1. 1: Patrizio & Syusy

    di , il 7/12/2010 12:18

    Recentemente ho avuto l’occasione di recarmi in Guatemala, per girare una sorta di docu-fiction sulle donne vittime della violenza e della repressione degli anni '80, che sono riuscite a sopravvivere ed a uscire dalla miseria grazie alla loro abilità di tessitrici. Un viaggio quindi motivato dall’esigenza di "riprendere" la vita delle donne che vivono nei villaggi sul Lago Atitlan, con il suo paesaggio meraviglioso circondato da ben sei vulcani, ma anche motivato dal mio desiderio di addentrarmi all’interno della selva che abbraccia il Chiapas messicano e le zone archeologiche attorno a Tikal, la grande "capitale" dell’Impero Maya. E' stato un viaggio letteralmente straordinario, nel senso di assolutamente insolito.

    Siamo volati a Città del Messico, abbiamo proseguito per Palenque, e dopo parecchie ore di jeep, siamo arrivati finalmente alla selva dei Lacandoni. L’ultima volta che sono stata in Messico, proprio a Palenque avevo sentito parlare degli Indios Lacandoni come gli ultimi – e più veri – discendenti dei Maya, depositari quindi delle più autentiche tradizioni. Li avevo visti da lontano, con le loro camicie bianche, vendere souvenir ai turisti, nei pressi delle rovine di Palenque. Ma questa volta è stato davvero diverso, perché sono andata direttamente a casa loro, grazie all'aiuto di intermediari come Fabiola (Sanchez, archeologa che da tempo lavora con loro) e Lorenzo (Boccagni, di Altromercato). Addentrarsi nella selva vuol dire attraversare varie zone in cui i “gringos” con le loro jeep non sono visti di buon occhio, quelle zone in cui le donne non si fanno né fotografare né riprendere volentieri, e dove può capitare – come è successo a noi – che un rappresentante zapatista ti faccia notare che sei entrato in una zona franca, dove le regole le fanno loro…

    Vuole dire anche attraversare le milpas, antico nome che viene dato al piccolo appezzamento di terreno, strappato alla selva, in cui i contadini coltivano un po’ di tutto. Contadini che in questo caso non sono indios autoctoni, ma, come essi, sono arrivati lì spinti dalla sopravvivenza. Questo fenomeno di “immigrazione”, se così si può definire, ha causato però il progressivo aumento, fino a dismisura, delle milpas, sottraendo terreno alla selva e spingendo, di conseguenza, i Lacandoni ad addentrarsi sempre di più. O almeno quei Lacandoni ai quali io ho voluto far visita, perché ce ne sono altri che si sono adattati ad abitudini più “commerciali” come organizzare l’ accoglienza ai turisti lungo il fiume che attraversa la selva e che segna il confine fra Messico e Guatemala. Accoglienza tra l'altro molto gradevole, anche se meno “autentica”. Così mi sono ritrovata in un villaggio con poche capanne, una scuola e uno spaccio. Ancora più in là, più “appartata”, la capanna di Chan K'in, l’ultimo sacerdote-sciamano che ancora officia gli antichi riti dei Maya con cerimonie che sconfinano la modernità, nell’indifferenza, forse, degli stessi suoi compaesani.

    Ero finalmente di fronte ad Antonio - il nome spagnolo di Chan K'In, che naturalmente gli è stato dato successivamente dai missionari – un uomo di ottant’anni, dai capelli ricci e ancora quasi completamente neri, i piedi scalzi. Indossava la tunica bianca che i Maya-contadini hanno sempre portato per tradizione e per una legge molto rigida che li vede legati alla natura in estrema semplicità e povertà. Ha officiato il suo rito tradizionale che consiste nel preparare un Convivio cerimoniale per i simulacri, distribuiti su di un "tappeto" di foglie, che rappresentano gli dei, con la preparazione di una bevanda tipica a base di corteccia d'albero fermentata in acqua, il Balché, da distribuire ai simulacri appunto, e e che prevede il bruciare in questi simulacri, incensi preparati con determinate sostanze (sempre prodotte da loro), in un susseguirsi di gesti e parole in lingua Maya ben precise e codificate. Abbiamo chiesto ad Antonio se potevamo assistere al rito che avrebbe officiato, naturalmente non per noi ma per chiedere agli dei Maya di sollevarli dal freddo che in quei giorni stavano patendo a causa di un improvviso cambiamento climatico che aveva portato pioggia e addirittura neve a La Venta, comune dell'Honduras. La cerimonia a cui ho avuto la fortuna di assistere mi ha dato però l'impressione di qualche cosa che sta finendo o che prima o poi sicuramente finirà . Forse proprio Antonio sarà l'ultima persona a celebrare il rito, in quanto, come lui stesso ci ha confidato, è già l'ultima persona che ormai la effettua, tra i giovani nessuno ha imparato il rito quindi non vi saranno dei “successori”. Anche la lavorazione della fibra di corteccia, il materiale delle loro tuniche oltre che delle corde degli archi è praticamente una usanza scomparsa. Anche se l’abilità nel tessere è comunque rimasta, fra le donne Maya.

    Un'altra tappa del viaggio è stata la visita al sito di Yaxchilan, sito maya molto evocativo, visitato faticosamente da quei pochissimi turisti avventurieri (e noi siamo tra questi) che riescono a raggiungerlo con le piroghe, che ognittanto vengono "accostate" da qualche alligatore poco rassicurante, magari affamato… Questo sito è “avvolto” da una leggenda che vuole che il busto del Dio Hachakyüm, il Dio Creatore, il giorno in cui ricongiungerà con la sua testa ci sarà la fine del Mondo. Quindi, per prudenza, le due parti vengono tenute separate. Poi ho visto finalmente il sito archeologico di Tikal, con la sua Piazza coi due Templi a gradoni che si fronteggiano, e sono salita al mattino presto sulla Piramide che ti permette di vedere dall’alto la giungla dalla quale si potevano intravedere le cime delle altre Piramidi. Uno spettacolo incredibile, anche se abbiamo dovuto aspettare che la nebbia si diradasse, sopportando le urla e i ruggiti delle scimmie-urlatrici.

    Poi, dopo due giorni di auto percorrendo una strada tortuosa e faticosa, siamo arrivati finalmente ad Antigua, l’antica Capitale prima di Guatemala City, distrutta dal terremoto di 50 anni fa. E un terremoto, in realtà, non è mancato nemmeno a noi: lo abbiamo sentito bene, mentre passeggiavamo lungo le strade di ciottoli, con le case colorate, alte al massimo due piani (scelta degli abitanti forse dettata proprio dal continuo rischio sismico), e dove tutto è conservato ancora in perfetto stile coloniale. E' evidente che questa zona è altamente sismica proprio perché circondata dai vulcani tanto è vero che due di questi sono ancora attivi e producono fumo continuamente. Più sopra, verso il lago, ci sono i villaggi in cui abbiamo cercato le "attrici" che dovevano prestarsi a rappresentare la nostra fiction, cioè le donne che non hanno mai smesso di tessere i loro Uipiles tradizionali, ossia le camicie coloratissime, le loro cinture che indossano e i tappeti in cui avvolgono qualunque cosa trasportando il fagotto in testa, oppure i loro bambini portandoli sulla schiena. La procedura di “avvolgimento” è costituita da una sequenza di gesti che conferisce a queste bellissime stoffe un'ulteriore senso di bellezza estetica. Una delle più belle esperienze in questo viaggio è stato il conoscere doña Victoriana, che mi ha raccontato come negli anni ’80 i paramilitari abbiano fatto strage di contadini, con l’accusa di sostenere la guerriglia: in realtà è stato un tentativo di annichilimento, di cancellazione di una parte della popolazione, la parte Indio-Maya appunto. Victoriana, assieme alle sue amiche, è sopravvissuta a questo terribile sterminio riuscendo ad organizzarsi con le altre donne in gruppi di commercio equosolidale. Victoriana è riuscita anche a far studiare i figli, a mandarli addirittura all’Università. Lei e le sue amiche possono davvero definirsi “donne di successo”, quello vero. Ed essendo già sul lago Atitlan non ho perso l’occasione di andare a vedere i loro manufatti, sia all'interno del loro laboratorio tessile sia al mercato di Chichicastenago, una cittadina che mi ha colpito particolarmente per i suoi colori. Qui ogni domenica, oltre che trovare ogni tipo di prodotto fatto a mano , ci si può godere una esplosiva e coloratissima processione dei Santi locali. Che, a guardare bene, sapendoli interpretare, non sono molto diversi dalle divinità delle cerimonie Maya di Antonio, il Sacerdote degli Indios Lacandoni…

  2. Turisti Per Caso.it
    , 7/12/2010 12:18
    Recentemente ho avuto l’occasione di recarmi in <b>Guatemala</b>, per girare una sorta di <a href="http://turistipercaso.it/guatemala/57903/syusy-in-guatemala-yo-valgo-yo-puedo-vamos-a-perde.html">docu-fiction sulle donne vittime della violenza e della repressione degli anni '80</a>, che sono riuscite a sopravvivere ed a uscire dalla miseria grazie alla loro abilità di tessitrici. Un viaggio quindi motivato dall’esigenza di "riprendere" la vita delle donne che vivono nei villaggi sul <b>Lago Atitlan</b>, con il suo paesaggio meraviglioso circondato da ben sei vulcani, ma anche motivato dal mio desiderio di addentrarmi all’interno della selva che abbraccia il <b> Chiapas </b>messicano e le zone archeologiche attorno a <b>Tikal</b>, la grande "capitale" dell’Impero Maya. E' stato un viaggio letteralmente straordinario, nel senso di assolutamente insolito.

    Siamo volati a Città del Messico, abbiamo proseguito per <b>Palenque</b>, e dopo parecchie ore di jeep, siamo arrivati finalmente alla <b>selva dei Lacandoni</b>. L’ultima volta che sono stata in Messico, proprio a Palenque avevo sentito parlare degli Indios Lacandoni come gli ultimi – e più veri – discendenti dei Maya, depositari quindi delle più autentiche tradizioni. Li avevo visti da lontano, con le loro camicie bianche, vendere souvenir ai turisti, nei pressi delle rovine di Palenque. Ma questa volta è stato davvero diverso, perché sono andata direttamente a casa loro, grazie all'aiuto di intermediari come Fabiola (Sanchez, archeologa che da tempo lavora con loro) e Lorenzo (Boccagni, di Altromercato). Addentrarsi nella selva vuol dire attraversare varie zone in cui i “gringos” con le loro jeep non sono visti di buon occhio, quelle zone in cui le donne non si fanno né fotografare né riprendere volentieri, e dove può capitare – come è successo a noi – che un rappresentante zapatista ti faccia notare che sei entrato in una zona franca, dove le regole le fanno loro…

    Vuole dire anche attraversare le <i>milpas</i>, antico nome che viene dato al piccolo appezzamento di terreno, strappato alla selva, in cui i contadini coltivano un po’ di tutto. Contadini che in questo caso non sono indios autoctoni, ma, come essi, sono arrivati lì spinti dalla sopravvivenza. Questo fenomeno di “immigrazione”, se così si può definire, ha causato però il progressivo aumento, fino a dismisura, delle milpas, sottraendo terreno alla selva e spingendo, di conseguenza, i Lacandoni ad addentrarsi sempre di più. O almeno quei Lacandoni ai quali io ho voluto far visita, perché ce ne sono altri che si sono adattati ad abitudini più “commerciali” come organizzare l’ accoglienza ai turisti lungo il fiume che attraversa la selva e che segna il confine fra Messico e Guatemala. Accoglienza tra l'altro molto gradevole, anche se meno “autentica”. Così mi sono ritrovata in un villaggio con poche capanne, una scuola e uno spaccio. Ancora più in là, più “appartata”, la capanna di <i>Chan K'in</i>, l’ultimo sacerdote-sciamano che ancora officia gli antichi riti dei Maya con cerimonie che sconfinano la modernità, nell’indifferenza, forse, degli stessi suoi compaesani.

    Ero finalmente di fronte ad Antonio - il nome spagnolo di Chan K'In, che naturalmente gli è stato dato successivamente dai missionari – un uomo di ottant’anni, dai capelli ricci e ancora quasi completamente neri, i piedi scalzi. Indossava la tunica bianca che i Maya-contadini hanno sempre portato per tradizione e per una legge molto rigida che li vede legati alla natura in estrema semplicità e povertà. Ha officiato il suo rito tradizionale che consiste nel preparare un Convivio cerimoniale per i simulacri, distribuiti su di un "tappeto" di foglie, che rappresentano gli dei, con la preparazione di una bevanda tipica a base di corteccia d'albero fermentata in acqua, il Balché, da distribuire ai simulacri appunto, e e che prevede il bruciare in questi simulacri, incensi preparati con determinate sostanze (sempre prodotte da loro), in un susseguirsi di gesti e parole in lingua Maya ben precise e codificate. Abbiamo chiesto ad Antonio se potevamo assistere al rito che avrebbe officiato, naturalmente non per noi ma per chiedere agli dei Maya di sollevarli dal freddo che in quei giorni stavano patendo a causa di un improvviso cambiamento climatico che aveva portato pioggia e addirittura neve a La Venta, comune dell'Honduras. La
    cerimonia a cui ho avuto la fortuna di assistere mi ha dato però
    l'impressione di qualche cosa che sta finendo o che prima o poi
    sicuramente finirà . Forse proprio Antonio sarà l'ultima persona a
    celebrare il rito, in quanto, come lui stesso ci ha confidato, è già
    l'ultima persona che ormai la effettua, tra i giovani nessuno ha
    imparato il rito quindi non vi saranno dei “successori”. Anche
    la lavorazione della fibra di corteccia, il materiale delle loro tuniche oltre che delle corde degli archi è praticamente una usanza scomparsa. Anche se l’abilità nel tessere è comunque rimasta, fra le donne Maya.

    Un'altra tappa del viaggio è stata la visita al <b>sito di</b> <b>Yaxchilan</b>, sito maya molto evocativo, visitato faticosamente da quei pochissimi turisti avventurieri (e noi siamo tra questi) che riescono a raggiungerlo con le piroghe, che ognittanto vengono "accostate" da qualche alligatore poco rassicurante, magari affamato…
    Questo sito è “avvolto” da una leggenda che vuole che il busto del Dio Hachakyüm, il Dio Creatore, il giorno in cui ricongiungerà con la sua testa ci sarà la fine del Mondo. Quindi, per prudenza, le due parti vengono tenute separate. Poi ho visto finalmente il <b>sito archeologico di Tikal</b>, con la sua Piazza coi due Templi a gradoni che si fronteggiano, e sono salita al mattino presto sulla Piramide che ti permette di vedere dall’alto la giungla dalla quale si potevano intravedere le cime delle altre Piramidi. Uno spettacolo incredibile, anche se abbiamo dovuto aspettare che la nebbia si diradasse, sopportando le urla e i ruggiti delle scimmie-urlatrici.

    Poi, dopo due giorni di auto percorrendo una strada tortuosa e faticosa, siamo arrivati finalmente ad <b>Antigua</b>, l’antica Capitale prima di <b>Guatemala City</b>, distrutta dal terremoto di 50 anni fa. E un terremoto, in realtà, non è mancato nemmeno a noi: lo abbiamo sentito bene, mentre passeggiavamo lungo le strade di ciottoli, con le case colorate, alte al massimo due piani (scelta degli abitanti forse dettata proprio dal continuo rischio sismico), e dove tutto è conservato ancora in perfetto stile coloniale. E' evidente che questa zona è altamente sismica proprio perché circondata dai vulcani tanto è vero che due di questi sono ancora attivi e producono fumo continuamente.
    Più sopra, verso il lago, ci sono i villaggi in cui abbiamo cercato le "attrici" che dovevano prestarsi a rappresentare la nostra fiction, cioè le donne che non hanno mai smesso di tessere i loro <b><i>Uipiles</i></b> tradizionali, ossia le camicie coloratissime, le loro cinture che indossano e i tappeti in cui avvolgono qualunque cosa trasportando il fagotto in testa, oppure i loro bambini portandoli sulla schiena. La procedura di “avvolgimento” è costituita da una sequenza di gesti che conferisce a queste bellissime stoffe un'ulteriore senso di bellezza estetica.
    Una delle più belle esperienze in questo viaggio è stato il conoscere <b>doña Victoriana</b>, che mi ha raccontato come negli anni ’80 i paramilitari abbiano fatto strage di contadini, con l’accusa di sostenere la guerriglia: in realtà è stato un tentativo di annichilimento, di cancellazione di una parte della popolazione, la parte Indio-Maya appunto. Victoriana, assieme alle sue amiche, è sopravvissuta a questo terribile sterminio riuscendo ad organizzarsi con le altre donne in gruppi di commercio equosolidale. Victoriana è riuscita anche a far studiare i figli, a mandarli addirittura all’Università. Lei e le sue amiche possono davvero definirsi “donne di successo”, quello vero. Ed essendo già sul lago Atitlan non ho perso l’occasione di andare a vedere i loro manufatti, sia all'interno del loro laboratorio tessile sia al mercato di <b>Chichicastenago</b>, una cittadina che mi ha colpito particolarmente per i suoi colori. Qui ogni domenica, oltre che trovare ogni tipo di prodotto fatto a mano , ci si può godere una esplosiva e coloratissima processione dei Santi locali. Che, a guardare bene, sapendoli interpretare, non sono molto diversi dalle divinità delle cerimonie Maya di Antonio, il Sacerdote degli Indios Lacandoni…