1. Chi eravamo, chi saremo!

    di , il 12/9/2002 00:00

    Chi ha paura di invecchiare e perchè? Cosa temiamo di piu' di lasciare insieme alla giovinezza e cosa ci fà più paura di affrontare con l'età matura?

  2. Turista Anonimo
    , 4/10/2002 00:00
    Sono con te, Pepa: diventare un guscio vuoto che soffre e fa soffrire gli altri è la cosa peggiore che può capitare in vecchiaia, non la vecchiaia in sè stessa che è solo una delle stagioni della vita.
    Felice, il nonno di mio marito, era in buona salute ed aveva quasi novanta anni quando si svegliò una mattina alle cinque, chiacchierò tranquillamente con la moglie e prese con lei il caffè a letto, poi si riaddormentò, per non risvegliarsi più. Ecco, questa è una morte dignitosa, la cui prospettiva non mi farebbe temere nè rughe nè acciacchi nè solitudine.
  3. Pepa C
    , 3/10/2002 00:00
    Ecco Lorenza, proprio questo intendevo: leggendo quello che hai scritto , ci ho ritrovato un po' di quello che dicevo poco sotto.
    E' proprio questo l'aspetto della vecchiaia che più mi fa paura: quando il tuo guscio terreno inizia a fare cilecca. E poi inesorabilmente si aprono falle da tutte le parti. E' questo che mi spaventa. E la cosa che mi preoccupa ancor di più è il fatto di subirlo essendone consapevoli, tristemente consci di aver voglia di fare, vedere, sperimentare cose che purtroppo non saranno più possibili. Perché diciamolo, io sono convinta che l'età non c'entri nulla con i desideri e che ci siano esperienze e situazioni che si vorrebbero vivere per tutta la vita, non solo nella primavera della nostra esistenza. E allora eccolo il paradosso, l'assurda beffa del tempo che corre: il tempo toglie le forze ma spesso lascia intatti desideri e bisogni.
    E questo mi fa sentire impotente, infinitamente piccola.
  4. Pepa C
    , 3/10/2002 00:00
    Ecco Lorenza, proprio questo intendevo: leggendo quello che hai scritto , ci ho ritrovato un po’ di quello che dicevo poco sotto.
    E' proprio questo l’aspetto della vecchiaia che più mi fa paura: quando il tuo guscio terreno inizia a fare cilecca. E poi inesorabilmente si aprono falle da tutte le parti. E’ questo che mi spaventa. E la cosa che mi preoccupa ancor di più è il fatto di subirlo essendone consapevoli, tristemente consci di aver voglia di fare, vedere, sperimentare cose che purtroppo non saranno più possibili. Perché diciamolo, io sono convinta che l’età non c’entri nulla con i desideri e che ci siano esperienze e situazioni che si vorrebbero vivere per tutta la vita, non solo nella primavera della nostra esistenza. E allora eccolo il paradosso, l’assurda beffa del tempo che corre: il tempo toglie le forze ma spesso lascia intatti desideri e bisogni.
    E questo mi fa sentire impotente, infinitamente piccola.
  5. Turista Anonimo
    , 3/10/2002 00:00
    Mio nonno Romolo era un grande.
    Contadino semplice ma astuto, un grande lavoratore con una sensibilità ed ironia inarrivabili, si era fatto la guerra in Eritrea ed in Russia: e da quest'ultima era riuscito a tornare a piedi, stremato ma vivo, un'esperienza di cui fino all'ultimo conservò e raccontò memorie dolorose e tragiche che, straordinariamente, non lo avevano riempito di rancore ma solo arricchito di umanità.
    Che grande, grandissima persona era mio nonno: tornato dalla guerra aveva capito che la sua famiglia patriarcale di mezzadri veniva costantemente truffata dai padroni, i marchesi G****: se ne tirò fuori inventandosi un lavoro in proprio, andando a vendere uova nel paese vicino su una bicicletta prestata ed avviando con gli anni una piccola rivendita di polli e uova.
    A cinquanta anni lasciò la sua Ape e prese la patente di guida, a settanta ancora si alzava alle tre di mattina per andare a fare rifornimento, fosse estate o inverno.
    Mi ha insegnato a spennare i polli e ad innestare le viti; a sorridere alla vita ed a dare il giusto valore al denaro. Mi portava al mercato a vendere polli, nei campi a raccogliere patate, al lago a fare il bagno, al bar a prendere il gelato. Mi amava tanto, la più grande delle sue nipoti, ed in me riponeva grandi speranze: fu uno dei più contenti quando mi iscrissi alla Facoltà di Scienze forestali, quasi che il mio fosse un ritorno ragionato e consapevole della famiglia alla terra.
    Buona parte di quello che sono oggi lo debbo a lui, piccolo uomo modesto, simpatico e zoppicante, sempre indaffarato eppure sempre con un sorriso ed una parola gentile pronta per chiunque.
    Mio nonno Romolo è stato colpito dalla demenza senile verso gli 84 anni di età: si confondeva in casa, iniziò a non riconoscere più le nipoti, poi le figlie, infine la moglie. La malattia lo ridusse in breve ad un vecchio curvo e piangente, poi ad un ossesso urlante maledizioni, infine ad una larva incosciente di tutto, raggomitolata in una carrozzella e con una sola lacrima continua a testimoniarne la permanenza in vita. Dopo un anno di tormenti e dolori, che hanno sconvolto lui e quasi spezzato mia madre e mia nonna, mio nonno Romolo è morto, pianto da molti e rimpianto da tutti.
    Sono passati già due anni, eppure mi manca ancora tanto e non mi rassegno ad una fine orribile che lo ha privato del bene più grande che una persona possa avere, la dignità.
    Che dire? Non temo particolarmente la vecchiaia: ma se msi dovessi trovarmi di fronte ad un destino da morta-vivente mi auguro solo di trovare per tempo una mano pietosa che ponga fine a tutte quelle inutili sofferenze.
  6. Turista Anonimo
    , 1/10/2002 00:00
    non ci sono età, ne sono convinto. Mia mamma è anziana e le brillano gli occhi come ad una bambina. Non le tornano i conti c’è qualcosa che non va nelle sue somme le manca qualcosa e vive giorno per giorno con dolore e gioia. Io so di essere come lei. Avrò chi mi ama vicino o non l’avrò più ma avrò tutta la mia vita a mantenere tutto vivo.
    Avrò un milione di rimpianti ed un milione di ricordi, avrò un nipote che mi considererà vecchio e ripetitivo e non vedrà come mi brillano gli occhi. Ecco da vecchio spero di trovare qualcuno per strada che mi sorrida e che mi ricordi che sono sempre io. Non ho paura del tempo.
  7. Turista Anonimo
    , 1/10/2002 00:00
    01/10/02
    (Pepa )

    Anch'io faccio questo "gioco", lo faccio spesso. Anch'io immagino come sarebbe stata la mia vita se avessi preso questa o quella strada, se avessi detto o fatto quella cosa. E sto male pensando che non potrò mai, mai saperlo.
    Che non ho la possibilità di una seconda scelta, una replica. Che non potrò mai fare "rewind" sul nastro della mia vita e ripetere una scena, una situazione in modo diverso. Anch'io vorrei non dover scegliere. Anch'io vorrei tutto. E a volte mi sembra che il tempo scorra così veloce da non riuscire ad afferrare cose e persone.
    La vecchiaia mi spaventa eccome, anche in senso fisico: la vedo come un impedimento, un qualcosa che bloccherà la mia voglia di fare, inesorabilmente. Per questo cerco di fare tutto adesso, di non precludermi nulla per poi non leggere tutto come rimpianto. Il rimpianto è uno stato della mente e del cuore che non sopporto, che mi mette tristezza.
    Così, da un po' di tempo a questa parte, mi lascio vivere molto di più alla giornata, cerco di godere delle piccole cose di ogni giorno, mi lascio trascinare e coinvolgere e mi scopro piacevolmente sorpresa da persone, luoghi e momenti di vita.
    Così il mio gioco non ha un percorso tracciato, una strada precostituita, tappe già decise. Sarebbe limitante per me. Se non posso rigiocare due volte, allora, mi dico, allora almeno cogliamolo di sorpresa il tempo che passa: spiazziamolo, soprendiamolo. I primi ad essere sorpresi da tutto questo, saremo noi.
  8. Turista Anonimo
    , 1/10/2002 00:00
    Anch’io faccio questo “gioco” lo faccio spesso. Anch’io immagino come sarebbe stata la mia vita se avessi preso questa o quella strada, se avessi detto o fatto quella cosa. E sto male pensando che non potrò mai, mai saperlo.
    Che non ho la possibilità di una seconda scelta, una replica. Che non potrò mai fare “rewind” sul nastro della mia vita e ripetere una scena, una situazione in modo diverso. Anch’io vorrei non dover scegliere. Anch’io vorrei tutto. E a volte mi sembra che il tempo scorra così veloce da non riuscire ad afferrare cose e persone.
    La vecchiaia mi spaventa eccome, anche in senso fisico: la vedo come un impedimento, un qualcosa che bloccherà la mia voglia di fare, inesorabilmente. Per questo cerco di fare tutto adesso, di non precludermi nulla per poi non leggere tutto come rimpianto. Il rimpianto è uno stato della mente e del cuore che non sopporto, che mi mette tristezza.
    Così, da un po’ di tempo a questa parte, mi lascio vivere molto di più alla giornata, cerco di godere delle piccole cose di ogni giorno, mi lascio trascinare e coinvolgere e mi scopro piacevolmente sorpresa da persone, luoghi e momenti di vita.
    Così il mio gioco non ha un percorso tracciato, una strada precostituita, tappe già decise. Sarebbe limitante per me. Se non posso rigiocare due volte, allora, mi dico, allora almeno cogliamolo di sorpresa il tempo che passa…. spiazziamolo, soprendiamolo. I primi ad essere sorpresi da tutto questo, saremo noi.
  9. Miriam De bortoli
    , 1/10/2002 00:00
    Andrea, mi hai fatto quasi sentire il respiro di quei tuoi ricordi. Di quelle case che d'estate erano sempre fresche, del profumo della terra e dei racconti dei nonni..... Grazie
  10. Arianna Alessi
    , 30/9/2002 00:00
    caspita Andrea C.
    come scrivi bene ti invidio!
    mi hai fatto venire in mente
    la ricerca! si' la ricerca del tempo perduto.
  11. Paola C. 1
    , 30/9/2002 00:00
    in effetti caro gio', non sembro affatto una della mia eta'.diciamo ke la mia è piu' una paura mentale.pensieri ke in questo periodo mi inseguono e persegiutano.devo cercarmi qualke distrazione!!! Andrea il tuo racconto sui nonni è bellissimo...se lanciare un forum anche all'apparenza banale significa poi trovarsi di fronte a racconti come il tuo..ma diamoci da fare.lanciamo nuovi argomenti ogni giorno!!!
  12. Andrea C. 1
    , 30/9/2002 00:00
    Recentemente sono andato a stare qualche giorno dai miei nonni; quelle visite forzate in cui si mescola affetto ed obbligo, tenerezza ed insofferenza. Nonostante l’età (hanno 86 ed 88 anni) d’estate si trasferiscono (mio nonno guida ancora!) in una casetta in montagna proprio nelle contrade dove sono cresciuti e dove hanno tirato su anche mio padre e mio zio. Una stradina franosa e piena di curve segue i fianchi della montagna fino ad un nucleo di una decina di case che punteggia il verde carico dei boschi. Il nucleo centrale del borgo, il vecchio luogo di ritrovo della comunità, è formato da una fontana in un mondo che gravita intorno all’acqua conservando fedelmente l’impronta di ciò che era un tempo: le case coi tetti bassi per conservare il calore, le cucine a legna, gli orti da coltivare…….. Un tempo in quelle case vivevano, stipate, decine di persone e bisognava avere tanti figli per potere aggiungere più mani possibili al lavoro dei campi (le mani sono due, la bocca una sola verrebbe da dire) e se lo si chiede ai miei nonni sono subito lì pronti ad additare una ad una le singole case per poi prodursi in un lungo elenco di nomi e parentele con relative proprietà sulle terre circostanti e sui fienili. La casa della Busiara, così chiamata perché troppo incline alla menzogna, ed un lungo elenco di soprannomi e vite che si incrociano; tanti quelli che si sono allontanati per cercare fortuna nel “nuovo mondo” e tanti anche quelli che hanno fatto di quelle montagne la loro tomba, che poco si sono distanziati dalla loro tana e che hanno avuto in sorte carte geografiche dai confini incredibilmente limitati ed asfittici. Proprio in quella piccola contrada credo di aver vissuto un infanzia un po’ fuori dal comune, certo per le poche settimane che passavamo lì, perché fatta dei giochi di chi non ha: l’arco fatto coi rami d’albero, le corse per i prati ruzzolando sul pendio della montagna, le scazzottate coi coetanei e i giochi con le foglie, a fare da barche nella fontana a due vasche comunicanti; il tutto in compagnia di un nutrito numero di persone che animavano le stradine che circondano quelle quattro mura. Quest’estate eravamo invece in sette a vivere lì, ad aprire le porte di giorno ed a chiuderle la sera per conservare gelosamente il tepore dei luoghi vissuti perché la maggior parte della gente che viveva fra quelle mura non c’è più ed i giovani non scelgono reclusioni tanto estreme. L’inutilità dell’illuminazione notturna, le piante che riprendono possesso degli spazi a loro strappati hanno aggiunto evidenza al senso di solitudine che è stato inevitabile provare, all’impressione tangibile che veramente le cose finiscono, si concludono.
    Subito dopo cena, verso le sei e mezza visti i ritmi ospedalieri delle persone anziane, chiusa la porta ci mettevamo seduti intorno ad un tavolo per ascoltare i racconti che i miei nonni sentivano di doverci fare per far rivivere con le parole luoghi, persone e vicende. Dalle fortune del lavoro conquistato col carattere e con la sfrontatezza da mio nonno, ai come dell’acquisto della casa e del trasporto dei mobili da Verona con una ami8 (è stato fermato dalla polizia perché dagli abitanti dei vari paesini era stata segnalata una macchina con un grande tavolo sul tetto e delle sedie all’interno), alla conquista, primi nella contrada, della ghiacciaia che fa ancora bella mostra di sé reinterpretata a mo’ di mobiletto, al lusso del bagno in casa e via discorrendo. I miei nonni sono persone semplici, termine che nasconde nella buona forma la poca conoscenza dovuta all’impossibilità a darsi allo studio (la cultura è ancora un lusso per pochi, quella vera intendo!) e sono abituato a questi racconti liberatori, a vedere mio nonno sollevato a fine colloquio quasi avesse svolto il suo ruolo (gli anziani un tempo avevano un importante compito educativo proprio tramite il racconto e pare che mio nonno abbia conservato nei geni la consapevolezza di questa funzione). Quest’estate però non ho letto sul suo volto alcun sollievo, nonostante l’intatta voglia di raccontarsi, ed invece stavolta ragionava amaramente sulle esperienze che non ha vissuto, su quanto sia crudele la vita che toglie forza e capacità anche alle persone che più sono state “brave nel fare”, meditava su quanto sia concesso per il tempo struggente del ricordo, su come l’età tolga piacere anche al mangiare (lui che ha scandito con l’alimentazione la sua vita). Ho così compreso come anche chi non ha potuto coltivare la propria “sensibilità”, purtroppo, sia in grado di cogliere certe sfumature perché dove non arriva la cultura arriva spesso l’età. E’ crollata cioè anche la mia ultima illusione, quella che l’ignoranza, che un tempo avrei voluto coltivare proprio per questo, proteggesse da certi dolori, rendesse immuni alle sofferenze non fisiche. Mio nonno è stato persona silenziosa, autosufficiente, ed ha incarnato un po’ la figura di “quello abile manualmente” e razionale ed ora vederlo incerto e svuotato fisicamente e disponibile alla malinconia mi ha profondamente colpito, ha stimolato in me un senso di protezione. Mi sono però anche chiesto cosa sarà la vecchiaia per me che già ora ho piedi meno ben piantati nel terreno rispetto a lui e che pur senza grosse paure o particolari incertezze ma con delle debolezze caratteriali talmente costituzionali da diventare connotato personale più che elemento da correggere sento di essere maggiormente incline ad un atteggiamento meditativo. Così la vecchiaia mi spaventa per non dire che mi terrorizza. Sono, per carattere, una persona che cerca emozioni forti: amo i forti dolori (e non lo dico per retorica perché “per fortuna” ne ho avuti) come le felicità improvvise ed esplosive e convivo male col naturale quanto progressivo evolvere delle cose perché mi sembra segnato da emozioni così sottili da non poter essere toccate, passate fra le mani a capirne la forma. L’idea che la mia vita scorra guidata da una corrente che accelera e rallenta sì ma in un movimento continuo mi impaurisce. Spesso mi capita di fermarmi a pensare e costruire le mie vite parallele: immagino come sarebbe se a quel dato bivio avessi preso un’altra strada, come potrebbe essere stato se quella persona non fosse riposta nel polveroso baule dei ricordi e delle esperienze trascorse ma presente, ora, nella mia vita; immagino però così forte che finisco per toccarle queste fantasie ed il rimpianto è nel non poter vivere tutte le possibili soluzioni e i differenti incastri, di dover dire dei no ed allontanarsi o dei sì e correre incontro. Ecco vorrei non scegliere. Molti si chiedono cosa sarebbe meglio, quanto di buono nascerebbe se si potesse leggere il futuro per poter incamminarsi nel percorso più corretto, quello che, secondo alcuni, porta dritto alla felicità . Io no, non vorrei quello che è meglio ma vorrei semplicemente tutto; poter percorrere, se la vita fosse un labirinto, anche quelle strade che non portano da nessuna parte, che non avvicinano all’uscita o che addirittura ci allontanano da quella. Della vecchiaia questo mi spaventa, non i fili bianchi che segnano il capo o le tracce di un sorriso più largo o di una lacrima che scorrendo hanno solcato il volto ma ciò che non ho avuto, quello che, scegliendo, mi sono negato senza poter subito ricominciare d’accapo: l’innocenza persa troppo presto o conservata troppo a lungo, la famiglia avuta presto o alla quale ho rinunciato, la cultura e l’ignoranza, la compagnia più invadente e la solitudine più lacerante. Ho il terrore del rimpianto di ciò che non è stato che ha colpito persino mio nonno, simbolo del ragionamento lineare e senza fronzoli. Se dovessi allora esprimere un desiderio, uno di quei desideri che bisogna aver sempre pronti non si sa mai che la madonna non compaia sul serio (e a quel punto magari sceglie proprio uno scettico pseudo-laico come me), vorrei poter vivere la vita come un gioco. Ma, non ci siamo capiti, non “la vita come un gioco” come perifrasi per indicare “con leggerezza”, io intendo un gioco vero e proprio, uno di quelli da tavola in cui è sempre possibile fare un’altra partita e tirare nuovamente i dadi e quella pedina di plastica (la mia è quasi sempre la verde, guarda caso) va sempre avanti; talora certo se la passa male e va a finire persino in prigione talora però vince ed è piena di alberghi sparsi per corsi e vie. Ora, scusatemi, vado a giocare…….
  13. Miriam De bortoli
    , 30/9/2002 00:00
    Io ho 44 anni e di conseguenza la paura di lasciare la giovinezza mi è già ampiamente passata anche se dentro mi sento meglio di quando avevo 20 anni. E' lo specchio che mi frega!!!! Perchè io dentro mi sento in pace con me stessa, sicura delle mie capacità, viva: GIOVANE! E se mi capita di essere con la testa fra le nuvole e di vedermi allo specchio mi dico "Ma chi cavolo è questa?" perchè il viso mi racconta del tempo passato. C'è un segno per ogni sorriso che ho donato e uno per ogni lacrima di dolore che la vita mi ha regalato. E il viso di questa sconosciuta, dopo un primo momento, mi piace, lo sento MIO. E non tornerei indietro per rivivere tutte quelle batoste gratuite che ho ricevuto. Vado avanti con la speranza che fra qualche anno guardandomi allo specchio ci siano solo i segni dei sorrisi che farò ogni giorno. L'unica vera e reale paura è quella della malattia a livello mentale, di ritrovarmi ad essere un PESO per le persone che mi hanno amata. La paura di mangiarmi il cervello,non riuscire più a ragionare e finire in qualche ospizio in attesa della morte. Perchè la morte non mi fa paura, la morte è la naturale conseguenza della vita. Fin dal primo giorno della nascita ci avviciniamo alla morte. E' la vita di morto-vivente che temo sopra ogni cosa. E non solo per me ma per tutti i miei cari.
  14. De Giò
    , 29/9/2002 00:00
    Paola scusami se rispondo al tuo interrogativo ancor prima di Eloisa. A mio avviso, ogni fase della nostra vita, se appagante, è insostituibile. Io ho qualche anno più di te, ma il mio pensiero e la mia anima, sono spesso più freschi ed entusiasti di molti ventenni che io conosco. Non conosco l'età di Eloisa, ma intravedo anche in lei una grande energia e voglia di vivere, che necessariamente non sono inversamente proporzionali all'età anagrafica. Sono profondamente sincero nell'affermare che non baratterei i miei anni con quelli di un ventenne, perchè la vita è sempre interessante e bella e ti riserva sempre emozioni. Per quanto riguarda lo specchio, io lo uso per radermi il mattino, per pettinarmi ma ho cessato da un pezzo di rivolgergli la classica domanda: "Specchio, specchio delle mie brame...". Fai la stessa cosa, dopo tutto una donna alla tua età è come un magnifico frutto, al giusto grado di maturazione e ce ne passa per sentirsi già vecchie.
    Giò
  15. Turista Anonimo
    , 28/9/2002 00:00
    eloisa, mi sembra di capire che tu sia molto giovane, ventenne o poco piu'.hai ragione a pensarla cosi', alla tua eta' anch'io facevo uguale.ma questo forum l'ho lanciato perchè adesso ho 38 anni e benchè io abbia avuto molto, due figlioletti, un marito che mi ama sempre di piu' e tutto il resto, nn posso far a meno di vedere i segni del tempo che passa sul mio viso, e cio' da qualche tempo a questa parte nn mi lascia piu' indifferente.mi chiedo se le persone della mia eta' provano anche loro una sana invidia per i ragazzi giovanissimi e desidererebbero tanto tornare indietro nel tempo!!
  16. Turista Anonimo
    , 28/9/2002 00:00
    concordo giò. terrorizza pure me l'idea che i miei occhi smettano un giorno di essere come carte assorbenti sul mondo ma che comincino a non guardare più, fissandosi nel vuoto, mentre un'altra persona dovrà accudire alla mia carcassa.
    si, concordo con te. la morte no, non fa paura. la deficenza senile eccome!!