Lungo la “Parigi-Roubaix”, per (ri)vivere una delle classiche del ciclismo mondiale

Il prossimo week end si correrà una delle gare più affascinanti. Dalla Piccardia al velodromo di Roubaix, passando per la foresta di Arenberg e lungo il Carrefour de l'Arbre. Ecco qualche dritta per vivere la gara, immergersi nella natura...

 

Una corsa di ‘frontiera’ diventa subito una corsa per eroi o malandrini. È anche questo la Parigi-Roubaix, probabilmente la classica del ciclismo più affascinante del circuito mondiale. È una gara di frontiera perché si corre lungo il confine orientale della Francia, sfiorando il Belgio, durante la quale si attraversano paesi dolci come il miele e aspri come il sale, belli da vedere ma durissimi da percorrere in bicicletta. La maggior parte del paesaggio è boschivo, caratterizzato anche da nere colline artificiali formate da residui minerari di carbone. Inoltre, molti tratti del percorso mettono a dura prova le gambe e la schiena dei partecipanti, perché a regnare è il pavè, cubi di porfido di pochi centimetri che spesso si muovono oppure saltano del tutto rendendo ancora più dura e pericolosa la corsa.

La Parigi-Roubaix nacque a seguito della costruzione del velodromo di Roubaix, nel 1895, voluto e messo su con i fondi di Theodore Vienne e Maurice Perez, due filatori. Insieme a Luois Minart, capo redattore del giornale Le Velo, i tre ebbero l'idea di una corsa ciclistica che partisse dalla capitale per arrivare fin lassù, terminando nel loro velodromo.

La prima edizione della gara si disputò il 19 aprile 1896. La partenza fu data davanti al ristorante "Gillet", a Porte Maillot, alle 5.30. Gli iscritti alla gara erano 109 ma solo 55 partirono, tra cui 48 “internazionali” e 7 amatori. Il primo a tagliare il traguardo, dopo 280 km, fu il tedesco Josef Fischer, che coprì il percorso in 9 ore e 17 minuti (media 30,162 km orari). Vinse un premio in denaro di 1000 franchi, pari a sette volte il salario mensile di un minatore dell’epoca. Secondo il danese Charles Meyer, staccato di 25 minuti. Questa corsa l'hanno vinta tutti i più grandi ciclisti, ma a farla da padrone sono stati i belgi, con Merckx, ovviamente, superato però in numero di vittorie da Roger De Vlaeminck e Tom Boonen (4 volte). L'hanno vinta anche due fratelli in due anni consecutivi, Serse Coppi nel 1949 e l'Airone Fausto nel 1950.

La Parigi-Roubaix, però, non è una gara per tutti, in quanto è troppo dura: non l'hanno mai corsa 11 campioni del mondo negli ultimi 30 anni. Fra questi anche Bettini, Argentin, Bugno, Armstrong, Cipollini e Cadel Evans. La corsa non prende più il via da Parigi da tanto tempo, ma da Compiègne, a 65 chilometri dalla capitale, nella meravigliosa Piccardia. Oggi, come in epoca galloromana, il paese si trova su un punto di passaggio sul fiume Oise. Percorrere le sue strade era un compendium, una scorciatoia, e da qui il nome. Percorrere queste strade da turisti (se c'è il sole primaverile) è affascinante. Nel giro di pochi chilometri si passa dalle spiagge bianche del Nord alla splendida Lille, dagli ampi spazi di campagna con il loro verde intenso alle stradine acciottolate che tagliano questi grandi spazi. La maggior parte della gara si corre proprio su queste stradine, belle da vedere e su cui passeggiare, ma sono ‘terribili’ da percorrere su due ruote.

I due tratti più duri sono la Foresta di Arenberg, conosciuta in francese come Trouée d'Arenberg o Tranchée de Wallers-Arenberg, situata nel comune di Wallers, nella regione del Nord-Pas-de-Calais, e il Carrefour de l'Arbre. Il sabato prima della corsa è d'obbligo fermarsi al Café de la Paix, fare una partita di biliardo sorseggiando cognac e leggere le pagine de La Voix de Nord. La domenica della gara spesso coincide con la Pasqua, e si va in strada vivendo con la grande ‘tribù’ del ciclismo: la maggior parte sono francesi, ma ci sono anche tantissimi belgi, delle Fiandre per la precisione, con la loro bandiera gialla e il leone stampato su. La prima parte del tratto nella Foresta di Arenberg è molto dura per i professionisti, e spesso molti ciclisti amatori che tentano di ripetere le loro gesta scendono dalle bici e la stramaledicono. Il tratto di strada è in cattivo stato e la salita iniziale è ‘spaccagambe’. A guardarla dagli ultimi metri, sembra un tunnel infernale. Tanti si arrendono, solo i migliori riescono a farcela. Aspettare qui i ciclisti (o meglio routiers) significa anche immergersi nelle tradizioni della regione. Per integrarsi al meglio in questa atmosfera cercate persone che dalla notte prima della corsa bevono soprattutto birra (Gueuze e Trois-Monts le più gettonate) e mangia andouilles, le tradizionali salsicce di carne bovina, oppure formaggi come la Toma di Cambrai. E se siete davvero fortunati potrete anche trovare qualcuno che cucina l'Hochepot in grandi pentole, un mix di carni, coda di bue e verdure bollite. Quando passano i ciclisti, quindi, a volte si è un po' ‘ciucchi’, ma vedere il serpentone infangato degli atleti, dannarsi sulle quelle pietre e in mezzo a tutta quella polvere (quando c'è il sole) o al fango (quando piove) è una sensazione davvero incredibile

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