Tilos & Lipsi 2003

Ad agosto del 2003 sono tornato per la quarta volta in Grecia. L’ultima era stata a Karpathos in viaggio di nozze (vai a vedere, sempre qui, “Karpathos 2000”). Stavolta eravamo in cinque e siamo partiti per Kos con l’idea di ...

  • di Gouranga
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: fino a 6
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Ad agosto del 2003 sono tornato per la quarta volta in Grecia. L’ultima era stata a Karpathos in viaggio di nozze (vai a vedere, sempre qui, “Karpathos 2000”). Stavolta eravamo in cinque e siamo partiti per Kos con l’idea di usarla come base di partenza per le isole limitrofe. Nessuna prenotazione (aereo a parte), nessun tour operator. In due settimane abbiamo toccato Kos, Tilos, Nyssiros, Patmos e Lipsi, utilizzando tutti i mezzi di trasporto possibili ma muovendoci spesso e volentieri a piedi alla ricerca di quei posti che si trovano, per l’appunto, solo muovendosi a piedi. L’idea era quella di fare più o meno una settimana nelle isole a sud di Kos (Tilos e Nyssiros) ed una in quelle a nord (Patmos e Lipsi). La cosa è tutto sommato riuscita ed i fatti sono andati più o meno come quivi descritto.

2 agosto Partiamo da Malpensa con volo Macedonian Airlines (paura, eh?) che ci caracolla lungo la spina dorsale d’Italia ed in poco più di un’ora e mezza ci deposita a Kos. L’aeronave è stipata di adolescenti e postadolescenti impazienti di scaraventarsi sulle playas e sui dancing dell’isola: è un tripudio d’ombelichi, piercings, tattoos e griffe, ma il tipo che indossa una collana di enormi perloni di plastica è il numero uno. Noi, travagliatori della vacanza difficile ed appiedata, invece sbarchiamo a Kos per dare inizio al nostro peregrinare un poco ulissesco. Sono le dieci di sera. Due tassisti Schumacher ci sparpagliano per il porto di Kos: io, ficcato nella seconda vettura con una coppia di altri italiani, vago per qualche tempo come un’anima in pena prima di ritrovare gli altri. Una volta ricongiunti ci mettiamo alla ricerca di un posto per la notte. Lo troviamo in una pensioncina periferica e tranquilla. Solo verso la mezzanotte, quando ci sediamo finalmente al tavolo di un ristorante, mi sento in vacanza, improvvisamente travolto da gyros e souvlaki. Il proprietario ci dice: “Italiani? Bella Italia, italiani piace il mio fish”.

3 agosto Il risveglio alla pensione familiare Olympia risente di una nottata piena dei vroom e dei vraaps dei motorizzati nottambuli di Kos. Abbiamo intenzione di partire per Tilos ma i collegamenti ci sono solo un paio di volte a settimana. Dovendo aspettare fino all’indomani mattina pertanto ci attrezziamo per fare un giretto dell’isola ed all’uopo ci motorizziamo con una Matiz spacciataci dall’imbonitore della Safari Car Rental assieme a sperticate lodi dell’industria coreana dell’auto. Per tutta l’isola sono sparsi un mucchio di insediamenti militari da repubblica delle banane: grotteschi bunker, reticolati improponibili a difendere il nulla e motonavi da guerra che incoraggiano la vicinissima Turchia nei suoi eventuali propositi d’invasione. Di contorno ci sono anche un mucchio di ruderi dell’esercito, come vecchi camion abbandonati nella macchia, mentre qua e là soldati sbragati e fancazzisti tutto fanno tranne difendere la sicurezza del suolo patrio. Partiamo comunque sulla litoranea nord verso Tingaki e Mastichari: turismo non eccessivo ma disordinato e spiagge tra le peggio dell’Egeo, come testimoniato da Trolos Beach, ribattezzata Trogolos Beach visto il quantitativo di rifiuti. Nota di colore essenziale: Kos è piena di mucche. Ovunque, sparse, prevalentemente di non bell’aspetto e di razza indefinibile, le bestie punteggiano la macchia brucando quel che possono tra le erbe spinose e secche. Continuiamo verso ovest senza trovare alcun posto che suggerisca o meriti una sosta. Finiamo sul litorale sud dell’isola su un bello, per quanto piuttosto sporco, spiaggione lungo e deserto. Bordeggiamo una lottizzazione di schiere postmodern colorate in tinte pastello; la vernice sparsa tutto attorno agli edifici fa supporre a qualcuno che sia stata colorata con i Canadair antincendio. Kos, la Kos dei paesaggi, non quella dei disco bar, è probabilmente tutta qui: abbastanza pianeggiante (ergo sputtanata da insediamenti disordinati), priva di qualsivoglia gadget da cartolina, con una grande superstrada che la taglia in due. Gli scandinavi onnipresenti paiono incuranti di queste implicazioni estetiche e proseguono i loro riti di culto alle divinità solari. La prima sera tutta greca, resa la Matiz, ci conduce ad una sana taverna prospiciente una bella piazzetta deserta e malincolica. Verso le sette, quando il sole taglia di sguincio e colora tutto di rouge, ogni residua velleità artistica è spenta da un bancale di gyros spalleggiato da diverse birre Mythos che assonna la plebe, oberata da cotanta possanza alimentare. Per provare a smaltire ci riversiamo su un lungoporto pregno di razze ariane. Qui comitive di svedesi iperproteici ed etilicamente già allo sbando vagano tutti uguali in comitive da colonia dell’oratorio in visita a Sodoma e Gomorra. La bar street è quello che significa: una distesa d’alcool blandito dietro forme più gentili ed urbane dentro la quale carni arrossate dal sole rotolano e ballonzolano. La trasgressione ha tuttavia la faccia bonaria di norvegesoni grossi come alberi che per un po’ vociano come capodogli spiaggiati, ma poi s’addormentano sereni sopra giacigli di fortuna senza ansie di peccato e d’espiazione. Nei numerosi bar affacciati sul molo bande d’inglesi sbronzi si guardano via satellite le amichevoli estive del Chelsea o del Manchester United ululando come coyotes

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