1. Posta : Il deserto: Marocco

    di , il 15/2/2010 13:58

    IL VERDE DEL DESERTO

    Decine, centinaia, forse migliaia di persone, donne e uomini, ognuno a suo modo, hanno provato ad esprimere cosa si prova nel deserto. Credo che l'importante sia andarci almeno una volta, e sperimentarlo da soli.

    Ore 8:00 Marrakech.

    Lasciamo la magica città rossa, il suo traffico e la sua gente e incominciamo ad attraversare le verdi valli che si arrampicano, letteralmente, sui primi contrafforti del Djebel Toubkal, la montagna più alta del nord Africa. Al di là delle maestose cime innevate dell'Alto Atlante, il Sud in paziente attesa, ci accoglie come un miraggio.

    Sarà per l'aria fresca e frizzante che si respira qui, ai 2.260 metri del passo Tizi n'Ticka, sarà che agli occhi occorre un po' di tempo per mettere a fuoco orizzonti così lontani, sarà l'emozione e la felicità di esserci, di riscoprirsi persone e non personaggi, ma tratteniamo il respiro e qualche cosa spinge dietro gli occhi fino a farli lacrimare.

    Passate le montagne un altro mondo ci accoglie, si intravede il deserto, si sente, è la che ci sta aspettando. Ma prima, quasi a voler lenire l'impatto, mamma natura ci sorprende ancora con verdi valli, piccole oasi, giardini colmi di mandorli, melograni, palme da dattero e verdure. Con il nostro fuoristrada imbocchiamo una pista che attraversa i piccoli villaggi della Valle del Dadès; decine di costruzioni dai muri merlati ed alte torri ci sorvegliano lungo la strada chiamata “delle mille kasbah”, una lunga fila di castelli costruita come confine tra il mondo dei Pascià e le terre dei nomadi del deserto.

    Il Sud del Marocco, oltre ad essere un viaggio nelle emozioni, è un viaggio a ritroso nel tempo. Lungo le strade e le piste che ricalcano le antiche vie commerciali, sfilano davanti a noi piccoli villaggi. Sono molto difficili da scorgere, quasi mimetizzati, costruiti con la pietra o la terra impastata con la paglia, tutti materiali trovati nelle vicinanze. Si chiamano kasbah, ksar, agadir: nomi esotici che indicano costruzioni, insiemi di case serrate le une alle altre o granai fortificati, tutti costruiti un tempo con lo scopo di essere ben difesi dalle invasioni di altre tribù o dalle razzie dei predoni.

    Ci fermiamo in una bella kasbah che i proprietari, antichi discendenti di qualche Caid o persona importante, stanno cercando di restaurare; noi ci rilassiamo con l'immancabile tè alla menta, sdraiati su un tappeto all'ombra di un fico centenario e incominciamo a sognare ad occhi aperti: nei giochi di luci ed ombre delle stanze, vediamo bambini dalle lunghe jellaba bianche correre e giocare, donne discrete muoversi con grazia preparando da mangiare, le alte mura un po' sbrecciate evocare una disperata battaglia con i predoni arrivati dal deserto e … non abbiamo più fretta.

    Riprendiamo il nostro cammino, la bussola segna cap 180° e la frescura provata nelle splendide gole del Dadès e del Todra è un vago ricordo, quando attraversiamo le porte di Zagora. Oggi è giorno di mercato ed il souk è allegramente animato da centinaia di persone. Anche noi abbiamo bisogno di provviste e ci mescoliamo a donne, uomini, animali, frutta, stoffe, corde, teiere, chincaglieria di ogni genere, ma soprattutto ci lasciamo circondare da un mare di bambini. Zagora è l'ultimo grosso centro prima del deserto, ed è qui che abbiamo appuntamento con Nourddine, in arabo “Luce di Dio”, che illuminerà il nostro percorso sulle piste al confine con l'Algeria.

    Attraversiamo quello che rimane del fiume Drâa e lasciamo alle spalle davvero tutto. Una trentina di dromedari dal manto chiaro, alcuni color panna, altri miele o ambra, bloccano il traffico giusto al di là del ponte. Hanno lo sguardo fiero, la testa alta, non ne avevamo mai visti di così belli. Nourddine ci spiega che arrivano dalla Mauritania e dal Mali, che sono di razza nobile e che alcuni possono valere anche 20.000 euro, il lavoro di una vita. Con gli occhi seguiamo la mandria che si infila in una stradina tra le case basse. Siamo senza parole. Rimettiamo in moto il fuoristrada, il deserto ci attende.

    Dopo qualche minuto di strada nel nulla ci accorgiamo che ancora nessuno parla, una strana ansia ci prende, un'euforia psico-attiva. Nourddine, silenzioso, tira fuori i suo lungo turbante nero e incomincia a coprirsi la testa, il naso e la bocca.

    Sì, è qui con noi, “LO” incominciamo a sentire: sulla pelle, nel naso, negli occhi. La bocca si asciuga, le labbra si seccano, le prime dune incominciano a fare capolino all'orizzonte, lontane, sempre più vicine. Finisce la strada asfaltata e inizia la pista, la polvere lasciata dal nostro fuoristrada alza un muro dietro di noi, quasi volesse cancellare quello che è stato, come a dire che stiamo iniziando un'esperienza che, poco o tanto, ci cambierà la vita. La pista corre sui sassi e sulla sabbia. A sinistra intravediamo qualche acacia ad ombrello con spine lunghe dieci centimetri; a destra, in lontananza, il Djbel Bani, una splendida catena montuosa, punto di riferimento per chi attraversa le piste al confine con il Sahara. … ed eccole, davanti a noi, le dune dell' Erg Lehoudi che si stagliano contro il cielo.

    Arriviamo al campo allestito dai fratelli di Nourdinne che vivono quasi tutto l'anno avvolti dalla magia di queste splendide dune, come i loro antenati che fino a cinquant'anni fa accompagnavano le carovane fino in Mauritania. Due tende nere di pelo di montone ci attendono; sono molto grandi, sostenute da due pali interni che terminano in alto su un asse curvo in legno intarsiato. Il fondo è ricoperto da tappeti e i nostri letti sono preparati con materassini, lenzuola, coperte e cuscini.

    Arriva il tramonto e ci precipitiamo sulla cresta delle dune… lo spettacolo sta per incominciare.

    Nel frattempo Nourddine prepara due fuochi; uno servirà per riscaldarci e l'altro per cucinare la tajine e scaldare l'acqua che servirà per lavarci e per l'immancabile tè alla menta.

    La notte arriva, rapida, e le stelle … le stelle sono milioni, brillano come solo nel deserto è possibile vederle, sono lì, ti sembra di poterle prendere con le mani. Qualcuno di noi stanotte dormirà all'aperto per potersi addormentare, in pace, guardandone la grandiosità.

    Ci svegliamo all'alba, ma qualcuno è già in piedi e sta camminando nel nulla. Fatta colazione, saliamo sul nostro fedele fuoristrada e riprendiamo il viaggio. Percorrere le piste rende leggera l'anima; non sappiamo spiegare il perché, sarà perché non c'è più fretta, sarà perché abbiamo sulla pelle quel leggero velo di sabbia che ci rende un tutt'uno con il paesaggio circostante, sarà perché … non lo sappiamo, ma è bellissimo. Le gomme tassellate rotolano sulle pietre di tutti i colori: verdi, rosa, gialle, rosse, di tutte le sfumature del grigio, e nere; tonde e anche puntute, acuminate… non ci spieghiamo come si possa non forare.

    La pista diventa sinuosa, si alza si abbassa, qualcuno si accorge che dal nulla spunta un puntino verde; Nourddine ci spiega che è l' Oasi sacra, si, proprio come quella dei libri illustrati: palme, ombra e una piccola sorgente, casa di una colonia di raganelle. Le raganelle?! Nel deserto?!

    Facciamo una piccola passeggiata intorno all'oasi, 18 minuti sono sufficienti. Nel frattempo il nostro amico ci ha preparato un' insalata profumata d'arancia, un vero piacere in questo caldo secco. Continuiamo lungo la pista che prosegue dietro l'oasi. Alla destra, su un promontorio, vediamo un piccolo fortino presidiato dai militari; il confine mai segnato tra Marocco e Algeria non deve essere lontano, giusto la portata di un binocolo.

    La doppia traccia lasciata da qualche fuoristrada prima di noi ci indica i migliori passaggi tra le decine di piste che si allargano, si stringono e chissà dove portano. In cima ad un promontorio intravediamo le punte color arancio di quella che immaginiamo essere un'enorme distesa di dune. Non vediamo l'ora di arrivare laggiù ma si sa, nel deserto, quello che immagini sia a breve distanza si può trovare anche ad ore di cammino e, ogni volta che stiamo per salire su un piccolo promontorio, ognuno di noi allunga il collo per essere il primo a vedere le “onde” nel mare di sabbia.

    Il muso del fuoristrada sembra danzare; davanti a noi i colori della natura si alternano incorniciati dal parabrezza: giallo della sabbia, azzurro del cielo, giallo, azzurro, giallo, azzurro, ci siamo quasi. L'emozione sale, tra di noi sorrisi e gomitate, felici di quello che ci sta aspettando, contenti di essercelo conquistati, e finalmente l'ultima collinetta prima del grande Erg Chegaga. Manca poco, le cime delle dune si allargano verso il basso, sempre di più, sempre di più.

    Quando scolliniamo le ruote del fuoristrada si fermano da sole sulla sabbia morbida; spengo il motore. Con nostra meraviglia si aggiunge un altro colore: il verde, un verde germoglio, chiaro, giovane, come può esserlo solo l'erba cresciuta nel deserto dopo una effimera pioggia. Siamo emozionati e ancora qualche cosa spinge dietro agli occhi. Ha piovuto nel deserto, tutto intorno sentiamo la felicità, è nell'aria e anche dentro di noi, la respiriamo. Sentiamo di ringraziare qualcuno per questo impagabile dono, per esserci, per essere qui, oggi.

    Nella cornice di dune arancio illuminate dall'ultimo sole che allunga lame nere sui pendii sabbiosi, in un verde mare d'erba mossa da una leggera brezza, due figure bianche, candide, un anziano pastore con la jellaba immacolata e il suo dromedario albino, camminano al ritmo della vita.

    Un ricordo che rimarrà indelebile nei nostri cuori.

    Ore 18:30 Erg Chegaga.

    Accendiamo i fuochi e ci prepariamo per la cena sotto milioni di stelle.

    Grazie Marocco, grazie Sahara

    Fabrizio A. Baron

  2. Fabrizio Baron
    , 15/2/2010 13:58
    IL VERDE DEL DESERTO

    Decine, centinaia, forse migliaia di persone, donne e uomini, ognuno a suo modo, hanno provato ad esprimere cosa si prova nel deserto. Credo che l'importante sia andarci almeno una volta, e sperimentarlo da soli.
    Ore 8:00 Marrakech.
    Lasciamo la magica città rossa, il suo traffico e la sua gente e incominciamo ad attraversare le verdi valli che si arrampicano, letteralmente, sui primi contrafforti del Djebel Toubkal, la montagna più alta del nord Africa. Al di là delle maestose cime innevate dell'Alto Atlante, il Sud in paziente attesa, ci accoglie come un miraggio.
    Sarà per l'aria fresca e frizzante che si respira qui, ai 2.260 metri del passo Tizi n'Ticka, sarà che agli occhi occorre un po' di tempo per mettere a fuoco orizzonti così lontani, sarà l'emozione e la felicità di esserci, di riscoprirsi persone e non personaggi, ma tratteniamo il respiro e qualche cosa spinge dietro gli occhi fino a farli lacrimare.
    Passate le montagne un altro mondo ci accoglie, si intravede il deserto, si sente, è la che ci sta aspettando. Ma prima, quasi a voler lenire l'impatto, mamma natura ci sorprende ancora con verdi valli, piccole oasi, giardini colmi di mandorli, melograni, palme da dattero e verdure. Con il nostro fuoristrada imbocchiamo una pista che attraversa i piccoli villaggi della Valle del Dadès; decine di costruzioni dai muri merlati ed alte torri ci sorvegliano lungo la strada chiamata “delle mille kasbah”, una lunga fila di castelli costruita come confine tra il mondo dei Pascià e le terre dei nomadi del deserto.
    Il Sud del Marocco, oltre ad essere un viaggio nelle emozioni, è un viaggio a ritroso nel tempo. Lungo le strade e le piste che ricalcano le antiche vie commerciali, sfilano davanti a noi piccoli villaggi. Sono molto difficili da scorgere, quasi mimetizzati, costruiti con la pietra o la terra impastata con la paglia, tutti materiali trovati nelle vicinanze. Si chiamano kasbah, ksar, agadir: nomi esotici che indicano costruzioni, insiemi di case serrate le une alle altre o granai fortificati, tutti costruiti un tempo con lo scopo di essere ben difesi dalle invasioni di altre tribù o dalle razzie dei predoni.
    Ci fermiamo in una bella kasbah che i proprietari, antichi discendenti di qualche Caid o persona importante, stanno cercando di restaurare; noi ci rilassiamo con l'immancabile tè alla menta, sdraiati su un tappeto all'ombra di un fico centenario e incominciamo a sognare ad occhi aperti: nei giochi di luci ed ombre delle stanze, vediamo bambini dalle lunghe jellaba bianche correre e giocare, donne discrete muoversi con grazia preparando da mangiare, le alte mura un po' sbrecciate evocare una disperata battaglia con i predoni arrivati dal deserto e … non abbiamo più fretta.
    Riprendiamo il nostro cammino, la bussola segna cap 180° e la frescura provata nelle splendide gole del Dadès e del Todra è un vago ricordo, quando attraversiamo le porte di Zagora. Oggi è giorno di mercato ed il souk è allegramente animato da centinaia di persone. Anche noi abbiamo bisogno di provviste e ci mescoliamo a donne, uomini, animali, frutta, stoffe, corde, teiere, chincaglieria di ogni genere, ma soprattutto ci lasciamo circondare da un mare di bambini. Zagora è l'ultimo grosso centro prima del deserto, ed è qui che abbiamo appuntamento con Nourddine, in arabo “Luce di Dio”, che illuminerà il nostro percorso sulle piste al confine con l'Algeria.
    Attraversiamo quello che rimane del fiume Drâa e lasciamo alle spalle davvero tutto. Una trentina di dromedari dal manto chiaro, alcuni color panna, altri miele o ambra, bloccano il traffico giusto al di là del ponte. Hanno lo sguardo fiero, la testa alta, non ne avevamo mai visti di così belli. Nourddine ci spiega che arrivano dalla Mauritania e dal Mali, che sono di razza nobile e che alcuni possono valere anche 20.000 euro, il lavoro di una vita. Con gli occhi seguiamo la mandria che si infila in una stradina tra le case basse. Siamo senza parole. Rimettiamo in moto il fuoristrada, il deserto ci attende.
    Dopo qualche minuto di strada nel nulla ci accorgiamo che ancora nessuno parla, una strana ansia ci prende, un'euforia psico-attiva. Nourddine, silenzioso, tira fuori i suo lungo turbante nero e incomincia a coprirsi la testa, il naso e la bocca.
    Sì, è qui con noi, “LO” incominciamo a sentire: sulla pelle, nel naso, negli occhi. La bocca si asciuga, le labbra si seccano, le prime dune incominciano a fare capolino all'orizzonte, lontane, sempre più vicine. Finisce la strada asfaltata e inizia la pista, la polvere lasciata dal nostro fuoristrada alza un muro dietro di noi, quasi volesse cancellare quello che è stato, come a dire che stiamo iniziando un'esperienza che, poco o tanto, ci cambierà la vita. La pista corre sui sassi e sulla sabbia. A sinistra intravediamo qualche acacia ad ombrello con spine lunghe dieci centimetri; a destra, in lontananza, il Djbel Bani, una splendida catena montuosa, punto di riferimento per chi attraversa le piste al confine con il Sahara. … ed eccole, davanti a noi, le dune dell' Erg Lehoudi che si stagliano contro il cielo.
    Arriviamo al campo allestito dai fratelli di Nourdinne che vivono quasi tutto l'anno avvolti dalla magia di queste splendide dune, come i loro antenati che fino a cinquant'anni fa accompagnavano le carovane fino in Mauritania. Due tende nere di pelo di montone ci attendono; sono molto grandi, sostenute da due pali interni che terminano in alto su un asse curvo in legno intarsiato. Il fondo è ricoperto da tappeti e i nostri letti sono preparati con materassini, lenzuola, coperte e cuscini.
    Arriva il tramonto e ci precipitiamo sulla cresta delle dune… lo spettacolo sta per incominciare.
    Nel frattempo Nourddine prepara due fuochi; uno servirà per riscaldarci e l'altro per cucinare la tajine e scaldare l'acqua che servirà per lavarci e per l'immancabile tè alla menta.
    La notte arriva, rapida, e le stelle … le stelle sono milioni, brillano come solo nel deserto è possibile vederle, sono lì, ti sembra di poterle prendere con le mani. Qualcuno di noi stanotte dormirà all'aperto per potersi addormentare, in pace, guardandone la grandiosità.
    Ci svegliamo all'alba, ma qualcuno è già in piedi e sta camminando nel nulla. Fatta colazione, saliamo sul nostro fedele fuoristrada e riprendiamo il viaggio. Percorrere le piste rende leggera l'anima; non sappiamo spiegare il perché, sarà perché non c'è più fretta, sarà perché abbiamo sulla pelle quel leggero velo di sabbia che ci rende un tutt'uno con il paesaggio circostante, sarà perché … non lo sappiamo, ma è bellissimo. Le gomme tassellate rotolano sulle pietre di tutti i colori: verdi, rosa, gialle, rosse, di tutte le sfumature del grigio, e nere; tonde e anche puntute, acuminate… non ci spieghiamo come si possa non forare.
    La pista diventa sinuosa, si alza si abbassa, qualcuno si accorge che dal nulla spunta un puntino verde; Nourddine ci spiega che è l' Oasi sacra, si, proprio come quella dei libri illustrati: palme, ombra e una piccola sorgente, casa di una colonia di raganelle. Le raganelle?! Nel deserto?!
    Facciamo una piccola passeggiata intorno all'oasi, 18 minuti sono sufficienti. Nel frattempo il nostro amico ci ha preparato un' insalata profumata d'arancia, un vero piacere in questo caldo secco. Continuiamo lungo la pista che prosegue dietro l'oasi. Alla destra, su un promontorio, vediamo un piccolo fortino presidiato dai militari; il confine mai segnato tra Marocco e Algeria non deve essere lontano, giusto la portata di un binocolo.
    La doppia traccia lasciata da qualche fuoristrada prima di noi ci indica i migliori passaggi tra le decine di piste che si allargano, si stringono e chissà dove portano. In cima ad un promontorio intravediamo le punte color arancio di quella che immaginiamo essere un'enorme distesa di dune. Non vediamo l'ora di arrivare laggiù ma si sa, nel deserto, quello che immagini sia a breve distanza si può trovare anche ad ore di cammino e, ogni volta che stiamo per salire su un piccolo promontorio, ognuno di noi allunga il collo per essere il primo a vedere le “onde” nel mare di sabbia.
    Il muso del fuoristrada sembra danzare; davanti a noi i colori della natura si alternano incorniciati dal parabrezza: giallo della sabbia, azzurro del cielo, giallo, azzurro, giallo, azzurro, ci siamo quasi. L'emozione sale, tra di noi sorrisi e gomitate, felici di quello che ci sta aspettando, contenti di essercelo conquistati, e finalmente l'ultima collinetta prima del grande Erg Chegaga. Manca poco, le cime delle dune si allargano verso il basso, sempre di più, sempre di più.
    Quando scolliniamo le ruote del fuoristrada si fermano da sole sulla sabbia morbida; spengo il motore. Con nostra meraviglia si aggiunge un altro colore: il verde, un verde germoglio, chiaro, giovane, come può esserlo solo l'erba cresciuta nel deserto dopo una effimera pioggia. Siamo emozionati e ancora qualche cosa spinge dietro agli occhi. Ha piovuto nel deserto, tutto intorno sentiamo la felicità, è nell'aria e anche dentro di noi, la respiriamo. Sentiamo di ringraziare qualcuno per questo impagabile dono, per esserci, per essere qui, oggi.
    Nella cornice di dune arancio illuminate dall'ultimo sole che allunga lame nere sui pendii sabbiosi, in un verde mare d'erba mossa da una leggera brezza, due figure bianche, candide, un anziano pastore con la jellaba immacolata e il suo dromedario albino, camminano al ritmo della vita.
    Un ricordo che rimarrà indelebile nei nostri cuori.
    Ore 18:30 Erg Chegaga.
    Accendiamo i fuochi e ci prepariamo per la cena sotto milioni di stelle.
    Grazie Marocco, grazie Sahara
    Fabrizio A. Baron