Gorgona, l’ultima isola

I campi, i vigneti e le aree di produzione enogastronomica di Gorgona, piccola perla dell'Arcipelago Toscano

 

Cominciate con il classico esercizio: ricordare i nomi dei sette nani. Proviamo: Brontolo, Dotto, Pisolo, Mammolo, Eolo, Cucciolo… sono sei. Il settimo non lo ricorda mai nessuno: Gongolo. E adesso sempre più difficile: provate a elencare le sette isole dell’Arcipelago Toscano: Capraia, Pianosa, Elba, Giglio, Giannutri, Montecristo… sono sei. La settima, l’ultima isola, non è facile da ricordare: Gorgona. Eppure è una delle più interessanti, anche se da molti punti di vista è la più difficile. È l’ultima isola-carcere, dopo che Pianosa di fatto non lo è più. Da anni è complicato, se non impossibile, raggiungerla. Solo da poco tempo è stata – parzialmente – riaperta al turismo. L’accesso è limitato a 75 turisti adulti (oltre i 12 anni) per un massimo di quattro giornate la settimana, oltre le quali potranno accedere solo gite scolastiche per le quali non è richiesto il pagamento del biglietto d’ingresso di 6 euro al parco nazionale (a esclusione di bambini sotto i 12 anni, portatori di handicap, guide, scolaresche, docenti e residenti). Bisogna portare il pranzo (al sacco e con ritiro in barca dei rifiuti) e ci sono escursioni su percorsi aperti con guide esperte, messe a disposizione dal parco. Ultimamente pare si possa anche fare il bagno. Io sinceramente ci sono arrivato per fare un servizio televisivo, e ho approfittato della motovedetta della guardia carceraria.

Due chilometri quadrati

Arrivando a Gorgona, dopo aver navigato da Livorno per 37 chilometri di mare, ti chiedono i documenti, come se arrivassi in una terra, se non straniera, almeno strana, dove si dovrebbe in realtà consegnare anche il cellulare alla guardia carceraria che ti accoglie, e che poi si limita a chiederti di non usarlo. Se a Pianosa il carcere riguarda una storia recente, a Gorgona è ancora il presente. In realtà si sbarca in un piccolo paese arrampicato lungo la montagna, che però ormai è quasi del tutto disabitato. Gli abitanti teorici ora sono una sessantina, ma pare che si rechino ogni tanto sull’isola solo sei o sette persone e ci vive stabilmente solo una signora. Tutto il resto è carcere: guardie e detenuti. In cima al paese c’è una specie di spaccio e di mensa. Non si vede, ma in realtà il territorio dell’isola (in tutto poco più di 200 ettari, due chilometri quadrati) è diviso in aree: in certi posti alcuni detenuti in semilibertà possono andare, in altri no. All’inizio è naturale squadrare le persone chiedendosi se sono detenuti, guardie, turisti, operatori sociali. Poi non ci pensi più. Dopo mezz’ora l’isola ti accoglie, ti affascina e tu ti rilassi. Girando per Gorgona la prima cosa che ti balza all’occhio è che sembra un’unica, grande, bellissima, ricchissima azienda agricola. Una isola-fattoria. Qui c’è un orto. Là un vigneto. Più giù una stalla con delle bellissime vacche. Poi un allevamento di maiali. Quindi un allevamento di tacchini e di galline. Poi dei cavalli… Sembra un paradiso agronomico.

Il vino di Gorgona

In realtà questo paradiso è l’altra faccia di quello che in passato poteva essere un inferno, cioè un carcere. Che però nel tempo è diventato una colonia penale agricola, dove solo una parte dei detenuti è del tutto privata della libertà. Il resto coltiva la terra, alleva il bestiame, produce il vino. Il vino, da cinque anni a questa parte, è il protagonista di un progetto che sta sviluppando una grossa novità a Gorgona. Qui una vecchia vigna semiabbandonata c’è sempre stata. Poi un detenuto ha chiesto di poterla rimettere in sesto

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