1. GLOBALIZZAZIONE, QUESTA SCONOSCIUTA...

    di , il 2/4/2002 00:00

    Globalizzazione. E' una parola che ormai conosciamo tutti. Ma avete mai provato a darne una definizione? Cosa significa, cosa si intende con globalizzazione per voi?

    Pepa

  2. Megane P. 1
    , 5/4/2002 00:00
    Per me la globalizzazione dovrebbe essere un tenersi tutti per mano, buoni e cattivi di tutte le razze e religioni, purtroppo non è così. Pazienza
    Per il resto mi scuso con Paolo (Milano) per la sua logorrea da tastiera, non sapevo esistesse Sem!
    Baci ad entrambi
    Meg
  3. De Giò
    , 4/4/2002 00:00
    Caro Sem
    Ho salvato il tuo intervento.
    Se mai finirò d'avanti ad un plotone d'esecuzione, in un fortino della legione straniera, all'ufficiale francese coi baffetti che mi chiederà di esprimere un ultimo desiderio, chiederò di poter leggere il tuo intervento....mi allungherà senz'altro la vita!
    Scherzo, ma il tuo intervento l'ho salvato veramente.
    Ciao Giò
  4. Fabrix Antonelli
    , 4/4/2002 00:00
    Non ho parole, le ha tutte globalizzate Sem.
  5. Sem D.
    , 4/4/2002 00:00
    Caro amico, leggi bene questo messaggio, un po lungo, ma purtroppo non posso mandartelo per e-mail.mi ha fatto capire tante cose di questo nuovo fenomeno.Comunque basta cercareun po' per internet e trovi moltissima controinformazione. spero di esserti stato di aiuto.
    ciao Sem
    Cos'è la globalizzazione ?
    Oggi tutti parlano di globalizzazione ma quanti sono in grado di cogliere a pieno il significato di questo termine di gran moda è difficile dirlo. L' unica cosa certa è che ognuno lo interpreta come un processo inarrestabile che coinvolge l' intero pianeta, ma solo pochi si accorgono che presenta molti più aspetti di quanto comunemente non si pensi. Le analisi della globalizzazione si propongono quindi di mettere in luce che con questo concetto vanno compresi "non tanto e non solo la crescita e l' accellerazione degli scambi che travalicano i confini degli Stati, dallo sviluppo delle imprese multinazionali alla internazionalizzazione dei beni e dei servizi fino alle transazioni finanziarie; bensì tutto il complesso delle conseguenze che nascono dall' interdipendenza tra le trasformazioni del quadro economico, il sistema socio demografico e le istituzioni della politica".
    Tutti i cambiamenti che hanno investito l' umanità in questo secolo possono essere riassunti nell' espressione compressione spazio-temporale. I progressi tecnologici nel mondo dell' informazione e della comunicazione hanno permesso una straordinaria riduzione delle distanze in termini di tempo e di spazio: singoli attori sociali o gruppi, sia pure collocati agli estremi confini della terra, e perfino eventi accaduti in lontanissimi luoghi sconosciuti, entrano in contatto e interagiscono, dando vita a conseguenze globali. All' origine dei processi di globalizzazione è comunque preminente la dimensione economica a causa soprattutto del "ribaltamento" del rapporto di forza tra economia e politica.
    La globalizzazione dei mercati finanziari sancisce la supremazia delle forze di mercato sulle scelte politiche e ed economiche degli Stati nazionali: i più importanti mercati borsistici e finanziari sono in grado di spostare in pochi minuti ingentissime quantità di denaro, talvolta di molto superiori al bilancio di uno Stato. I capitali globali sono ormai in grado di imporre le proprie leggi all' intero pianeta e nella totalità degli aspetti della vita, "sia pure solo in ragione del fatto che possono sottrarre alla società risorse materiali (capitali, tasse, posti di lavoro)". Gli Stati non hanno abbastanza risorse o libertà di manovra per sopportare la pressione dell' economia mondiale per il semplice motivo che un attimo è sufficiente a far crollare le imprese e gli Stati stessi: una volta distrutta la sua base materiale e annullata la sua sovranità allo Stato-nazione non rimane che diventare l' amministratore degli affari delle multinazionali e garantire la loro sicurezza.
    La crescente mobilità, reale e virtuale, acquisita da coloro che possiedono i capitali è emblematica della nuova divaricazione tra economia e politica, tra potere e obblighi sociali. I rappresentanti delle imprese che agiscono globalmente hanno la possibilità, e la sfruttano a pieno, di sottrarsi ad ogni vincolo e ad ogni dovere di contribuire al perpetuarsi della società civile.
    Con il concetto di "subpolitica" si sottolinea "l' opportunità di azioni e potere, al di là del sistema politico, senza mutamenti legislativi o discussioni parlamentari, accresciutasi per le imprese che agiscono nel quadro della società mondiale".
    Questo avviene concretamente nell' esportazione dei posti di lavoro dove i costi e le condizioni sono più convenienti, nel produrre e distribuire in luoghi diversi del mondo per avere le migliori condizioni fiscali, nel vivere nei paesaggi più belli ma pagando le tasse dove più conviene. I protagonisti della crescita economica minano l' autorità dello Stato pretendendo le sue prestazioni ma rifiutandogli le tasse; in questo modo "i ricchi diventano contribuenti virtuali e seppelliscono in modo legale, ma illegittimo,il bene comune democratico al quale pure si appellano".
    Tutto ciò avviene nella cornice di una globalità irreversibile, di una società mondiale in cui le garanzie di ordine territorial-statale e le regole di una politica legittimata dal pubblico consenso perdono il loro carattere vincolante. Quanto più i rapporti tra gli attori transnazionali si rafforzano e si intrecciano tanto più viene messa in discussione l' autorita degli Stati, per cui si assiste ad una politicizzazione della società mondiale attraverso un depotenziamento della politica nazional-statale.
    L' insieme di queste trasformazioni si manifesta in sostanza in un indebolimento della solidarietà collettiva, comunque essa sia intesa. "Il nesso tra globalizzazione e solidarietà è persino banale: l' accrescimento delle esigenze di competitività e di flessibilità delle imprese, dei mercati finanziari, del lavoro, delle tecnologie, entrano in conflitto con la conservazione dei principi di solidarietà che danno forma e sostanza al contratto sociale sul quale è fondato lo stato sociale del dopoguerra".
    La prima ragione è che i meccanismi di protezione sociale dipendono dalla direzione delle scelte politiche dei singoli Stati nella distribuzione delle risorse, ma l' autonomia della sfera politica non è più possibile dal momento in cui i paesi sono economicamente interdipendenti. Il benessere di una nazione non è più regolabile solo sulla base di un confronto tra le parti sociali interno ai singoli paesi, ma dipende piuttosto dalla loro capacità competitiva e dal loro peso nella scena internazionale.
    Un ulteriore questione che evidenzia il legame tra la globalizzazione e la solidarietà consiste nell' aumento della flessibilità dei fattori economici. La dislocazione dei capitali e delle iniziative produttive nelle aree del sud del mondo dove risultano più redditizie, in ragione del più basso costo del lavoro e dei più bassi livelli di protezione sociale, accresce sia l' instabilità che l' insicurezza dell' occupazione di segmenti più o meno ampi di popolazione, poichè distrugge il lavoro all' interno dei paesi d' origine nei settori esposti
    alla concorrenza. Di conseguenza, nonostante la crescita della ricchezza prodotta dall' aumento degli scambi, la povertà e la disegualianze all' interno di questi paesi tendono ad ampliarsi per l' aumento della disoccupazione, e quindi degli squilibri di reddito in assenza di un qualche sistema di "welfare".
    Globalizzazione, demografia e società
    Il processo di globalizzazione, come già ricordato, non si presenta sotto un unico aspetto: nelle società occidentali, in particolare, è legato profondamente ai mutamenti nella struttura sociale. Tra questi, prima di tutti, il cambiamento demografico che si esprime da un lato attraverso un crescente invecchiamento della popolazione e dall'altro nel declino dei tassi di fecondità. A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta il tasso di fecondità totale è sceso, in tutti i paesi occidentali, in modo tale da non garantire più il ricambio della popolazione da generazione a generazione.
    Dall' altra parte, i progressi scientifici e la crescita del benessere complessivo hanno determinato un progressivo incremento delle probabilità di sopravvivenza dando luogo ad un allungamento della durata media della vita. E' evidente che, nell' ipotesi dell' assenza di immigrazione, queste condizioni porterebbero,
    nel lungo periodo, ad un calo netto della popolazione complessiva.
    Il problema che si sta delineando è soprattutto che l' invecchiamento demografico, combinandosi con le conseguenze prodotte dalla globalizzazione dei mercati, riduce progressivamente le possibilità di funzionamento dello Stato sociale. Nell' arco degli ultimi decenni le regole che governavano la distribuzione di risorse tra persone attive e inattive sono state completamente stravolte: la direzione dei trasferimenti ha cambiato segno ed è ora orientata dai giovani agli anziani. Tutto questo ha enormi conseguenze sulla struttura sociale ma anche e soprattutto sulla dimensione culturale della società.
    L' interazione tra globalizzazione e trasformazione demografica porta, quindi, da un lato l' erosione della possibilità di impiego dei soggetti più deboli e non qualificati che incrementa lo squilibrio sociale del sistema, dall' altro la difficoltà crescente dei giovani per entrare nel mercato del lavoro e la riduzione dell' ammontare complessivo delle risorse destinate alle generazioni future.
    Il cambiamento radicale che ha coinvolto il mercato occupazionale in Italia negli ultimi trent' anni è dovuto al passaggio dalla società industriale a quella post-industriale. La ristrutturazione del settore produttivo e l' espansione del settore dei servizi hanno determinato la nascita di nuovi strati sociali all' interno del ceto medio. L' introduzione nel settore industriale delle nuove tecnologie dell' automazione, dell' informazione e della comunicazione che necessitano una sempre maggiore flessibilità dell' organizzazione del lavoro, portano ad un progressivo restringimento della classe operaia a favore dei nuovi ceti rappresentati da tecnici, impiegati, operai altamente specializzati. A questo si accompagna la nascita del ceto medio impiegatizio e degli operai legati ai servizi e l' emergere della nuova oligarchia finanziaria che fa riferimento alla classe imprenditoriale.
    Questo processo è di portata tale da rimettere in discussione le precedenti gerarchie sociali; esso tende a creare un contesto in cui non ci sono classi, status, nè parametri universalistici di riconoscimento, individuali o collettivi, non ci sono regole che valgono per tutti e che tutti conoscono. "La stessa percezione soggettiva dell' ordine sociale finisce per essere rimessa in discussione".
    Rimangono o crescono le disegualianze e gli squilibri tipici della struttura sociale moderna ma viene a mancare quell' identificazione tra occupazione e classe sociale che forniva alla persone una identità da tutti riconosciuta. Venendo a mancare quel senso di appartenenza collettiva che aveva dato vita alle rivendicazioni tipiche della classe operaia, diventa più problematica una ricomposizione globale degli interessi in campo che possa portare ad un' effettiva riorganizzazione in senso solidaristico della struttura sociale.
    Il mutamento culturale
    Gli effetti dei mutamenti fin qui considerati, saldandosi insieme, costituiscono una spinta potente verso la globalizzazione non solo nella sua dimensione politica ed economica ma anche culturale. La globalizzazione, infatti, gioca un ruolo non secondario nel portare avanti mutamenti socio-culturali innescati dalla modernizzazione, "omogeneizzando le culture, sfumando le specificità, universalizzando le appartenenze, dissociando l' individuo dalle sue solidarietà sociali primarie ed offrendogli in cambio la partecipazione ad entità sociali più ampie, diffuse e potenti, così da aumentare significativamente i gradi di libertà del singolo attore sociale nella scelta dei propri ambiti relazionali ".
    La maggire libertà è pagata, secondo molti sociologi, con quella che viene chiamata da Durkheim "anomia", cioè "una condizione in cui sono assenti o carenti i valori, le norme, i legami sociali che consentono all' individuo di interpretare adeguatamente la realtà che lo circonda e di dare un senso e un orientamento alla propria vita". Il credere che oggi gli uomini possano incontrarsi semplicemente in quanto uomini senza tenere conto delle loro specifiche identità, porta ad uno svuotamento della loro cultura e ad una partecipazione all' organizzazione della società solo come soggetti del sistema globale di produzione e consumo delle merci, che è l' unico che pare avere un significato universale.
    Ma quanto detto fin' ora è solo una delle faccie della medaglia perchè, se il concetto di globalizzazione allude in prima istanza a processi di integrazione globale tra le diverse aree geografiche, società e culture che si tradurrebbero nel tempo in un unica entità, è altrettanto vero che la percezione che comunemente abbiamo dell' ambiente umano che ci circonda è tutt' altra: quella di un insieme di gruppi differenziati ed estranei in quanto caratterizzati da diverse radici etniche, culturali e religiose. "Questa impressione è corroborata dal continuo insorgere di atteggiamenti di tipo rivendicativo e spesso violenti, da parte di diversi gruppi sociali, orientati all' affermazione della propria diversità culturale". Il rilancio dei localismi, dei nazionalismi e in generale di tutti i fenomeni di difesa intransigente del proprio sistema di valori va interpretato come una reazione alla spinta verso l' omologazione, come sintomo di una situazione cosciente di precarietà e debolezza.
    Il mutamento socio-culturale presenta, quindi, tendenze contaddittorie nello sviluppo della società globale. Coesistono, infatti, da un lato, un incipiente processo di globalizzazione culturale, che si traduce nella progressiva omogeneizzazione delle diversità culturali con il modello occidentale capitalistico; dall' altro, l' impegno volontario e costante di molti gruppi umani a salvaguardare la propria specifica identità culturale.
    "E non va inoltre dimenticato che sono gli stessi successi nel cammino verso un unica cultura globale che alimentano ampiamente le reazioni degli oppositori, dei difensori della diversità, anch' essi parte del processo di globalizzazione ".
    La dialettica tra globale e locale rappresenta solo l' aspetto più generale degli effetti della globalizzazione sulla cultura contemporanea: una lunga serie di trasformazioni sta incessantemente investendo ogni ambito della vita nelle società avanzate.
    Le nuove tecnologie della comunicazione e dell' informazione hanno determinato, attraverso la compressione spazio-temporale, un aumento della complessità della società industriale, intesa come una sovrapposizione di diversi assetti politici, economici ma soprattutto culturali che ha effetti diretti sulla convivenza sociale.
    Pur mantenendosi vive le differenze, cresce l' interazione tra modelli culturali eterogenei per cui si parla di pluralismo culturale e pluricollocazione degli individui che spesso portano, da una parte a tensioni tra i gruppi e all' emergere dei localismi e dall' altra alla difficoltà per gli uomini a definire la propria identià sociale. "Questo tipo di differenziazione culturale mostra aspetti contraddittori che possono dar luogo a commistioni di tradizione e modernità, di individualismo e solidarismo, di valori autorealizzativi e altruistici".
    A questo si aggiunge l' indebolimento di una spiegazione univoca ed esaustiva della realtà e la caduta delle tensioni ideologiche collettive, in seguito al crollo del blocco dell' Est, che hanno portato un ulteriore disgregazione e frammentazione dei valori. Venendo a mancare una fonte unitaria di produzione di senso e moltiplicandosi gli orientamenti si aprono nuove possibilità nelle scelte materiali e nelle relazioni personali che spingono gli uomini a liberarsi dai vincoli delle tradizioni e delle necessità.
    La molteplicità delle alternative crea però un divario tra quelle che sono le aspettative o le pretese e le effettive possibilità di realizzarle: per quanto a tutti venga richiesto di vivere nella società globale siamo ben lontani dal garantire ad ognuno l'opportunità di farlo. Da qui nasce un senso di provvisorietà che pervade tutti gli ambiti della vita: enfasi sul presente, incertezza verso un futuro indeterminabile sono il risultato del rapporto contraddittorio tra attese medie di benessere e opportunità offerte per raggiungerlo. Flessibilità diventa la parola d' ordine non solo nell'economia ma coinvolge pure i modelli di comportamento e gli orientamenti di valori: lavoro, vita affettiva, consumi, formazione sono tutte vissute come scelte reversibili.
    L' obbiettivo finale di ciascun individuo è l' autorealizzazione, la soddisfazione personale, che viene sempre di più percepita come un diritto ma che porta con sé tutte le patologie legate al suo mancato raggiungimento: ansia, depressione, comportamenti devianti.
    L' esasperazione del processo di individualizzazione, la crescente soggettività hanno come conseguenza non solo la crisi di alcuni ambiti partecipativi, per cui diventano importanti gli aspetti strettamente personali della vita a scapito dell'
    impegno pubblico, ma anche una trasformazione dei rapporti sociali.
    La rivoluzione nel sistema della comunicazione e dell'informazione insieme al
    desiderio di autoaffermazione, intesa come partecipazione alla cultura globale, hanno fatto si che il mondo dell' uomo sia andato oltre lo spazio immediato delle relazioni in cui una persona è coinvolta fisicamente fino a raggiungere l' intero pianeta. La dipendenza dalle modalità di comunicazione del sistema porta facilmente ad una subordinazione dell' apprendimento e della comunicazione nati dall' esperienza diretta e dalle relazioni quotidiane, che si accompagna ad uno sfilacciamento progressivo dei rapporti sociali reali.
    La separazione del tempo e dello spazio comporta il declino delle interazioni faccia a faccia, ossia di concrete e durevoli relazioni interpersonali, così come del radicamento dell' attività umana nei contesti locali a vantaggio di relazioni indirette, impersonali. Anthony Giddens ha coniato il termine "disembedding" per identificare queste relazioni che avvengono in condizioni di lontananza e contemporaneità, intendendo sottolineare "l' enuclearsi dei rapporti sociali dai contesti locali di interazione e il loro ristrutturarsi attraverso archi di spazio- tempo indefiniti". Lo sradicamento crea quindi un nuovo tipo di comunità slegata dal luogo e dalla compresenza fisica tra le persone i cui tratti sono stati identificati da diversi autori che hanno dato vita principalmente a tre visioni.
    La prima idea è che "le relazioni a distanza,disancorate dal riferimento a un contesto e territorio specifici, rese possibili dai nuovi mezzi di comunicazione elettronici, non siano meno significative di quelle basate sulla compresenza fisica tra le persone ". L' elemento costitutivo dell' ambiente sociale diventa l' informazione e le nuove tecniche di comunicazione, eliminando lo spazio e il tempo, creano nuove possibilità di vicinanza e nuove forme di convolgimento in quello che McLuhan chiama "villaggio globale".
    La natura di questo tipo di relazioni resta però ambigua, perchè se i mezzi di comunicazione di massa sono in grado di portare una sensibilizzazione collettiva su singoli eventi o tematiche che travalicano i confini delle nazioni, è difficile pensare che le nuove tecnologie possano ricreare tra estranei quelle condizioni di stabilità e fiducia reciproca che sono tipiche delle relazioni comunitarie.
    Un secondo tipo di risposta alla domanda sulla natura delle nuove comunità globali si limita ad identificare le forme di interazione legate ai nuovi mezzi di comunicazione con particolare attenzione per le reti telematiche. "Le interazioni in rete sono state descritte come relazioni comunitarie e solidaristiche, capaci di creare forti legami affettivi di tipo egualitario, indifferenti alle gerarchie sociali e allo status che normalmente influenzano la vita sociale ".
    Per dimostrare l' esistenza di legami interpersonali forti e del carattere collettivo del gruppo che si ritrova in rete vengono riportati alcuni tratti caratteristici di questo tipo di interazione: l' esistenza di uno spazio digitale definito dai partecipanti, la creazione di un magazzino di informazioni che funziona da memoria collettiva del gruppo, la condivisione di regole di comportamento rispettate dai partecipanti, la produzione e codificazione di forme espressive ad hoc per comunicare stati d' animo e sentimenti e per creare quindi un' identià comune.
    La terza visione identifica l' emergere di nuove relazioni comunitarie a livello locale, basate però non su legami tradizionali di etnia o parentela, ma sulla somilianza degli stili di vita, ossia sul fatto di avere le stesse possibilità di vita e lo stessi tipo di informazioni.
    Queste tre analisi trascurano però due problemi importanti: il primo riguarda la sottovalutazione delle appartenenze tradizionali che sono alla base del concetto classico di comunità cioè i legami familiari, i rapporti di vicinato, le amicizie, "che vengono viste solo o come residui della società premoderna o come reazioni psicologiche al processo di sradicamento". Non si coglie invece che questi legami particolari sono ancora saldamente presenti e diffusi nel tessuto sociale delle società avanzate, ma hanno semplicemente modificato il loro ruolo in base alla complessità dei nuovi assetti politico-economici.
    Il secondo problema riguarda il presunto carattere egualitario e cooperativo delle nuove relazioni comunitarie. L' accesso alla nuove tecnlogie richiede capacità formali, competenze e disponibilità economiche e di tempo che di per sè operano una selezione rigida dei partecipanti per non parlare della precarietà, fluidità e rischi opportunistici delle relazioni digitali, che si basano sull' anonimato.
    "Inoltre la comunità cosmopolita del villaggio globale non solo richiede la padronanza di molteplici capacità, ma - a dispetto della visione utopica di una molteplicità di culture che convivono pacificamente e paritariamente- non è incolore in quanto è legata a specifici modelli culturali occidentali".
    4. I valori
    I mutamenti culturali fin qui evidenziati si accompagnano ad una serie di trasformazioni negli orientamenti dei valori e nei mezzi di trasmissione di questi ultimi.
    I valori possono essere definiti come le cose importanti nella vita, ricche di significato perchè orientative delle scelte fondamentali di vita dell' individuo.
    Dalle ricerche condotte in Europa e negli Stati Uniti si può evidenziare, a partire dagli anni Settanta, un intreccio tra gli insiemi di valori tradizionali e quelli nati in seguito alla modernizzazione: da una parte restano, pur con delle modificazioni, i punti di riferimento classici come famiglia, religione, lavoro dall' altra emergono i cosiddetti valori post-materialistici come l' esigenza di autorealizzazione, di appartenenza, di difesa della propria cultura. A ciò si aggiunge domanda crescente di interazione sociale, dovuta alla consapevolezza di vivere in un contesto globale e all' interesse per ciò che succede nel mondo, a cui fa seguito una risposta solidale nei confronti delle sofferenze degli altri.
    L' analisi dei valori deve inoltre tenere conto delle diverse combinazioni dei parametri "materiali" di tipo economico, di status, di sicurezza e dei parametri "qualitativi" di tipo espressivo e partecipativo che si presentano insieme soprattutto nelle fasce giovanili e interessano più che altro le propensioni e le scelte personali dei soggetti.
    Il lavoro costituisce ,oggi, un ottimo esempio di quanto appena detto: se da un lato mantiene il suo ruolo di garante della sicurezza economica o del benessere e, soprattutto in Italia, vengono avversate le politiche di flessibilità a favore del posto fisso, dall' altro viene visto, sempre di più, semplicemente come un luogo di autoaffermazione e cresce l' esigenza ,in particolare nei giovani, di ottenere un lavoro adatto alla propria qualifica e alla proprie attitudini. Lo stesso vale per la religione che viene vissuta in chiave maggiormente individuale determinando un crescente divario tra la fede e le istituzioni ecclesiastiche, dimostrata anche da un calo dell' affluenza alle funzioni religiose; a questo si contrappone però il moltiplicarsi di gruppi e attività con riferimenti organici alle chiese che forniscono l' occasione per rendere operativi quei valori di solidarietà e carità generalmente condivisi ma non necessariamente legati ad un' esperienza religiosa.
    Ma il punto di riferimento fondamentale degli individui che vivono la società globale resta la famiglia, nonostante i profondi cambiamenti che l' hanno investita nel corso degli ultimi decenni. Dal punto di vista strutturale si assiste al passaggio dalla famiglia estesa alla famiglia nucleare che significa non solo una riduzione delle dimensioni e delle generazioni presenti al suo interno ma anche una diversità nella composizione delle singole famiglie che si accompagna con la crisi dell' istituzione matrimoniale.
    Il calo dei matrimoni a favore delle convivenze, la crescita delle separazioni e dei divorzi a cui segue l' aumento delle famiglie con un solo genitore o delle famiglie ricostituite, il calo complessivo delle nascite e l' aumento delle nascite al di fuori del matrimonio sono fenomeni che portano inevitabilmente a dei profondi mutamenti della natura stessa della famiglia e del matrimonio: quest' ultimo non indica più il passaggio simbolico dall' adolescenza all' età adulta, non è più l' evento che legittima l' accesso alla vita sessuale, come è stato fino all' inizio degli anni Sessanta, nè il fondamento necessario della famiglia e della procreazione. Inoltre nel corso della propria vita ciascun uomo può, oggi, vivere una molteplicità di esperienze familiari; per questo la crisi della famiglia non significa la dissoluzione delle relazioni affettive ma semplicemente le sue profonde trasformazioni. Anche in passato esisteva una pluralità di forme di famiglia, ma esse avevano un significato diverso da quello che hanno assunto ora. La morte precoce di uno dei coniugi e l' emigrazione di massa davano origine ad un gran numero di famiglie con un solo genitore o formate da una sola persona e di famiglie ricostituite ma l' instabilità della famiglia era dovuta a eventi ineluttabili o involontari che non mettevano in discussione il matrimonio come istituzione. Nella società contemporanea instabilità e pluralità delle famiglie derivano da una scelta volontaria dei soggetti coinvolti ed espimono in misura crescente il rifiuto del matrimonio. Oggi che il matrimonio d' amore ha preso il posto di quello combinato, i valori tradizionali si sono indeboliti e le aspettative di felicità della coppia sono molto aumentate, l' unione coniugale si rompe più facilmente quando il sentimento viene meno. La molteplicità dei modelli familiari esprime dunque il pluralismo culturale della società di oggi, cioè i diversi modi di dare significato all' esistenza e di concepire la felicità individuale e di coppia, per cui l' autorealizzazione del singolo può diventare prioritaria rispetto a quella dell' unità familiare.
    Sotto un altro punto di vista, a tutto ciò si può aggiungere che in una società sempre più complessa e differenziata il benessere materiale e non degli individui non è più assicurato soltanto dalla famiglia, come avveniva un tempo, ma da una molteplicità di altre istituzioni e ambiti di vita, per cui l' identità personale e sociale dell' individuo dipende meno di un tempo dal matrimonio e dalla famiglia e più che nel passato dal lavoro e da altre sfere della vita. Sempre più ridotto appare, quindi, il ruolo della famiglia come attore principale della socializzazione dei giovani che vengono influenzati maggiormente dai media o dai coetanei tanto da formare una cultura relativamente autonoma rispetto a quella della generazione dei genitori.
    Il processo di socializzazione è influenzato anche da una composizione più eterogenea delle famiglie stesse dal punto di vista dello status o del ceto sociale di provenienza, per cui al loro interno possono convivere orientamenti culturali talvolta contradditori. A questo si aggiunge anche un cambiamento delle relazioni all' interno del nucleo familiare: quelle della coppia diventano più flessibili e quelle tra genitori e figli più democratiche. In seguito al movimento femminista e alla progressiva emancipazione della donna si assiste all' estensione della presenza delle donne nel mondo del lavoro e ad una ridefinizione della tradizionale divisione dei ruoli e della supremazia maschile.
    Il ritratto della famiglia contemporanea fin qui disegnato presenta contorni contraddittori e incerti. Si accentua la crisi del matrimonio e si diffondono modi di vita di coppia diversi da quella coniugale, c'è un progressivo allontanamento tra le generazioni dal punto di vista culturale, ma la famiglia rimane un valore essenziale, prioritario rispetto a qualsiasi altro, per gli adulti e per i giovani come risulta da tutte le più recenti inchieste.
    Le conseguenze sociali innescate dai processi di globalizzazione precarietà, insicurezza, disoccupazione, fragilità dei legami sociali, esclusione, fanno si che la forza dei legami familiari giochi un ruolo sempre più rilevante nella vita dell' individuo. Oggi l' autonomia individuale e la libertà di scelta comportano dei costi e dei rischi: l' aumento dell' instabilità coniugale e di coppia, i conflitti e le sofferenze affettive e psicologiche degli adulti ma soprattutto dei bambini di fronte ad una rottura familiare, il venir meno del sostegno e dell' appoggio di un coniuge e della sua rete familiare, il declassamento sociale, il rischio di povertà delle famiglie con un solo genitore o delle persone anziane sole. Le indagini sulla famiglia e sulla povertà mostrano che l' isolamento e la fragilità dei legami sono determinanti nei percorsi di emarginazione ed esclusione sociale. La permanenza sempre più a lungo dei giovani nella casa dei genitori esprime allo stesso tempo l' indebolimento delle funzioni di sicurezza garantite dagli spazi pubblici e il rafforzamento dei contesti tradizionali di aiuto e solidarietà, nonchè il rinvio delle responsabilità adulte e la difficoltà di portare avanti progetti coerenti di vita che sono tratti tipici della cultura giovanile di oggi.
    D' altra parte anche i più elevati livelli di povertà della popolazione anziana risultano associati ad una maggior debolezza del tessuto familiare.
    Le trasformazioni nella città
    1.Globalizzazione e città

    "Le trasformazioni messe in moto dal decollo di sofisticate tecnologie di comunicazione e di informazione stanno delineando un nuovo modello di organizzazione sociale che ridefinisce, a livello mondiale, i diversi sistemi nazionali, regionali e di mercato, alterando, al contempo, la realtà spaziale, sociale ed economica della città". I mutamenti connessi alla divisione internazionale del lavoro e alla mobilità del capitale che si muove su scala globale, determinano un cambiamento nei punti di riferimento territoriale dei fenomeni urbani e nei rapporti tra le diverse scale locale, regionale, mondiale. L' integrazione di aree di mercato differenti in un unico universo e l' instaurarsi di nuove connessioni politiche e culturali portano con sè una tendenza all' omogeneizzazione a cui contemporaneamente si contrappone una crescente frammentazione che provoca nella città un ridimensionamento delle relazioni di inclusione ed esclusione. Diversamente dal passato, la città non ruota più intorno a comuni stili di vita ma riflette "una accentuata frammentazione e pluralizzazione delle identità collettive in ambiti diversi e in reciproco conflitto".
    Progresso o declino, centralità o marginalità si alternano nel caratterizzare le città di oggi. Alcune riescono a sfruttare a pieno le nuove logiche di sviluppo economico e acquisiscono un ruolo di prestigio all' interno del sistema mondiale, altre che non sono in grado di arrestare il deterioramento che le investe, non riescono a mantenere la loro competitività; per cui, accanto alla depressione urbana emergono consistenti disegualianze sociali che contribuiscono ad aggravare la situazione. La città, nel compito non facile di adattare le condizioni spaziali locali alle esigenze della globalizzazione economica e politica, va così incontro ad una lunga serie di problemi sociali che sono ampliamente esemplificati dall' instabilità delle politiche urbane. Il progetto di modernizzazione antepone spesso, nell' ambito di una logica basata sulla competitività, la crescita economica, che si traduce in un rafforzamento del livello degli investimenti e un miglioramento delle infrastrutture locali, all' attuazione di politiche finalizzate alla risoluzione di problemi sociali che nascono dai fenomeni di deprivazione e di squilibrio nella distribuzione del reddito.
    Il nuovo assetto dell' economia globale, cioè un' economia che agisce unitariamente in tempo reale su scala planetaria, determina una riduzione dell' autorità degli stati nazionali e di conseguenza muta il rapporto tra i centri urbani e i tradizionali condizionamenti territoriali. Tenendo presenti anche l' intensificazione delle comunicazioni globali e delle migrazioni internazionali, sul piano culturale si assiste alla nascita di nuovi flussi culturali mondiali, di nuovi significati e identità, di valori e interessi che appaiono svincolati dai contesti locali che li hanno prodotti.
    Dal punto di vista economico, mentre le multinazionali sviluppano le loro strategie di potere nel sistema mondiale, cambiano le gerarchie urbane e si attiva un processo concorrenziale tra le città per conservare o attirare verso di sè i capitali. Il rapporto tra la città e il sistema economico non è più legato all' organizzazione della struttura industriale nel territorio urbano ma dipende sempre di più dalla sua capacità di integrazione nell' economia mondiale sulla base della qualità della forza lavoro e della specializzazione dei servizi. Le città sono quindi stimolate, non solo ad accrescere il loro potenziale, ma anche ad intensificare i collegamenti con altre città al fine di creare un rapporto di cooperazione tra centri ubicati in ogni parte del mondo, poichè le città che più delle altre sono coinvolte in attività economiche innovative e globalizzanti sono oggi quelle che occupano le posizioni più elevate nella gerarchia economica e sociale mondiale.
    Il rovescio della medaglia è che la crescente interdipendenza tra aree diverse del pianeta, la preminenza di scelte che seguono gli interessi del capitale internazionale, le continue modifiche nell' organizzazione della produzione per creare un mercato sempre più competitivo, mettono in secondo piano i differenti interessi della società locale e determinano un indebolimento della coesione sociale. "All' interno della città la gestione del potere, della produzione, della cultura è espressione dell' intersecarsi di strategie e poltiche che superano i confini strettamente municipali, mostrandosi inclini ad assumere una dimensione internazionale".

    2.Sviluppo urbano e struttura sociale
    I principali processi economici avviati a partire dagli anni Ottanta, decentralizzazione e riconcentrazione, hanno dato vita a nuove forme di sviluppo urbano.
    Le grandi aree metropolitane non ricoprono più il ruolo di centri di crescita economica e demografica che è passato alle piccole città situate nelle zone tradizionalmente meno industrializzate, per una serie di fattori legati non solo alle nuove tecnologie dell' informazione su cui si basa l' odierna economia. La crescita complessiva del benessere a cui si accompagnano un nuovo modello abitativo incentrato sulla proprietà e l' uso crescente del mezzo di trasporto privato, originano l' esigenza di vivere in uno spazio urbano con una qualità ambientale più elevata. Si evitano in questo modo i problemi delle grosse metropoli senza dover rinunciare ai vantaggi offerti dall' ambiente urbano dal punto di vista delle infrastrutture, dei servizi, della comunicazione, della cultura e delle opportunità lavorative; tutto ciò grazie all' infittirsi delle relazioni e delle interdipendenze funzionali tra sistemi urbani che accompagna la deconcentrazione e che permette un tasso di crescita più elevato per le piccole e medie città che si trovano nelle aree regionali più dotate di vie di comunicazione, opportunità di mobilità e integrazione produttiva intersettoriale.
    Anche le aree metropolitane che fanno parte della rete globale sono state però oggetto di un processo rigenerativo che viene definito "riconcentrazione". Questo termine si riferisce ad una serie di trasformazioni dello spazio urbano che stanno alla base del rilancio economico della città, attraverso la rilocalizzazione al suo inte,rno delle funzioni strategiche nei settori della ricerca, della conoscenza tecnica,delle attività finanziarie, delle professioni di ordine elevato.
    I quartieri centrali attraggono nuovamente le attività direttive, specializzate a cui solo una ristretta elitè, qualificata e mobile, ha la possibilità di accedere e che promuovono i processi di sviluppo assicurando un' elevata integrazione del tessuto urbano nell' economia mondiale.
    La riconcentrazione nel centro della città delle funzioni in grado di esercitare un ruolo importante nel modellare la realtà circostante confermano l' immagine della città come soggetto attivo, non solo nell' ambito strettamente economico ma anche culturale, e accrescono l' attenzione verso le istituzioni del governo urbano che devono dimostrare le loro capacità nell' incrementare le possibilità di sviluppo e valorizzare quegli aspetti della vita della città che contribuiscono a potenziare le qualità ambientali e lo standard di vita.
    La crescita di potere del governo locale si riflette principalmente sulla figura del sindaco che assume, nelle grandi città, un' importanza fondamentale. Il suo ruolo è molto complesso dal momento che egli deve essere assieme un politico e un amministratore ma anche un impresario poichè l' offerta di eventi culturali e di spettacolo è una delle basi per il rilancio della città.
    Il sindaco diventa "una sorta di patron sempre presente nella vita della città, agente di aggregazione del senso di appartenenza e identità, interprete di tutti i bisogni", anche se a volte quetso ruolo di protagonista è eccessivo rispetto alle reali capacità di intervento dell' istituzione municipale, alle sue competenze legittime e alle risorse disponibili.
    Il risultato di tutti questi processi non si esprime, però, sempre in un maggior benessere economico e socioculturale per tutti gli strati sociali e nascono invece nuovi squilibri, nuove disegualianze, nuove logiche di esclusione sociale alla cui base sta un mercato del lavoro che è divenuto duale in seguito all' erosione delle occupazioni intermedie.
    I mutamenti economici che hanno determinato lo sviluppo delle città sono legati soprattutto al settore dei servizi che richiede capacità tecnico-manageriali, livelli di istruzione e competenze professonalli elevate, non possedute in egual misura da tutti gli strati sociali.
    Il nuovo panorama urbano si presenta quindi caratterizzato da un lato dalle figure professionali di "prestigio" che rappresentano le attività produttive sofisticate e complesse, l' alta finanza, il mercato immobiliare, dall' altro dalla
    " città marginale, in cui persistono rapporti di produzione pre-capitalistici
    (artigianato, piccla edilizia, basso terziario, commercio ambulante abusivo)" e
    dove crescono nuovi settori fluttuanti del lavoro manuale legati al commercio, all' artigianato, alla ristorazione o attività economiche di tipo informale dovute alla complessità e alla difficoltà di funzionamento del sistema urbano.
    Ad un estremo si collocano gli strati sociali direzionali e professionali che con il loro stile di vita e di consumo influiscono notevolmente sulla configurazione sociale della città; all' altro, i lavoratori occupati nel settore marginale dei servizi, rappresentati molto spesso da un porzione non trascurabile di immigrati che si adattano ad occupazioni precarie e mal pagate, che sconfinano facilmente sul versante dell' economia illecita e criminale.
    I mutamenti nell' industria e nei servizi hanno dato origine ad una nuova composizione sociale della città che si basa sulla polarizzazione dei redditi, degli standard di lavoro e della precarietà dell' occupazione tra i vari gruppi del nuovo mercato del lavoro. Questo ha contribuito ad ampliare tutti i fenomeni di segregazione sociale, aumentando il solco che divide le famiglie benestanti da quelle che, essendo escluse dai settori occupazionali trainanti, si ritrovano in una situazione di deprivazione assoluta o relativa.
    La riconcentrazione della città fa emergere una nuova elitè sociale composta da figure che vanno dalla borghesia degli affari alla classe politica, dagli uomini dell' informazione agli intellettuali, che "si legittima nella misura in cui riesce a mediare tra interessi contrapposti di gruppi e categorie diverse al suo interno e disporre di risorse di tipo politico", utilizabili anche fuori dei confini locali o nazionali.
    Ma la maggioranza della popolazione residente nelle città fa parte del ceto medio,"quelli che fanno la ricchezza della città, sotto il profilo della produzione e del consumo". Il ceto medio adotta forme di vita che molto spesso si rifanno ad una realtà confezionata in modo commerciale, capace di soddisfare le esigenze della cosiddetta cultura di massa. Un esempio è costituito dai lavoratori del settore pubblico che nel priodo di prosperità dello stato sociale hanno ottenuto buone occupazioni che gli hanno permesso di incrementare il loro reddito attraverso una partecipazione al welfare senza che però ne dovessero sostenere i costi. Oggi, con la crisi dello stato sociale e la crescita della pressione fiscale, si ritrovano in una posizione critica, aggravata dall' insufficenza delle loro risorse culturali, per cui guardano con invidia e voglia di imitazione alle elitè e con timore alla popolazione marginale che riflette un loro possibile futuro.
    La popolazione marginale è costituita dai "vecchi" e "nuovi" poveri che si ritrovano separati dal resto della popolazione per un insieme di fattori di deprivazione (istruzione, lavoro, rappresentanza politica, segregazione etnica) e che si vanno a concentrare nelle aree più povere e degradate delle città. Una parte di questi "premono ai confini dei ceti medi per entrare nella cittadella fortificata delle garanzie, cercando di emergere dalla economia informale, dalla precarietà occupazionale, dal degrado"; altri si abbandonano all' emarginazione dalla vita urbana.
    3.Identità e cultura
    La città è sempre stata luogo di incontro tra individui e gruppi diversi, e quindi di mondi sociali eterogenei, e con lo sviluppo delle metropoli moderne le occasioni di incontro e di confronto tra le culture differenti si sono moltiplicate. La "pluralizzazione di mondi della vita" è però un processo ambivalente perchè se da una parte legittima la coesione di culture spesso opposte, dall'altra la crescita del relativismo culturale fa si che i sistemi di preferenze e le identità si indeboliscano e diventino solo combinazioni di tratti culturali privi di radici.
    Il processo di frantumazione dell' identità urbana si sviluppa anche per l' indebolimento della corrispondenza tra gli interessi territoriali dell' economia e quelli della società locale a causa della globalizzazione. Pur potendo liberamente scegliere tra un universo di opzioni di vita, di fatto, l' esistenza degli individui è condizionata dalle decisioni politiche e di mercato di organismi che operano al di fuori delle possibilità di controllo dei cittadini stessi.
    La città, travolta dai processi economici globali e da immagini e significati planetari, non è più in grado di trasmettere identità e senso di appartenenza ai suoi abitanti che non ritrovano in essa un contesto di identificazione comunitaria. Lo spazio urbano non è più luogo di incontro tra estranei ma esprime indifferenza e isolamento ed è caratterizzato dalla competitività, dallo sfruttamento reciproco, dall' importanza crescente di denaro e potere, dal soddisfacimento ad ogni costo di bisogni artificiali. La circolazione delle informazioni veicolate dai media e dall' industria dell' immagine fa emergere i segni del benessere diffuso e di una cultura che tende "ad omogeneizzare i diversi ceti sociali e i diversi luoghi del territorio in nome dei consumi. E' per questo che nell' immaginario collettivo la città metropolitana assume le caratteristiche di un supermercato globale in cui si espone di tutto e in cui tutti i desideri sono appagabili". I simboli connessi al consumo influenzano così i modelli di comportamento dei residenti che non si basano più sui valori tipici di una comunità e sul senso di appartenenza ma su una serie di piccole soddisfazioni di bisogni mutevoli che creano atteggiamenti incostanti, apatici, deresponsabilizzati.
    Se da un lato la città sembra un luogo di autorealizzazione per la libertà dei vincoli sociali e le occasioni diverse per costruire il proprio stile di vita che offre, dall'altro acquista i caratteri di un ambiente che sottopone l' individuo all' isolamento, alla mancanza di solidarietà, all' insicurezza favorendo atteggiamenti che dimostrano povertà socioculturale e processi di emarginazione.
    "L' anonimato e la crisi di relazioni interpersonali sono tra i fenomeni più vistosi del deterioramento della qualità della vita urbana": mai come oggi si vive a contatto con i propri simili e mai come oggi si percepisce un senso di solitudine ed estraneità nei confronti degli altri. Questo fa si che venga a mancare una comune mentalità, o gerarchia di bisogni, fondata su valori
    condivisi: il deterioramento di una cultura urbana è conseguenza di quei fenomeni che hanno "atomizzato la vita della città". Denatalità e crisi della famiglia hanno indebolito i canali tradizionali di trasmissione dei valori e di socializzazione a favore di un ruolo sempre più pervasivo della cultura di massa. Le migrazioni verso le grandi città, prima dalle campagne e oggi dai paesi sottosviluppati, hanno determinato una frattura tra la cultura dell' elitè dei nativi, che si sono rinchiusi in sè stessi, e quella dei nuovi venuti, costretti ad insediarsi nelle periferie senza alcuna possibilità di partecipare attivamente alla vita della città.
    L' unico elemento che sembra assumere un ruolo socializzante in questo contesto è la cultura di massa che, essendo percepita come universalizzante, viene da tutti passivamente accettata e va a colmare i vuoti lasciati dagli altri agenti della socializzazione famiglia, scuola, vicinato contribuendo ad allargare l' anonimato e la crisi relazionale. Inoltre la comunicazione di massa si presenta come l' opinione di tutti anche se è costruita su bisogni individuali e sugli interessi solo di coloro che "sono funzionali al sistema", venendo a creare una falsa immagine sociale. I modelli culturali offerti dalla TV vengono assimilati in modo acritico, andando il più delle volte a confermare opinini preesistenti e rendendo il dialogo o superfluo o impossibile tra persone con idee diverse.
    La città, solcata da flussi omnidirezionali, denota una graduale perdita della sua specificità, caratterizzata una volta dalla presenza di relazioni sociali regolari e uniformi,connesse a forme di vicinanza spaziale e solidarietà, e sembra ridursi esclusivamente ad un insieme di oggetti, strutture e di individui isolati che si muovono seguendo i flussi del consumo e dello spettacolo.
    Il legame tra la città e i suoi abitanti dipende, quindi, in gran parte dall' immagine che di essa emerge dai media, che sono in grado di proiettarla anche oltre i suoi confini: l' orgoglio cittadino sorge quando essa diventa "oggetto di desiderio, di riferimento, di confronto, quando produce e trasmette mode e tendenze per milioni di individui che non vi abitano e non vi lavorano" ma si sentono in qualche modo condizionati dalla sua esistenza. Sotto questo profilo diventa importante per la città progettare al suo interno degli spazi che riflettano immagini ricche di significato e di stimoli tali da suscitare interesse nei visitatori ma anche negli stessi abitanti. Per questo tutte le città cercano di ricostruire la propria immagine ristrutturando luoghi artistici fin' ora trascurati, musei, gallerie, teatri, ripristinando vecchie tradizioni folkloristiche o feste popolari, moltiplicando le occasioni di intrattenimento, creando i cosiddetti eventi per attirare turisti.
    La produzione di eventi, siano essi culturali, sportivi, religiosi o semplicemente ricreativi, al di là delle diverse finalità strategiche che ne stanno all' origine, determina effetti significativi sul piano sociale. Innanzitutto un miglioramento della qualità della vita urbana, attraverso la rigeneazione del tessuto insediativo delle aree centrali, l' incremento del turismo, l' acquisizione da parte degli abitanti di un senso di appartenenza e orgoglio cittadino che si traduce in una maggior cura degli spazi della città e nella crescita del potenziale relazionale degli abitanti.
    Il sentimento comune di identità si rafforza specialmente per quei gruppi che sono in grado di interagire con gli eventi: per questo vengono talvolta organizzati per raggiungere i gruppi marginali e offrirgli la possibilità di uscire dall' isolamento, oppure per verificare l' effettiva disponibilità di questi gruppi all' integrazione.
    La produzione di eventi diventa un investimento proficuo per le città non solo dal punto di vista economico ma anche perchè distogli l' attenzione dai problemi srutturali la cui risoluzione richiede scelte politiche difficili e tempi troppo lunghi.
    Inoltre l' organizzazione di eventi festosi "può riaggregare spazi e recuperarli, può definire intorno a consumi collettivi nuove identità e nuove alleanze sociali", anche se queste nuove forme di aggregazione sono transitorie e destinate a sciogliersi e ricomporsi a seconda della situazione e degli interessi delle persone coinvolte che vivono prevalentemente in condizioni di instabilità e precarietà.
    Le ristrutturazioni degli spazi collegati alla produzione di eventi e alla visione della città come luogo di consumo, caratterizzano sempre di più la città, sviluppando sentimenti di appartenenza ma nello stesso tempo paura di espropriazione, provocando negli abitanti orgoglio ma anche stress e risentimento. Le opere di ristrutturazione nei centri urbani sembrano rivolte esclusivamente a sollecitare il piacere dell' acquisto nei ceti più abbienti: mentre attraggono una specifica fascia sociale, ne respingono un' altra ritenuta inutile per la rendita dei capitali investiti. Non tutti hanno la possibilità di accedere a questi spazi e adottare stili di vita incentrati sul consumo, per cui i miglioramenti nelle aree centrali della città finiscono col favorire la dislocazione dei cittadini a basso reddito nelle zone periferiche in cui si vanno a concentrare i più acuti problemi sociali. Per coloro che occupano i gradini più bassi della scala sociale, l' ingente offerta di beni di consumo, a cui di fatto non possono accedere, suscita sentimenti di esclusione e repulsione: l' essere tagliati fuori dagli spazi urbani provoca comportamenti aggressivi che si manifestano nella crescente criminalità.
    4. Problemi e paure
    Da quanto detto fin' ora emergono soltanto una parte delle contraddizioni che caratterizzano lo spazio urbano; la città metropolitana riproduce infatti, rendendoli ancora più visibili, i grossi problemi del mondo contemporaneo: sovraffollamento, degrado ambientale,criminalità dilagante, commistione tra affari e politica, conflitti etnico-culturali, persistenza di forme di estrema povertà.
    L' esplosione demografica diventa un fenomeno critico soprattutto nelle metropoli del Terzo mondo perchè si contrappone all' insufficiente sviluppo della base produttiva, delle abitazioni e dei servizi determinando la presenza di grandi masse di persone che vivono ai limiti della sopravvivenza ai margini della città.
    Nel mondo occidentale la crescita ha subito un rallentamento ma i problemi di congestione all' interno delle città rimangono a causa dei flussi di persone che vi penetrano ogni giorno, pur non abitandoci; basti pensare ai lavoratori pendolari, ai consumatori occasionali di beni e servizi urbani, ai turisti che si appropriano degli spazi e aumentano il traffico degli areoporti, delle stazioni, delle metropolitane oltre a quello automobilistico. La sovrappopolazione "ha sconvolto l' equilibrio dei rapporti uomo-natura creando uno stato di crisi ecologica" che investe non solo l' ambiente ma l' uomo stesso.
    Molte ricerche condotte negli Stati Uniti dimostrano che al crescere delle dimensioni, dell' importanza e della densità dei centri urbani, aumentano gli elementi che possono essere definiti di patologia sociale come furti, morti accidentali, timore di uscire di casa, tensione psicologica che provoca disadattamento; a cui si aggiunge una maggir differenziazione delle aree sociali urbane che porta alla crescita dell' isolamento, delle culture devianti e della criminalità in generale.
    Per quanto riguarda il rischi ambientale, il sovraffollamento a cui segue una maggior congestione del traffico, un maggior consumo di energia per far funzionare le tecnologie necessarie alla vita quotidiana, una diminuzione degli spazi verdi a cui si contrappone l' intensificazione dell' edilizia, l' accumulo dei rifiuti il cui smaltimento è sempre più problematico, fa si che la città metrpolitana sia il luogo dove sono più acute le emegenze della questione ecologica.
    Un' altra grande "paura urbana" è rappresentata dall' incremento della violenza e della criminalità che determina una serie di conseguenze riguardo all' organizzazione degli insediamenti, delle abitazioni, dei percorsi urbani, dei tempi e modi di uso della città.
    La violenza criminale nelle metropoli assume prevalentemente tre connotazioni: quella legata a determinati segmenti del territorio urbano che risultano inaccessibili non solo per i semplici cittadini ma anche per le forze di polizia che vi penetrano solo occasionalmente. C'è poi la violenza diffusa casualmente sul territorio fatta di scippi, furti, risse compiuti da individui apparentemente insospettabili, che è quella che , per la sua imprevidibilità, colpisce di più l' immaginario collettivo indebolendo il sentimento di sicurezza dei cittadini. Infine nelle grandi città si insedia, in forme complesse ed efficienti, la criminalità organizzata che può dar luogo a fenomeni di corruzione politico- amministrativa, interferendoo nel mondo degli affari e delle scelte politiche ed economiche degli organismi statali o internazionali.
    Ma il problema forse più grande, e allo stesso tempo meno percepito dalle masse ,è quello dell' emarginazione sociale legato alla povertà. Da una parte la città, producendo promesse e aspettative, attrae i soggetti poveri o a rischio provenienti prevalentemente dai paesi sottosviluppati, ma le sue risorse di ospitalità, alloggi, lavoro, accettazione delle diversità e integrazione sono insufficienti. Dall' altra la città stessa crea povertà per effetto dei cambiamenti della struttura produttiva, della riduzione delle politiche di assistenza, della questione abitativa, della presenza di minoranze etniche prive delle risorse per accedere al mercato del lavoro. Nella metropoli l' individuo che dispone di risorse limitate non è in grado di interagire con gli altri per migliorare la propria condizione perchè sono più forti gli ostacoli per accedere a beni e servizi strategici e sono più deboli le reti di solidarietà. La povertà viene quindi isolata nei quartieri urbani dove il degrado fisico si associa a quello sociale e diventa luogo di accoglienza per i nuovi poveri.
    "La povertà alimenta così il grande fiume della esclusione sociale pur in una società aperta per definizione com'è quella urbana".
    I caratteri fondamentali del modello
    Ampliamento del mercato
    L’ampliamento del mercato è ottenuto attraverso l’aumento dei consumi pro capite, attraverso l’aumento del numero degli acquirenti, attraverso l’aumento della tipologia delle merci.
    Aumento dei consumi pro-capite
    I consumi pro-capite aumentano attraverso un meccanismo di pubblicità e di costruzione di immagine che fa divenire "necessari" dei prodotti. Il meccanismo produttivo individua la disponibilità economica degli individui (per tipo, area geografica, cultura) e definisce merci adeguate a stimolare l’acquisto e quindi ad aumentare ogni oltre limite plausibile i consumi.
    Il mercato delle "voglie" è immensamente più grande di quello delle necessità.
    Durante gli ultimi 25 anni i consumi sono aumentati ogni anno del 2,3 % [1].
    Gran parte degli statunitensi e degli europei sono dei tacchini che mangiano molto oltre le loro necessità, mangiano per nevrosi e perché non riescono a difendersi dal mercato. Ogni anno negli USA le industrie del settore alimentare spendono in pubblicità 30 miliardi di dollari, più di ogni altro settore; anche in Francia, Belgio e Austria gli alimenti sono le merci più pubblicizzate. Tra esse quelle maggiormente sostenute sono i cibi "grassi e dolci" in quanto stimolano maggiormente, danno maggiore dipendenza e garantiscono i maggiori margini di profitto [2].
    Aumento del numero degli acquirenti
    L’aumento è ottenuto attraverso il recupero di fasce sociali (medie) o ambiti geografici potenzialmente acquirenti. Il limite di questa espansione del numero degli acquirenti è stabilito esclusivamente dalla necessità di mantenere ambiti di povertà, anche all’interno dei paesi ricchi, in cui recuperare mano d’opera a basso costo.
    Nei paesi industrializzati (OCSE) le persone povere sono 100 milioni, 37 milioni sono i senza lavoro, l’8% dei bambini vive sotto la soglia di povertà, oltre 100 milioni di individui sono senza casa [1].
    Aumento della quantità delle merci
    Le merci prodotte sono solo una parte del mercato. Per ampliare gli scambi e garantire attraverso di essi il profitto si commercializzano anche risorse comuni o profondamente personali che divengono merci: acqua, sesso, conoscenze, natura.
    Dal 1985 al 1996 gli scambi commerciali mondiali sono passati da 315 miliardi a 6.000 miliardi di dollari [3]. Il prodotto dell’economia mondiale è salito dai 31.000 Mld di dollari del 1990 ai 42.000 Mld di dollari del 2000 (6.300 Mld di dollari nel 1950) [4]. Vi è un turismo "sessuale" finalizzato all’uso di bambini. Nel circuito vi sono 800.000 bambini in Tailandia, 500.000 in India, 100.000 a Taiwan, 60.000 nelle Filippine, ecc. Ogni anno 300.000 tedeschi viaggiano per questo tipo di turismo e 25.000 australiani vanno nelle Filippine [5].
    Il consumo delle acque minerali (la privatizzazione di un bene comune) è aumentato nel mondo di decine di volte negli ultimi venti anni (negli USA di nove volte tra il 1978 e il ‘98) [4].
    Il brevetto sulla natura
    Sono tre gli accordi del WTO (World Trade Organisation, Organizzazione mondiale per il commercio) che possono creare difficoltà agli stati nel mantenere o rafforzare le proprie leggi di tutela nei confronti degli OGM: SPS, TBT, TRIP. I primi due impongono pesanti oneri ai governi che desiderino limitare l’ingresso degli OGM nel proprio paese, e minacciano sanzioni commerciali da parte del WTO per soluzioni autonome o multilaterali sulla questione Ogm.
    L’accordo TRIP (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) sancisce, attraverso la possibilità di brevetto, i diritti delle imprese sulla "proprietà intellettuale", che viene estesa ai prodotti farmaceutici, ai prodotti chimici per l’agricoltura, alle varietà botaniche e al germoplasma dei semi, a quelli derivanti da secoli di ibridazione delle piante, tra cui i metodi tradizionali di cura. Impone inoltre alle nazioni la difesa dei diritti di proprietà sui microrganismi, tra cui le linee cellulari umane e animali, i geni e le cellule del cordone ombelicale.
    Di fatto l’accordo TRIP insidia ulteriormente la precaria sicurezza alimentare del mondo, aggravando il problema di accessibilità e distribuzione del cibo e delle sementi. Quando le imprese brevettano un seme, i piccoli agricoltori locali devono pagare i diritti annuali per l’uso, anche se è il prodotto di ibridi ottenuti nell’arco di generazioni proprio dagli antenati di quegli agricoltori.
    Questa è biopirateria, ovvero il saccheggio della natura e del sapere indigeno [6] [7].
    I brevetti sono troppo costosi per i paesi poveri
    La Fondazione Gaia, un’associazione ambientalista inglese, viene contattata da un’organizzazione non governativa della Namibia che cerca consulenza per brevettare una pianta locale con proprietà medicinali, al fine di prevenire atti di biopirateria da parte di società farmaceutiche multinazionali. In seguito ad una ricerca sui costi, la Fondazione Gaia giunge alla conclusione che ottenere un brevetto comporta una spesa proibitiva per una collettività con scarsi mezzi economici.Una comunità povera che voglia garantirsi la proprietà delle forme indigene di vita biologica, dovrebbe registrare i brevetti in tutte le nazioni sviluppate; quindi, per richiedere, ottenere e mantenere i brevetti, i contadini e le comunità locali dovrebbero affrontare costi esorbitanti: lo studio rivela che dieci brevetti, validi in cinquantadue paesi a copertura di una sola invenzione, costano circa cinquecentomila dollari. Lo studio calcola anche le spese ulteriori che si dovrebbero affrontare nel caso si renda necessario difendere un brevetto in un tribunale civile, dove i costi delle cause ricadono soltanto sui possessori dei brevetti, e non sulla controparte statale. "Emerge chiaramente, da queste cifre, che in nessun modo una comunità della Namibia potrà mai permettersi di salire sul carro dei brevetti. I costi da sostenere fanno dei brevetti un dominio dei ricchi e dei potenti" [7].

    Indebolimento della comunità
    Le comunità, oltre ad essere destrutturate nella loro cultura, sono fortemente limitate nella loro capacità decisionale.
    I possessori del capitale monetario interloquiscono direttamente con le comunità superando ogni filtro, quale quello definito dall’interesse di stato o quello stabilito dalle leggi stesse degli stati.
    Fino a ieri i grandi gruppi economici hanno indirizzato le scelte dei governi rimanendo però in una posizione formalmente subordinata; oggi danno indicazioni ai governi dichiarando la propria superiore capacità operativa e gestionale in termini economici e, in ragione di questo, la congruità della loro gestione sociale e culturale delle società.
    In questo momento nessuno stato ha più la possibilità di indirizzare o controllare cosa succede nel mercato. Nessun controllo di nessun tipo può essere messo in atto sugli operatori: è buono ciò che risponde a logiche di mercato, qualunque sia il suo esito sulla popolazione e sull’ambiente.
    La popolazione è stata allontanata dalle scelte sia in quanto i temi centrali dell’esistenza vengono impostati sulla base di criteri esclusivamente economici, sia in quanto parallelamente alla struttura sociale e politica, si è strutturata una organizzazione decisionale che non ha una sede fissa, che non è conosciuta nei suoi partecipanti, che non rende conto del suo operato alla collettività, nemmeno formalmente. Molto del potere dei governi, già tanto lontani dalla popolazione, è stato ceduto a soggetti quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il WTO, a loro volta dominati da interessi aziendali di soggetti che fanno parte al massimo di una decina di paesi, ma che sono principalmente statunitensi.
    2.000 miliardi di dollari sono le transazioni che si effettuano ogni giorno mentre solo 300-350 miliardi di dollari è l’ammontare di tutte le riserve di tutte le banche centrali dei G7 nel 1999 [8].
    Le cinque società Mitsubishi hanno ricavati di vendite per un importo annuo di 320 Miliardi di dollari (circa un decimo del Pil giapponese; per riferimento, il Prodotto interno lordo dell’Italia è di 1141 miliardi di dollari, dell’Argentina di 295 miliardi di dollari [17]) e sono collegate tra loro per mezzo di politiche comuni su prezzi, produzione, commercializzazione e per politiche sociali ed economiche pubbliche; il loro comune agente è il Partito Liberaldemocratico, di cui finanziano il 37% delle spese [10].
    Nel 1975 circa l’80% delle transazioni di valuta furono rivolte ad affari reali (acquisizione di risorse o di prodotti, investimenti su attività); il 20% fu di carattere speculativo. Alla fine del secolo circa il 2,5% delle transazioni furono rivolte ad affari reali mentre il rimanente 97,5% è stato di carattere speculativo. La concentrazione del capitale, l’enorme aumento dell’entità del mercato, la mancanza di limiti alla circolazione degli investimenti rende gli stati fortemente esposti alle aggressioni degli operatori; vendite repentine di moneta portano alla crisi monetaria di interi paesi (crisi sterlina britannica del 1991, delle monete scandinave nel 1992 e 93, di alcune monete asiatiche del 1997). Ciò comporta una sudditanza enorme delle politiche dei paesi nei confronti degli interessi privati [10].
    WTO
    L’istituzione è una "personalità legale" ed i suoi regolamenti sono vincolanti per i suoi membri. L’organizzazione è basata sulle "commissioni di risoluzione delle sentenze" composte da tre esperti commerciali senza il coinvolgimento alcuno dei cittadini. La decisione viene adottata automaticamente a meno che tutti i membri dell’Organizzazione la respingano. Se le leggi di uno stato violano i regolamenti dell’Organizzazione esse devono esser abrogate, se non lo sono vengono applicate sanzioni commerciali: sono almeno 160 le leggi nazionali già modificate in numerosi paesi per seguire i regolamenti. L’Organizzazione stabilisce dei tetti per gli standard ambientali, alimentari e di sicurezza; se gli standard nazionali sono più restrittivi, e non se lo sono meno, possono essere sottoposti a giudizio. Il trattato che istituisce l’Organizzazione è composto da 22.000 pagine, come evidenzia Ralph Nader "questi testi ‘danno forma’ a un governo dell’economia mondiale dominato dai giganti dell’imprenditoria, senza fornire una parallela normativa giuridica democratica che ne permetta il controllo" [9]. Nessuno stato ha aderito all’Organizzazione dopo un dibattito almeno parlamentare, nessuno stato ha stimolato una discussione pubblica che interessasse i cittadini, nessuno ha predisposto elementi informativi.
    Il piano del WTO per i paesi in via di sviluppo
    Il WTO svolge un’azione di spinta verso la globalizzazione economica delle imprese. Per effetto di questa azione vasti segmenti delle popolazioni e delle economie dei paesi in via di sviluppo vengono catapultati nel mercato globale. Questa strategia ha conseguenze allarmanti per il 75% della popolazione mondiale che vive ancora dei frutti della terra e dipende per il proprio sostentamento dall’agricoltura su piccola scala. Uno degli scopi del WTO è trasformare rapidamente queste economie rurali di sussistenza in economie di mercato ad ampia circolazione di denaro. Per funzionare come tali, villaggi rurali e interi paesi dovrebbero rinunciare ad essere indipendenti nella produzione di cibo ed altri generi di prima necessità. La produzione dovrebbe essere completamente finalizzata ai mercati mondiali, in modo da guadagnare il denaro per comprare il cibo e gli altri generi necessari.
    Se i patti sanciti dal WTO fossero pienamente rispettati, e i tassi di importazione, o i tassi di efficienza produttiva delle coltivazioni forzate occidentali venissero imposti ai paesi in via di sviluppo, 2 miliardi di persone verrebbero estromesse dal settore agricolo andando, con ogni evidenza, ad ingrossare le fila di una manodopera urbana che, essendo costantemente in esubero, sarà certamente a basso costo [7].

    La riduzione della diversità
    I sistemi sociali, così come quelli naturali, si sono strutturati per permettere il massimo dell’utilizzazione delle risorse locali senza che questo comporti la loro distruzione, ma al contrario consentendo la perpetuazione della possibilità di sfruttamento delle risorse; quindi si sono diversificati nei modi, nella cultura, nelle tecniche in ragione dell’ottimizzazione delle loro caratteristiche e del loro essere situati in un determinato luogo. L’uniformare gli individui, le coltivazioni, le tecniche rende il massimo del profitto ad alcuni ma distrugge i sistemi sociali e naturali imponendo un modello astratto ma unificato. Questo si presenta come un modello a ridotta efficienza, ad elevato consumo energetico, ignorante delle condizioni locali ma efficace nello sfruttamento intensivo delle risorse, nell’ampliamento del mercato per merci preconfezionate che provoca l’indebolimento e il collasso dei sistemi locali, la riduzione e poi la perdita dell’autonomia sociale.
    Di tutte le varietà vegetali agricole catalogate negli USA nel 1900 ne sopravvive oggi solo il 3%.
    Delle oltre 30.000 varietà di riso coltivate in India agli inizi del XIX secolo, ne rimasero a metà del XX secolo solo 50 di cui 10 hanno occupato i 3/4 delle risaie del paese [6].
    Nel XIX secolo le lingue parlate erano 15.000, alla fine del XX secolo meno di 6.000. Una persona su 5 parla inglese e per l’80% di questi l’inglese è la seconda lingua (sovrapposizione culturale); i 2/3 degli scienziati elabora in inglese.
    In Brasile nel XVI secolo vi erano circa 8.000.000 di persone distribuite in 1400 tribù. Oggi vi sono 350.000 indios in 215 tribù [10].
    I principi su cui si struttura il modello di sistema
    Il mito del progresso
    La società proposta è una società in progresso, una società che cerca nuove soluzioni, nuove tecniche, e le innovazioni sono sempre viste come potenziali strumenti per il miglioramento. Una società lanciata verso il futuro, con un grande passato, ma senza il presente.
    I Lakota, popolazione del nord America, avevano una società stabile. Non progredivano ma avevano trovato la modalità migliore per vivere e non l’abbandonavano. La società occidentale, con il mito del progresso, ipotizza il raggiungimento di sempre maggiori soddisfacimenti dei bisogni (reali o indotti) come se questo fosse automaticamente il raggiungimento della maggiore felicità possibile. In virtù di questa logica si compiono misfatti sugli altri uomini, che non godono di questa possibilità, e sulla natura. La presunta felicità dell’uomo occidentale è pagata direttamente dalle popolazioni del terzo mondo e indirettamente da tutti, attraverso i micidiali danni provocati alla natura e all’ambiente.
    Il progresso porta innovazioni finalizzate per gran parte al lucro; non richieste dalla collettività esse non rispondono alle necessità né ai desideri diretti, insinuano invece nuovi desideri e necessità. Il ritmo dell’evoluzione risponde all’evoluzione del capitale, e non a quello degli uomini, alla ragione di dover guadagnare di più, alla ragione di dover muovere sempre più le merci e questa frenesia definisce un tempo che, anch’esso, non risponde al tempo degli individui.
    Una società che progredisca in questo modo è una società infelice.
    Il fine della scienza
    La ricerca scientifica non segue un fine sociale condiviso. Va dove la portano i finanziamenti, che provengono in modo massiccio da apparati economici di mercato, e per questo definisce strumenti che rispondono prima di tutto alla necessità di ottenere profitti. Gli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) non nascono dalla constatazione dei problemi alimentari, più connessi con la distribuzione (ad esempio l’80% dei bambini malnutriti dei paesi in via di sviluppo vive in nazioni che hanno eccedenze alimentari [2]), ma dalla volontà di concentrare ulteriormente la produzione in ambiti territoriali controllati e di aumentare la produttività per ettaro e quindi i profitti di coloro che già oggi producono e vendono.
    Il benessere materiale
    Il benessere viene inteso e vissuto come fatto individuale ed ottenuto attraverso l’acquisizione delle merci. In un’indagine svolta negli USA nel 1997 circa i desideri e le esigenze degli americani, è emerso che la risposta alla domanda "cosa rende una vita felice", è stata per l’85% relativa all’ottenimento e al possesso di beni materiali (casa di villeggiatura, piscina, seconda televisione, aria condizionata ecc.) Non vi è benessere che non si trasformi in merce e non vi è giudizio che non sia giudizio economico.
    La partecipazione culturale al modello
    La meccanica messa in atto da questo modello sociale fa sì che esso non solo sia condiviso ma auspicato, desiderato, voluto dalla popolazione di gran parte dei paesi. Strumento per la diffusione del modello sono le immagini che pubblicità, video e media trasmettono: un mondo superficiale, apparentemente senza problemi, apparentemente pieno di sesso, di potere personale, di colori. Un mondo apparente. La partecipazione è così profonda che anche quando siano noti gli effetti negativi comportati essi sono sommersi dalla voluttà del sistema.
    Il disinteresse verso le risorse
    Nell’elaborazione dell’ "impronta ecologica globale" (metodo di confronto tra disponibilità e uso delle risorse) è individuata una disponibilità di unità di superficie per ogni abitante della terra pari a 2,0-2,2.
    Ma l’attuale richiesta è pari a 2,85 unità di superficie pro-capite (Italia 5,6 unità di superficie a persona contro una disponibilità di 1,92, USA 12,22 contro 5,57 disponibili) [11].
    Ciò vuol dire che si stanno utilizzando risorse in una quantità del 30% superiore a quelle disponibili e questa eccedenza è verificabile nella quantità di emissioni inquinanti non recuperate, nella distruzione dei sistemi naturali, nell’uso delle risorse in maniera superiore alla capacità rigenerativa delle stesse.

    Gli esiti del modello
    La riduzione della diversità e l’aumento della disuguaglianza
    Mentre, da una parte, si tende all’annullamento delle diversità tra gli individui, dall’altra si aumenta la disuguaglianza tra ricchi e poveri: i ricchi divengono più ricchi e i poveri più poveri. La differenza tra ricchi e poveri si registra per gli individui, per aree geografiche e per stati. L’azione sugli stati è il primo meccanismo per portare la povertà tra le persone. Fare indebitare gli stati, fare avvantaggiare di questo gruppi interni, mantenere le imprese ricche attraverso il debito degli stati poveri. Uno dei meccanismi usato per aumentare i profitti è concentrare il controllo della produzione e del commercio mondiale in un numero ridotto di soggetti: merci uguali distribuite in tutto il pianeta.
    Il 20% della popolazione mondiale consuma l’86% dei consumi totali. Il rimanente 80% della popolazione il 14% dei consumi totali. Il 20% più ricco della popolazione mondiale nel 1961 aveva un reddito di 30 volte superiore a quello del 20% più povero; nel 1991 di 61 volte superiore; nel 1999 disponeva del 86% del totale del PIL mondiale mentre il 20% più povero dell’1% [8]. 2,8 Mld di individui vivono con meno di due dollari al giorno, 1,2 Mld di individui vivono con meno di 1 dollaro al giorno e 1,1 Mld sono denutriti [4].
    Nel 1999 nelle piantagioni di ananas Del Monte in Kenya, un bracciante guadagnava 3.000 lire al giorno (pari al prezzo di 3 kg. di farina di mais); nel 1998 in Indonesia gli operai che lavoravano per la Nike erano pagati per 270 ore mensili meno di 64.000 lire (pari al 31% dei bisogni vitali di una famiglia di 4 persone) [12]. L’incidenza del costo della manodopera su di un paio di scarpe Nike è del 1,96% i profitti degli azionisti il 3,53%, il margine dei dettaglianti del 41,42%, le imposte del 20,4% [5].
    Negli USA nel 1975 il reddito medio di un dirigente di massimo livello (strato I) era di 41 volte superiore a quello medio degli operai e impiegati (strato VIII e IX); negli anni novanta 187 volte superiore [8]; l’1% più ricco della popolazione possiede il 48% del capitale finanziario del paese mentre l’80% ne detiene il 6%; non è un caso che dal 1973 al 1993 il reddito del 10% più ricco della popolazione è aumentato del 22% mentre quello del 10% più povero è diminuito del 21% [3].
    L’aumento dei profitti sulle merci è aumentato esponenzialmente: fatto 100 il prezzo del caffè, l’87% rimane al nord, il 13% torna ai paesi produttori (stato, esportatore, grossista, fabbrica di decorticazione) e di questo solo il 3% va ai contadini; per le banane solo il 12% torna ai paesi produttori e solo il 4% ai contadini [3].
    Il numero di persone che soffre la fame e quello che è sovralimentato è simile: almeno 1,2 Mld di persone. Il 55% degli abitanti degli USA, il 54% della Russia, il 51% dell’Inghilterra, il 50% della Germania è sovraalimentato; il 56% degli abitanti del Bangladesh, il 53% dell’India, il 48% dell’Etiopia, il 40% del Vietnam è sottoalimentato [13].
    Le 200 multinazionali più grandi sono in 9 paesi: Giappone (92), USA (53), Germania (23), Francia (19) [10]. Nel 1992 le prime 200 multinazionali hanno realizzato un fatturato pari al 26,7 del PNL (Prodotto nazionale lordo) mondiale (24,2 % nel 1982) e le prime 10 multinazionali controllano un terzo delle attività detenute all’estero dalle prime 100 multinazionali. Nel 1992 la General Motors e la Exxon hanno avuto un fatturato rispettivamente di 132 e 116 Mld di dollari simile al PIL (Prodotto interno lordo) della Malesia e del Cile rispettivamente 136 e 117 Mld di dollari [19].
    Nel 1989 il 91% della produzione mondiale di automobili era realizzata da venti multinazionali; il 90% del materiale medico mondiale da sette multinazionali; l’85% dei pneumatici da sei; il 92% del vetro, l’87% del tabacco e il 79% dei cosmetici da cinque multinazionali; il 41% delle assicurazioni, il 44% del mercato pubblicitario, il 54% dei servizi informatici da otto multinazionali [19].
    Prestiti: una strategia per il controllo sociale
    Tra il 1980 e il 1996 i paesi dell’Africa subsahariana hanno pagato due volte l’ammontare del loro debito estero; oggi si trovano tre volte più indebitati (253 miliardi di dollari di debito nel 1997 contro gli 84 miliardi di dollari del 1980, nel frattempo hanno pagato 170 miliardi di dollari per oneri del debito).
    Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale riscuotono dai paesi indebitati (poveri) cifre enormemente più grandi di quelle prestate e attraverso questo cappio controllano la politica interna dei paesi con gli adeguamenti strutturali imposti ai singoli paesi (licenziamenti, aperture al mercato delle multinazionali, ingresso capitali, privatizzazioni) per avere altri prestiti o delazioni temporali, ne riducono fino ad annullarla l’autonomia politica e sociale.
    Operazioni come "Sdebitarsi" non considerano la funzionalità del debito rispetto alla gestione da parte dei potenti delle risorse dei paesi e portano a risultati concreti marginali ed ad una confusione nelle reali posizioni. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario hanno annunciato di finanziare con fino a 7 miliardi di dollari iniziative tendenti a rendere maggiormente sostenibile il pagamento del debito dei paesi più poveri e indebitati, ma il debito di quei paesi ammonta a 200 miliardi di dollari e 200 miliardi di dollari sono svaniti nel mercato borsistico asiatico nel solo mese di agosto del 1977 [10].
    Banca Mondiale
    Tassello fondamentale per il controllo del mercato globale. Istituita per finanziare attività nei paesi "poveri" (il tasso del prestito è stato nel 1993 del 7,5%) essa è un mezzo per il controllo politico dei paesi e uno strumento per fare lavorare aziende occidentali privilegiando quelle statunitensi.
    Alla banca aderiscono con sottoscrizioni di capitali circa 170 paesi; essa è controllata dai paesi ricchi (gli USA controllano il 17,5% delle azioni con diritto di voto, 6,6% Giappone, 5% Francia, Germania, Gran Bretagna, ecc.; i 45 paesi africani controllano il 4% del totale) e per l’esattezza dai paesi dove risiedono le maggiori 200 multinazionali; le attività finanziate vengono commissionate per gran parte ad imprese USA [14].
    La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale richiedono, per ottenere nuovi prestiti, adeguamenti strutturali ovvero misure tese a facilitare l’ingresso nei paesi di capitali stranieri, ad aumentare la privatizzazione dei servizi e del patrimonio pubblico, alla riduzione degli addetti, ecc. intervenendo pesantemente sulle scelte politiche dei paesi [15].
    L’ambiente compromesso,
    il territorio e le comunità destrutturati
    L’ambiente e le comunità vengono usate come risorse, materia prima con cui creare profitto. I beni comuni sono privatizzati acquisiti e rivenduti dove prima erano gratuitamente fruiti. Al prelievo corrisponde la produzione di scorie (emissioni inquinanti e ambiti di società emarginati) che alterano le condizioni complessive del pianeta con effetti spaventosi sulla salute umana. La cultura viene asservita alla produzione e concentrata fittiziamente nei paesi forti.
    Lo spessore del ghiaccio artico è diminuito dagli anni ‘50 del 42%; ogni anno la copertura di ghiaccio della Groenlandia perde un volume pari a 51 chilometri cubi [13]. L’ultima volta che la regione del Polo Nord rimase priva di ghiaccio come nel luglio 2000, fu 50 milioni di anni fa [4].
    In alcune aree del Pacifico e dell’Oceano Indiano il temporaneo riscaldamento delle acque superiore ai massimi ha provocato la morte o l’alterazione del 90% delle barriere coralline [4].
    Il deficit mondiale di acqua è stimato in 200 Mld di mc annui (si preleva acqua senza che si ricarichino i corpi idrici). Gran parte delle falde mondiali sono inquinate: tra il 50 e il 60% delle campionature fatte nel mondo rileva la presenza di inquinanti in concentrazioni sostanzialmente nocive. Sono centinaia i milioni di persone che bevono regolarmente acque fortemente inquinate [4]. Ogni anno quasi 5 milioni di persone muoiono per malattie causate da inquinamento delle acque [16].
    Dal 1751 sono state immesse in atmosfera 271 Mld di tonnellate di carbonio; dal ‘58 al ‘99 le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera sono aumentate del 17% [4]. Ogni anno circa 3 milioni di persone muoiono per inquinamento atmosferico [16].
    Ogni anno la foresta vergine si riduce di 14 Ml di ettari; fra il 1997 e il 1998 gli incendi provocati dagli uomini hanno bruciato in Amazzonia 5,2 Ml di ettari di foreste, macchia arbustiva e savana; in Indonesia 2 Ml di ettari di foresta sono andati in fumo [2].
    Circa 6 Ml di ettari si desertificano annualmente (non sono più coltivabili quasi sempre per una cattiva conduzione agricola); quasi 5 Ml di ettari ogni anno sono occupati dall’espansione degli insediamenti.
    L’84% della ricerca viene attuata in 10 paesi e il 95% dei brevetti è controllato dagli USA [16].
    Secondo gli USA l’etichettatura degli OGM rappresenta un’illecita barriera commerciale
    Gli USA non si limitano ad opporsi alle restrizioni sugli OGM, ma usano il WTO per contrastare l’etichettatura degli alimenti geneticamente modificati. Gli USA sostengono che l’etichetta creerebbe pregiudizi nei consumatori e costituirebbe una "illecita barriera commerciale".
    Dietro pressioni dell’opinione pubblica gli USA "moderano" in qualche modo la propria posizione, accettando l’etichettatura obbligatoria di alimenti contenenti OGM, ma solo "nella misura in cui il nuovo alimento mostri di aver subìto importanti cambiamenti dal punto di vista della composizione", trascurando che, di fatto, gli OGM implicano per definizione mutamenti genetici e hanno subìto "importanti cambiamenti dal punto di vista della composizione" [7].
    Il passo successivo della logica dei brevetti
    La Monsanto ha brevettato semi che non possono riprodursi. I semi sterili, soprannominati terminator, possono essere attivati utilizzando una sostanza chimica, e la semenza prodotta dal raccolto non potrà mai germinare. E’ facile pensare le conseguenze di questa prassi se si pensa che in questo modo gli agricoltori sono costretti a comprare per ogni semina i prodotti della Monsanto; per di più, è possibile che i raccolti terminator possano accidentalmente impollinare le piante normali.
    Nel 1996 negli Stati Uniti circa due milioni di acri sono stati piantati con una varietà di cotone geneticamente modificato della Monsanto, chiamata "Bollgard". Questo tipo di cotone è una varietà transgenica ingegnerizzata con DNA ricavata da un microrganismo del suolo per produrre proteine velenose contro un parassita del cotone. La Monsanto ha imposto agli agricoltori una "tassa tecnologica" in aggiunta al prezzo delle sementi dalla quale ha raccolto in un solo anno 51 milioni di dollari. Ma, al contrario di quanto assicurato, la diffusione del parassita nelle coltivazioni geneticamente modificate è stata 20-50 volta superiore di quella che si verifica per impianti tradizionali [7].
    E’ vietato ai paesi limitare il commercio di prodotti ottenuti con il lavoro minorile o con il lavoro coatto.
    Le commissioni del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, espressione degli accordi internazionali che preludono all’istituzione del WTO- World Trade Organisation) per la risoluzione delle controversie decretano che le merci non possono ricevere un trattamento commerciale diverso a seconda del modo in cui siano state prodotte o raccolte. La possibilità di distinguere tra metodi di produzione è indispensabile per la difesa dell’ambiente in parte basata sulla possibilità di trasformare le condizioni e i processi entro cui si producono le merci e si coltivano, si raccolgono, si lavorano i prodotti della terra.
    In ragione di questa norma ad esempio gli USA non potrebbero bandire i palloni di calcio fabbricati in Pakistan, che l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) documenta come frutto del lavoro di bambini in condizioni di sopruso. Inoltre l’accordo fa espressamente divieto ad ogni paese del WTO che abbia sottoscritto l’accordo di impedire contratti governativi con imprese che violano i diritti del lavoro, dell’uomo e dell’ambiente.
    La merce è giudicata rispetto alla sua funzione: un pallone di calcio è un pallone di calcio, a prescindere dalle condizioni della sua produzione [7].
    Biopirateria sul riso
    Il produttore texano RiceTec ottiene nel 1997 un brevetto per il riso Basmati, pur ammettendo nella domanda di brevetto che in India e in Pakistan il Basmati è coltivato da generazioni. RiceTec si è limitata a modificare leggermente il riso tradizionale indiano. Il fatto suscita forti proteste a Nuova Delhi, poiché il Basmati rappresenta un importante prodotto da esportazione per l’India.
    In base all’accordo TRIP, l’India deve far rispettare i diritti derivanti all’azienda americana dal brevetto, a danno dei coltivatori indiani [7].
    L’uomo oggetto del mercato
    La sopravvivenza è divenuta l’obiettivo degli uomini; non si cercano più condizioni di benessere comune ma soluzioni individuali all’interno del mercato. Estratto dalla società e dall’ambiente l’individuo non vive ma sopravvive.
    Egli è principalmente usato dal mercato che commercia sulle sue necessità, sui suoi desideri, sulla sua salute.
    I paesi ricchi e i ricchi dispongono di molte più cure di quante ne abbiano i poveri; essi, costituendo la domanda di medicina, indirizzano la ricerca e le offerte dei prodotti: ci si interessa così molto di più dei malanni (anche non gravi) delle popolazioni e degli anziani facoltosi di quanto non ci si interessi dei milioni di persone che ogni anno muoiono di vaiolo o morbillo.
    La Dal Monte, qualche anno fa, ha dimostrato come si possa ribaltare la realtà e farla divenire una qualifica della merce, per quanto brutale essa possa essere. Le grandi compagnie stimolano la produzione di una monocoltura in ampi territori convincendo gli agricoltori ad abbandonare sistemi e colture tradizionali con finanziamenti o assicurazioni sulle vendite. L’area diviene succube di un mercato che non è gestito dalla comunità locale ma dalla compagnia che, raggiunta la dipendenza di quei territori, stabilisce il prezzo del prodotto e quindi massacra a propria convenienza prima l’economia e poi la società locale. La Del Monte stabilisce prima i prezzi e poi il livello di qualità delle banane filippine; quando il mercato è pieno giudica di cattiva qualità anche il 50% del prodotto mentre quando la domanda è elevata arriva fino al 5% [3]. Questa oscillazione, indipendente dalle condizioni locali e motivata esclusivamente dall’interesse della compagnia, che produce miseria e disperazione tra la popolazione, è divenuta una pubblicità "l’uomo Dal Monte ha detto sì", nota ed usata anche al di là dell’uso strettamente commerciale.
    Il timore di una causa presso il WTO induce la Corea del Sud ad abbassare gli standard sulla sicurezza dei cibi
    Nel 1995 gli USA minacciano di denunc



    Fonti e riferimenti
    [1] UNDP (1998), Rapporto 1998 su Lo sviluppo Umano. I consumi Ineguali, Rosemberg & Sellier, Torino
    [2] Brown L.R., Flavin C., French H. (2000), State of the World Edizioni Ambiente, Milano
    [3] Gesualdi F. (1999), Manuale per un consumo responsabile, Feltrinelli, Milano
    [4] Brown L.R., Flavin C., French H. (2001), State of the World, Edizioni Ambiente, Milano
    [5] Nanni A. (1997), Economica leggera, EMI, Bologna
    [6] Shiva V. (1999), Biopirateria, CUEN, Napoli
    [7] Wallach L., Sforza M. (2000), WTO, Feltrinelli, Milano
    [8] Gallino L. (2000), Globalizzazione e disuguaglianze, Editori Laterza, Bari
    [9] Brecher J., Costello T. (1996), Contro il capitale globale, Feltrinelli, Milano
    [10] Istituto del Tercer Mundo (1999), Guida del Mondo 1999/2000, EMI, Bologna
    [11] Wackernagel M., Rees W.E. (2000), L’impronta ecologica, Edizioni Ambiente, Milano
    [12] Centro nuovo modello di sviluppo (2000), Guida al consumo critico, EMI, Bologna
    [13] Brown L.R., Renner M., Halweil (2000), Vital Signs, Edizioni Ambiente, Milano
    [14] George S, Sabelli F. (1994), Crediti senza frontiere, Edizioni Gruppo Abele, Torino
    [15] Chossudovsky M. (1998), La globalizzazione della povertà, Edizioni Gruppo Abele, Torino
    [16] UNDP (1999), Human development Report 1999, Oxford University Press, Oxford
    [17] The economist (1999), Il mondo in cifre 1999, Interazionale Editore, Roma
    [18] Amoroso B. (1996), Della globalizzazione, Edizioni La Meridiana, Molfetta
    [19] Andreff W. (2000), Le multinazionali globali, Asterios Editore, Trieste


    Altri riferimenti
    Amnesty International (2000), Diritti umani e ambiente, ECP, Firenze
    Bologna G., Gesualdi F., Piazza F., Saroldi A. (2000), Invito alla sobrietà felice, EMI, Bologna
    Bové J., Dufour F. (2000), Il mondo non è in vendita, Feltrinelli, Milano
    Centro nuovo modello di sviluppo (1996), Boycott!, Macro Edizioni, Forlì
    Celli G., Marmiroli N., Verga I. (2000), I semi della discordia, Edizioni Ambiente, Milano
    Chomsky N. (1999), Sulla nostra pelle, Marco Tropea Editore, Milano
    French H. (2000), Ambiente e globalizzazione, Edizioni Ambiente, Milano
    Masullo A. (1998), Il pianeta di tutti, EMI, Bologna
    Meloni M. (2000), La battaglia di Seattle, Editrice Berti, Milano
    Renner M. (1999), State of the War, Edizioni Ambiente, Milano
    Rifkin J. (1998), Il secolo biotech, Baldini & Castoldi, Milano
    Robertson R. (1999), Globalizzazione, Asterios Editore Trieste
    Spybey T. (1997), Globalizzazione e società mondiale, Asterios Editore, Trieste
    Vaccaro S. (a cura) (1999), Il pianeta unico, Elèuthera, Milano
  6. Salvatore Sirico
    , 3/4/2002 00:00
    Se non riusciamo più a sognare,significa che siamo morti,non certo ben svegli :-(
  7. Fabrix Antonelli
    , 3/4/2002 00:00
    E' appena stato tumulato il G8 ed eccoci qui tutti belli globalizzati in fila indiana, fortuna che almeno qui in Italia le file sono un po’ incasinate, speriamo che non ci globalizzino anche quelle rendendole belle dritte, uniformi e precise.
    Non saprei cosa dire e inventare di nuovo.
    Mi piacerebbe vedere un'Italia tenuta come un giardino, invece delle solite idiozie sulla industrializzazione. Abbiamo o meglio avevamo un microclima sparso un po’ dappertutto da far invidia a qualsiasi paese, storia e cultura da far accoponare la pelle e cosa continuiamo a fare: a produrre in serie, a far sorgere sempre più zone industriali, ogni paesino oramai ha la sua, capannoni a non finire, terreni i più fertili e comodi da lavorare tolti all'agricoltura, lavorare nei campi è da grezzi, meglio stare otto ore chiusi dentro una fabbrica magari respirare qualcosa che ci fa morire piano piano, che vedere qualcosa che cresce all'aria aperta. L'ultima idea maniacale il ponte sullo stretto, speriamo che lo stretto si rifiuti. Ma oramai siamo tutti belli svegli, non so se riusciremo più a sognare.
  8. De Giò
    , 2/4/2002 00:00
    Ciao Pepa
    come stai?
    Questa mattina mi sono svegliato con una radiosveglia made i Japan, mi sono rasato con lame made in England, ho fatto colazione con biscotti made in Italy e latte made in France. MI sono lavato i denti con spazzolino made in Spain e dentifricio made in Ireland. Ho preso la mia auto made in Germany, che cammina con carburante made in Quatar o Emirati del cavolo e ho acoltato la mia musica preferita made in USA.
    Mi fermo alle otto del mattino altrimenti......
    Ciao Pepa, un bacione
    Giò
  9. PepaC.
    , 2/4/2002 00:00
    Globalizzazione. E' una parola che ormai conosciamo tutti. Ma avete mai provato a darne una definizione? Cosa significa, cosa si intende con globalizzazione per voi?
    Pepa