distesa infinita di ghiaccio che copre più di tre quarti della Groenlandia. I loro nomi sono incisi sulle statue e ricorrono nei musei. Ma l’invito di questa natura indomabile è rivolto a tutti. E tutti rispondono: assieme agli esploratori di professione che si lanciano in traversate della calotta, dormendo in tende arrangiate su due slitte affiancate, alla ricerca del bianco assoluto, ecco i dilettanti dell’avventura prendere lezioni di kayak e scalare i rilievi rettificando di 33° l’indicazione della bussola per distinguere il Nord geografico da quello magnetico. E, più cospicue, famiglie con bambini, rilassate coppie di pensionati e stagionate signore in cerca di paesaggi pittoreschi, di passeggiate montane e di giri in barca in un contesto umano accogliente e discreto, che più che compensa le intemperanze del clima. L’avventura che la Groenlandia propone ha intensità graduate per soddisfare tutti, anche se non alla portata di tutti: il maggiore deterrente è il costo, stratosferico in quanto tutto qui deve essere importato, dalla frutta al carburante. E ci sono due canali d’importazione: quello carissimo, via mare, e quello follemente caro, per via aerea. E’ per questo che i turisti sono pochi, è per questo che, ad una mia ricerca su una rivista di viaggi, ho trovato, negli ultimi dodici anni, 95 articoli sull’India, 44 sul Perù, 29 sulla Namibia, tutte destinazioni di massa, e solo 5 sulla Groenlandia. Ma la curiosità può farsi intollerabile, e allora ci si organizza e si parte. Anche per la Groenlandia

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Commenti
  1. Irish Eddie
    , 1/11/2011 14:19
    ciao! stavo pensando di andare in groenlandia tra natale e capodanno e avrei bisogno di informazioni. tu puoi aiutarmi? mi dai un indirizzo mail dove possiamo comunicare?
    il mio è edoardo_gnoli@hotmail.com
    grazie,
    Edoardo

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