Oltre il mito di Petra

di Weekend & Viaggi - pubblicato il

«Prego, si avvicini. Assaggi». La giovane Maha è bellissima. Ha gli occhi verdi da Mille e una notte. E un marito (ovviamente geloso). La voglia di vivere è nel suo sguardo. Veste all’occidentale e non porta il velo. E ora chiacchiera al cellulare mentre lui, Ali, è alla prese con la griglia. Sono spiedini di montone da intingere nella salsa piccante. Il profumo si propaga nell’aria sulla riva del mar Morto. Il sole è basso sull’orizzonte in questo venerdì di festa islamica. Israele è oltre questo specchio d’acqua racchiuso dalla corona di monti color creta. È l’ora del picnic: basta un parcheggio come questo e la folla si assiepa per la cena collettiva. Famiglie e bambini, donne velate, abiti lunghi. Niente tuffi in mare per loro. A galleggiare sulle increspature salate ci prova solo qualche maschio. Molti vengono dalla capitale, da Amman. Giovani con le radio ad alto volume. Qualche cammello che vaga solitario tra le auto. Lei, Maha, ha vissuto in Australia, ma è tornata per sposare un uomo della sua terra. Lui, Ali, non ha visto altro che la Giordania. Figlio di palestinesi, i suoi vengono da Hebron che è appena lì, oltre il mar Morto. Sembra di vedere i suoi minareti. «Ascolto sempre i programmi della radio della mia città, ma lì non ho mai potuto mettere piede», confessa. «La Palestina per noi figli di esiliati è una chimera... E ora Maha basta con quel cellulare!». Lei non gli dà retta e continua imperterrita. E come fare a sgridarla? Maha è il nuovo, la Giordania delle giovani donne che guardano all’esempio della loro regina: abiti moderni, eleganza, indipendenza, viaggi e bellezza. Ranja, secondo la rivista Harpers and Queens è la terza donna più bella al mondo. E lei qui è un modello. Forse una fiaba o un mito irraggiungibile per l’altra metà del cielo che vive in un Paese con radici tribali dove la vita è scandita dai riti della famiglia di appartenenza e dalle leggi dettate dai maschi di casa. Solo di recente si parla dei diritti delle donne. E proprio grazie al contributo della regina. Fino a pochi anni fa alle donne non era concesso viaggiare da sole all’estero e potevano essere date in moglie minorenni a uno sconosciuto. Ma ancora oggi alla donna è riservata la salvaguardia dell’onore familiare. Non è un caso se ad Amman si stanno moltiplicando le cliniche in cui si ricostruisce l’imene. «Maha, ora basta!», grida sfinito Ali. Lei lo guarda seccata e addenta uno spiedino.

Ebrei, arabi e palestinesi: un rebus contorto

Il sole ora è una palla di fuoco che spande raggi dorati sulle nuvole di fumo che si alzano dalle griglie arroventate dei picnic. È una bella scommessa! Una fiaba, come quella della regina Ranja. Come si fa a guardare al futuro, disegnare un progetto di nazione moderna e pacifica quando ci si trova tra Israele, Siria, Iraq e Arabia Saudita? Non è il posto più tranquillo al mondo. Non è facile ritagliarsi un ruolo nell’arroventato Medio Oriente e uscire dal pantano della storia recente. E non basta schierarsi con gli Usa e l’Occidente. Eppure il giovane re Abdullah II ci sta provando. Partiamo da qualche dato: su cinque milioni e mezzo di abitanti, il 60% è costituito da palestinesi che hanno lasciato la loro terra natale per rifugiarsi in Giordania in seguito alla vicende ben note dell’occupazione da parte di Israele dei territori a ovest del fiume Giordano. Una massa di gente enorme per una nazione grande come il Portogallo. In proporzione è come se in Italia si riversassero 25 milioni di francesi. Ciononostante giordani e palestinesi vivono tutto sommato in pace, si tollerano. Non potrebbero fare altrimenti. Ma va ricordato che le due popolazioni, anche se arabe e islamiche, non sono della stessa pasta: mentre i palestinesi sono per lo più agricoltori stanziali, quindi fellahin, i giordani sono di origine nomade, beduini. Certo, negli ultimi decenni le reciproche caratteristiche si sono annacquate, ma il marchio d’origine rimane. Eccome. Basta uscire dalla principale via che attraversa il Paese, l’antica Strada dei re, per trovare ancora vaste comunità di beduini-pastori che vivono in tenda nelle vallate predesertiche. La bibbia rivive in queste tende dove si fa un salto indietro di secoli. Vita di misera autosufficienza: bambini vestiti di stracci, niente istruzione, niente sanità. E qui ci si rende conto quanto distanti siano gli occhi verdi di Maha e la sua libertà. La moderna Amman è lontana mille miglia. Ma a unire i due estremi il re ci prova comunque. E come se non bastassero le sue difficoltà di partenza, di recente il Paese ha subìto i devastanti guai della guerra in Iraq. La Giordania è povera di materie prime, ha poche industrie e di conseguenza dipende dall’estero. Con l’invasione americana dell’Iraq la benzina è salita alle stelle e con essa i prezzi. Inoltre, centinaia di migliaia di profughi iracheni ( forse 700mila), si sono riversati in Giordania e non sono certo guardati di buon occhio. Molti di loro vanno a ingrossare le fila dei disoccupati che sono oltre il 20% secondo i dati ufficiosi. Altri iracheni, i ceti più ricchi, hanno trasferito i loro risparmi in Giordania e si sono dati ai commerci, suscitando non poca invidia. Non solo: le esportazioni giordane verso l’Iraq, che erano un quarto del totale, sono crollate mettendo in difficoltà la già deficitaria bilancia dei pagamenti. Questo non è un Paese da Mille e una notte ( forse il 30% della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà), ma almeno non si spara e non ci sono attentati. Di recente un gruppo armato affiliato ad Al Quaeda è stato individuato e incarcerato. Ma nell’islam moderato giordano queste sono eccezioni. Le frange politiche più estreme che si rifanno ai Fratelli Musulmani hanno trovato espressione in parlamento nel Fai, il Fronte d’azione islamico che qui però rifiuta il terrorismo (mentre in Palestina i Fratelli Musulmani sono l’humus di Hamas). Di sicuro, contribuisce alla pace sociale anche la polizia segreta che non sta a guardare. Parlare male del re o della Giordania è considerato reato punibile con il carcere. La stampa è sotto il costante occhio vigile della censura. Non è ancora tempo per la democrazia. Quella di re Abdullah II è una monarchia costituzionale, ma il sistema di controllo sulla società è ancora saldamente nelle sue mani. Dalla sua parte c’è l’esercito e, quel che è più importante, un vasto consenso popolare che lo pone sopra le parti. Sceicco degli sceicchi, la sua dinastia, quella Hashemita, discende tramite il nonno Hashim dal profeta Maometto e in quanto tale merita rispetto e venerazione. E questo basta per una terra che vive di miti. E la Giordania ne sta vivendo uno. Quello della speranza in un paese normale e moderno che si rispecchia nei volti della regina Ranja e del re Abdullah II.

La visita benedetto XVI ai luoghi sacri

I poster che ritraggono la coppia regnante sono dappertutto, assieme a quelli del precedente sovrano re Hussein che per primo ha riconosciuto lo stato di Israele e firmato la pace con Gerusalemme rinunciando alle storiche pretese sui territori palestinesi a ovest del Giordano. Immagini onnipresenti che contribuiscono a creare il nuovo mito che si aggiunge a quelli che già si incrociano nella millenaria storia di questo scampolo di Medio Oriente. E nella società di massa tutto diventa comunicazione e marketing, soprattutto quando si tratta di contribuire a far crescere una delle industrie più attive del Paese, quella del turismo. Il Paese vanta infatti l’incredibile sito di Petra e lo strepitoso deserto del Wadi Rum, sabbie rosse attraversate durante l’occupazione ottomana da un altro mito, quello di Lawrence d’Arabia. E poi ci sono i resti romani di Jerasah. E come se non bastasse, la Giordania riscopre i luoghi della bibbia e del vangelo. Madaba è una cittadina che ancora oggi è a maggioranza cristiana. Da qui si dipana un itinerario che tocca le antiche chiese sorte agli albori del cristianesimo. Proprio di recente ne è stata scoperta una che, pare, sia la più antica mai rinvenuta. Il papa Benedetto XVI nella sua visita dello scorso marzo è andato a bagnarsi sul Giordano, dove si racconta sia stato battezzato Gesù. Poi è salito al monte Nebo e ha pregato sul luogo in cui, dopo l’esodo dall’Egitto, Mosé vide la terra promessa, l’attuale Israele. È stata un’operazione in grande stile che ha fatto parlare le televisioni di mezzo mondo. La regina Ranja ha colto l’occasione della visita per aprire un blog su Twitter raccontando la sua vita privata, compresa la scelta dei vestiti per i figli in occasione dell’incontro con il papa. Se c’era bisogno di una conferma, ancora una volta la regina guarda avanti e indica la strada da percorrere. E dichiara: «In un mondo in cui è così facile essere connessi uno all’altro, noi rimaniamo continuamente disconnessi». Per verificare le “connessione” della bella regina andate su twitter.com/ Queenrania. Tutti gli strumenti vanno bene, anche internet, l’importante è far vivere il mito che la coppia regnante sta interpretando. È una versione moderna della favola da Mille e una notte. C’è da augurasi sia quella giusta per la Giordania.

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Commenti

  1. nonnatata
    , 19/3/2010 21:30

    Grazie! E' con gli occhi aperti come i tuoi che si deve viaggiare! Sarò in Giordania a fine aprile e la vedrò coi tuoi occhi!